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LA MENTE PLURINTEGRATA
Le funzioni mentali tra casualità e conflitto
INDICE
PrefazionePARTE PRIMA
I. Cervello: il bricoliere che ha creato la mente
1.1 Qualche cenno di neurofisiologia
1.2 La macchina-cervello
1.3 Costruttore-manager di se stesso e creatore della mente
1.4 Complessità neurale: dendriti e sinapsi
1.5 Sensazione e percezione
1.6 L‟azione dei neurotrasmettitori
1.7 Neuroni-specchio e relazione interpersonale
II. Al di là dei sensi e dei sistemi percettivi
2.1 Quel che la mente è e ciò che non è
2.2 Il rapporto mente-corpo e la propriocezione
2.3 Il falso problema dei qualia
2.4 Emozioni psichiche ed abmozioni idemali
2.5 Che cosa sono i sentimenti?
III. Pluralità, integrazione, configurazione e collocazione
3.1 Mappe strutturali e configurazioni fluttuanti
3.2 Pulsioni, desideri e autoinganni
3.3 Realtà e immaginazione, fantasia e irrealtà
3.4 Il significato di integrazione mentale
3.5 Il concetto di collocazione relazionale
3.6 Linguaggio, comunicazione, socializzazione
PARTE SECONDA
IV. Computazionalismo e neurofisiologia riduzionista
4.1 Introduzione
4.2 Paul Churchland
4.3 Daniel Dennett
4.4 Antonio Damasio
V. L’antiriduzionismo e la specificità del mentale
5.1 Premessa
5.2 John Searle
5.3 Hubert Dreyfus
5.4 Ken Richardson
PARTE TERZA
VI. Un frutto del caso e della selezione neurale
6.1 Premessa
6.2 Gerald Edelman e il darwinismo neurale
6.3 Joseph LeDoux e la struttura del mentale
6.4 David Linden: imperfezione e casualità del mentale
6.5 Edoardo Boncinelli, il cervello e l‟esistenzialità
6.6 Merlin Donald e la simbolizzazione
VII. La mente plurintegrata
7.1 Introduzione e generalità
7.2 Dagli istinti alle organizzazioni agli stati mentali
7.3 Funzioni mentali tra reattività e creatività.
7.4 Il sé, l‟io e l‟idema
VIII. Sostrutture
8.1 Introduzione
8.2 L‟intenzionalità e la motivazione
8.3 La volontà e la carica vitale
8.5 L‟attenzione e la concentrazione
IX. Infrastrutture
9.1 Il flusso informativo, coscienziale e mnemonico
9.2 Le memorie e le loro funzionalità
9.3 La coscienza primaria e quella secondaria
9.4 I quattro inconsci
9.5 Volizione, decisione ed eleuteria
9.6 Esperire ed apprendere
X. La mega-organizzazione della psiche
10.1 Il concetto di organizzazione
10.2 L‟esistenza tra credenza e conoscenza
10.3 La psiche domina la mente
10.4 Il sonno e il sogno
10.5 Psicosi, isterie ed esperienze estatiche e mistiche
XI. Le organizzazioni minori
11.1 Introduzione
11.3 L'intelletto: l'intuito e l‟invenzione
11.3 La ragione: l'analisi, il calcolo e l‟astrazione
11.4 Monorazionalità, razionalità integrata, ragionevolezza
11.5 L'idema, nucleo dell'individualità e della sensibilità
GLOSSARIO
BIBLIOGRAFIA
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I felt a Cleaving in my Mind -
The thought behind, I tried to join
Unto the thought before
But Sequence ravelled out of Sound
Like Balls –upon a Floor
Emily Dickinson
(Poem n r 937)
[1]
[1] E.Dickinson, Tutte le poesie, cura e traduzione Marisa Bulgheroni, Milano, Mondadori 1997, pp.1008-1009,.
Trad. Bulgheroni: La mia mente sentii fendersi - / come se il mio cervello si fosse spaccato - / Cercai di ricongiungere i due orli - / ma non riuscivo a farli combaciare. // Il pensiero anteriore al successivo / tentavo in ogni modo di allacciare - / ma la sequenza era un groviglio muto - / gomitoli sul pavimento sparsi.
Emily Dickinson (Poem n
r 937) 11
E.Dickinson, Tutte le poesie, cura e traduzione Marisa Bulgheroni, Milano, Mondadori 1997, pp.1008-1009,.Trad. Bulgheroni:
La mia mente sentii fendersi - / come se il mio cervello si fosse spaccato - / Cercai di ricongiungere i due orli - / ma non riuscivo a farli combaciare. // Il pensiero anteriore al successivo / tentavo in ogni modo di allacciare - / ma la sequenza era un groviglio muto - / gomitoli sul pavimento sparsi.
PREFAZIONE
La grande poetessa americana Emily Dickinson nei pochi versi citati in esergo evoca in modo mirabile ciò che nel linguaggio corrente chiamiamo
conflitto interiore. Naturalmente l‟evocazione poetica non ha rapporti con l‟analisi filosofica, ma l‟assumiamo come viatico perché vorremmo non perdere mai di vista la realtà dei sentimenti, quale espressione più significativa di ciò che è mentale. Noi riconosciamo nel sentimento qualcosa di specifico dell‟individualità, qualcosa di irriducibile alla generalità emozionale e al pensiero logico. Ma il sentimento è visto spesso come un banale stato emotivo da quegli studiosi riduzionisti che vedono la parola mente priva di significato, allusiva di un mero fantasma linguistico di quella macchina biologica che è il cervello. Per essi il cervello e la mente sono la stessa cosa. Non è così: il cervello produce la mente ma questa è un epi-prodotto evolutivo di esso, per alcuni aspetti autonomo. Essa non è assimilabile al cervello se non altro perché mentre i meccanicismi elettrochimici neurali sono in parte deterministici, mentre i prodotti mentali sono totalmente indeterministici.I versi della Dickinson ci inducono a domandarci:
perché mai, se la mente fosse una struttura unitaria, dovrebbe andare soggetta a questo tipo di disagio che colpisce in maniera più o meno frequente ognuno di noi? Orbene, tale disagio emerge o perché siamo in dubbio circa il risultato finale di qualcosa che presumiamo accadrà a breve, oppure quando ci troviamo a dover decidere su faccende poco chiare o poco prevedibili. In tali occasioni il nostro cervello parrebbe impreparato a gestire o accettare qualcosa che implica più esiti "non coerenti" e non operanti allo stesso fine o del tutto imprevedibili e quindi fautori di ansia e preoccupazione. Quando ciò avviene siamo in stato di stress e percepiamo vagamente distonia mentale, ma in ciò non vi è assolutamente nulla di patologico. Anzi, forse i conflitti interiori sono la parte più autentica del mentale perché ne mettono in evidenza il pluralismo funzionale. Nel conflitto interiore le funzioni mentali non sono dissociate, restano coniugate e integrate, ma i pensieri e i sentimenti che esse generano sono in conflitto.La non-univocità delle funzioni mentali costituisce la vera ricchezza della mente umana per la semplice ragione che essa è fatta da funzioni differenti. A questo livello la neurofisiologia si ferma perché non può indagare strumentalmente il casuale e l‟indeterminazione di stati mentali fluttuanti. Le tecniche di
imaging possono evidenziare unicamente aumenti di afflusso sanguigno in certe aree, ma ciò non ci dice nulla sulla natura dei pensieri e dei sentimenti specifici che vi si accompagnano. L‟imaging coglie solo delle quantità, non delle qualità, essa funziona per stereotipi grossolani, relativi a stati d‟animo molto generici e in quanto tali "laboratorizzabili", ovvero sottoponibili a standard procedurali tendenti a provocare nei soggetti esaminati una certa situazione e cogliereeffetti nei circuiti cerebrali. Ciò non riguarda la specificità mentale dei singoli soggetti né la vita reale.
I neurofisiologi non si occupano della mente e tuttavia spesso hanno la presunzione di proporre "modelli" nei quali si cita il
sé o la coscienza come delle "unità mentali", se così fosse non ci sarebbero conflitti poiché un‟unità non confligge con sé stessa e ciò non solo per ragioni logiche ma anche biologiche; infatti nessun organismo mostra conflitti al suo interno se non nel caso di patologie immunitarie o rigetto d‟organi. La coscienza ci dà sempre "una sola versione" dello stato del rapporto del sé col proprio corpo e col mondo come altro-da-sé al suo livello di primaria, ma la coscienza complessa, o secondaria, è frammentata a causa dell‟interazione con altre funzioni. Solo la coscienza primaria ha qualche unitarietà, ma essa è operativa solo nei bambini molto piccoli, prima della comparsa delle organizzazioni. Quella funzione pensante-senziente che ci fa dire "io" è solo una parte del mentale, se non altro perché che noi non siamo affatto sempre coscienti di noi e dell‟intorno a noi. Perlopiù noi viviamo di inconscio!La funzione della
coscienza primaria è solo di farci consapevoli di noi e del mondo intorno a noi, ma ignora tutto dell‟inconscio, ma frammenti di questo possono sempre emergere diventando consci. Appena si rassodano la psiche (il sé reattivo e conservativo), l‟intelletto (il sé intuitivo), la ragione (il sé analitico e calcolante) e l‟idema (il nucleo dell‟individualità senziente), essa si integra con tali organizzazioni e diventa secondaria (o complessa). La stessa cosa, integrarsi, evolutivamente lo avevano già fatto prima le sostrutture (la volontà e l‟intenzionalità), che si sono integrate con la coscienza primaria e la memoria nelle sue forme più elementari, dando forma a un sé primitivo che ci ha accomunati a lungo con altri mammiferi superiori. Una mente molto evoluta come quella dell‟homo sapiens moderno non può essere unitaria evoluzione significa differenziazione in funzioni parzialmente. La complessità e la pluralità mentale ci caratterizzano e studiare la mente vuol dire lavorare con delle "differenze" e delle "discontinuità"Dalla metà degli anni ‟60 del secolo scorso il ritmo delle pubblicazioni di neurobiologia e neurofisiologia sono andate aumentando esponenzialmente e oggi superano probabilmente quelle di qualsiasi altra disciplina scientifica, imponendosi nel loro insieme come una messe sia di dati sperimentali che di studi e teorie su essi importanti e affascinanti. Che cosa può aggiungere la filosofia a ciò che le interpretazioni di tale messe di dati sperimentali hanno già prodotto? Un nuovo punto di vista: quello della
specificità contro quello della generalità. La scienza tendenzialmente si occupa infatti della costanza dei fenomeni e quindi della loro generalità, la filosofia no. I fenomeni devono essere determinati (necessari) e ripetuti o ripetibili affinché se ne possano dedurre causalità, processualità, fenomenologia, spiegazione, teorizzazione. La scienza, almeno sino ad oggi, lavora sulla determinazione e scarta l‟indeterminazione come fastidioso rumore. Oggi però ci sono anche neurobiologi come Steven Rose che sanno aprirsi all‟indeterminato e noi pensiamo che questo sia il giusto approccio a ciò che è la mente.Noi dobbiamo preliminarmente chiarirci un punto importante: quando va usato l‟‟aggettivo "cerebrale" e quando quello "mentale"? Abbiamo il
cerebrale quando ci occupiamo di fenomeni a) semplici; b) ripetibili; c) provocabili; d) localizzabili. I quattro aggettivi sono strettamente collegati perché tutti afferenti la sperimentazione neurofisiologica, attuabile in condizioni standard e con modalità standard. Importanti risultati sono stati ottenuti con tecniche di imaging come la PET (tomografia e emissione di positroni) e la fMR (risonanza magnetica funzionale), ma essi concernono solo il cerebrale. Possiamo parlare di mentale solo se ci occupiamo di ciò che è: a) complesso (frutto di interazioni multiple tra mappe neurali); b) non ripetibile negli stessi termini; c) non provocabile con stimoli esterni o invasivi; d) difficilmente localizzabili per le troppe le aree coinvolte. Se fenomeni cerebrali c‟è del determinismo e in quelli mentali solo indeterminismo è perché i primi sono strutturali e i secondi epigenetici.I neurofisiologi saranno un giorno in grado di occuparsi anche di fenomeni indeterministici? Speriamo. Per ora gli unici modi di studiare il cervello sono strumentali (stimolazione elettrica, imaging e chirurgia) e qualsiasi tipo di stimolo si usi per eccitare il cervello a rivelarci qualcosa di sé richiede procedure su base deterministica. Al livello tecnologico attuale la neurofisiologia
potrebbe tentare di cogliere l‟indeterminismo solo attraverso un numero gigantesco di pazienti sottoposti a un numero gigantesco di esperimenti. E tuttavia neppure ciò garantirebbe certezze, poiché ogni cervello è casuale ed unico come casuali ed uniche sono le esperienze vissute che lo plasmano e lo riplasmano continuamente. Per ora, dunque, se ci si intende occupare del mentale e non solo del cerebrale restano ancora utili la filosofia e la psicologia. E tuttavia è forte la presenza di teorie che si limitano a tradurre dati sperimentali scarsissimi e parziali in pompose deduzioni teoriche arbitrarie che modellano una mente
ad hoc. Siamo purtroppo di fronte all‟apoteosi del cerebrale gabellato per un mentale "artefatto" che non ha nulla a che fare con quello "reale". Il noto neurofisiologo Antonio Damasio se la cava definendo il mentale «processo biologico di livello elevato» 2.2
A.Damasio, Emozione e coscienza, Milano, Adelphi 2003, p.388.3
C.Tamagnone, Necessità e libertà, Firenze, Clinamen 2004, Glossario, p.283Le ricerche sul cervello sono rivolte perlopiù a scoprire percezioni e propriocezioni standard in rapporto a una supposta
normalità mentale di base. L‟anormalità come non-normabile individuale a rigori sarebbe la specificità, ma siccome questa non è indagabile si cerca una deviazione alla norma nella patologia. Non la specificità individuale ma il patologico generale viene considerato anormale; in realtà esso è fenomenicamente normabile in quanto determinabile. L‟individualità (il fuori-norma per definizione) è semplicemente eluso o eliso! Lo studio del patologico, dei cervelli danneggiati o mutilati è alla base dello studio del cervello e per estensione della mente. Damasio trae dalle patologie e dai traumi cerebrali una messe di dati notevoli, ma essi concernono in un certo senso "cervelli campione" con "danni campione" non menti. Le conclusioni che ne derivano sono corrette o attendibili ma generiche, da esse si capisce poco di che cosa siano le emozioni e i sentimenti "reali" di ognuno di noi. Egli quanto meno è un conoscitore del cervello, ma che dire di chi, come Daniel Dennett, fa del cervello un "apparato logico" deterministico a cui la selezione avrebbe regalato libertà?Neurofisiologi riduzionisti e logici computazionalisti procedono in modo simile, senza mai entrare nello specifico del differenziarsi delle menti di Tizio, di Caio e di Sempronia. Eppure per fare ciò non c‟è alcun bisogno di andare a cercare concetti che eccedano quelli di
evoluzione, di mutazione e di selezione: questi tre caposaldi dell‟evoluzionismo biologico valgono sia per il cervello che per la mente. Offrire un modello alternativo ai riduzionismi incentrato sull‟individualità è uno degli scopi di questo libro, per fare ciò resta valido un criterio euristico già avanzato a suo tempo, il procedimento partitivo, che così definivamo:Espediente metodologico utilizzato euristicamente per indagare isolatamente i componenti di un sistema organizzato di funzioni singolarmente individuabili. Viene usato per studiare separatamente oggetti d‟indagine che nella realtà sono strutturalmente coesi e reciprocamente vincolati nel loro agire. Il caso più rilevante di utilizzo del
procedimento partitivo riguarda le funzioni mentali e la loro partizione in infrastrutture e organizzazioni. 3Nel prosieguo delle nostre ricerche abbiamo però individuato un livello più elementare di funzioni mentali nelle
sostrutture (l‟intenzionalità e la volontà), funzioni più antiche che ci vengono direttamente dagli australopithecus, i primi primati bipedi. L‟individualità umana, comunque, pensiamo sia emersa con le organizzazioni e non ancora conseguita negli stadi evolutivi delle sostrutture e delle infrastrutture, di per sé generiche, che si specificano successivamente nell‟integrazione con le organizzazioni.Noi proponiamo un modello evolutivo pluralistico funzionale che parte da premesse della neurofisiologia, però le rilegge e le integra filosoficamente in un modello di
mente evolutiva plurintegrata. I criteri di evoluzione + mutazione + selezione correttamente posti sono sufficienti per andare oltre gli stereotipi mentali e avvicinarsi alle menti reali. La mente plurintegrata riprende e completa quanto già proposto col dualismo antropico reale come modello esperienziale umano a cavallo tra esistentività ed esistenzialità. Queste non sono però, come in Heidegger, viste in una spiccata prospettiva dicotomica corpo/spirito espressa come inautenticità/autenticità rispettoall‟
essere, ma in una coniugazione reale dove ciò che è esistentivo e ciò che è esistenziale sono alternativi e coniugati nel flusso del vissuto.Se un filosofo scrive un libro sulla mente appoggiandosi alla neurofisiologia deve anche spiegare qual‟è la sua prospettiva di fronte alla mole di dati che essa le offre. La generalità dei fenomeni è solo il punto di partenza per giungere all‟indagine sulla specificità di essi sul piano effettuale-esistenziale in riferimento a "pensanti-senzienti" reali e non teorici. L‟esistenza di un essere umano è infatti fatta da un flusso di pensieri, di emozioni e di sentimenti tra loro correlati, dove l‟
individualità 4 (che non va confusa con l‟io o col sé) è categoria sia antropologica sia psicologica e sia filosofica irriducibile alla generalità biologica dell‟homo sapiens. Punto questo cruciale per l‟analisi dei fenomeni mentali, poiché le generalizzazioni operate dall‟eliminativismo e dal riduzionismo conducono a modelli generici quanto astratti che poco o nulla dicono sulla realtà delle singole menti nel loro esperire l‟esistenza.4
Ivi, pp. 45-49 e pp.133-134.Le tesi sulla mente che proponiamo si basa su tre criteri principali: 1°, le ricerche di filosofia della mente non possono limitarsi alle generalizzazioni ma devono guardare all‟esistenza reale delle differenti
individualità; 2°, i neuroni e i loro connessi si evolvono e creano le funzioni mentali sia per mutamenti casuali e sia per selezione naturale come qualsiasi altra entità biologica ma con caratteristiche specifiche; 3°, la mente è embodied (lett. incarnata), cioè fa tutt‟uno col corpo, ma può produrre stati relativamente indipendenti dal corpo; 4° le funzioni mentali sono integrate ma indipendenti, quindi possono sempre insorgere conflitti interiori e conseguenti turbe dell‟esistenzialità. Ne segue che: A., la mente va indagata nella sua effettualità sulle modalità dell‟esistere, del pensare e del sentire; B., ad eccezione dei primi mesi di vita essa evolve indeterministicamente interagendo col mondo circostante in modo occasionale e non deterministico; C. i mutamenti strutturali avvengono in un quadro fisiologico di "vincoli strutturali" ma questi permettono comunque differenziazioni enormi; D., i conflitti tra organizzazioni (specialmente tra ragione e psiche) non sono sempre percepibili a livello cosciente.Il problema principale per il filosofo resta però quello (già oggetto del nostro
La filosofia e la teologia filosofale) di riuscire ad allontanarsi dalle acque morte di quell‟amore–del-sapere metafisico fatto col vecchio armamentario logico-dialettico. Per far ciò deve muoversi tenendo sempre conto dei nuovi orizzonti aperti dalla scienza perseguendo un amore-del-conoscere che faccia riferimento alla datità (e poco alla teoria!) ma senza farsene condizionare. La teologia filosofale non diversamente dai materialismi eliminativisti è eliminativista, poiché elimina dal proprio orizzonte speculativo ogni elemento scientifico.Facendo coincidere la mente col cervello essa diventa qualcosa di meccanico-meccanicizzabile-deterministico, ridotta a un dispositivo che per quanto complicato sarebbe analizzabile, osservabile e riproducibile. Ora, è vero che le osservazioni sul cervello hanno fatto progressi straordinari permettendo di fabbricarne di "artificiali", ma questi non potranno mai andare oltre la soglia della computazionalità o della reattività a stimoli stereotipati. La tesi della
meccanicità del cervello è affascinante e tenta molti, ma è falsa, perché l‟intelligenza artificiale (AI) non copia i cervelli reali ma feticci informatici di essi. Purtroppo che alla meccanicizzazione del cervello si accompagna anche una fisiologizzazione grossolana e riduzionista per la quale il cervello ci direbbe la verità su di sé sottoponendolo a stimoli ad hoc. Noi pensiamo che le risposte sperimentali della PET o della fMRT siano utilissime ma generiche: il provocabile artificialmente non può concernere che il generico.Da un lato, quindi, abbiamo coloro che credono nell‟omologia
cervello biologico-cervello informatico, dall‟altro neurofisiologi che operano un palingenesi della vecchia frenologia e in base ad attivazioni regionali pensano di capire come funziona la mente. In realtà essi fanno "campionature" su una grossolana generalità considerando l‟individualità irrilevante. A determinare se ci si sta occupando di individualità non è il fatto di sottoporre ad esame un cervello "individuale", ma se gli stimoli tecnologici possano andare oltre la grana grossa del cervello di tuttiper accedere alla
grana fine del cervello mio e tuo. Vediamo come Antonio Damasio ci parla di un suo esperimento in Looking Spinoza del 2003:L‟idea che i sentimenti siano correlati alle mappe neurali dello stato corporeo è ora sottoposta a verifica sperimentale. Recentemente, nel nostro laboratorio, abbiamo condotto una ricerca sulla distribuzione dell‟attività cerebrale associata al sentimento di determinate emozioni. […] Per verificare la nostra ipotesi, i miei colleghi Antoine Bechara, Hanna Damasio e Daniel Tranel e io ci procurammo la cooperazione di più di quaranta persone, equamente suddivise nei due sessi, nessuna delle quali aveva mai sofferto di patologie neurologiche o psichiatriche. Spiegammo ai nostri soggetti che intendevamo studiare l‟attività del loro cervello mentre essi sperimentavano uno di questi quattro possibili sentimenti: felicità, tristezza, paura o rabbia. L‟indagine si basava sulla misurazione dell‟afflusso di sangue in diverse aree cerebrali, misurazione effettuata avvalendosi di una tecnica nota come tomografia a emissione di positroni (PET).
55
A.Damasio, Alla ricerca di Spinoza, Milano, Adelphi 2004, pp.121-122,6
Ivi, p.1237
Ivi, pp.124-125.8
Ivi, p.124.Felicità, tristezza, paura e rabbia così indagate non concernano i quaranta soggetti nella loro individualità ma solo come possessori di uguali cervelli generici. I supposti sentimenti così studiati sono "estratti" dalla contestualità reale e confinati in una realtà artificiale. Le modalità della ricerca:
Chiedemmo a ciascun soggetto di pensare a un episodio della propria vita, carico di valenze emotive. L‟unico requisito era che l‟episodio fosse particolarmente intenso e implicasse felicità, tristezza, paura o rabbia. Poi chiedemmo a ciascun soggetto di pensare all‟episodio specifico fin nei minimi dettagli, e di riferire tutte le immagini possibili, in modo che le emozioni legate a quell‟evento passato potessero essere riespresse con la massima intensità nel presente.
6Le procedure sono ineccepibili e permettono di capire genericamente "dove" e "come" il cervello si attiva "pensando" a esperienze pregresse di paura, gioia, odio, amore. Ciò è molto interessante, ma la "riespressione" per richiamo mnemonico di un vissuto pregresso non ci dice nulla sul realmente vissuto, ma solo di un laboratoristico "rievocato a comando". Si è capito solo come, molto genericamente, funziona la mente di un
homo sapiens standard ed è molto dubbia l‟autenticità del sentimento espresso: 1° perché la persona si sintonizza artificialmente (per volontà) con un accaduto pregresso che viene richiamato ad hoc totalmente fuori di condizioni, contesti e moventi; 2° perché la rammemorazione a comando è inautentica per il fatto stesso di nascere da un‟istruzione, da una procedura, da un inizio e una fine dell‟esperimento. Ma proseguiamo:I soggetti erano stati istruiti in modo che segnalassero con un piccolo movimento della mano il momento in cui cominciavano a sentire l‟emozione ed è solo dopo quel segnale che noi iniziavamo la raccolta dei dati. […] L‟analisi dei dati diede ampia conferma alla nostra ipotesi. Tutte le aree somatosensitive in esame – la corteccia del singolo, le cortecce dell‟insula e della S2, e i nuclei del tegumento mesencefalico – dimostrarono, a seconda dei casi, un‟attivazione o una disattivazione statisticamente significativa. Ciò indicava che, durante il processo del sentire, le mappe degli stati corporei erano andate incontro a modificazioni significative.
7Damasio è convinto non solo che vi sia assoluta continuità e omogeneità tra mente e corpo, ma che la mente opererebbe producendo solo e sempre rappresentazioni dello stato del corpo. Di seguito:
Ma non è tutto: come ci aspettavamo questi schemi di attivazione/disattivazione variavano a seconda dell‟emozione. Allo stesso modo in cui il corpo viene diversamente percepito mentre si prova gioia o tristezza, noi riuscimmo a dimostrare che anche le mappe cerebrali corrispondenti a quegli stati corporei erano diverse. Questi risultati erano importanti per molti versi. Fu gratificante scoprire come l‟esperienza del sentire un‟emozione fosse effettivamente associata a una modificazione delle mappe neurali dello stato del corpo. Fatto più importante, ora avevamo indicazioni più solide a cui riferirci nei nostri successivi studi sulla neurobiologia del sentimento. I risultati ci dissero – e ce lo dissero senza incertezze – che alcuni misteri della fisiologia dei sentimenti potevano essere risolti studiando i circuiti neurali delle regioni cerebrali somatosensitive e la loro funzione biologica e biochimica.
8L‟esperimento su quaranta soggetti ha permesso di stabilire che certe regioni del cervello sono attivate da sentimenti di gioia, tristezza, paura e ira poiché la PET registra l‟aumento di flusso sanguigno in una certa area per una certo tipo di emozione. Ma ciò non dice un bel nulla su come, realmente, i quaranta soggetti abbiano esperito, esperiscano o esperiranno gioia, tristezza, paura e ira nella realtà del
vissuto. Questi esperimenti ci permettono solo di correggere la vecchia frenologia nelle sue approssimazioni. Ancora:Durante la scansione avevamo monitorato continuamente le risposte fisiologiche dei nostri soggetti e osservammo che
le modificazioni della conduttanza cutanea precedevano sempre il segnale con cui il soggetto ci avvertiva dell’affacciarsi di un sentimento. In altre parole, i nostri monitor registravano l‟attività sismica dell‟emozione inequivocabilmente prima che i soggetti muovessero la mano per indicare che l‟esperienza era cominciata. Sebbene non avessimo in programma anche tale aspetto l‟esperimento ci offrì tuttavia un‟ulteriore dimostrazione del fatto che gli stati emotivi vengono prima e i sentimenti dopo. 99
Ivi, pp.125-126.10 Ivi, pp.127-128.
Conclusione ancora una volta di carattere generale. Accertare sperimentalmente che l‟emozione precede il sentimento è una "generalità" funzionale e non ci dice nulla sulla prima né sul secondo. Emozioni e sentimenti sono delle
qualità vissute non delle quantità di irrorazione sanguigna.Cerchiamo di capire il punto di vista euristico di Damasio, il suo modo di lavorare, di ragionare e di dedurre:
Indipendentemente dal fatto che il soggetto in esame stia sperimentando il piacere di mangiare del cioccolato, l‟insano sentimento dell‟amore romantico, il senso di colpa di Clitemnestra o l‟eccitamento innescato dall‟assistere a spezzoni di film erotici, le aree chiave individuate nel nostro esperimento (per esempio le cortecce dell‟insula e del cingolo) presentano modificazioni significative, in particolare una maggiore o minore attività, con una diversa distribuzione all‟interno della regione chiave, a testimonianza del fatto che gli stati dei sentimenti sono legati a un significativo coinvolgimento di queste parti del cervello.
10A noi pare che i concetti di
emozione e sentimento qui evocati siano categorie tarpate, prive di spessore e profondità, mere generalizzazioni meccanicistiche del modo in cui "comunemente" il cervello umano funziona, generalità di un cervello che sottoposto a stimoli standard produce risposte standard. L‟insieme dei prodotti del cervello, fluttuanti, mutevoli, configurabili, organizzabili e integrabili in un complesso di sub-funzioni più o meno evolute, resta in gran parte fuori dell‟ambito sperimentale. Relativamente al mentale il territorio d‟esperimento è minimo rispetto all‟immensità dei fenomeni reali. Comunque lo si organizzi e lo si attui esso nasce da un "programma" operativo e si attua attraverso una "artificialità procedurale" per cui potrà sempre solo rivelare delle generalità cerebrali e nessuna specifica mentalePuò darsi che per molti ciò sia sufficiente, basta infatti eliminare l‟individualità e ridurre la persona a generico "animale sociale" per avere una straordinaria semplicizzazione che può illudere di "conoscere". La tesi che svilupperemo in questo libro è che questa presunzione è falsa quanto ingenua e che conduce solo a millantare una
conoscenza della mente che è solo conoscenza del cervello e per di più incompleta. Contro tali riduzionismi presuntuosi, computazionali o neurofisiologici che siano, noi proponiamo un approccio filosofico più umile ma che pensiamo più fecondo per capire come "realmente" funzioni la mente. La filosofia si appoggia alla scienza per assumerne i dati utili, ma poi va oltre per aprire gli orizzonti che ad essa sono preclusi e ciò perché ogni persona pensa e sente all‟interno di una weltanschauung che la scienza non può indagare. Tizio, Caio e Sempronia più che degli homo sapiens sono delle individualità irripetibili e uniche che esperiscono stati mentali irripetibili e unici. Certo, l‟individualità si può negarla ed escluderla a colpi di eliminativismo o ridurla all‟irrilevanza a colpi di riduzionismo, ma tali operazioni oltre che anti-filosofiche sono anche anti-scientifiche.L‟
individualità è irriducibile a funzioni indagabili e classificabili, essa continua ad emergere con la sua flagranza e la sua realtà profonda, refrattaria a indagini neurofisiologiche attuali o future, perla semplice ragione che essa è inerte alla neurofisiologia come lo sono i neutrini rispetto alla materia ordinaria. Il filosofo è peraltro consapevole che molti campi dello scibile un tempo appannaggio della filosofia (ma più esattamente della metafisica) negli ultimi due secoli si sono aperti alla scienza. Egli sa dunque quando deve fare un passo indietro, è il metafisico (il teologo filosofale) che non lo sa fare! Il supposto "sapere" dei metafisici è uno pseudo-conoscere fatto da apriori e bizantinismi logici o dialettici, il filosofo sa che può operare soltanto in quegli ambiti del conoscibile in cui la scienza, per i suoi limiti intrinseci, le lascia il campo. L‟
individualità è l‟irripetibile, unico e specifico insieme di esperienze di un io, di un tu o di un lui, che vanno tenuti distinti dal generico noi. La scienza non può parlare di mente e tuttavia la filosofia deve accodarsi ad essa se vuol parlare del cervello.Che cosa è allora la
mente plurintegrata? È il prodotto epigenetico del cervello che si configura in più funzioni indipendenti ma interagenti e integrate, un complesso plurifunzionale-plurintegrato che caratterizza ciò che accade sotto la calotta cranica di un essere umano. Ciò non significa che il mentale non abbia vincoli strutturali, significa solo che nell‟ambito di tali vincoli la variabilità resta quasi infinita nella sua dinamicità e mutevolezza. Funzioni non-vincolate e casuali si aprono a ventaglio in un orizzonte di configurazioni multiple, sovrapposte, incrociate, integrabili in moltissimi modi differenti. Nella nostra mente otto epi-protagonisti generati da un‟enormità di quei proto-protagonisti che sono i neuroni, implementati da una molteplicità mutevole di dendriti e sinapsi, evolvono, fluttuano, cambiano; le loro mappe si creano, si dividono e si ricompongono in configurazioni sempre nuove. Non esiste in essa nulla di innato, di unitario, di omogeneo, di programmato, di mappato definitivamente; per questo l‟approccio al problema più che causale deve essere effettuale, poiché solo questo genera l‟esistenziale.Se l‟indagine neurofisiologica tende a "chiudere" in schemi esplicativi quella filosofica deve "aprire" agli scenari reali. Per noi ha interesse secondario il
dove e il come di cervelli sottoposti a stimoli, perché le reattività regionali possono essere forse l‟ordito ma mai la stoffa del mentale. Non ci dicono nulla su come "realmente" ognuno di noi pensa sé e il mondo, come opera la nostra memoria emotiva, come nasce una coscienza, un‟emozione estetica o un affetto. Il nostro compito è cercare di comprendere come effettualmente un processo neurale possa tradursi in reazioni o invenzioni specifiche, in intuizioni o ragionamenti particolari, in sentimenti e affetti. A noi interessa fornire su quel prodotto del cervello che è la mente, evolutosi nell‟arco di milioni d‟anni, indicazioni su come vederlo in chiave esistenziale a partire da una molteplicità differenziata di effetti che vanno a creare individui tutti differenti, con modalità differenti di pensare e di sentire, con vissuti differenti in situazioni differenti. Il resto lo lasciamo agli scienziati.Noi vogliamo anche sottolineare la grande importanza del
caso quale fattore mutazionale, cosa del tutto trascurata dalla maggior parte dei neurofisiologi, a quanto ci consti con la sola eccezione di David Linden, che in The Accidental Mind del 2007 afferma:Il cervello è per l‟individuo ciò che il genoma è per la specie. Il genoma, la sequenza di informazioni codificate dal DNA, subisce mutazioni casuali e a volte una mutazione (o una serie di mutazioni) conferisce un vantaggio a un individuo, permettendogli di produrre una progenie più forte. […] Il cervello, immagazzinando ricordi, esegue una funzione simile per l‟individuo. È il libro su cui viene scritta l‟esperienza individuale. Poiché la registrazione dei ricordi è rapida, essa permette a un individuo di adattarsi a nuove esperienze e situazioni. Si tratta di una situazione molto più flessibile ed efficace della sola mutazione e selezione del genoma.
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D.Linden, La mente casuale, Torino, Centro Scientifico Editore 2009, pp.91-9212
In breve: il nucleo è la cassaforte del genoma; l‟assone è il prolungamento che trasmette l‟impulso elettrico; il dendrite con le sue "antenne" (le spine) riceve gli impulsi; la sinapsi converte il segnale elettrico in segnale chimico. Per ulteriori informazioni si veda il Glossario.Mentre le mutazioni biologiche riguardano le specie e sono quindi filogenetiche operando in tempi lunghi con stasi e accelerazioni, quelle neurali invece sono ontogenetiche, si attuano nel pochissimo tempo in cui vive un animale. Ciò ci autorizza ad ipotizzare che le mutazioni in una cellula neurale + assone e suoi terminali + dendriti + sinapsi
12 si costituiscano come una serie infinita di colpi discena dalle conseguenze complesse ed imprevedibili, anche se possiamo avere la sensazione che il nostro
sé resti costante.Noi temiamo che ipostatizzare dati univoci sul mentale per produrre schemi e modelli possa indurre alla loro manipolazione ai fini della coerenza formale di essi. Il funzionamento del cervello è infatti abbastanza noto, ma resta enormemente complicato capire come produca mente. Questo è un punto dirimente: il soggetto indagante che fa uso di strumenti deterministici è inadeguato a capirsi come soggetto indeterministico. Ciò di cui ci dobbiamo accontentare è perciò di trovare indicazioni e trasformarle in plausibilità, cogliere indizi, assemblarli, e avanzare modelli funzionali ed ipotesi sulla mente di tipo "indicativo", sempre incomplete e approssimative, sempre opinabili, sempre rivedibili. La mente è indeterministica, quindi soggetta ad intrichi causali in tutti i suoi processi, persino in quelli ripetitivi.
È ormai di lungo corso una
vulgata sulle "potenzialità della mente che la gente "non può sfruttare" se non "impara" a farlo. Da ciò "maestri" in giro per il mondo, su internet o negli scaffali, che insegnano ad approfittare di tali capacità misteriose. Tra i fautori di tale idea spiccano gli esoteristi, tra i quali ci corre l‟obbligo di citare anche Carl Gustav Jung, per quanto stiamo pensando piuttosto a una certa frangia dei suoi epigoni. Ricordiamo per inciso che non c‟è maestro dello spiritismo che non sostenga che i poteri paranormali li abbiano molte persone che ignorano di averli. Pullulano anche trattati sulla memoria che ci insegnano a potenziarla, salvo tacere del fatto che per nostra fortuna esiste anche una smemoria che ci permette di rinnovarci. Infatti, se le mappe strutturali su cui si basa il lavoro della mente restassero cablate sempre nello stesso modo, sarebbe difficile creare configurazioni fluttuanti nuove. Ed è la fluttuazione del mentale che crea novità e risolve problemi nuovi che non si sono mai presentati, sempre che il caso ne dia l‟occasione. Al contrario di ciò che sostengono gli esoteristi la nostra mente fa sempre "molto di più" di quanto la sua struttura rende possibile.Il nostro cervello nasce con una struttura di partenza su base genetica con predisposizioni e preclusioni. È fuori di dubbio che le menti di Mozart, Beethoven e Chopin erano predisposte per creare musica sublime ma negate nelle attività pratiche, mentre altri come Händel, Haydn, Lizt o Wagner sapevano benissimo curare la propria immagine e i propri interessi. Noi siamo indubbiamente già differenti a livello genetico, ma vivendo la differenziazione si fa enorme creando
unicità. Ingenuo quindi ignorare l‟importanza del genoma che ognuno di noi alla nascita si ritrova, ma già dopo le prime poppate e specialmente dai tre anni in poi la mente incomincia ad interagire fortemente con l‟ambiente e con le persone mutando profondamente per farsi funzionalmente pluralistica. Cresce e si ri-struttura, differenzia le proprie mappe e ne definisce i compiti e le possibilità in configurazioni sempre nuove.Sono le interazioni che determinano in buona parte ciò che siamo, vivendo ed esperendo le mappe mentali mutano e crescono, rendono una persona un ignavo o un combattente che affronta difficoltà, inventa soluzioni, corregge comportamenti. Le mappe possono ridursi o ricomporsi in altro modo o assemblarsi con altre o
exattarsi in specializzazioni nuove. L‟infanzia è una fase fondamentale per esse, un corpo ben nutrito e curato e una mente che riceve affetto e stimoli può formare una persona efficiente, o in mancanza di ciò produrre disadattati. Le funzioni della mente si auto-plasmano, ma interagendo col corpo e col mondo esterno possono migliorare o peggiorare, depotenziarsi anzi tempo o ammalarsi. L‟elemento deterministico che il nostro genoma ci regala va presupposto nel feto, ma dopo la nascita lo sviluppo è epigenetico e indeterministico. Per quanto la quotidianità, le condizioni, i ruoli facciano sì che di solito noi agiamo per schemi comportamentali stereotipati, abitudinari e persino inconsci, l‟evoluzione mentale è sempre in corso, ma dietro l‟angolo sta sempre l‟incidente che può danneggiarla.Sugli
schemi comportamentali occorre essere chiari, essi sono fatti apposta per farci risparmiare energie nelle cose semplici e ripetitive per poterne disporne in situazioni nuove o difficili. Buone possibilità di problem solving dipendono in gran parte dal fatto di non essere mentalmente affaticati. Gli schemi generano meccanismi a basso consumo attuati perlopiù nell‟inconsapevolezza, il rischio è di diventarne schiavi. Ognuno di noi sa che è non è facile cambiare un percorso in automobile perandare al lavoro anche se abbiamo saputo che su un certo cavalcavia ci sono lavori in corso che creano ingorgo. Se sappiamo che una certa cosa sta in un certo posto anche se nostra moglie ci ha detto che l‟ha spostata, tenderemo a fare i soliti gesti per arrivarci. Quando "le cose cambiano" noi dovremmo esser sempre pronti a cogliere il cambiamento; non lo siamo, perché ricreare
configurazioni mentali è faticoso. Significa rielaborare il già mappato, eccitare i neuroni che lo strutturano, creare nuove ai dendriti e nuove sinapsi per nuovi circuiti e nuove configurazioni. Ciò che caratterizza i cervelli sono i neuroni, ciò che caratterizza le menti sono i dendriti e le sinapsi.Avremo modo di vedere i meccanismi che caratterizzano varie funzioni che identificheremo nel corso della trattazione. Ciò che è importante sottolineare fin d‟ora è che i processi neurali che sono alla base della sensazioni, delle percezioni, delle emozioni, delle memorie, delle intuizioni, delle emozioni, dei processi razionali e dei sentimenti, non sono mai "necessari" ma sempre aleatori. La pluralità delle variabili in gioco, la complessità dei processi e i loro mutamenti fanno sì che non esista mai una
causalità lineare, obbediente a una necessità, ma spesso una causalità intricata, frutto del caso. L‟idea che i meccanismi cerebrali abbiano una qualche perfezione è priva di fondamento, il cervello è una macchina biologia estremamente imperfetta e lenta. Tanto più lenta, imperfetta e inaffidabile quanto più si va verso le funzioni superiori. Se già percepiamo imperfettamente il mondo attraverso i sensi la mente può stravolgerlo.Tenteremo di contribuire a fare un po‟ d‟ordine e chiarezza in un guazzabuglio di tesi alcune delle quali pensano la
coscienza come anima mentre altre la pensano come il software che fa girare un hardware. Contrastare le une e le altre è il nostro proposito, come combattere la falsa idea della mente come una struttura anziché come un flusso di configurazioni creato da funzioni indipendenti, ma coniugate e integrate. Due parole infine sugli autori che citeremo, grosso modo divisibili in tre gruppi. Il primo è quello dei riduzionisti di cui parleremo al capitolo IV, il secondo quello degli anti-riduzionisti di cui tratteremo al V, il terzo riguarda coloro che, in minore o maggior misura, hanno offerto spunti utili o scenari teorici a cui abbiamo fatto riferimento nel pensare la mente plurintegrata. Le citazioni da questi sono in parte raccolte nel capitolo VI e in parte distribuite nel corso dell‟esposizioni nei punti di pertinenza. A fine testo e prima della bibliografia il lettore troverà un Glossario che potrà essergli utile per verificare il significato dei termini che incontrerà.PARTE PRIMA
L’impianto cerebrale e il suo prodotto mentale
I. Cervello: il bricoliere che ha creato la mente
1.1 Qualche cenno di neurofisiologia
Quel che è importante chiarire da subito è che, biologicamente, il cervello, prima che percepire ed elaborare pensieri e sentimenti, è la macchina che comanda il sistema nervoso, il movimento in generale e i cinque sensi. Nel feto nasce quasi contemporaneamente al midollo spinale e durante lo sviluppo cresce e si specializza connettendosi a terminazioni nervose motorie. Con lo sviluppo completo degli arti il cervello si precisa strutturalmente e gli assoni raggiungono le estremità degli arti diramandosi nei cinque sotto-terminali che comandano le dita. Solo a questo punto il cervello può dirsi completo e pronto a portare l‟organismo animale nella competizione per l‟esistenza. Ciò che dev‟esser preliminarmente chiaro è che il cervello è al servizio del corpo e che questo è il compito principale assegnatogli dall‟evoluzione. Un animale per poter funzionare e competere con altri organismi in un certo ecosistema deve possedere un cervello adeguato, capace di sfruttare al massimo le possibilità motorie degli arti e assicurare motilità all‟apparato circolatorio, respiratorio, digerente, ecc.
Un cervello esiste in quanto è supportato da un corpo, è nato per esso e da esso riceve l‟energia per funzionare. La mente è un epiprodotto che non potrebbe esistere senza un battito cardiaco e senza irrorazione sanguigna, senza un respiro regolato dai polmoni col loro gonfiarsi e svuotarsi, senza corde vocali e glottide, senza apparati visivo, uditivo, olfattivo e tattile, senza uno stomaco che digerisce il cibo, senza un intestino che lo assimila, senza fegato, milza, pancreas e reni. A un certo momento dell‟evoluzione i cervelli dei primati superiori hanno iniziato a produrre mente e in una specie di essi, a postura eretta e con le mani libere, ha incominciato a ispessire la corteccia di nuovi strati (il
neopallio): pochi millimetri di materia grigia che ci fa quello che siamo. E tuttavia il neopallio o neocorteccia (nei vertebrati il 90% dell‟intera corteccia) si è accresciuto e implementato anche attraverso l‟affinamento dell‟uso degli arti superiori e della fonazione, consentita dalla postura eretta e da una nuova conformazione della faringe.Non vogliamo annoiare il lettore ma qualche cenno di neurofisiologia sarà utile. Il nostro cervello è una sovrapposizione di più cervelli apparsi nel tempo, da quello dei rettili a quello dei primi mammiferi. Utilizzeremo un testo di David Linden (su cui torneremo più avanti) perché tra i libri di neurofisiologia considerati ci pare il più sintetico e con un linguaggio più semplice. Iniziamo col
tronco encefalico, che sta alla base del cervello e inferiormente si collega al midollo spinale; esso governa funzioni elementari come la pressione sanguigna, il battito cardiaco, la respirazione, l‟isotermia e la digestione. Sopra sta il cervelletto, che coordina i movimenti 13; sopra ancora parti direttamente produttrici di mentale (aggettivo che useremo spesso in senso sostantivato). Cominciamo da talamo e ipotalamo:13
D.Linden, La mente casuale, cit., pp.10-13.14
Ivi, p.15.Il talamo è un‟ampia stazione di trasmissione di segnali sensoriali in direzione delle aree superiori del cervello, che fa da intermediario anche per i segnali che partono da queste aree in direzione dei segnali che arrivano ai muscoli. L‟ipotalamo è costituito da molte parti minori, ognuna con uno scopo differente, ma unite nel compito di mantenere lo
status quo in un certo numero di funzioni corporee, un processo chiamato omeostasi. 14Queste parti
inferiori del nostro cervello lavorano con le superiori, nella corteccia, in uno scambio continuo di segnali. L‟ipotalamo non solo regola i meccanismi di fame e sete ma anche gli istinti sessuali e quelli aggressivi; inoltre secerne importanti ormoni stimolatori e regolatori. Vicine due strutture più interne e importantissime che sono l‟amigdala e l‟ippocampo, talvolta indicate congiuntamente come sistema limbico includendovi parti del talamo e della corteccia. Con essi siamo in un mentale dove «le funzioni automatiche e i riflessi cominciano a mescolarsi con la consapevolezza.» 15 Vediamo la prima:15
Ivi, p.16.16
Ivi, pp.16-17.17
Ivi, p.17.18
Ivi, pp.17-18.19
Ivi, p.20L‟amigdala è un centro di processi emotivi che gioca un ruolo importante nella paura e nell‟aggressività. Mette in relazione informazioni sensoriali in precedenza elaborate dalla corteccia (immaginiamo che un tipo con gli sci ci stia venendo addosso uscendo da un sentiero oscuro) con reazioni automatiche di fuga, mediate dalle strutture dell‟ipotalamo e del tronco encefalico (attraverso sudore, battito cardiaco accelerato, salivazione ridotta).
16Il secondo:
L‟ippocampo (che, se sezionato, è più simile al corno di un montone che al cavalluccio marino da cui prende il nome) è un centro di memoria. Come l‟amigdala riceve segnali sensoriali altamente elaborati dalla corteccia. Invece che nella trasmissione della paura, l‟ippocampo sembra avere un ruolo speciale nella deposizione di ricordi legati a episodi o dati, che qui vengono immagazzinati per circa un anno e poi trasferiti in altre strutture.
17Questa struttura di memorizzazione a medio termine, come risulta dalla patologia, se danneggiata compromette la capacità di ricordare.
La
corteccia è la parte nobile del cervello, quella in cui avvengono i processi più elaborati e complessi identificabili in differenti parti:La parte posteriore della corteccia è la zona in cui arrivano le informazioni visive e un‟altra striscia di tessuto, appena dietro la principale scanalatura laterale (chiamata
solco centrale), riceve le sensazioni tattili e muscolari. Mappe simili possono essere disegnate anche per gli altri sensi. Stimolando quelle aree con un elettrodo possiamo simulare l‟attivazione del sistema sensoriale coinvolto: stimolare la corteccia visiva primaria causa la visione di un lampo di luce o qualcosa di simile. […] L‟aspetto più interessante della corteccia risiede nelle zone che non hanno esattamente né una funzione motoria né una funzione sensoriale. 18Le parti della corteccia a funzioni indefinite sono le più importanti per lo studio del mentale perché coinvolte in operazioni "associazionali"a vasto raggio in grado di produrre configurazioni a seconda di come si integrano. La costruzione del cervello secondo Linden risponde a tre
principi. Il primo:Le funzioni superiori del cervello, come la coscienza e la capacità di prendere decisioni sono collocate nella parte frontale o in quella superiore della corteccia, le funzioni più elementari, alla base delle attività fondamentali involontarie del corpo, come la respirazione e la temperatura corporea, sono posizionate nella parte posteriore o inferiore, nel tronco encefalico. Nel mezzo ci sono zone coinvolte nelle funzioni involontarie più alte, come le sensazioni rudimentali (mesencefalo), l‟omeostasi e i ritmi biologici (ipotalamo), il coordinamento motorio e la modulazione sensoriale (cervelletto). Il sistema limbico, che include l‟amigdala e l‟ippocampo, è il crocevia dove le parti consce e quelle inconsce del cervello s‟incontrano e danno vita all‟immagazzinamento di alcuni tipi di ricordi.
19Il secondo principio costruttivo si basa sulla metafora scherzosa di come il cucchiaio del gelataio riempie il cono:
Il cervello è costruito come un cono gelato (e voi siete la pallina messa sopra). Attraverso l‟evoluzione, man mano che venivano aggiunte funzioni più elaborate, si metteva sopra un‟altra pallina, ma quelle inferiori rimanevano in larga parte
immutate. In questo modo, il nostro tronco encefalico, il nostro cervelletto e il mesencefalo non sono molto diversi da quelli di una rana. L‟unica differenza è che la rana possiede solo aree superiori rudimentali (a mala pena più di una pallina). Tutte queste strutture, più il talamo, l‟ipotalamo, e il sistema limbico sono poi molto diverse da quelle di un topo (che ha ben due palline), che possiede una corteccia semplice e piccola, mentre noi umani abbiamo una corteccia altamente elaborata (tre palline). Quando le nuove funzioni superiori si aggiungono, non si verifica un riassetto complessivo del cervello dalle fondamenta; la conseguenza è solo che una capacità si aggiunge alle altre.
2020
Ivi, pp.20-21.21
Ivi, pp.22-23.22
Ivi, p.26.23
Ivi, p.27.24
Ivi, p.27.25 Ibidem.
Vediamo il terzo principio:
La localizzazione delle funzioni nel cervello è semplice per quanto riguarda i riflessi elementari come quello del vomito ed è meno semplice per quanto riguarda gli stadi iniziali della sensazione (sappiamo in quale zona della corteccia arrivano i segnali di vista, udito, olfatto e così via), ma la localizzazione delle funzioni è molto più difficile per quanto riguarda fenomeni più complessi, come le funzioni superiori (la capacità di prendere decisioni, la memoria di dati ed episodi). In alcuni casi diventa difficile perché la localizzazione di una funzione nel cervello non rimane fissa nel tempo: i ricordi di dati ed episodi sono, pare, immagazzinati nell‟ippocampo e in regioni immediatamente vicine per 1 o 2 anni, ma poi sono trasferiti in altre zone della corteccia.
21Sottolineiamo due punti importanti, la non fissità delle localizzazioni funzionali superiori e i trasferimenti di segnali da una regione all‟altra, con andate, ritorni e deviazioni.
Gli elementi funzionali di base sono i neuroni ma le implementazioni più straordinarie si devono a ciò che li connette: le sinapsi. I neuroni li possiedono quasi tutti gli animali, li hanno meduse, vermi e lumache, ne sono prive solo le spugne 22:
Come tutte le cellule, i neuroni sono delimitati all‟esterno da una specie di "pelle", la
membrana esterna (chiamata anche membrana plasmatica). Tutti i neuroni hanno un corpo cellulare, che contiene il nucleo cellulare, il deposito delle istruzioni geniche codificate nel DNA. Il corpo cellulare può essere rotondo, triangolare o affusolato e può variare dai 4 ai 100 micron (la misura media è di 20 micron). 23Il corpo dei neuroni (al cui interno sta il
nucleo) ha un numero molto alto di ramificazioni dal lato opposto dell‟assone, i dendriti, che sono come antenne riceventi dei segnali provenienti attraverso le sinapsi da altri neuroni:Dal corpo cellulare fuoriescono i
dendriti (dalla parola greca che sta per "albero"), ramificazioni affusolate del neurone che ricevono segnali chimici dai neuroni vicini. […] Un‟immagine molto ingrandita mostra come alcuni siano lisci, mentre altri sono ricoperti di piccole sporgenze, chiamate spine dendritiche. 24Abbiamo detto che i dendriti ricevono i segnali e li trasmettono al corpo del neurone che essendo a valle della direzione del segnale è detto
postsinaptico e quello a monte presinaptico, che manda impulsi attraverso l‟assone ai terminali di questo:Gli assoni possono essere molto lunghi: alcuni percorrono tutta la distanza dalla base della spina dorsale fino alle dita dei piedi (sono i più lunghi), più di 90 cm circa in media negli uomini e fino ai 3,5 metri per una giraffa. Nelle apposite giunzioni, chiamate
sinapsi, le informazioni passano dall‟assone di un neurone al dendrite (e a volte al corpo cellulare) di un altro. Nelle sinapsi, le parti terminali degli assoni chiamate assoni terminali) toccano quasi, ma in realtà non lo fanno, il neurone vicino. 25Assoni come conduttori di segnali elettrici che diventano chimici coi neurotrasmettitori, passanti lo spazio sinaptico per andare ai recettori dei dendriti del neurone seguente. All‟estremità dei
terminali assonici vi è un rigonfiamento detto bottone che contiene vescicole piene di neurotrasmettitori:Tra l‟assone terminale di un neurone e il dendrite dell‟altro c‟è un piccolo spazio di soluzione salina, chiamato
scissura sinaptica. E quando dico piccolo, voglio dire estremamente piccolo: nella larghezza di un capello umano si potrebbero affiancare circa 5000 scissure sinaptiche. La scissura è il luogo in cui le vescicole sinaptiche rilasciano i neurotrasmettitori, per inviare segnali al neurone più vicino della catena. […] In media ogni neurone riceve 5000 scissure sinaptiche. La scissura è il luogo in cui le vescicole sinaptiche rilasciano i neurotrasmettitori, per inviare i segnali al neurone più vicino nella catena. […] La maggior parte delle sinapsi entra in contatto con i dendriti, alcune con il corpo cellulare e alcune con l‟assone. 2626
Ivi, p.27-28.27
Ivi, p.30.28
Ivi, pp.31-3229
Ivi, pp,34-35.Microscopiche fessure tra la protuberanza di un terminale assonico e quella di un dendrite le sinapsi sono l‟interfaccia immateriale in cui passa un segnale chimico liquido:
Le sinapsi sono il punto fondamentale di commutazione tra le due forme di segnalazione rapida nel cervello: gli impulsi elettrici e quelli chimici. La trasmissione elettrica avviene attraverso un rapido segnale di impulso elettrico, chiamato "potenziale a punta" (
spike) [in it. = picco di scarica], che costituisce l‟unità fondamentale dell‟informazione. […[ Quando gli spike dopo aver viaggiato lungo l‟assone [principale] arrivano agli assoni terminali [sue diramazioni] provocano una serie di reazioni chimiche che causano un cambiamento strutturale enorme. Le vescicole sinaptiche si fondono alla membrana esterna dell‟assone terminale, riversando il loro contenuto, soprattutto molecole neurotrasmettitrici, nella scissura sinaptica. Tali molecole si muovono quindi attraverso la scissura sinaptica, dove entrano in contatto con proteine specializzate, chiamate recettori, inglobate nella membrana del dendrite di un neurone vicino. I recettori convertono il segnale chimico del neurotrasmettitore in segnale elettrico. I segnali elettrici inviati dai recettori attivati su tutto il dendrite sono incanalati verso il corpo cellulare. Se arriva allo stesso tempo un numero sufficiente di segnali elettrici si provoca un nuovo spike e il segnale prosegue lungo la catena dei neuroni. 27Di questi processi di commutazione da impulso elettrico a chimico e poi da chimico ad elettrico ne avvengono miliardi al secondo. Chiara l‟impossibilità di riprodurre funzionalmente una simile macchina elettrochimica con una informatica. In un corpo a riposo il cervello, pur costituendo solo il 2-3 % del peso corporeo, consuma quasi 20% di energia:
Il cervello è immerso [impregnato] in una speciale soluzione salina, chiamata
fluido cerebrospinale, che possiede un‟alta concentrazione di sodio e una molto più bassa di potassio. Gli atomi di sodio e di potassio si trovano sotto forma di cariche elettriche (ioni), che hanno un‟unità di carica positiva (+1). La maggior spesa energetica del cervello è provocata dal funzionamento continuo di una macchina molecolare che pompa ioni di sodio fuori della cellula e ioni di potassio dentro. […] Così i neuroni hanno una soluzione salina su entrambi i lati della membrana esterna (la "pelle" della cellula), ma molto diverse: quella esterna ha molto sodio e poco potassio; per quella interna è il contrario, molto potassio e poco sodio. 28Ciò che rende attivo un circuito è il
potenziale postsinaptico eccitatorio (EPSP). Ma esso provoca solo un breve mutamento di voltaggio che sarebbe insufficiente a trasmettere segnali e questa "soglia" rende il cervello capace di ignorare stimoli troppo bassi:È un meccanismo abbastanza tipico che hanno i neuroni per ignorare livelli molto bassi di attività, che sono semplicemente disturbi passeggeri nel cervello. Succede qualcosa di molto diverso se invece attiviamo un gruppo di assoni terminali, affinché rilascino glutammato di sodio [il fondamentale e principale neurotrasmettitore] tutti nello stesso momento. Si produce un EPSP sia sul dendrite sia sul cono dell‟assone, ma quando l‟intensità del segnale sul cono dell‟assone raggiunge un determinato livello di soglia (diciamo – 60 millivolt) succede una cosa bizzarra. Anziché tornare all‟equilibrio il potenziale di membrana del cono dell‟assone vira in maniera vertiginosa verso l‟alto e scende altrettanto rapidamente. Questa reazione esplosiva è lo spike [
scarica], l‟unità fondamentale d‟informazione del cervello. 29I canali ionici non si aprono per far passare il glutammato nelle situazioni di equilibrio (circa – 70 millivolt di potenziale) ma quando questa soglia è superata: « E ciò, a sua volta, causa l‟apertura di
un numero ancora maggiore di canali ioni voltaggio-dipendenti, in un feedback continuo che è alla base della crescita vertiginosa dello spike. Lo spike arriva di solito a + 50 millivolt e torna rapidamente allo stato di equilibrio. »
30 Chimico-fisica elementare dunque, affinata attraverso miliardi di anni di evoluzione e poi mantenuta per quanto rozza poiché nella biochimica ciò che serve sufficientemente viene conservato.30
Ivi, p.36.31
Ivi, p.38,32
Ivi, pp.38-3933
Ivi, p.39.34
Ivi, pp.39-40.35
Ivi, p.40Il cervello è quindi una macchina bizzarra e molto lenta, sicché i segnali elettrici lungo l‟assone non superano in media i 160 Km/ora, ma con grandi differenze tra assoni piccoli e poco isolati, nei quali i segnali non oltrepassano 1,6 Km/ora, e assoni grossi e molto ben isolati da cellule gliali, dove si arriva ai 640 Km/ora
31. Un computer è immensamente più veloce: già nel 2006 un processore (CPU) arrivava a 10 miliardi di operazioni al secondo contro i neuroni più veloci sotto i 1200 spike/s 32. Nota Linden: «con limitazioni di velocità e di tempo simili sembra sorprendente che il cervello riesca a fare quello che fa.» 33 Come può una macchina elettrochimica così semplice e impacciata produrre tanto lavoro? E ancora: come possono i corpi degli animali, a tutti i livelli evolutivi, con i loro organi e tessuti, leve e congegni, auto-assicurarsi l‟esistenza con strategie così poco raffinate? Col "bricolaggio"! Utilizzando vecchi arnesi biologici scartati per vecchi compiti riciclati per altri nuovi il cervello mette insieme qualcosa che funziona "abbastanza bene". Questa macchina così rozza e imperfetta si evolve perlopiù per caso:Nella maggior parte delle sinapsi del cervello, quando uno spike raggiunge l‟assone terminale presinaptico e provoca il flusso di ioni calcio ciò non si riflette necessariamente nella fusione della vescicola e nel rilascio di neurotrasmettitori. È, molto semplicemente, una questione di fortuna. La probabilità del rilascio del neurotrasmettitore per ogni spike è in media, per ogni sinapsi del cervello, del 30%. Alcune sinapsi hanno una probabilità di rilascio bassa, del 10%, mentre alcune rilasciano neurotrasmettitori ogni volta (probabilità del 100%), ma si tratta di un‟eccezione, non della regola. La maggior parte delle sinapsi del nostro cervello non funziona in maniera affidabile: piuttosto, esse costituiscono strumenti probabilistici.
34L‟indeterminazione si lega a
complessità e pluralità, troppi gli attori del sistema perché il caso non incida sia sulla struttura che sul funzionamento. Si pensi solo al fatto che l‟azione del glutammato monosodico (il principale eccitatore) è contrastata dall‟inibitore GABA (acido gamma-ammino-butirrico) e come ciò crei un gioco di equilibri instabili e stocastici:Il GABA si lega a un recettore, aprendo un canale che lascia entrare nel neurone postsinaptico ioni cloruro. Gli ioni di cloro hanno carica negativa (-1) e quindi abbassano il potenziale di membrana. Non può sorprendere che questo processo sia chiamato
potenziale postsinaptico inibitorio (IPSP) e renda ancora più difficile per il neurone postsinaptico innescare uno spike. In pratica il fatto che un neurone inneschi o meno uno spike in qualsiasi momento è determinato dall‟azione simultanea di tante sinapsi, con azioni eccitatorie e inibitorie che si sommano per produrre l‟effetto complessivo. È doveroso ricordare che un neurone, in media, riceve 5000 sinapsi, di queste circa 4500 sono eccitatorie e 500 inibitorie. Anche se solo un numero ristretto è attivo in ogni momento, la maggior parte dei neuroni non innesca uno spike a seguito della breve azione di una sola sinapsi eccitatoria, ma richiede l‟azione simultanea di un numero di sinapsi compreso tra 5 e 20 (o anche di più in alcuni neuroni). 35L‟esito del gioco eccitatorio/inibitorio è sempre incerto e questo spiega perché in certi stati mentali un determinato stimolo a basso potenziale funzioni e in altri no e che solo quando un neurone "scarica" i segnali proseguano. Il glutammato eccitatorio e il GABA inibitorio non sono gli unici ad azione rapida, vi è la glicina che opera in modo analogo al GABA, così come l‟acetilcolina è eccitatoria e anch‟essa apre canali ionici per far entrare il sodio e uscire il potassio. I veleni potenti agiscono sul sistema nervoso bloccando i recettori di tali neurotrasmettitori (per esempio la
stricnina blocca i recettori della glicina e il curaro blocca quelli del glutammato)
36. Ci sono anche neurotrasmettitori lenti che invece di aprire canali ionici operano dentro il neurone molto lentamente ma per tempi lunghi (da 200 millisecondi a 10 secondi) ) e non elettricamente ma mutandone le proprietà. La noradrenalina è uno di questi, incapace di produrre potenziali rilevanti ma di gire sul glutammato moderandone l‟azione. Dunque, i neurotrasmettitori veloci «sono incaricati di trasmettere un certo tipo di informazioni che richiedono segnali immediati, mentre i neurotrasmettitori lenti hanno il compito ristabilire il tono e la portata generale del segnale.» 3736
Ivi, pp.40-41.37
Ivi, p.41.38
Ivi, p.43.39 Ibidem.
40
Ivi, pp.57-58.41
Ivi, p.62.42
Ivi, pp.63-64.Come ogni impianto chimico il cervello fa scorie e appositi enzimi provvedono a bonifiche e riutilizzi; concentrazioni troppo alte vengono eliminate poiché un‟eccitazione alta e prolungata danneggia i neuroni. Linden sostiene che il cervello per funzionare ha dovuto affrontare tre sfide: 1
a, limitare il numero degli spike; 2a, rendere accettabile la cattiva conduttività degli assoni; 3a, tollerare che circa il 70% degli spike risultino inutili:È una bella scommessa. Questi limiti possono essere tollerabili per i semplici problemi risolti dai sistemi nervosi di un verme o di una medusa, ma per il cervello umano i limiti imposti da (un‟arcaica) funzione elettrica neuronale sono considerevoli. […] Com‟è possibile che il nostro cervello possa compiere con facilità certi compiti che di solito mandano in panne un computer elettronico, per esempio riconoscere all‟istante che l‟immagine di un rottweiler vista di fronte e l‟altra di un barboncino vista di dietro devono essere entrambe classificate come "cane"? Ma il cervello è un agglomerati di 100 miliardi di questi processori imperfetti, in gran misura interconnessi da 500 trilioni di sinapsi.
38Dunque il cervello si è evoluto non
a progetto ma a caso, risolvendo i problemi di funzionamento con un numero elevato di componenti e correggendone l‟operatività:Come risultato, il cervello può risolvere problemi difficili usando il processo simultaneo e la conseguente integrazione di un gran numero di neuroni. Il cervello è un agglomerato nel quale un numero enorme di processori interconnessi può funzionare in maniera impressionante anche quando ciascuno di essi è in larga misura limitato. 39
Il cervello è una macchina "plastica" dove si creano e muoiono sinapsi continuamente e in numero gigantesco. Persino nella gestazione intrauterina lo stress di una puerpera danneggia l‟embrione indipendentemente da fattori genetici. Le influenze ambientali sono i motori non solo della filogenesi ma anche dell‟ontogenesi, poiché il genoma indirizza lo sviluppo ma il cervello della puerpera riceve influenze dall‟ambiente sia in senso permissivo che istruttivo utilizzando il sangue come energia formante tramite il cordone ombelicale. Una dieta insufficiente, l‟affaticamento, un malfunzionamento della placenta o malattie importanti possono essere fatali per il cervello del nascituro. Lo stress fa produrre ormoni che influenzano sia la neurogenesi e sia le migrazioni delle cellule e il sistema immunitario può produrre negativamente anticorpi o citochine
40. Nota inoltre Linden che sono modalità "competitive" a privilegiare certi terminali assonici rispetto ad altri, con quelli che lavorano poco presto eliminati 41:Fondamentalmente il cervello è un campo di battaglia. C‟è una competizione per la sopravvivenza tra i neuroni che si riassume nel migliore dei modi nell‟espressione diventata popolare dell‟«usalo o buttalo»". Questo significa che, durante lo sviluppo, i neuroni creati sono più di quelli che possono essere utilizzati e, in generale, quelli che sopravvivono sono quelli elettricamente attivi. Un neurone diventa elettricamente attivo ricevendo sinapsi che rilasciano neurotrasmettitori e diventando quindi capace di innescare impulsi elettrici. […] Una sinapsi può "perdere" ed essere eliminata, anche se è attiva a un certo livello, nel caso in cui la sinapsi vicina sia molto più attiva. La forte attività elettrica non solo preserva e rafforza una sinapsi, ma rende i suoi vicini più deboli e può alla fine causarne la morte.
42La
plasticità concerne dendriti, assoni e sinapsi 43 come visto da Marion Diamond 44 e la sua equipe a Berkeley in protratte tra il 1960 e il 1987, con la messa a confronto di due trattamenti su gruppi di ratti adulti, nel primo tenuti in gabbia nel secondo inseriti in ambienti con giocattoli e luoghi da esplorare. Il risultato:43
Ivi, p.65.44
Diamond M C, Greer E R, York A, Lewis D, Barton T, Lin J, Rat Cortical Morphology Following Crowded-Enriched Living Conditions, Exp. Neurol. 1987, n° 96, pp.241-247. Si veda anche: http://www.asaging.org/at/at-193/diamond.html e http://www.newhorizons.org/neuro/diamond_brain_response.htm45
D.Linden, La mente casuale, cit., p.66.46 Ivi, p.70.
In diverse regioni corticali, i dendriti corticali erano più grandi e molto più ramificati e c‟erano più spine dendritiche e più sinapsi rispetto ai ratti tenuti in condizioni "spartane". […] Sorprendente è poi il fatto che il processo si è rivelato reversibile. I ratti posti nell‟ambiente arricchito per diverse settimane e poi ricollocate nelle gabbie da laboratorio standard per un ulteriore numero di settimane, presentavano neuroni corticali simili a quelle dei ratti che non avevano mai lasciato le gabbie standard. C‟è la tentazione di dedurre che una strategia simile di "arricchimento ambientale" sarebbe vantaggiosa per i bambini.
45L‟esperimento conferma che la stimolazione dell‟attività cerebrale ne migliora struttura e tono, ma che tali vantaggi sono "contingenti". Essendo l‟
arricchimento ambientale assimilabile a un arricchimento culturale abbiamo la conferma che il cervello evolve per interazioni tra "com‟è fatto" e "ciò che esperisce". Ciò significa che:La situazione si è imposta grazie a tre fattori principali. Il primo è che i nostri neuroni sono processori lenti e inaffidabili. Il secondo è che i nostri cervelli non sono mai stati riprogettati dalle fondamenta e dispongono quindi di sistemi multipli e strumenti anacronistici. Questi due fattori portano alla necessità di impiegare un alto numero di neuroni per portare a termine processi sofisticati. Il terzo fatto è che il numero di neuroni è talmente alto che non è possibile specificare ogni neurone e ogni connessione sinaptica con una sola etichetta chimica. Quindi, a causa delle costrizioni a livello informazionale imposte dalle dimensioni del cervello, la connessione cerebrale su piccola scala dev‟essere indotta dall‟esperienza piuttosto che dai geni.
46Il cervello è un impianto elettrochimico assemblato casualmente lungo l‟evoluzione, molto imperfetto per struttura e funzioni. Nessun progettista avrebbe mai potuto costruire una macchina così complicata, pletorica, sgangherata, poco efficiente; la realtà è che il cervello "si è fatto da sé" tentando, provando e riprovando, assemblando e disassemblando dispositivi. Macchina approssimativa che però fa cose egregie in ragione del "magazzino di cianfrusaglie" a disposizione. Ma, come abbiamo visto in
Vita, morte, evoluzione, ciò vale per tutto il mondo vivente in ogni sua espressione quale immensa opera di bricolaggio. Miliardi di macchine biologiche tutte differenti, tutte approssimative, legate al gioco del caso, con la selezione che scarta solo "ciò che proprio non va" e mantiene "ciò che appena va". Quando noi costruiamo una macchina partiamo da un "voluto" per progettarne il "mezzo" verso un "fine", razionalizzandone al massimo i processi. Le cellule viventi di tutto ciò se ne infischiano, operano come innumerevoli minuscoli bricolieri che assemblano, scartano, aggiungono, sistemano e adattano senza sosta.1.2 La macchina-cervello
Per introdurre questo paragrafo ci pare interessante riportare un passo del biologo Lewis Wolpert relativa all‟origine del cervello, nato «per controllare i movimenti del corpo»:
Le nostre cellule ancestrali, che circa tre miliardi di anni fa diedero origine agli organismi multicellulari, erano in grado di muoversi. Si spostavano usando i flagelli e le ciglia, strutture simili a fruste usate grossomodo come remi, oppure con
un movimento ameboide, in cui la cellula emette processi. Questo movimento era estremamente vantaggioso nella ricerca del cibo, nella disseminazione in nuovi siti e nella fuga dai predatori. […] E questa è l‟origine del cervello. La prima prova di un precursore simile al cervello è il fascio di nervi coinvolti nel controllo di movimenti quali lo strisciare dei lombrichi e di platelminti. Riuscire a contrarre i muscoli nell‟ordine giusto fu un progresso evolutivo molto importante, che richiede l‟evoluzione di altri nervi. È a questo punto che troviamo i circuiti nervosi che eccitano i muscoli nell‟ordine giusto: i precursori del cervello.
4747
L.Wolpert, Sei cose impossibili prima di colazione, Torino, Codice 2008, p.28.48
G.Edelman, Sulla materia della mente, Milano, Adelphi 1993, p.230.49
Ibidem.50
S.M.Kosslyn, Le immagini della mente, Firenze, Giunti 1989, pp.39-40.51
P.Legrenzi, Come funziona la mente, Roma-Bari, Laterza 1998, pp.111-112Chiaramente la strada è stata lunga per arrivare al nostro cervello, ma in quanto all‟origine ci pare che Wolpert veda giusto.
Ogni organismo, a qualsiasi livello evolutivo è una complicata macchina biologica fatta da sub-macchine e il cervello è di gran lunga la più complicata di queste con congegni eterogenei, molti tipi di neuroni, arborizzazioni dendritiche e
spine, recettori, neurotrasmettitori e sinapsi. Il Premio Nobel Gerard Edelman sostiene che il cervello è « più simile a una giungla che a un calcolatore.» 48 Sicché:Il risultato è un oggetto delicatissimo, caratterizzato da una molteplicità di livelli e di cicli interni. Dai geni alle proteine, dalle cellule allo sviluppo ordinato, dall‟attività elettrica all‟emissione dei neurotrasmettitori, dagli strati sensoriali alle mappe, dalla forma alla funzione al comportamento, e dalla comunicazione sociale di nuovo indietro a uno qualsiasi di questi livelli, si è di fronte a un sistema di selezione somaticamente soggetto alla selezione naturale.
49Organo complicato e delicato esso va ad energia chimica avvalendosi del lavoro di moltissimi tipi di molecole e non è vero, come pensa Stephen Kosslyn, che mente e computer possano somigliarsi sul piano funzionali e né l‟approccio computazionale non ci aiuta affatto a «porre in maniera sistematica domande sulla mente.»
50. Al contrario, ci porta completamente fuori strada! I computer sono macchine pilotate da istruzioni per certi scopi mentre i cervelli si autocreano e lavorano parte per il corpo e molto per se stessi. Incredibile come si possano scrivere con tono trionfalistico cose di questo tipo:L‟uomo è riuscito a riprodurre la propria intelligenza in sistemi artificiali che lo aiutano e che, in molti ambiti, lo hanno addirittura sostituito. […] Il cambiamento nella concezione della mente trae origine d una trasformazione teorica( concepire l‟intelligenza come un sistema di calcolo) e tecnologica (trasferirla in sistemi artificiali. Oggi disponiamo di macchine in cui è possibile far "girare" dei programmi, cioè delle istruzioni che si traducono in operazioni "intelligenti".
51Questa
mitologia del computer come sostituto della mente dimentica totalmente che è un software che fa girare l‟hardware mentre i cervelli si autogestiscono. Nessuna mente esterna li progetta e li fa funzionare ma "prende" dal mondo informazioni approssimative che poi elabora in mille modi producendone rappresentazioni più o meno fedeli.Sia i cervelli che i computer per funzionare consumano energia, i primi "vanno a glucosio" e i secondi "vanno a fotoni". Il glucosio è il mono-saccaride base (C
6 H 12 O 6) mentre lo zucchero che usiamo per dolcificare, il saccarosio, è un di-saccaride fatto da una molecola di glucosio + una di fruttosio (C 12 H 22 O 11) e fa malissimo al cervello a causa dei meccanismi dell‟insulina. In realtà il glucosio che usa il cervello non viene "da fuori" per ingestione e digestione, ma è fabbricato "dentro" per demolizione molecolare del glicogeno (= 30.000 unità di glucosio) che è un suo concentrato immagazzinato nel fegato e nei muscoli. Quando la concentrazione di glucosio nel sangue, la glicemia, scende sotto il livello di guardia, il cervello comanda l‟immissione di nuovo glucosio ottenuto per demolizione del glicogeno. In altre parole, il cervello "sa" quando deve far produrre glucosio perché gli manca, ciò che noi dobbiamo fare è solo fornirgli la materia prima,cioè amido (pane, pasta, patate, mais, riso, ecc.) in quantità moderate per costituire le scorte di glicogeno.
Sul pensiero, e di riflesso su ciò che lo produce, sono state create dai metafisici tali e tante leggende che ormai ne siamo così profondamente impregnati da non accorgercene. Sono passati poco più di tre secoli dalle fantasticherie metafisiche di Cartesio e mentre Newton disegnava il nuovo cosmo fisico e Harvey la circolazione sanguigna nel corpo dei mammiferi egli supponeva che la ghiandola pineale fosse sede dell‟
anima. In realtà, siamo ancora eredi per molti versi del cartesianesimo, ma dall‟altro bersagliati di chi, anticartesianamente, vorrebbe farci credere che la mente sia solo un pezzo di corpo soltanto molto più complicato, ma in definitiva sezionabile, sperimentabile, leggibile e infine riproducibile elettronicamente. Vi è stato persino chi ha creato un fantomatico "mondo dell‟informazione" di cui farebbero parte i computer e i cervelli "insieme". La schizofrenia tra coloro che vedono il cervello come sede d‟anima cogitans dono-emanazione di Dio e chi ne fa una mera macchina computazionale imperversa.Schizofrenia fatta da due ideologie complementari, quella di chi vuole che esista un centro del pensiero e del sentimento staccato dal corpo e di chi fa della mente un meccanismo. Tanto antiscientifico l‟atteggiamento dei cartesiani (e il cielo sa quanti ancora ce ne siano!) quanto quello dell‟ideologia meccanicista. Noi siamo contro Cartesio da sempre ed abbiamo messo sufficientemente in risalto le sue cantonate, ma se i suoi sono "racconti" meccanicisti (come già sosteneva il grande astronomo Huygens
52) che non erano credibili neppure allora, anche i racconti meccanicisti odierni degli eliminativisti e dei riduzionisti non lo sono. La mente è una cosa "libera" fluttuante sui meccanismi cerebrali, privo di senso pensarla come "spirito" della macchina quanto "corpo" meccanico che sputa pensieri e sentimenti. Ciò significa trattare i pensieri, le emozioni e i sentimenti pressappoco come i fumi che escono dal tubo di scappamento della vostra automobile.52
E.J.Dijksterhuis, Il meccanicismo e l’immagine del mondo, Milano, Feltrinelli 1971, p.203.53
G.M.Edelman, Seconda natura, Milano, RaffaeleCortina 2007, p.28.La mente è sì prodotta dal cervello ma ad esso non riducibile e né il cervello contiene la mente e né la mente è cervello. I pensieri e i sentimenti non sono della stessa natura dei neuroni: i neuroni sono "cose", i pensieri e i sentimenti sono "processi". La qualità materiale del pensiero non è la stessa della macchina che lo produce. Questa realtà sfuggente che si epi-genera è indagabile in minima parte, la più grossolana e ciò che la mente ri-produce e inventa in pensieri e immagini non è il mondo "reale" ma ri-produzioni di parti di esso attraverso circuiti usuali e mappe strutturate che ci proiettano rappresentazioni filmiche del mondo, di noi stessi e del rapporto sé-mondo. In massima parte c‟è ri-creazione e non specchiamento, piuttosto uno schizzo di ciò che "vediamo" a partire dai nostro
stati mentali. Una fotografia o una ripresa filmica sono, oggettivamente, immagini della realtà sia pure imperfette rese da una lente-obbiettivo, mentre il cervello non coglie nulla in-sé ma costruisce per-sé istantanei, per cui certe immagini o certi suoni sono oggi una cosa e tra tre mesi un‟altra. La mente accorda il mondo a se stessa ed è questo il senso filosofico di questo passo di Edelman:In base alla teoria [il
darwinismo neurale], la memoria di un tale evento è una proprietà dinamica di sistema per cui il rafforzamento e l‟indebolimento delle sinapsi facilitano il nuovo coinvolgimento di una parte dei circuiti originari. Ma in questo caso non vi sono segnali provenienti dall‟oggetto originario. Vi è invece una stimolazione, nel cervello del soggetto, di circuiti rientranti che producono un‟immagine o un pensiero dell‟oggetto richiamato alla memoria. In questo caso, l‟immagine si forma grazie al cervello che parla a se stesso. La memoria che è una ricategorizzazione influenzata dai sistemi di valore, rinuncia alla precisione assoluta in cambio di potere associativo. 53La mente è un solerte artigiano che guarda a se stesso e usa, opportunisticamente, di miliardi di arnesi vecchi o ricreati, coniugando e separando, annodando e sciogliendo, ripetendo o rielaborando, Si creano miliardi di "rappresentazioni" per fare uno "scenario" crea la
weltanschauung di ognuno di noi, visione-concezione del mondo e di noi in esso. I riduzionisti non si occupano della mente ma di un suo feticcio emergente da una weltanschauung ideologica.Noi siamo animali diurni mentre molti altri mammiferi non lo sono e condividiamo coi primati la derivazione da un primate ancestrale diurno. Per quanto nel mondo tecnologico ormai la luce sia presente anche nelle notti senza luna, non dobbiamo dimenticare che ancora all‟inizio del Novecento almeno il 90% delle persone nel mondo regolava ancora i ritmi vitali sul Sole. D‟estate si poteva lavorare sino a 15 ore al giorno, meno nelle mezze stagioni, poco d‟inverno, il periodo in cui venivano recuperato peso ed energia. Per gli animali è lo stesso. Ma il fatto di accordare i nostri ritmi con la luce e il buio dipende dal cervello, che scandisce il ritmo circadiano e fa sì che il corpo mantenga la propria omeostasi con un bilanciamento tra veglia e sonno. L‟aggettivo
circadiano deriva dal latino circa-dies (= quasi un giorno) e ciò riflette bene il fatto che il nostro ritmo circadiano non è di 24 ore ma più vicino alle 25 54. Per ogni individuo dormire un numero sufficiente di ore significa efficienza e chi fa viaggi intercontinentali deve ricorrere ad espedienti per soffrire meno dell‟alterazione del rapporto luce-buio.54
E.Boncinelli, Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell’anima, Bari-Roma, Laterza 2003, p.79.55
Ivi, p.81.56
Ivi, p.83.57
Ivi, p.129.A mantenere l‟omeostasi del corpo di fronte all‟alternanza luce-buio e regolarne le funzioni sono due piccoli centri nervosi di forma ovoidale chiamati
nuclei soprachiasmatici perché si trovano sopra al chiasma ottico (incrocio dei nervi ottici). Quello che forse sorprenderà è che anche le cellule del nostro corpo "loro" ritmi poiché, lo abbiamo visto in Vita, morte, evoluzione, sono a tutti gli effetti dei mini-organismi in parte indipendenti. Si tratta di una scoperta recente 55 che ha confermato quell‟autonomia delle cellule che i malati di iper-olismo continuano a contestare per quanto assodata sia teoricamente che empiricamente. Ovvio che il sistema visivo sia il principale attore dei ritmi biologici, sicché chi ha perso la vista ha problemi come li hanno anche i bambini appena nati. Nella nostra inconsapevolezza il cervello pilota col ritmo generale anche i ritmi particolari. Lo lasciamo spiegare a Edoardo Boncinelli:Sappiamo che il ritmo cardiaco, la nostra propensione all‟attività fisica e mentale, il grado della nostra attenzione, la temperatura corporea, l‟attività digestiva e il tasso di adrenalina nel sangue sono alti durante il giorno e più bassi di notte, mentre le concentrazioni di vari ormoni come la melatonina, quello della crescita e quelli sessuali sono più alte di notte che di giorno. Sappiamo inoltre che la concentrazione dell‟ormone cortisolo e la pressione sanguigna salgono sensibilmente al mattino quando ci si prepara ad alzarsi, mentre le difese immunitarie sono al loro massimo alla sera quando ci si prepara ad andare a dormire.
56Tutte queste complesse regolazioni sono comuni a tutti gli animali, ma nel caso nostro sia le usanze, il divertimento, il lavoro ecc. danno al cervello un surplus di lavoro che lo costringe trovare sistemi regolativi addizionali.
Il neuroni invecchiano come le altre cellule, le estremità dei cromosomi, i
telomeri, diventano sempre più corti perché manca l‟enzima telomerasi che li ripristina. Un cervello vecchio funziona male, diventa funzionalmente più ridotto e più incerto, e siccome lavora "in parallelo", cioè percepisce ed elabora contemporaneamente stimoli di provenienza differente, ciò lo rende soggetto ad errori operazionali che crescono con l‟invecchiamento. Da un punto di vista funzionale parrebbe che ci sia coscienza quando le informazioni da parallele divengono seriali e secondo Boncinelli i neurostati divengono psicostati 57. Questa realtà è stata capita dall‟IA che ha cominciato a progettare computer paralleli molto sofisticati, ma le sofisticazioni non significano imitazioni dei cervelli reali. Boncinelli propone la "metafora dell‟imbuto":Secondo questa metafora la coscienza è quindi assimilabile a un imbuto che costringe i processi nervosi paralleli ad allinearsi momentaneamente in una sequenza lineare, cioè seriale. Quando penso: "questa è una matita rossa", una parte del mio cervello è impegnata in un‟operazione seriale, quella di mette in fila le cinque parole in questione. Questa serializzazione non è né immediata né gratuita, ma si presenta piuttosto come il risultato di una serie di operazioni. In
condizioni normali tutto avviene in maniera estremamente naturale, ma il compito si presenta assai più arduo se si è bevuto, se si è sotto l‟effetto di certi farmaci e in ogni caso con il passare degli anni.
5858
Ivi, pp.129-130.59
Ivi, p.13060
Ivi, p.13261 Ibidem.
L‟ipotesi del passaggio da neurostati a psicostati sì da generare pensieri coscienti è affascinante ma forzata, Il cervello lavora in parallelo e molte volte i nostri problemi confusionali derivano proprio da ciò, ma pensare che esso muti il suo funzionamento per un magico passaggio al lavoro seriale non sembra coerente con ciò che abbiamo imparato. La stessa idea che quando noi parliamo mettiamo in serie parole nate in parallelo non ci sembra plausibile, tanto più se «La serializzazione di un gruppo di neuroni è temporanea». A questo punto ci viene proposta "la metafora della clessidra", dove la coscienza sarebbe la strozzatura in cui per breve tempo i segnali verrebbero serializzati per poi ritornare paralleli nel vaso inferiore
59.Noi pensiamo che se con l‟evoluzione i cervelli sono diventati paralleli è perché favorisce
differenziazione funzionale. La fantasia e l‟immaginazione, due aspetti differenti ma coniugati della creatività umana, forse concorrono alla "coagulazione" delle informazioni che la coscienza riceve ed elabora. Tali elaborazioni, anch‟esse parallele (a più livelli) e non seriali (univoche) si esprimono in una "risultante" cosciente, mentre il sub-cosciente o inconscio agisce in maniera diversa. Tuttavia Boncinelli sviluppa l‟idea del meccanismo parallelo→serie→parallelo sino a renderlo esplicativo del sogno, poiché in alcune fasi del sonno dei «fasci di neurostati» potrebbero essere «parzialmente serializzati» dalla coscienza 60. La nostra ipotesi è invece che nello stato di veglia tutte le otto funzioni cerebrali sono attive ed integrate e il loro lavoro produce (col senso del corpo, del suo stato, del luogo e del momento che si sta vivendo) la formulazione di pensieri, di sentimenti, di memorie, di progetti e di azioni. Tutto ciò consuma molta energia, molto ATP (l‟adenosin trifosfato) e noi non possiamo farlo per più di un certo numero di ore, sicché il sonno permette di "ricaricare le batterie". La fase REM, quella in cui si sogna in modo bizzarro e fantasioso, si alterna alle altre tre, ed implica un aumento dell‟irrorazione sanguigna, massima nel REM che produce rappresentazioni confuse, incoerenti e irreali.Nel prosieguo dell‟argomentazione Boncinelli alla domanda «che cosa garantisca la continuità delle nostra vita interiore?», risponde:
La continuità non può essere che assicurata dal complesso dei processi paralleli che interessano il nostro sistema nervoso centrale e più in generale il nostro corpo, e che sono all‟opera in ogni momento della vita, anche durante il sonno. Di volta in volta una frazione di questi viene serializzata ed emerge alla coscienza per qualche secondo. L‟episodio in questione termina, ma la continuità del complesso degli eventi nervosi paralleli garantisce che ci sia sempre un nuovo episodio.
61Secondo lui il sistema nervoso ogni tanto "serializza", da ciò il percepire un
continuum coscienziale mentre «la continuità del complesso degli eventi nervosi paralleli garantisce che ci sia sempre un nuovo episodio.» Dunque la coscienza funzionerebbe "a impulsi" ma è avvertita come continua. Sospettiamo che questa tesi nasca dalla suggestione della codifica simbolica 0→1→0→1→0→1 dell‟informatica trasferita all‟esistenziale senza molto fondamento. Nella nostra esistenza non ci sono "meccanismi" codificati ma casualità di stimoli ambientali e contingenti a cui la mente risponde o improvvisando un nuovo comportamento (spendendo) o ricorrendo a stereotipi abitudinari (risparmiando). Non c‟é l‟alternanza d‟impulsi ma piuttosto alternanza di sprechi e di risparmi. In altre parole, la mente "risponde" alla contingenza attivando di volta in volta mappe strutturali differenti variandole in relazione alle variabili del sistema ambientale e contingente, qui e ora. Dunque è la mente stessa che crea alternanze essendo plurale non il sistema nervoso che la supporta.Boncinelli sostiene che ogni stato di coscienza ha una «colorazione affettiva» cui corrisponde una «realtà emotiva», ma ci pare difficile poter pensare corrispondenze codificate in una mente fatta di funzioni differenti, con le più importanti concentrate sulla corteccia perché lì arrivano segnali da con ogni altra parte che la coinvolgono processualmente. Le emozioni, che riguardano primariamente regioni come l‟amigdala e l‟ippocampo, implicano comunque l‟intervento di
organizzazioni corticali. Nel caso della paura, emozione molto forte, si può esserne totalmente in balia o stimolati a trovare soluzioni di fronte al pericolo. Soluzioni che sono il frutto di un‟elaborazione mentale (dell‟intelletto e della ragione) che fa della paura un‟opportunità e non un‟emozione paralizzante. Il Nostro:Un fenomeno del genere è un esempio tangibile dell‟azione della nostra corteccia cerebrale che ha per così dire, progressivamente "colonizzato" quasi tutte le altre funzioni cerebrali, in modo che non esiste praticamente nulla in noi che non passi per il suo controllo, anche se in molti casi questo potrebbe tranquillamente essere eluso, come effettivamente accade negli altri animali.
6262
E.Boncinelli, Il male, Milano, Mondadori 2007, p.37.63
G.M.Edelman – G.Tononi, Un universo di coscienza, Torino, Einaudi 2002, pp.103-105In caso di paura se la corteccia (per meglio dire l‟
intelletto e la ragione) è inoperosa la paura agisce come negli altri animali che "per istinto" (nell‟uomo "per psiche") non possono fare altro che fuggire o aggredire o bloccarsi.Un ultimo aspetto non irrilevante del cervello è di autocrearsi funzioni strutturale "compensativo-sussidiarie", in modo che un danno o una carenza di entità modeste in una cert‟area può essere rimpiazzata o compensata altrove. I concetti di
compensazione e sussidiarietà hanno trovato conferma e corrispondenza in quello di degenerazione avanzato da Gerald Edelman e Giulio Tononi in Un universo di coscienza del 2000 63. Essa è la possibilità che componenti cerebrali strutturalmente differenti possano produrre risultati o segnali simili (ma ne parleremo in dettaglio nell‟introduzione al capitolo IV, § 4.1). Ciò che qui vogliamo anticipare che il termine edelmanniano di degenerazione, di per sé poco intuitivo e persino sviante, trova nella compensazione e nella sussidiarietà della mente plurintegrata una chiara esplicazione funzionale.1.3 Costruttore-manager di se stesso e creatore della mente
Abbiamo parlato del cervello come un artigiano bricoliere che si autocostruisce pezzo per pezzo, senza buttare via nulla se appena serve e funziona sufficientemente. Esso sa anche ripararsi e aggiustarsi all‟uopo, correggendo difetti, eliminando lacune e malfunzionamenti per gestire al meglio funzioni percettive e motrici. Anche se all‟apice della sua evoluzione stanno il pensiero e il sentimento esso si è trasformato nei millenni in funzione di quell‟obiettivo primario che è l‟adattamento all‟ecosistema d‟appartenenza. Ma la linea filogenetica è una cosa e la processualità ontogenetica un‟altra ed è l‟ontogenesi che produce mente la mente ragionante-senziente dell‟uomo moderno. Noi siamo a un tempo macchina biologica e mente ragionante-senziente con inconvenienti esistenziali dovuti essenzialmente al ritardo con cui la struttura del cervello si è modificata rispetto ai nuovi modi di vivere che l‟uomo si è creato. In sintesi, il nostro cervello fa fatica ad adattarsi a questo modo artificiale di vivere perché si era formato e adattato a un mondo che non esiste più. Un mondo in cui le sue risposte erano adeguate attraverso funzioni reattivo-adattative semplici per far fronte a emergenze improvvise dove l‟importante era agire
subito. Ciò significa che per certe complessità e finezze del vivere moderno il cervello non è adeguato.Un cervello
adattato deve solo funzionare sufficientemente e in quanto tale risultare "utile" alla sopravvivenza e alla generazione: niente di più e niente di meno. Lo scopo della specie homo sapiens è di sopravvivere, ieri in un mondo naturale ostile e oggi in un mondo artificiale-antropizzato stressante. Orbene: la mente fabbrica "ciò che serve" e non importa se è vero o falso: se il falso in qualche modo funziona (pur mentendoci sulla realtà) va bene così. L‟evoluzione non risponde a principi epistemologici od etici ma funzionali, ciò significa che il credere è utile e il conoscere non lo è se non nella misura in cui si lasci strumentalizzare dalla credenza. Quell‟artigiano assemblatore-confezionatore che è il cervello fa quello che evolutivamente deve fare: produrre adattamento. Non importa quindi se la mente che produce crea immagini e rappresentazioni false, il mondo e i suoi fatti sono perlopiù creati ad hoc. Il genitore, il cervello, delega alla mente (il generato) la creazione di "ciò che serve" a sopravvivere con la minor fatica possibile, evitando stress endogeno.Sandra Aamodt e Sam Wang, due neuroscienziati statunitensi, in
Il tuo cervello. Istruzioni per l’uso e la manutenzione (2008), ci offrono un approccio un po‟ scanzonato al funzionamento cerebrale che non solo alleggerisce la materia ma la rende divertente. Siccome il cervello si è affinato nei millenni per "risolvere problemi" immediati, essi scrivono:Il tuo cervello ti dice un sacco di bugie. […] Il tuo cervello non ha alcuna intenzione di mentirti, è ovvio. In linea di massima fa un ottimo lavoro, sgobba per aiutarti a sopravvivere e a realizzare i tuoi obiettivi in un mondo complicato. Dato che spesso deve reagire con rapidità sia alle emergenze sia alle opportunità, di solito il tuo cervello preferisce ottenere in fretta una risposta abborracciata piuttosto che dover aspettare per averne una precisa. […] Il più delle volte ti racconta bugie nel tuo interesse, ma le bugie come prevedibile possono indurre anche ad errori.
6464
S.Aamodt – S.Wang, Il tuo cervello, Milano, Mondadori 2008, p.14Così posta la questione è però vaga, poiché il cervello si è evoluto per la sopravvivenza e quindi per il pragmatismo e l‟azione. Ma nel momento in cui è saltato fuori un animale bipede e a stazione eretta con due mani libere, con una gola che permette suoni articolati e con un potente istinto sociale e comunicazionale, la prospettiva è mutata.
Oggi esistono sulla Terra sette miliardi di tali animali che hanno colonizzato il pianeta e con una natura a tal punto assoggettata e manipolata che le fonti di pericolo per essi sono stati in gran parte eliminati. Oggi i pericoli per la gente "con la pancia piena" sono dovuti "alla pancia piena" poiché il mondo ormai il pianeta Terra è "antropico" e l‟
homo sapiens è "totalmente autoreferenziale" sì da confrontarsi con i suoi sogni e le sue illusioni assai più che con la realtà naturale: un fondale ignorato salvo in caso di terremoti, eruzioni, alluvioni o siccità. Però il suo cervello è ancora quello di trentamila anni fa! Aamodt e Wang quindi non lo vedono come un falsario consapevole ma come un artigiano onesto ma che non può impedire che la psiche possa mistificare la realtà per mantenersi appagata e tranquilla e conseguire omeostasi. Considerazione corretta, ma che elude il fatto che il problema della sopravvivenza è obsoleto, sicché oggi l‟uomo non deve tanto sopravvivere quanto inventarsi un mondo ad hoc "per sé". Come il dottor Frankenstein la psiche non "si adatta" alla realtà ma "ne crea una" del tutto artificiale. La psiche ignora la natura, ma crea un "suo" mondo artificiale, strapieno di inganni di natura ideologica o commerciale con "proprie logiche creative e rappresentative". Sono queste che, alimentate dalla memoria e dalla coscienza, ci permettono a un tempo di reagire e restare omeostatici, di intuire e prevedere, di calcolare e analizzare, di formulare pensieri e di provare sentimenti privi di rapporto con la natura.Ciò che bisogna rimarcare in termini fisiologici è che, contrariamente a ciò che si sente spesso dire, non è affatto l‟evoluzione ad aver creato il cervello e da ciò le menti, ma sono state
alcune cellule somatiche trasformiste a trasformarsi in neuroni, costituendo un sistema nervoso e poi andando a piazzarne la parte più importante nel cranio. Esso è il posto più opportuno per accentrare i sensi dell‟udito, della vista e dell‟olfatto e di costruire mappe neurali di elaborazione delle informazioni. Sentiamo Steven Rose:Ed è questa la ragione per cui affermo che le creature viventi costruiscono continuamente se stesse. Si tratta di un processo di autocreazione, noto con il termine di
autopoiesi, o (come talvolta è stata chiamata) teoria dei sistemi di sviluppo. La cellula, l‟embrione, il feto in un senso sottile "sceglie" quali geni accendere ad ogni stadio del suo sviluppo; dal momento della fecondazione, e in modo sempre crescente percorrendo la via che conduce alla nascita e oltre, l‟organismo è un giocatore attivo nel proprio destino. È attraverso l‟autopoiesi che il nascente essere umano costruisce se stesso. 6565
S.Rose, Il cervello del ventunesimo secolo, Torino, Codice 2005, p.79.66
C.Tamagnone, L’ilozoismo, il vitalismo e l’epigenesi del reale, in: Dal nulla al divenire della pluralità (§ 4.2), Firenze, Clinamen 2009, pp.181-185.67
S.Rose, Il cervello del ventunesimo secolo, cit., p. 82.68
Ivi, pp.83-84,69
Ivi, p.84Come si vede, per quanto Rose stesso ricordi in nota
L’albero della vita di Maturana e Varela del 1984 (ma evidentemente senza averlo approfondito), il concetto di autopoiesi qui esposto è molto differente da quello scelto da Maturana per indicare il processo vitalistico che permea il vivente nella sua generalità. Il biologo cileno, col più giovane collega Varela (che poi sceglierà una linea differente), aveva firmato un concetto di autopoiesi monistico e olistico, mentre quello assunto da Rose è pluralistico. Per questo nel nostro Vita morte evoluzione abbiamo preferito usare il termine autorganizzazione per rimarcare la nostra distanza dal vitalismo di Maturana.L‟
autorganizzazione poietica è ammissibile solo se, in accordo con la realtà biologica, è pluralistica e indeterministica. Altrimenti è il vecchio conatus, traduzione latina dell‟ormé stoica, coi suoi correlati appetitus, nisus, ecc. i quali, in senso ilozoistico e vitalistico, hanno percorso il pensiero metafisico dal XVI secolo ai giorni nostri passando attraverso i vitalismi di Haeckel, Bernard, Bergson, Reinke, Driesch, Teilhard de Chardin 66 per finire con Maturana. Spinoza lo propone (Etica, IV, 22) nel senso di "sforzo dell‟essenza di qualcosa a conservarsi", poi è ripreso con modifiche da Hobbes (De corpore, 15, 2) e da Leibniz (Hypotesis Physica Nova, IV) per essere poi rilanciato da Wolff in Cosmologia (§ 149) nel 1731. Va ricordato che conatus era già comparso nel „500 col significato generico di tendenza a, stimolo a, desiderio di e simili. Quasi-sinonimo dell‟ appetitus in Spinoza (Etica, III, 9, scol.) è ripreso poi da Leibniz (Monadologia, § 15) e da Kant (Cr.Rag.Prat., 1, I, § 3, scol.I).L‟abbandono di questa ingombrante eredità dei
conatus, nisus, appetitus, autopoiesi maturaniana e così via è condizione preliminare per una visione corretta di come i neuroni si auto-costruiscono ed auto-costruendosi danno forma a un cervello. Le unità cerebrali, i neuroni, che come abbiamo visto mangiano e scartano deiezioni come le altre cellule, nella fase di sviluppo presentano poi un‟altra prerogativa tipica: muovere e migrare. Spiega Rose:Creare la corretta trama di interconnessioni sarebbe già un bel problema se ciascun neurone alla nascita si trovasse già nella giusta collocazione - la corteccia embrionale, il talamo, o qualsiasi altra – ma non è così. Le cellule nascono in una collocazione – una sorta di reparto neuronale di maternità – e man mano che maturano lasciano casa in cerca di destino, migrando con precisione attraverso lunghe distanze.
67La migrazione delle prime mille cellule cerebrali si conclude con la creazione di due sfere cellulari concave a costituire la
gastrula, che poi si incurva su se stessa creando un vano interno dove nascerà un tubo in un embrione di 1,5 mm.! 68 Quando esso, dopo 25 giorni, sarà lungo 5 mm. il cervello esiste già con tre protuberanze vescicolari, poi cinque, con la parte anteriore che si dividerà nella regione del talamo (o diencefalo) e nel telencefalo che si espanderà creando i due emisferi, mentre posteriormente andrà a posizionarsi il cervelletto 69.La nascita di neuroni nel cervello del feto segue la regola biologica di "sovrabbondanza", nascono infatti molti più neuroni di quelli che sopravviveranno e si struttureranno in regioni, mappe, sistemi e circuiti. Anche gli assoni si formano in eccesso rispetto ai neuroni che li assumeranno, quindi debbono competere per sopravvivere. Seppure c‟è un "piano" genetico di
sviluppo cerebrale gli assoni che si connetteranno a sinapsi sono dei superstiti gratificati da risorse adeguate, direzioni giuste e posti giusti, fino a creare in sinapsi attive
70. Nel dettaglio:70
Ivi, pp.92-93.71
Ivi, pp.94-95.72
Ivi, p.95.73
Ivi, p.9674
Ivi, pp.144-145.Si può così osservare che le diverse componenti necessarie per costruire le sinapsi vengono sintetizzate nel corpo cellulare e trasportate, preconfezionate, per così dire, lungo l‟assone per essere accumulate nei potenziali siti pre-sinaptici entro una o due ore dal contatto iniziale tra le cellule. La presenza di queste componenti pre-sinaptiche, unitamente al rilascio delle molecole neurotrasmettitrici, aiuta a innescare un processo complementare sul lato post-sinaptico, dove le molecole specializzate per ricevere i neurotrasmettitori iniziano a essere inserite nelle membrane dendritiche, trasformando i filopodi dendritici nelle estroflessioni a forma di spine che coprono la superficie di dendriti maturi e assicurano un efficiente contatto tra le cellule pre- e post-sinaptiche.
71Ma anche le sinapsi sono a rischio:
Tale processo è altamente dinamico; le sinapsi vengono formate rapidamente, ma altrettanto rapidamente possono essere eliminate e i loro costituenti molecolari riciclati in assenza di un‟interazione attiva tra i neuroni pre- e post-sinaptici. Nel corso dello sviluppo vi è pertanto una sovrabbondanza di produzione sinaptica, una vera e propria efflorescenza, ma se queste sinapsi non riescono a creare le appropriate connessioni funzionali con i dendriti dei neuroni a cui si accostano, vengono sfoltite e scompaiono.
72Secondo Rose tuttavia la competizione si accompagna alla cooperazione. Una gara corsa insieme, in gruppo, col fine di costruire un buon cervello anche se una parte dei concorrenti si suiciderà per apoptosi per lasciar posto a dei "più adatti". Nel contempo si costituisce una "riserva" a lungo termine per ogni evenienza:
Benché vi sia una perdita di neuroni con l‟età, specialmente in tarda età, perfino nell‟organismo adulto il cervello (in particolare la corteccia olfattiva) tiene in riserva una piccola popolazione di cosiddetti progenitori, o cellule staminali, che hanno la capacità di differenziarsi in neuroni quando necessario.
73Giusta precisazione, bisogna però ricordare che le cellule cerebrali sono quelle che con maggiore difficoltà sono rimpiazzate e che le perdite sono sempre maggiori dei reintegri. Il destino dei neuroni è critico e in qualche caso drammatico, esempio di ciò che abbiamo chiamato
rilascio vitale. Noi, vivendo, andiamo verso la morte, e questo è un processo fisiologico che inizia molto presto, ma ciò è doppiamente vero per il cervello per quanto eminentemente quantitativo poiché vi è un aspetto qualitativo dei neuroni sopravvissuti che concerne la loro funzionalità, rappresentata dai dendriti e dalle sinapsi. Anche questi si atrofizzano e vengono distrutti da gravi malattie neurologiche (Parkinson, Alzheimer, ecc) ma se si invecchia in buona salute il cervello può perdere in quantità ma le qualità mentali (la cognitività, l‟emotività, la sensibilità e la creatività) non necessariamente degradano.Che il cervello sia l‟organo più importante di cui disponiamo ce lo rivela anche l‟ontogenesi, poiché esso assume la sua struttura definitiva molto prima di ogni altro organo. Alla nascita è già 350 grammi (il 10% del totale adulto), a sei mesi è il 50%, a un anno il 60%, a due anni e mezzo il 75%, a sei anni il 90% e a dieci anni il 95%
74. Un adolescente possiede già il cervello che lo accompagnerà fino alla morte salvo i milioni di modificazioni che interverranno vivendo, pensando, emozionandosi, desiderando, amando ed odiando. Tutto ciò si esprime in nuove sinapsi, andando molto oltre un sistema nervoso motorio e sensorio nato per elaborare percezioni semplici e muovere il corpo in stato di veglia. Il film dell‟incontro sé-mondo è più o meno veritiero ma su esso si formano circuiti, mappe e memorie, tra queste una che ci permette di agire in modo inconsapevole e automatico, un‟altra che conserva informazioni per pochi minuti, un‟altra che produce "immagini" e "storie" fissandole in circuiti riattivabili. Il cervello produce tutte queste cose come esito ultimo (perora) dell‟evoluzione animale nel corso del tempo a partire dai rettili (il cervelletto è
rettiliano) sino all‟animale bipede, ma soprattutto bimane, che noi siamo.Il cervello e ancor più la mente non sono frutto di un progetto ma di un assemblaggio casuale di costituenti di vario tipo, né il cervello sa progettare nulla (a differenza della mente) ma soltanto "aggiustare" mappe fluttuanti e circuiti neurali occasionali e accidentali. Naturalmente questa nostra descrizione molto semplificata non rende ragione della complessità del cervello e soprattutto delle interazione tra le sue differenti aree, ma dovrebbe bastare per far capire al lettore come si caratterizzi e come il suo stato attuale nell‟
homo sapiens sia il risultato di una miriade di modificazioni ed aggiustamenti evolutivi che sono partiti dalle lucertole per arrivare ai Mozart e agli Einstein. In virtù di sovrapposizioni e aggiustamenti il cervello si è auto-formato come una macchina abbastanza sgangherata ma capace di risultati stupefacenti a partire da agglomerati più o meno funzionali e da strutture assemblate perlopiù a caso. Una macchina sommaria, disomogenea, imperfetta e in gran parte casuale, ma tutto sommato buona!Il prodotto del cervello, la mente, è un "processo" in divenire (come già aveva ben visto William James) di cui è solo manutentore in base ad esigenze organismiche ma pilotate da una
psiche inaffidabile, mentre le turbative dello stato umorale nascono quando si verificano emozioni psichiche contrastanti e/o pulsioni oppositive. Può però anche accadere che funzioni minori come l‟intelletto e la ragione entrino in conflitto con essa avvertendo l‟imposizione di condizionamenti psicogeni incoerenti con le loro principali funzioni, rispettivamente intuire la realtà intorno a noi e analizzarla e pesarla. Ma in tutto ciò non c‟è mai nulla di meccanicistico poiché la mente è fatta di fluttuazioni e di mutevolezze che talvolta non assicurano al corpo neppure l‟omeostasi somatica in quanto dipendente dall‟omeostasi psichica. La mente, per questo la nostra partizione in otto funzioni, non ha una struttura unitaria ma è un processo, mentre il suo produttore, il cervello, ha una struttura e quindi può essere considerato una macchina. Ma essa è fatta di agglomerati casuali-occasionali e di loro collegati via via evolutisi e integrantesi a partire dalla base troncoencefalica, poi dagli altri agglomerati mediani e infine dalla corteccia.Ciò detto che cos‟è che ci controlla e ci pilota: il cervello o la mente? Entrambi sono nostri manager, ma con compiti differenti. La macchina biologica che siano continua perlopiù ad esser gestita dal cervello nelle sue prerogative-base di tipo pragmatico-conservativo, ma ad esso si sovrappone quel suo epiprodotto, la mente, che si occupa di cose abbastanza differenti, di paure che in natura non esistevano e di desideri che non sono più solo quelli di respirare, mangiare, copulare e riposare. La mente si occupa piuttosto di evitare l‟isolamento sociale, di trovare partner e alleati, di costituire patrimoni mobili o immobili, di procurarsi rendite, case confortevoli, agi, titoli, riconoscimenti, influenze, poteri. A questo livello di problemi e aspirazioni il top-manager è la
psiche, che ci impone comportamenti non motori ma quasi extracorporei secondo degli standard filogenetica rassodati, per quanto variabili da persona a persona, che le garantiscono la sua omeostasi. È solo alla luce di questa che si possono capire la maggior parte dei modi di pensare e di comportarsi dell‟uomo arcaico, antico e moderno. L‟importanza della psiche si fonda su quattro fattori: 1°, essere la più vasta e pervasiva organizzazione mentale oltre che la più antica; 2°, essere il frutto evolutivo degli istinti animali; 3°, possedere un rapporto "diretto" col sistema nervoso periferico e quindi col corpo; la quarta.L‟animale uomo si ritrova una mente come insieme di funzioni integrate tra le quali domina la
psiche, che ha proprie esigenze omeostatiche indipendenti da quelle del corpo anche se coniugate. L‟omeostasi psichica pretende l‟armonizzazione delle idee, dei sentimenti, delle credenze, dei dubbi, delle aspettative, dei desideri e non devono creare disagio e stress. La psiche è il sensore centrale che, autoreferenzialmente, non si pone affatto il problema se le idee siano false, i sentimenti negativi, le credenze errate, ma solo di cercare di evitare sgradevolezze e turbamenti del proprio equilibrio che "costino" in termini energetici. Essa è conservatrice e risparmiatrice ed i suoi turbamenti possono derivare da cause esterne ma spesso anche dal lavoro delle altre organizzazioni, specialmente l‟intelletto e la ragione, che non operano affatto per il mantenimento dell‟omeostasi ma per l‟accrescimento della conoscenza. Siccome questo lavoro "disturba" la psiche e puòattentare all‟omeostasi essa reagisce condizionando da poco a molto l‟acquisizione di un"nuovo" che per essa è quasi sempre negativo.
Uno dei fattori che portano la
psiche a dominare la mente, al punto da poterne diventare gestore unico, è la debolezza delle altre organizzazioni. Essa può assumere ed imporre una weltanschauung, cioè una visione-concezione del mondo, che favorisca la propria omeostasi infischiandosene della realtà. Siccome la psiche vuole certezze, sicurezze e immutabilità nel proprio orizzonte operativo, se queste vengono a mancare mette in atto meccanismi reattivi per ripristinare le condizioni precedenti. Molte delle cosiddette regressioni infantili che si verificano nella persona adulta sono in realtà delle reazioni psichiche che implicano la non-accettazione di nuove responsabilità che incombono. Siccome la psiche è la prima organizzazione mentale a formarsi nei primi anni di vita, restando gestore unico della mente sino a che la ragione non inizi, nell‟adolescenza, a manifestarsi concretamente, essa perde via via gratificazioni trovando sempre meno ricompense dirette. La sua omeostasi, d‟altra parte, può essere vista come un regime di ricompense acquisite e irrinunciabili. Il neurofisiologo francese Pierre Changeux, che molto si è occupato dei meccanismi di ricompensa, vede nelle credenze dei miti un aspetto costituzionale della mente umana e scrive ne L’homme de verité del 2002:Il mondo immaginario dei miti che l‟uomo si è creato nel suo spazio di lavoro cosciente, a proposito delle sue origini, della sopravvivenza dell‟anima dopo la morte, delle gratificazioni sovrannaturali garanti di una vita felice, costituisce un profitto "mentale" per l‟individuo e gli procura una gioia e una serenità che costituiscono una sorta di "prova sperimentale immaginaria" delle sue credenze. In altre parole, il pensiero mitico sarebbe la fonte di importanti "ricompense mentali" condivise nonostante la mancata convalida da parte del mondo reale, o forse proprio per l‟impossibilità di una simile convalida (Changeux e Ricoeur, 1998).
7575
Ivi, ppLa "ricompensa" che la psiche ottiene con una
weltanschauung religiosa o metafisica la vince su quelle cognitive, sicché la noncredenza, implicante una weltanschauung molto più incerta e poco gratificante, è relativamente rara.Il tipo di ricompensa che riguarda la credenza religiosa però a poco a che fare con le soddisfazioni momentanee essendo una "gratificazione di fondo" del corso esistenziale. Siamo quindi a livelli molto più alti dei semplici meccanismi neurali di ricompensa, concernendo un‟organizzazione molto complessa ed evoluta, per quanto istintuale e meta-meccanicistica. Le premesse dell‟
omeostasi psichica, sia essa determinata da un sistema di credenze autonomamente create dall‟individuo oppure assorbite dal contesto come "acquisizioni" assiomatiche (e come tali "certe": "da credere") sono costruzioni molto complesse. Tutte le incongruenze del pensiero e le sue contraddizioni interne, ricorrenti e numerose in ogni persona sana, nascono dal conflitto tra degli "a-priori" psichici e degli "a-posteriori" cognitivi, dove, alla fine, sono quasi sempre i primi a prevalere. Il credere è omeostatico, produce gratificazione e rassicurazione, il conoscere perlopiù non lo è.La psiche, il "pilota" della funzionalità nervosa, vuole certezze, quindi
credenze che "funzionino bene e utilmente", non conoscenze. Spesso quelle che percepiamo come titubanze o pigrizie all‟azione non sono altro che gli effetti dei condizionamenti che la psiche esercita sulle nostre decisioni ai fini delle sue esigenze omeostatiche. Al livello delle quattro organizzazioni mentali (psiche, intelletto, ragione ed idema) il cervello in quanto tale pare metaforicamente un padre "messo fuori gioco " dalla sua prole. In termini evolutivi potremmo dire che i corpi si sono dati dei cervelli per migliorare la gestione della sopravvivenza nella realtà, ma nel caso del corpo dell‟uomo il cervello a finito per fare tutt‟altro creando irrealtà. La primogenita mentale del cervello, la psiche, nella sua ricerca di soddisfazione a tutti i costi talvolta può farsi e far male nel caso della tossicodipendenza. Se noi vivessimo secondo la ragione probabilmente proteggeremmo molto meglio la nostra salute ed eviteremmo tutto ciò che la compromette per la strenua ricerca delle ricompense. Ma ciò perché la ragione "vede lungo", mentre la psiche "vede corto", anzi cortissimo.Essa funziona come un cannocchiale truccato e portare molto vicino e rendere reale e attuale qualcosa di creato a meri fini omeostatici.
1.4 Complessità neurale: dendriti e sinapsi
Non è la quantità dei neuroni né la loro dimensione né la loro densità a determinare la qualità dell‟elaborazione, ma la loro complessità dendritica (segnali in arrivo) e sinaptica (segnali in uscita). Dunque, la capacità ricettrice ed elaboratrice che si manifesta con processi
circolari e di andata-ritorno è abbastanza proporzionale al numero di dendriti portati da un neurone pstsinaptico e dal numero e tipo di sinapsi che connettono un neurone presinaptico ad altri neuroni. Il segnale cerebrale viaggia in direzioni perlopiù definite e i circuiti tendono a costituirsi in maniera iterativa, ma i rientri, modificando le mappe rimaneggiano continuamente le stazioni dei segnali in partenza e in arrivo. La differenziazione e la variabilità dinamica sono infatti alla base delle prestazioni mentali "non ripetitive" e, in termini evolutivi, è sempre la non-ripetizione a portare innovazione. Non sono quindi i neuroni a rendere ragione di quale possa essere la "capacità elaborativa" di un cervello ma le loro appendici, dendriti riceventi e sinapsi trasmittenti. Il cervelletto è fatto di 50 miliardi di neuroni e la corteccia solo di 40 miliardi, eppure questa ha capacità elaborazionali enormemente maggiori. Il cervelletto comanda la motricità, ma se rescisso la coscienza non subisce danni rilevanti.Il fatto che si parli quasi sempre solo di neuroni come cellule nervose occulta il fatto che ciò che conta sono le terminazioni e non il corpo centrale della cellula. Quando si parla di
materia grigia, si allude alla massa globale di neuroni e dei loro aggregati, specialmente assoni, dendriti e glia. I corpi neuronali sono solo un sesto del volume totale del cervello, mentre sono le diramazioni dendritiche e assonali a occupare la maggior parte dello spazio della materia grigia 76. Ci affidiamo a Steven Rose per maggiori dettagli:76
S.Aamodt – S.Wang, Il tuo cervello, cit., p.265.77
S.Rose, Il cervello del ventunesimo secolo, cit., p.178.78
Ibidem.Le sedi di contatto funzionale tra i neuroni sono le sinapsi. Gli assoni terminano in rigonfiamenti, i bottoni sinaptici, pieni di piccole vescicole contenenti il neurotrasmettitore. Ciascun neurone può ricevere imput da diverse migliaia di sinapsi lungo i suoi dendriti, sulle sue spine dendritiche e sul suo corpo cellulare, anche se, dato che è possibile che molte delle sinapsi abbiano origine da un unico neurone, i contatti tra i neuroni possono essere del tipo uno a uno, uno a molti o molti a uno. 77
Siamo stati introdotti nel pluralismo dei fattori neuronali, ma alcune specificazioni ci aiuteranno a capirlo meglio:
Nel punto in cui i bottoni sinaptici entrano in contatto con il dendrite o con il corpo cellulare del neurone post-sinaptico, si verifica un ispessimento della membrana post-sinaptica, entro cui sono immersi i recettori per i neurotrasmettitori. In risposta ai segnali che scendono lungo l‟assone, le vescicole del bottone sinaptico penetrano nella membrana e si fondono con essa rilasciando il loro neurotrasmettitore, il quale si diffonde attraverso il piccolo interstizio (
fessura) tra i lati pre- e post-sinaptico, si lega al recettore e nel fare questo altera l‟equilibrio e il flusso di ioni (sodio, potassio, calcio) nel punto in cui è situato il recettore. 78Se i neurotrasmettitori rappresentano la parte più raffinata del processo, sono poi ancora elementi come il calcio, il sodio e il potassio che, in quanto ionizzati, determinano le cariche elettriche e le direzioni di flusso dell‟informazione. Inoltre:
Ciò [l‟alterazione] a sua volta depolarizza (eccita) o iperpolarizza (inibisce) la membrana post-sinaptica. Quindi gli enzimi post-sinaptici inibiscono il neurotrasmettitore. Il neurotrasmettitore in eccesso può anche essere rimosso riportandolo indietro nel bottone pre-sinaptico – mediante un processo chiamato
ricaptazione (reuptake) – o nelle cellule gliali circostanti. Il rilascio del neurotrasmettitore è "quantizzato" e dipende dal numero di vescicole che si fondono con la membrana pre-sinaptica. 7979
Ibidem.80
C.Tamagnone, Dal nulla al divenire della pluralità, Firenze, Clinamen 2009, pp.190-221.81
S.Rose, Il cervello del ventunesimo secolo, cit., pp.182-183.Malgrado il tecnicismo del discorso emerge come non esista il minimo rapporto tra il funzionamento di un cervello e di una mente artificiale. E tuttavia, come vedremo, ci sono persone che insistono nel teorizzare analogie tra il cervello visto come "computer naturale" e il computer visto come "cervello tecnologico"! L‟assurdità di questa posizione è evidente, però il fatto che persista ci conferma come il
teorismo logicistico (di cui abbiamo già trattato 80) possa continuare ad imperversare e sviare la conoscenza attraverso costruzioni del tutto inconsistenti ma ben confezionate in senso logico.Torniamo ancora alle sinapsi per sottolineare la complessità e la pluralità degli agenti chimici che la riguardano ma anche la loro
diversificazione. Le schematizzazioni esemplificative che troviamo nei dizionari, nelle enciclopedie e nei manuali non rendono infatti quasi mai ragione di esse. Ancora Rose:Un ulteriore fattore di complessità risiede nel fatto che non esistono solo sinapsi in contatto con dendriti o corpi cellulari, alcune in realtà creano connessioni con altri bottoni sinaptici. Pertanto una sinapsi eccitatoria su una spina dendritica può aver su di sé una sinapsi inibitoria proveniente da un terzo neurone che ne controlla l‟attività. […] Con la ripresa temporizzata si possono vedere i dendriti crescere e ritrarsi, estroflettere spine per poi ritirarle nuovamente, creare e interrompere la giunzione sinaptica.
81Dunque diversificazione e mutazione nei tempi medio-lunghi e in tempo reale con attori sempre differenti e imprevedibili. Ci sarà mai un computer capace di auto-modificarsi in modo simile? Noi non possiamo che plaudere e incoraggiare la produzione di computer sempre più "intelligenti" e sofisticati per aiutarci a lavorare e a vivere, ma l‟imitazione "computazionalistica" del cervello non potrà mai fare altro che calcoli. Che tra le capacità del cervello ci sia quella del computare e del logicizzare i dati (e questo è il lavoro della
ragione) è solo uno degli aspetti del cervello animale e neppure il più importante. Ma siccome è l‟unico riproducibile in un elaboratore si pretende di fare dei neuroni delle unità para-informatiche.La distinzione da noi fatta tra cervello e mente può essere approssimativamente così riespressa: il cervello è il terreno e la mente è fatta dalle piante che ci crescono sopra. Vediamo ora di fornire qualche anticipazione ulteriore di che cosa intendiamo per
mente plurintegrata quale insieme funzionale evolutosi dal primario e fondamentale sistema sensorio-motorio per diventare pensante–senziente. La successione evolutiva è partita dalle sostrutture, l‟intenzionalità e la volontà, già presenti nei rettili. La prima si esprime nel fatto che non c‟è azione animale che non sia rivolta verso un oggetto definito ovvero intenzionato, l‟organismo vivente "reagisce a qualcosa" o "fa qualcosa" sempre con intenzionalità. La seconda possiamo vederla innanzitutto come il "voler esistere" ad ogni costo e poi come movente interno del fare o del non-fare nel corso della propria esistenza. Abbiamo chiamato carica vitale l‟intensità con cui la volontà caratterizza l‟esistenza di un individuo portato a fare.A livello delle
sostrutture non c‟è ancora mente compiuta poiché i comportamenti sono ancora pilotati da mappe istintuali in gran parte di tipo innato. Il livello ulteriore, quello delle infrastrutture, compare quando l‟animale sostituisce in parte l‟istintualità con l‟elaborazione dell‟esperienza e la memorizzazione selettiva. A questo punto l‟animale ha già fatto un salto di qualità enorme rispetto ad avere solo un cervello sostrutturato, poiché la memoria mette in moto unaserie di processi neurali il cui esito ultimo è la comparsa di una
coscienza. E qui chiariamo subito un punto molto importante: quando parliamo di coscienza senza altre specificazioni alludiamo sempre e soltanto a quella primaria (chiamata da alcuni elementare o nucleare). Ciò perché nel nostro panorama ciò che altri chiamano coscienza estesa o complessa e noi secondaria nasce soltanto nel momento in cui evolutivamente compaiono le organizzazioni. È dalle interazioni tra la coscienza (primaria) e le organizzazioni che può prendere corso la formazione di un coscienza secondaria.Le
organizzazioni interagiscono sia tra loro, sia con le infrastrutture e sia con le sostrutture, modificandole ed essendone modificate e questo è il senso della plurintegrazione. Il sistema mentale dunque si è implementato attraverso interazioni implicanti coevoluzione e concrezione con la nascita di un sé che si evolverà poi in un io (che però non è ancora un‟individualità). Non c‟è ancora la mente dell‟homo sapiens ma quella di tutti quegli animali della terra del mare e del cielo che in qualche modo fanno una distinzione sia percettiva che affettiva o relazionale tra sé e gli altri. Perché comparisse un‟individualità specifica, unica e irripetibile, con un nucleo (l‟idema) che ne custodisce la sensibilità intuitiva, ci volle un passo ulteriore. Secondo la nostra tesi quest‟ultimo passo portò alla comparsa di una funzione, l‟idema, in grado di percepire non solo la materia ma anche l‟aiteria, una delle probabilmente numerose realtà "non-materiali", sì da poterla poi elaborare in sentimenti e creazioni. È con l‟idema che appare il fenomeno vitale unico e irripetibile di fenotipi umani unici e individualizzati, caratterizzati non tanto da un pensare quanto da un sentire. I pensieri possono infatti essere simili, ma i sentimenti sono sempre dissimili, unici e irripetibili.Se noi assumiamo il punto di vista neurologico possiamo correlare i vari stadi evolutivi citati con la sovrapposizione delle parti del nostro cervello. La parte più antica, il cervelletto, era già presente nei rettili, ma ciò non significa affatto che il nostro cervelletto sia rimasto quello dei rettili. Tra quel tipo di cervelletto e il nostro ci stanno milioni d‟anni di evoluzione, interazione e integrazione, sicché il cervelletto che noi ci ritroviamo è del tutto
umano anche se è tipologicamente lo stesso dei rettili. L‟intenzionalità e la volontà potrebbero essere comparse già in esso, primo corpo cerebrale apparso dopo il tronco encefalico, mentre la memoria e la coscienza potrebbero esser nate con i gangli basali e le quattro organizzazioni con la corteccia. Ci si può anche riferire al corredo di terminazioni neurali, immaginando un cervello arcaico dove neuroni con pochi dendriti e poche sinapsi sono stai comunque in grado di produrre sostrutture. A partire da esse il cervello è andato complicandosi e implementandosi attraverso un numero di dendriti e sinapsi aumentato esponenzialmente. Poi sono apparsi nuovi neurotrasmettitori e si è verificata la differenziazione dei tipi di sinapsi con prevalenza di quelle chimiche. Poi si sono formate le organizzazioni.Ma che cos‟è una sinapsi? Una fessura (o scissura) di pochi micron piena di proteine liquide attraverso le quali viaggia il neurotrasmettitore; un minuscolo varco con una sponda sulla membrana del bottone assonico presinaptico e un‟altra su quella di una spina dendritica postsinaptica recante un recettore. Nei rigonfiamenti terminali assonici ci sono una dozzina di sferette, le
vescicole sinaptiche, che contengono i neurotrasmettitori; a volte navigano nella sinapsi granuli escretori di proteine solubili che aiutano la trasmissione dei segnali. Gli spessori delle membrane dei terminali assonici (i bottoni) e di quelli dendritici (le spine) possono essere differenti e qualificano le sinapsi come simmetriche o asimmetriche. Se lo spessore è quasi uguale si parla di simmetriche e quando la membrana del dendrite è più spessa di asimmetriche: queste sono in genere eccitatorie, le simmetriche inibitorie. Ci siamo soffermati sull‟enorme complessità di questa sorta di "guadi connettivi" tra neuroni per sensibilizzare il lettore sulla complessità della biochimica del cervello al fine di permettergli di capire quanto assurdo sia il tentativo di trovare analogie coi "cervelli informatici".Un problema non da poco è decidere se la mente, pur se prodotta dal cervello, abbia specificità che ci permettono di parlare del
mentale come qualcosa di differente dal cerebrale. Molti pensano che si tratti di un falso problem e che l‟aggettivo mentale sia usato per indicare funzioni cerebrali di livello "elevato". Orbene, noi pensiamo che ci siano molte buone ragioni per considerare separatamente il mentale e il cerebrale, purché resti ben chiaro che è questo a produrre quello. C‟èpoi il problema dell‟invecchiamento. Le cellule cerebrali invecchiano e muoiono come le altre, purtroppo però i nuovi neuroni si creano sempre più difficilmente col passare degli anni e il bilancio nati/morti è sempre negativo. I nuovi neuroni non rimpiazzano mai i morti ed anche i dendriti e le sinapsi si atrofizzano o si spengono. Però anche con un numero ridotto di neuroni non è sempre vero che la mente sia più debole.
Il cervello invecchia per il progressivo accorciamento dei terminali dei cromosomi, i
telomeri, e per quanto buon manutentore di se stesso riesce a produrre sempre meno telomerasi, l‟enzima di ripristino. Dunque un degrado irrimediabile del cerebrale ma con possibili recuperi sul piano mentale. Ci aiuterà nel considerare questa realtà il saggio di uno psichiatra che ha dedicato buona parte della sua vita a occuparsi di anziani, Gene Cohen, e che sostiene che i cervelli anziani elaborano informazioni in maniera differente da quelli giovani e in molti casi meglio. Ciò perché anziché usare un emisfero alla volta come fanno i cervelli giovani, li usano entrambi contemporaneamente 82. Alla nascita i bambini usano molto il destro e poco il sinistro, che diviene solo in seguito più attivo sino a prevalere nella maturità. Dunque se ne può dedurre che siccome con l‟età le attività dinamiche, in tutti sensi, calano, l‟uso in parallelo dei due emisferi sia un espediente ontologeneticamente emergente e tipico della vecchiaia che privilegia la riflessione rispetto alla dinamicità. Ciò può dipendere per un verso dall‟indebolimento dei singoli emisferi, ma per un altro che la mente si è "raffinata", creando feed-back esperienziali con nuovi tipi di sinapsi assenti nei soggetti giovani.82
G.Cohen, Il potere della mente matura, Casale Monferrato, Piemme 2007, p.983
Ivi, p.2484
Ivi, pp.25-2785
Ivi, p.28.Se la nostra tesi è corretta con l‟avanzare dell‟età e dell‟esperienza c‟è sempre meno
cerebrale ma forse persino più mentale. Ciò, ovviamente, se il cervello resta sano e integro, ovvero se non intervengono lesioni traumatiche o malattie neurologiche che con l‟età si fanno probabili. Ci fa notare Cohen:Il cervello di un anziano, ingrandito molte volte, ha un aspetto decisamente diverso da quello di un giovane. Le cellule del cervello (i neuroni) presenti nell‟area che una persona anziana ha usato continuativamente avrebbero l‟aspetto di una folta foresta di alberi, se paragonata alla "foresta" più spoglia e meno ramificata di un cervello giovane. Questa è la ragione fisica che giustifica le maggiori capacità degli anziani con l‟esperienza.
83Chiunque abbia visto, anche solo di sfuggita, la fotografia al microscopio di un neurone avrà capito che a fare la foresta è il numero dei dendriti e le loro numerosissime ramificazioni, mentre dal lato assonico le terminazioni finiscono in una selva di sinapsi. Sia i rami dendritici che le sinapsi, quando non si atrofizzano, si modificano nel tempo diventando sempre più folti e sempre più complessi specialmente se molto utilizzati. La funzione migliora con l‟uso e gli usi in un anziano si riducono in ampiezza ma aumentano in intensità, il vecchio ha orizzonti più ridotti ma più definiti e più perspicui.
Le conclusioni di cui sopra derivano in gran parte dagli esperimenti sul cervello di topi di varie età sottoposti alle stesse sollecitazioni. Ma si è anche scoperto nel 2000 con la PET che i cervelli dei tassisti di Londra mostrano un forte potenziamento dell‟area ippocampale dovuto presumibilmente alla conoscenza della rete viaria e del traffico relativo, che genera mappe spaziali collocate nell‟l‟ippocampo. Il fatto sorprendevano è che non è stata rilevata alcuna differenza tra giovani e anziani. Un‟indagine del 2003 sul cervello dei musicisti ha rivelato che nei vecchi le parti del cervello associate all‟individuazione dei suoni sono come quelle dei giovani
84. Non è tutto, Cohen aggiunge: «Stimolando il cervello non solo modelliamo attivamente i neuroni esistenti e ne favoriamo la crescita, ma "accendiamo" geni importanti, deputati alla formazione del materiale grezzo cellulare necessario allo sviluppo mentale.» 85La parte del cervello in cui hanno luogo la maggior parte delle funzioni superiori è il
neopallio che caratterizza i primati e in particolare l‟uomo. Va da sé che invecchiando e venendo menofunzioni, come quella sessuale, che "occupano" molto il cervello, gli anziani, ormai "esentati" da tali impegni, possono potenziarsi mentalmente in altre direzioni, acquisendo conoscenza e raffinando i sentimenti. Un fattore importante del cervello maturo è la relazione tra il sistema emozionale e quello intellettivo:
La capacità di superare le tempeste emozionali con flessibilità e resilienza è uno dei grandi frutti della vecchiaia. Come ho appena detto, è frutto dell‟apprendimento, dell‟esperienza e della pratica. Abbiamo visto prima che l‟apprendimento stimola la crescita di nuovi dendriti e, a volte, di nuovi neuroni. Ciò significa che possiamo realmente iniziare a equilibrare le connessioni fra il sistema limbico e la corteccia, costruendo realmente altre "connessioni di controllo" che colleghino il nostro Io "più elevato" ai centri emozionali.
8686
Ivi, pp.36-37.87
Ivi, p.38.88
Ivi, p.134.89 E.
Kandel, Alla ricerca della memoria, Torino, Codice 2007, p.188.Per quanto la prospettiva ci paia ottimistica siamo autorizzati a pensare che in qualche modo, invecchiando, si perda parecchio ma si guadagni qualcosa. Questo guadagno deriverebbe dal fatto che l‟amigdala con l‟età diventa meno reattiva alle emozioni negative (paura, rabbia, odio, ecc.) e da ciò il fatto che «le persone anziane sono in genere più calme di fronte alle sfide della vita.»
87Cohen sottolinea poi il fatto, già ricordato, che «I dendriti possono avere un numero e una varietà di connessioni quasi inimmaginabili.»
88 e pare proprio questo a far sì che un cervello anziano mantenuto in sana e intensa attività possa addirittura migliorare per numero e complessità di connessioni sinaptiche. Ciò che è sicuro che sia i dendriti che le sinapsi si trasformano continuamente e si creano in base al vissuto, vale a dire in base all‟esperienza esistenziale. Per le seconde ce ne dà conferma il Premio Nobel del 2000 Eric Kandel, che scrive:La forza, l‟efficacia a lungo termine delle connessioni sinaptiche, è regolata dall‟esperienza. […] Le nostre scoperte sull‟
Aplysia supportavano questa visione: nelle sue forme più semplici l‟apprendimento compie una selezione tra un vasto repertorio di connessioni preesistenti e altera la forza di un sottoinsieme di tali connessioni.» 89Tale selezione può rafforzare come indebolire le connessioni, che sono pertanto soggette a una continua rimodulazione per il fatto stesso di vivere ed esperire.
1.5 Sensazione e percezione
L‟argomento della percezione è uno dei più dibattuti dalla seconda metà del XX secolo con la riproposizione del dilemma: essa corrisponde alla realtà o è frutto d‟elaborazione mentale? Chiarito se il percetto sia corrispondente alla realtà oppure no bisogna inoltre capire se il percepire sia un atto passivo od attivo. L‟
associazionismo, che oggi viene chiamato anche realismo ingenuo (o percezionismo o elementarismo) per secoli ha sostenuto che noi percepiamo direttamente degli elementi della realtà che poi associamo mentalmente. Ciò è probabilmente sbagliato, ma non meno sbagliato è il gestaltismo (teoria della forma) che gli si è contrapposto. L‟associazionismo teorizzava la ricomposizione cerebrale dei percetti in una forma globale, il gestaltismo teorizzava che il percetto è invece una rappresentazione mentale come risposta al percepito e da cui deduciamo dettagli. In altre parole, i gestaltisti ipotizzavano un isomorfismo fra la struttura della stimolazione e il percetto e quindi un isomorfismo con i meccanismi psicologici del percetto. Per essi ciò che noi giudichiamo reale non lo sarebbe affatto, si tratterebbe di una forma globale in gran parte "costruita" con un processo di elaborazione interna.Il percepire è il nostro modo di reagire a ciò che i nostri sensi ci rivelano "presente", ciò almeno dal punto di vista fisiologico, inducendoci ad agire di conseguenza. Va ricordato che gli animali noi compresi non si sono evoluti per conoscere ma piuttosto per agire in funzione della sopravivenza. Solo quando la sopravivenza non è più un problema può diventare possibile conoscere per amore del conoscere, ma di ciò parleremo a suo tempo. Inoltre, la
sensazione non va confusa con la percezione (già lo dicevano gli associazionisti), poiché la prima è il flash istantaneo che può indurre un‟azione immediata, mentre la seconda avviene "nel tempo". Una sensazione protratta può diventare una percezione e mettere in moto un processo col quale il percetto di un certo tipo viene confrontato con mappe cognitive preesistenti in funzione del suo tipo.Noi sosteniamo che, in opposizione al gestaltismo, la realtà del mondo, per quanto "ricostruita" nei nostri circuiti cerebrali, è isomorfa ai nostri sistemi percettivi, che si sono evoluti per miliardi d‟anni in un processo di interazione con le cose del mondo "reagendo" ad esse, registrando incongruenze percettive, verificando e ri-verificando la relazione e soprattutto "correggendo" e "aggiustando". Difficile dire se la sensazione sia già
conoscenza, sicuramente lo è la percezione, in quanto sviluppo elaborativo "nel tempo" di quanto proposto dai sensi. Improprio quindi assegnare alla sensazione un valore cognitivo, essa è tutt‟al più una pseudo-cognizione o al massimo una pre-cognizione; solo la percezione dà certe garanzie di prossimità al reale in quanto assoggettata a riconferme e aggiustamenti.Due punti fermi da assumere riguardo al percepire. Il primo (già accennato) è che l‟apparato sensorio e i relativi circuiti cerebrali non sono nati per "conoscere" il mondo ma per modulare i comportamenti rispetto ad esso. Evolutivamente i cervelli degli animali si sono strutturati per sapere che cos‟è
bene o male nell‟immediato; l‟imparare che una certa erba fa male o fa bene è "cultura" solitamente impartita dalla madre, oppure appresa per esperienza. Ciò che i sensi devono fare è avvertire l‟organismo di "come" un oggetto o una situazione possa agire su di lui favorevolmente o sfavorevolmente e soprattutto se può significare vita o morte. L‟apparato sensorio aiuta a decidere a che cosa avvicinarsi per mangiarlo e da che cosa allontanarsi per non esser mangiati. Tuttavia, se i comandi "vai" o "scappa" sono alla base della formazione dei cervelli, ciò non significa affatto che i sistemi percettivi siano incoerenti con cose e fatti della realtà fisica e biologica. Non ci sarebbe alcun motivo perché l‟evoluzione ci avesse plasmati accompagnando ciò col "misconoscimento della realtà" a fini di sopravvivenza. Tuttalpiù si può sostenere che la percezione "non ci dice tutto" della realtà, ma soltanto ciò che è immediatamente utile.Per andare alla base della sensazione e della percezione è interessante considerare il
tropismo, un comportamento molto elementare che riguarda i vegetali e alcune forme animali primitive come le amebe. Una pianta intuisce sensorialmente come adattare la sua forma per ricevere abbastanza fotoni da poter mettere in atto la sintesi clorofilliana, un animale dove dirigersi per trovare cibo e sicurezza e da dove allontanarsi per non correre rischi. A tale livello elementare l‟apparato sensoriale non fornisce informazioni esaurienti ma pilota un comportamento opportunistico. La mente deve aiutarci a sopravvivere, ma questo suo compito primario si è evoluto via via in strutture neurali sempre più sofisticate le quali, esattamente come avviene con l‟exaptation somatica teorizzata da Gould e Vrba, possono esser utilizzate "per altro". Lo stimolo comune a cercare il bene e fuggire il male per esistere non esclude però nell‟uomo l‟utilizzo della percezione a fini cognitivi e non c‟è alcuna ragione di pensare che la percezione ci debba ingannare. Sono semmai le operazioni della psiche che ci ingannano.Un altro punto da chiarire è che i nostri apparati sensoriali non sono nati "progettati" per vedere, per udire, per odorare, per gustare, per toccare, bensì sono congegni "arrabattati". Per questo sono complicatissimi e approssimativi, migliorati solo per successive approssimazioni in un arco temporale di milioni di anni con sovrapposizioni e aggiustamenti. Prendiamo il sistema visivo, esso non funziona come una macchina fotografica o da ripresa ma come un marchingegno artigianale fatto da migliaia di rilevatori coniugati per assemblaggi successivi, rilevatori ognuno di qualcosa di particolarissimo e limitatissimo nel campo del visibile. Una piccolissima cosa, ma che messa insieme a tutte le altre fa sì che noi possiamo parlare di un
sistema vista il quale, con buonaapprossimazione, ci dice come è fatto il mondo. Numerosissimi detector e scanner visivi operanti perlopiù in parallelo suddividono il percetto in stimoli atomizzati che vengono ricomposti nella retina, producendo un‟immagine coerente e definita. Coerente con la mente o coerente con la realtà? Questo è il problema! Può una tale "divisione del lavoro", per cui tanti pezzi di visione vengono introiettati prima separatamente e poi riassemblati, fornirci un‟immagine vera della realtà?
La
percezione non è figlia della sensazione ma esame del percetto a partire da una mappa neurale di riferimento preesistente costruita sulla base della registrazione di tutte le esperienze pregresse di quel tipo. Sono verificate corrispondenze e differenze e in base a ciò la mappa "si aggiorna" arricchendosi o eliminando il superfluo. Solo se c‟è compatibilità con l‟informazione pregressa presente nella mappa il cervello passa alla categorizzazione dell‟imput e alla sua identificazione categoriale. Vediamo la sensazione come etero-informazione-semplice e la percezione etero-endo-informazione-complessa-rielaborata, essa infatti pare essere endo-informazione costruita sulla base di una miriade di etero-informazioni pregresse. I tempi e i modi di formazione di un percetto possono essere laboriosi se la mappa di riferimento è poco dettagliata, ma in genere l‟animale conosce bene il suo ecosistema e ne ha mappe dettagliate: già "conosce" grosso modo ciò che percepisce. Ma per l‟animale uomo è sempre difficile separare ciò-che-conosce da ciò-che-crede. La fantasia è il frutto di una forte capacità affabulativa tipica di questo primate che tende a mistificare il reale per inventarsi uno pseudo-reale.Come già accennato uno degli aspetti dibattuti è se elementi del mondo esterno percepiti nell‟unità di tempo "si associno" per produrre un‟immagine o una scena reali (
associazionismo), o se invece è una "forma generale" dei dati sensoriali che entra ed è manipolata per ricreare un mondo "a scala d‟uomo" (gestaltismo). La contrapposizione è un po‟ oziosa, poiché nella realtà ognuno di noi "può" sia percepire impulsi singoli e associarli in un‟unità formale oppure percepire scenari globali per trarne ciò che è incluso. Dicotomizzare tra la tesi dell‟associazione dei dati sensori verso un‟unità del percetto e l‟assumere questa come sola realtà "globale" ci pare sbagliato. Data una certa categoria di percetti si mettono in moto operazioni univoche o non in un certo cervello, ma in cervelli differenti con strutture mentali differenti tutto può cambiare. Dal confronto interpersonale e dal rapporto docenza/discenza le mappe possono poi essere ridefinite e perfezionate. Forse anche il tipo di cultura condiziona la percezione, più analitica quella occidentale, più sintetica quella orientale.Un punto di svolta in questa opposizione associazionismo/gestaltismo si ha quando James Gibson nel 1960, dopo decenni di riflessione intorno alla percezione sulle linee del gestaltismo (ebbe rapporti con diretti con Koffka) giunse alla conclusione che il nostro cervello si è evoluto "nel mondo" ed è omologo ad esso, da ciò l‟approccio "ecologico". Ciò significava sostenere che la percezione non può mentire sulla realtà dei percetti ed inoltre che occorre mutare totalmente l‟approccio per capire che cosa sia il percepire. La svolta di Gibson consiste nel rifiuto di tutti metodi d‟indagine usati dalla psicologia sperimentale sino a quel momento. La tesi di fondo gibsoniana punta da un lato a rendere evidente l‟accesso alla
realtà del mondo da parte del repertorio visivo e per l‟altro che è poi la capacità dei sistemi percettivi di un individuo a poterla cogliere meglio o peggio. Il punto di vista della mente plurintegrata assume la concezione ecologica della percezione nelle sue linee principali e la rapporta all‟intenzionalità e alla volontà in termini di attenzione.La concezione ecologica di Gibson ha messo in dubbio la validità di molta sperimentazione basata su stimoli artificiali. Significativa la sua demolizione del valore degli esperimenti col tachistoscopio in un saggio postumo del 1985: «È una conquista il tachistoscopio? Mi sembra una calamità. Invece di ridurre l‟esperienza visiva alle sue forme più semplici, non consente al sistema visivo di operare in modo normale.»
90 Quest‟attacco all‟artificialità dei metodi d‟indagine in nome della naturalità ricevette ostilità e diffidenza, da ciò il precoce oblio degli assunti gibsoniani, anche perché con le brain imaging venivano aperte prospettive sperimentali nuove. Secondo noi il90
J.J.Gibson, Conclusion from a century of research on sense perception, in: Koch-Leary, A century of psychology as a science, McGraw-Hill, NY, p.228.principio posto da Gibson è corretto e cercheremo di coglierlo meglio nella rielaborazione che ne ha dato Ulric Neisser.
Prima di passare a Neisser vogliamo soffermarci su Konrad Lorenz, che in un saggio del 1973 reso in italiano col titolo
L’altra faccia dello specchio. Per una storia naturale della conoscenza esponeva un punto di vista sostanzialmente collimante con quello ecologico di Gibson ma chiamandolo naturalistico. Saggio importante perché in esso l‟uomo di scienza si fa filosofo con considerazioni di grande spessore là dove afferma:Anche nel corso dello strutturarsi del corpo, cioè nella morfogenesi, si formano delle
immagini del mondo esteriore: le pinne e il modo stesso di muoversi dei pesci riproducono le caratteristiche idrodinamiche dell‟acqua, che le sono propri indipendentemente dal fatto che al suo interno si agitino o meno delle pinne. L‟occhio, come ha giustamente visto Goethe, è una copia del sole e delle caratteristiche fisiche proprie della luce, indipendentemente dalla circostanza che vi siano degli occhi a vederla. Anche il comportamento degli uomini e degli animali, proprio per il fatto di essersi adattato all‟ambiente circostante, è un‟immagine di esso. 9191
K.Lorenz, L’altra faccia dello specchio, Milano, Adelphi 1991, p.25.92
Ibidem.93
Ivi, p.2694
K-Lorenz, Vivere è imparare, Roma, Borla 1986, p.10.Ci troviamo di fronte a una delle asserzioni più radicali e profonde circa il "modellamento" sulla natura del corpo animale e delle sue funzioni. Lorenz però precisa anche che il nostro rapporto con la natura concerne non la sua totalità, bensì solo "ciò che serve". Il fatto importante è però che esso "dice la verità su di sé" nell‟essere percepito:
L‟organizzazione degli organi di senso e del sistema nervoso centrale mette in condizione gli esseri viventi di ottenere determinati dati, per essi rilevanti, dell‟ambiente circostante, e quindi di rispondere a essi in modo funzionale per la propria sopravvivenza.
92Lorenz in sostanza sostiene due cose importanti, la prima è che le funzioni animali sono "conformate" dall‟ambiente e quindi "omologhe" ad esso: «Questa posizione gnoseologica deriva dal sapere che il nostro apparato conoscitivo stesso è un elemento del mondo reale, il quale, proprio contrapponendosi e adattandosi a elementi altrettanto reali, ha raggiunto la propria forma attuale.»
93 Dunque l‟evoluzione lavora "integrando" e "strutturando" le specie con l‟ecosistema in cui sussistono: affermazione oltre che epistemica anche di carattere ontologico. Egli va oltre nel sostenere che vivere è essenzialmente "acquisire energia e spenderla per imparare a vivere", sicché l‟attività cognitiva è fattore primario dell‟esistere. Nel corso di un intervista rilasciata a Franz Kreuzer nel 1981 affermava:Che dunque la più stupida delle ostriche non deve la sua esistenza a un attacco umorale del creatore, ma che essa è – se posso esprimermi in termini commerciali – un‟impresa affaristica prosperosa, che fa il suo profitto, si diffonde, apre filiali e, anche se non invade il mondo, è tuttavia in grado si esistere. E in questo prendere sul serio la specie vivente – ora non parlo dell‟individuo, parlo della specie – c‟è già in qualche modo insita la conoscenza che la vita è, da una parte un processo energetico….[Kreuzer] Un processo che acquista energia e che guadagna in conoscenza. Ogni adattamento a una datità del mondo esterno significa certamente che l‟informazione su questa datità è in qualche modo immersa nell‟organismo, nel sistema dell‟organismo.
94Vivere è
produrre conoscenza di sé in rapporto al mondo, ma per conoscere si deve avere energia da spendere, dunque si deve mangiare per acquisirla e per spenderla. Vivendo s‟impara e, aggiungiamo noi, si impara per spendere sempre meno attraverso l‟affinamento delle proprie strategie di vita. Il grande etologo ci dice dunque che esistere è aumentare la conoscenza del mondo migliorando l‟adattamento, in se stesso conoscenza realizzata.Percepire elementi e ricomporne l‟insieme o percepire l‟insieme per ricavarne gli elementi sono processi entrambi compatibili col funzionamento del nostro cervello e relazionabili con l‟
intenzionalità e la volontà. La volontà intenzionale di percepire l‟insieme non esclude infatti lapercezione subconscia dei particolari, mentre quella di percepire un particolare non esclude ciò che lo contorna. Le due
sostrutture mentali funzionano in modo che: 1°, i nostri pensieri e le nostre azioni sono sempre "mirati" a qualcosa; 2°, che la volontà "sceglie" che cosa attenzionare di un certo pattern percettivo senza però escludere dalla percezione il non-attenzionato. Differenti i processi percettivi che ognuno di noi può esperire a seconda del dove, del che cosa, del quando, del come, in ragione dello stato d’animo in cui si trova e dell‟attenzione analitica o sintetica che mette in atto in accordo con la propria forma mentis. "Nulla esclude nulla" nei processi percettivi ed è assurdo pensare che "una teoria" li possa esaurire perché le organizzazioni operano differentemente. L‟intelletto opera per sintesi intuitive e la ragione per analisi razionali e una mente in un certo momento e relativamente a certe cose può procedere in un modo o in un altro attraverso un‟attenzione differenziata. Questa implica intenzionalità interagente con la volontà, quindi non esiste una via privilegiata alla percezione ma diverse vie complementari.Essendo le
sostrutture, l‟intenzionalità e la volontà, fautrici di attenzione a un oggetto o una situazione, se ne può dedurre che in linea evolutiva esse siano state le prime a configurare in mappe. Pensiamo che l‟intenzionalità sia venuta prima della volontà ed abbia caratterizzato fortemente il cervello dei rettili, divenuto poi il nostro cervelletto. Ulric Neisser nel 1976 si domandava:Com‟è che persone diverse notano aspetti diversi della stessa situazione reale? Perché alcune porzioni dell‟imput retinico vengono trattate come appartenenti allo stesso oggetto e altre come indipendenti? Perché spesso sembra che percepiamo i significati degli eventi anziché le loro caratteristiche esterne rilevabili? Come vengono "integrate" le occhiate successive date alla stessa scena? Perché la percezione è quasi sempre corretta, data l‟inadeguatezza, cui abbiamo già accennato dell‟immagine retinica?
9595
U.Neisser, Conoscenza e realtà, Bologna, Il Mulino 1993, p.37.Poche domande che ci aiutano a capire quanto la "base" del mentale, la percezione, sia già un processo cerebrale terribilmente complicato, multifocale e differenziato, da vedersi con grande cautela interpretativa. Da ciò l‟inadeguatezza di approcci eliminativisti e riduzionisti, che bypassano tutti gli intrichi e i meandri reali "a terra" in un sorvolo ideologico che fabbrica menti computazionali o fisiologiche che nella realtà non esistono. La teoria di Neisser parte da un principio dirimente che condividiamo: la percezione è una vera e propria "attività" conscia e non passiva risposta inconscia a uno stimolo, com‟è invece la
sensazione. Pone poi due concetti importanti: quello di schema percezionale e quello di circuito percezionale.Gli
schemi percettivi sono, nella versione che ne dà Neisser, quadri di riferimento per un certo ritaglio di mondo reale che si offre alla percezione, ma anche depositari di una serie di informazioni pregresse, di pre-informazioni, che nel momento della percezione affiorano per verificare la congruenza del percetto. Per lui gli schemi sono sistemici, mentre per la mente plurintegrata sono le mappe percettive ad essere sistemiche e gli schemi solo emanazioni temporanee o quadri di riferimento contingenti. Il nostro concetto di configurazioni funzionali dinamiche implica che sia le sostrutture (intenzionalità e volontà), sia le infrastrutture (coscienza e memoria) e sia le organizzazioni (psiche, intelletto, ragione e idema) interagiscano nella percezione, agendo tutte insieme o quasi ma con attivazioni differenziali. Tutte le funzioni mentali in quanto integrate lavorano insieme, ma noi percepiamo sempre una sintesi intellettiva che occulta i contributi differenziali.La teoria di Neisser è comunque compatibile con la
mente plurintegrata, poiché gli schemi, per quanto noi li vediamo prodotti dalle mappe "su richiesta" dei sistemi sensoriali in atto, sono capaci di retroagire (feedback positivo) aggiornandole e modificandole. Dopo di che devono sparire per lasciare posto a nuovi schemi a fronte di nuove richieste, attivando le stesse mappe od altre. Nel nostro cervello ci sono milioni di mappe, ma nel momento della percezione producono un solo schema alla volta, quello più "confacente" all‟esperienza percettiva in atto. Gli schemi dunque "nascono" con l‟occasione percezionale e svaniscono, ma direttamente o per feedback modificanopoca o tanto le
mappe che li hanno generati. Esse sono matrici cognitivo-esperienziali produttrici di schemi pre-cognitivi per una miriade di eventi percettivi che le possono correggere.Entriamo ora nel vivo della lettura che Neisser dà della percezione con una prima considerazione ecologica: «Forse abbiamo profuso troppi sforzi a elaborare modelli ipotetici della mente e non abbastanza all‟analisi dell‟ambiente che la mente, per sua formazione, è predisposta ad incontrare.»
96 Se la mente «per sua formazione» è coerente con l‟ambiente occorre spostare il cannocchiale euristico dal soggetto percettore all‟ "incontro" percettore-percetto:96
U.Neisser, Conoscenza e realtà, cit., p.2997
Ivi, p.3098 Ibidem.
99
Ivi, p.33.100 Questo tema della differenza tra un percettore abile ed esperto ed uno che non lo sia, è stata messa in luce dalla moglie di James Gibson, Eleanor, una psicologa sperimentale che ha contribuito moltissimo a perfezionale la teoria ecologica.
101
U.Neisser, Conoscenza e realtà, cit., p.34102
Ivi, pp.41-42.Più importante ancora, tuttavia, è il fatto che la percezione si colloca al punto d‟incontro fra attività cognitiva e realtà. Mi pare che molti psicologi non comprendano a fondo la natura di tale incontro. L‟opinione prevalente a questo proposito tende a glorificare il percettore, cui si attribuisce il compito di elaborare, trasformare, ricodificare, assimilare, ovvero dare forma a ciò che senza tale attività sarebbe un caos privo di significato. Ma non può essere così: con la percezione, così come con l‟evoluzione, si tratta sicuramente di scoprire che cos‟è realmente l‟ambiente e come adattarvisi.
97Se si ricorda l‟affermazione di Lorenz di cui sopra, cioè che
vivere = imparare, se ne riscontrerà qui una parafrasi percezionale. Neisser rimprovera a Gibson di aver minimizzato il ruolo dell‟agente della percezione:Il suo punto di vista sul concetto di percezione mi sembra inadeguato, se non altro perché dice troppo poco sul contributo del percettore all‟atto percettivo. Devono esserci tipi definiti di struttura in ogni organismo percettore tali da suggerirgli di tener conto di determinati aspetti dell‟ambiente piuttosto che di alti, o di non tenerne conto affatto.
98Precisazione importante perché implica la
volontà, l‟infrastruttura che pilota l‟atto percettivo e che di concerto con l‟intenzionalità sceglie "su che cosa" operare percezione. Il percettore non solo sceglie che cosa percepire, dipende dalla sua "bravura" saperlo cogliere in profondità, poiché: «La percezione stessa dipende dall‟abilità e dall‟esperienza del percettore, da ciò che egli già conosce.» 99. Il percettore, dunque, non crea nulla sul percetto nel percepire (semmai nel ricordare), ma il percetto è più o meno vero a seconda della pre-scienza di lui 100. Come per la lettura di un testo il mondo per esser letto correttamente richiede tempo e la produttività dipende dall‟attenzione e dalla pre-conoscenza 101.La tesi più originale di Neisser sta nel concepire la percezione come una circolarità, da cui un
ciclo percettivo che consta di una direzione, di una selezione e di una modifica a partire dallo schema. Questo dirige l‟esplorazione del percetto e confronta le nuove informazioni modificandosi all‟occorrenza:Lo schema assicura la continuità della percezione nel tempo in due modi diversi. Siccome gli schemi sono delle anticipazioni, essi sono il mezzo tramite il quale il passato influenza il futuro: l‟informazione già acquisita determina quella che sarà raccolta in futuro.
102Ancora:
Lo schema è semplicemente una fase di un‟attività operante che collega il percettore al suo ambiente. Il termine
percezione si applica propriamente all‟intero ciclo e non alle sue parti prese separatamente. Per chiarire meglio, gli schemi possono esser disgiunti dai cicli in cui si trovano originariamente incorporati: una tale disgiunzione è alla basedi tutti i processi mentali superiori. Ciò che avviene a quel punto, tuttavia, non è la percezione, ma l‟immaginazione, la pianificazione, o l‟intenzione.
103103
Ivi, pp.42-43.104
Ivi, p.32105 Ibidem.
106
Ivi, p.52107
Ivi, pp.53-54108
Ivi, pp.60-61Distinzione importante. Noi possiamo in ogni momento produrre intenzioni, progetti, scenari futuri come elaborazioni mentali "superiori" estranee al percepire e lo schema di riferimento così "creato" si disgiunge dalla percezione.
La disgiunzione di percezione del reale e creazioni mentali reca chiarezza in un campo di studi caratterizzato non solo da confusione ma da grossi pericoli di "mentalizzazione" della realtà secondo la migliore tradizione teologica dei Berkeley e degli Hume. Per essi infatti bisogna credere in Dio come unica realtà vera e sicura ma dubitare di tutto il resto essendo la realtà materiale soggettiva ed opinabile. Neisser aggiunge che il concetto di "validità ecologica" della ricerca evidenzia «che la situazione artificiale costruita per un esperimento può differire in modi cruciali dal mondo quotidiano.»
104. Egli ci ricorda come i classici esperimenti dei ratti nei labirinti artificiali non dicono nulla su come "apprendono" in natura, così come gli studi sulla memoria che utilizzano sillabe o parole non servono a spiegare l‟apprendimento scolastico o il continuum del ricordare quotidiano 105:Io ritengo che nei paradigmi della ricerca contemporanea
siano ignorati di fatto parecchi aspetti importanti dell‟ambiente normale. Questi aspetti sono le continuità spaziali, temporali e intermodali degli oggetti ed eventi reali. Gli studi contemporanei dei processi cognitivi impiegano solitamente del materiale-stimolo che è astratto, discontinuo e solo marginalmente reale. Sembra quasi che nel programma sperimentale si cerchi deliberatamente questa caratteristica della non-validità ecologica. 106Osservazione corretta ma ingenua. Certo che i metodi sperimentali sono astratti, perché altrimenti o non sarebbero possibili o diventerebbero così complicati da non fornire più risultati confrontabili! In altre parole, la sperimentazione deve prescindere dalla realtà del vissuto per riuscire a produrre "dati". È per questo che il soggetto sotto esperimento diventa solo una "macchina da dati":
Il soggetto è isolato, tagliato fuori da ogni aggancio ambientale ordinario, impotente a fare altro che dare inizio e termine alle prove che continuano la loro magica corsa qualunque cosa egli faccia. Per quanto i dati ottenuti in tali condizioni possano servire da base per molte ingegnose teorizzazioni, le teorie che ne risultano possono condurci fuori strada. 107
I sistemi percettivi animali si sono evoluti "nel movimento" per aiutare organismi mobili a capire un mondo fatto di oggetti e situazioni mobili, il laboratorio immobilizza tutto. Non è infatti un caso che i bambini appena nati tendano a girare la testa verso le fonti di rumore non essendo ancora in grado di vederle. La percezione nasce nel movimento e non nell‟immobilità, cogliamo un ambiente quando ci muoviamo rispetto ad esso impiegando sistemi percettivi diversi: vista, udito, odorato e tatto. È il
ciclo percettivo di Neisser, che precisa:Quando un ciclo percettivo viene avviato normalmente, gli schemi si accordano rapidamente alle informazioni effettivamente disponibili. La percezione è veridica. […] Sebbene un percettore possieda già alcune anticipazioni (più o meno specifiche) prima di intraprendere a raccogliere informazioni su un dato oggetto, queste anticipazioni possono venire corrette e anche affinate nel corso dell‟osservazione.
108La percezione è attività dinamica e complessa in un andirivieni circolare tra informazioni endogene ed esogene:
La conclusione del ragionamento implica pertanto che la percezione sia diretta dalle aspettative ma non ne sia controllata, perché occorre la raccolta di informazioni reali. Gli schemi esercitano i loro effetti selezionando certi tipi di informazione piuttosto che altri, e non già costruendo falsi percetti o allucinazioni. Il vecchio scherzo per cui l‟ottimista vede la ciambella e il pessimista il buco non implica che l‟uno o l‟altro dei due commetta un errore: suggerisce, invece, che entrambi ricevono conferma del loro stato d‟animo in base a ciò che hanno visto.
109109
Ivi, p.61.110 Ibidem.
111
Ivi, pp.67-68112
Ivi, p.86113
Ivi, p.90.114
Ivi, p.91115
Ivi, p.92116
Ivi, p.98.Lo stato d‟animo può "interpretare" un percetto, non "crearlo" (patologie a parte)! Ma se dipende dallo stato d‟animo interpretare un percetto, molto dipende anche da come esso si presenta e si colloca:
Se l‟ambiente è abbastanza ricco da consentire più di un‟alternativa a ciò che si vede (e di solito è così) allora le aspettative possono essere effetti cumulativi su ciò che si percepisce tali da apparire virtualmente irreversibili, fintanto che l‟ambiente stesso non cambi. Ma gli ambienti cambiano, e pertanto allentano il legame con i vecchi modi di vedere. L‟interscambio tra schema e situazione significa che né l‟uno né l‟altra determinano da soli il corso della percezione.
110Se la risultante finale del ciclo percettivo non è determinata né dagli schemi e né dai percetti ciò significa che il
ciclo è perlopiù indeterministico.Neisser insiste particolarmente sul fatto, già evidenziato da Eleanor Gibson, che percepire bene «richiede abilità» ed è «prestazione qualificata» durante la quale il soggetto «fa parte del mondo, agisce su di esso e questo agisce su di lui.»
111 La percezione è quindi un «processo costruttivo» in cui il percettore rima si immerge nella realtà e poi, mettendo in azione l‟attenzione, "ne sceglie una parte da approfondire". Ma i percetti per l‟uomo non sono solo cose, accadimenti o situazioni, come animale simbolico esso privilegia i percetti «dotati di significato» 112. Egli critica il concetto gibsoniano di affordance (traducibile con consentibilità dell‟ambiente a farsi percepire) come quello di pattern recognition (riconoscimento di modelli) e osserva:Percepire non è assegnare oggetti a categorie; infatti poiché dipende da un flusso di stimolazioni che cambia in modo unico nel tempo, lo sviluppo dello schema in ogni occasione è altrettanto unico. Noi non abbiamo semplicemente uno schema di sorriso da adattare ad ogni sorriso, né uno schema di sedia per ogni sedia. Sebbene non si possa portare avanti alcuna discussione sulla percezione senza fare uso di concetti astratti (come
sorriso e sedia) i quali si applicano ugualmente bene a migliaia di esempi individuali, il percettore normalmente non li usa. Proprio come non esiste un singolo momento in cui vedo una sedia, così non deve essercene alcuno in cui io riconosco tale sedia. Probabilmente non adotterò alcuna categorizzazione a meno che la situazione in qualche modo la richieda. Io posso sedermici, scansarla, spostarla, cercare sotto il cuscino la pipa che ho perso o notare che ingombra un po‟ troppo senza neanche nominarla né ad altri né a me stesso. 113La percezione è un processo selettivo e i percettori selezionano perlopiù ciò di cui già possiedono
schemi (noi diciamo mappe) e «volenti o nolenti ignorano il resto.» 114: da ciò l‟attenzione selettiva 115. Neisser sottolinea che il processo di shadowing (ombreggiamento del non-interessante) non è un "filtraggio della realtà":Il modello ciclico di percezione permette di comprendere facilmente questi risultati [di
shadowing]. Solo l‟episodio a cui si presta l‟attenzione è implicato nel ciclo di anticipazioni, esplorazione e raccolta d‟informazioni; pertanto solo quello viene visto. L‟attenzione non è altro che la percezione: noi scegliamo le cose che vedremo anticipando l‟informazione strutturata che esse forniranno. 116Ci pare rischioso postulare un solo tipo di percezione "attenzionata", perché l‟
attenzione si esprime in vari gradi proporzionali all‟energia immessa nell‟atto percettivo. Neisser inoltre pare ignorare del tutto gli atti inconsci generati da suggestioni subliminali, tant‟è che su questo si basa la pubblicità inculcando giudizi di valore da applicare nelle scelte d‟acquisto.Si può dubitare dell‟
inconscio di Freud, ma non si può buttar via il bambino con l‟acqua sporca. Noi percepiamo selezionando e mettendo a fuoco qualcosa e non altro, ma non con un grado unico di attenzione e né con continuità. Proprio perché la percezione "avviene nel tempo" la percezione può essere alterata da eventi improvvisi che la disturbano o la inficiano del tutto. Inoltre la memoria di lavoro ci permette di compiere azioni abituali con minimo dispendio di energia e nell‟inconsapevolezza, come quando guidiamo l‟automobile pensando ad altro. Anche se ciò è rischioso nondimeno è frequente, sicché inseguiamo un pensiero o un ricordo e ci dimentichiamo che stiamo guidando. E tuttavia ciò non significa che non siamo vigili, per cui se si presenta un ostacolo all‟improvviso molto probabilmente, e inconsapevolmente, spingiamo il piede sul freno senza impegnare né attenzione né volontà. Neisser dubita dell‟inconscio e degli automatismi, ma poi ammette:Ad ogni modo non intendo neppure negare completamente l‟esistenza di meccanismi automatici. La raccolta di informazioni non si trova totalmente sotto il controllo della volontà […] Gli schemi più semplici mantengono una certa misura di autonomia. Questi schemi si collocano al di fuori dell‟attenzione – vale a dire sono continuamente pronti a rilevare i segnali loro propri qualunque sia il ciclo percettivo operante in quel momento – e sono più o meno indifferenti al contesto e al significato.
117117
Ivi, p.106.118
Ivi, pp.110-111.119
Ivi, p.113.120
Ivi, p.125.121
Ivi, p.148.Una pezza opportuna. Poi egli dubita anche che esista un «limite globale alla capacità personale di raccogliere informazioni» e quindi di possibile «sovraccarico». Le difficoltà nascerebbero dal tipo di compiti, dalla richiesta «di eseguire movimenti incompatibili » per cui «Difficoltà analoghe sorgono quando cerchiamo di usare contemporaneamente gli stessi schemi percettivi per due scopi incompatibili.»
118 Il Nostro pensa che i problemi nascano quando due compiti «non hanno una reciproca relazione naturale» e aggiunge: « C‟è la possibilità che noi non apprendiamo mai a destreggiarsi in compiti duali solo perché ci capita raramente di avere serie occasioni per farlo.» 119; ma questa tesi non è naturalistica né evoluzionistica. Se i cervelli umani trovano più agevole e soprattutto meno dispendioso "scegliere " le cose e i fatti da attenzionare uno alla volta è perché si è evoluto così. L‟addestramento è altra cosa. I giocolieri da circo si addestrano a fare con mani, piedi, ginocchia, gomiti, naso e testa, più movimenti tra loro difficilmente coordinabili in maniera eclatante. Ma nel vivere normale questi compiti sono del tutto assenti.Sulla coscienza condividiamo l‟affermazione: «La coscienza è un aspetto dell‟attività mentale, non un centro di scambio della ferrovia intrapsichica.» Neisser vede poi le
mappe cognitive come schemi di orientamento in termini spaziali: ciò è un po‟ riduttivo ma coerente col ciclo percettivo. Inoltre: «La mappa cognitiva include sempre il percettore così come l‟ambiente. L‟Ego e il mondo sono percettivamente inseparabili.» 120 Per noi gli schemi sono prodotti temporanei delle mappe strutturali; Neisser invece afferma:Dal momento che gli schemi non scompaiono, il loro impiego (distaccato o meno) potrebbe spiegare la memoria, per cui l‟oblio si verificherebbe ogniqualvolta l‟imput presente non fosse sufficiente a specificate inequivocabilmente uno schema.
121La memoria pare qui subordinarsi all‟adeguatezza del percetto allo schema, per cui se ciò non si verifica la memoria non funziona. Ciò è possibile, perché il memorizzare è processo complesso e
incerto a seconda dei momenti, degli stati d‟animo e delle situazioni. Più avanti: «Se le immagini mentali sono anticipazioni percettive, la descrizione di un‟immagine visiva è la descrizione di ciò che uno è pronto a vedere».
122 Dunque se si è «pronti a vedere» il ciclo percettivo funziona (schemi e memorie compresi) altrimenti parrebbe di no.122
Ivi, p.172.123
E.Boncinelli, Io sono, tu sei, Milano, Mondadori 2007, pp.83-84.124
Ivi, p.85Edoardo Boncinelli ricorda che noi cogliamo della realtà è soltanto ciò che è "biologicamente rilevante":
In natura l‟odore di fresie non esiste come non esiste un accordo in Si bemolle o il rosa cremisi. Ciascuno di questi è un segnale di realtà ritagliato da uno dei nostri sensi ed elevato da questi al rango di sensazione. Così, un fascio di luce bianca contiene in sé un‟infinità di raggi luminosi di lunghezza d‟onda diversa, ma non contiene né trasporta colori. È il nostro occhio, collegato con il nostro cervello che vi individua e vi discerne i colori. Più in generale, possiamo dire che nessuna scena visiva è di per sé in grado di comunicare al nostro cervello alcun tipo di informazione..
123Ciò parrebbe contrastare la tesi di Gibson dell‟ecologia della percezione e in buona parte quella di Neisser, in realtà Boncinelli ci dice soltanto che noi "selezioniamo" la visione a fini di "utilità": percepiamo una realtà parziale ma comunque autentica. Ciò che il senso acquisisce in codice e che il cervello decodifica riproduce forme, aspetti, suoni, odori e altri fattori fisici e chimici
reali. Noi operiamo una "selezione di rilevanza" perché l‟evoluzione ha fatto di noi animali adattati a certi ecosistemi. Oggi un cittadino di New York o di Tokio opera una selezione per rilevanza che è molto differente non solo da quella di uno Yanomami dell‟Amazzonia ma anche da quella di un contadino del Bangladesh, di un eschimese o di un uomo del deserto. È in base al contesto che la percezione si affina per cogliere certe cose e trascurarne altre. Quando un europeo o un nord americano entra in un giungla africana o sudamericana, in quanto a vista, udito, olfatto, tatto coglie una minima parte di ciò che coglie un indigeno, e non tanto negli oggetti e nei fatti, quanto nei segnali e nei significati.Dunque è l‟evoluzione rapportata a un ecosistema che ha affinato i mezzi e le procedure del percepire. Torniamo a Boncinelli:
La maggior parte delle valutazioni di rilevanza sono una conseguenza dell‟esistenza di meccanismi biologici a soglia: ciò che supera una certa soglia psicofisica passa, ciò che non la supera non passa e non può venire assolutamente percepito né registrato. Il mondo della percezione è quindi dominato a tutti il livelli dalla discriminazione e dalla discretizzazione.
124Vero in generale ma non nello specifico e per due ragioni: la prima è che il contesto plasma le capacità percettive, la seconda che gli stati d‟animo, l‟attenzione e la concentrazione, l‟immobilità o il movimento lo integrano. La percezione non è una
generalità ma una specificità a due livelli; al primo, quello dell‟ecologica, essa è tarata filogeneticamente e continuamente ri-tarata; al secondo, quello dell‟individualità è la sensibilità personale a fare la differenza. Anticipando ciò di cui tratteremo al § 10.6 facciamo notare che le reazioni di un‟individualità al percetto dipendono da quanto è sviluppata la capacità di cogliere un certo "in più" che la percezione in generale trascura. Non è vero che «In natura l‟odore di fresie non esiste come non esiste un accordo in Si bemolle o il rosa cremisi.» È vero che non abbiamo alcuna garanzia che ciò che percepiamo in forme colori e suoni "sia" la realtà in sé; ma se i profumi, i colori e i suoni mostrano una certa "costanza percezionale" siamo autorizzati a pensare che tali cose corrispondano sufficientemente al reale.Non si deve nemmeno dimenticare che la percezione nell‟immobilità è un caso limite quasi mai possibile, infatti anche stando fermi gli occhi si muovono e spostiamo la testa per far entrare meglio nell‟orecchio un suono, avviciniamo il naso a una fonte d‟odore, tocchiamo l‟oggetto per valutarne la consistenza. Boncinelli lo definisce
Principio dell’indissolubilità di percezione e motricità e lo lega giustamente all‟embodied mind (la mente incorporata o incarnata) di cui abbiamo trattato inun lavoro precedente
125. Egli dice: «Ogni atto percettivo, in sostanza, è accompagnato sorretto e controllato, quindi reso possibile, da una parallela attività motoria, reale o virtuale.». Aggiunge che anche l‟ideazione e il ragionamento si coniugano in genere con la percezione in movimento, e ne deduce: «Quanto forte sia il legame tra percezione, ideazione e movimento si può notare in particolare a proposito del linguaggio articolato, quest‟eccezionale proprietà della nostra specie.» 126125
C.Tamagnone, Dal nulla al divenire della pluralità, Firenze, Clinamen, pp.144-153126
E.Boncinelli, Io sono, tu sei, cit., p.137.127
E.Boncinelli, Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell’anima, cit., p.121128
Ivi, pp.121-122Boncinelli in un altro libro (
Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell’anima, 2003) ci parla dei tempi percezionali e per quanto il discorso sia piuttosto tecnico una breve citazione ci aiuterà a farci una prima idea sui tempi di lavoro cerebrali:Cominciando da momento in cui un evento dà il via ad un episodio, occorrono 20-25 millisecondi per l‟inizio della sua scansione. Questa verrà interrotta dopo 250-300 millisecondi se non è possibile o non è disponibile nessuna interpretazione dell‟evento. Ciò può essere dovuto al fatto che lo stimolo di partenza è uno stimolo sostanzialmente casuale, o perché non corrisponde a niente di noto, o anche perché è presente un elemento di stress o un motivo di distrazione. […] Il limite superiore della sua durata è determinato dell‟ampiezza della memoria di lavoro, perché il contenuto di questa deve essere necessariamente riciclato ogni 20-30 secondi.
127Ciò che il Nostro chiama
interpretazione dell’evento è per noi lo schema temporaneo lanciato da una mappa strutturale relativa a quella tipologia di percetto. Per Boncinelli ciò che limita la durata dell‟atto percettivo è la capacità della memoria di lavoro:In conclusione i limiti temporali di ogni episodio sono posti dal minimo richiesto per interpretare qualcosa e dal massimo del tempo in cui possiamo tenere qualcosa a mente. Nella maggior parte dei casi l‟istante durerà comunque fra i 2 e i 5 secondi, con un valore più probabile di 3 secondi.
128La nudità numerica ci dice che il cervello non è una macchina continua ma "ad impulsi", o sarebbe ancora meglio dire " ad impulsi riusciti" poiché impulsi abortiscono prima dei 20-30 secondi per varie ragioni. La coscienza tuttavia non sa un bel nulla di quali riescano e di quali abortiscano, sicché memorizzazioni che avvengono senza percezione cosciente possono comunque entrare a far parte del vissuto. In altre parole, la coscienza non è un notaio affidabile né per a registrazione degli eventi e né per la loro incidenza esistenziale.
Il
vissuto disegna le mappe strutturali (da non confondere con le provvisorie mappe percezionali da alcuni evocate e che corrispondono ai nostri schemi) che fanno della nostra mente l‟integrato generale di un numero enorme di mappe strutturali che categorizzano in modo differenziale le esperienze vissute. Ogni evento si configura confrontandosi con uno schema temporaneo emesso da una mappa strutturale che è anche categoriale, se esso vi si incastra bene (se corrisponde a un‟esperienza passata) la mappa non cambia, altrimenti vuol dire che contiene novità che per cui lo schema rientra modificato alla mappa e la modifica in base alla nuova informazione acquisita. Dopo di che lo schema modificato esaurisce il suo compito e svanisce, avendo impresso la sua traccia nella mappa che così risulta aggiornata.1.6 L’azione dei neurotrasmettitori.
I neurotrasmettitori (anche chiamati neuromodulatori e neuromediatori) sono molecole endogene di vario tipo (specialmente amminoacidi, monoamine e peptidi) che convertono l‟informazione da elettrica a chimica e che la trasferiscono da un neurone (presinaptico) ai
recettori del successivo (postsinaptico) attraversando le sinapsi. Gli aggettivi presinaptico e postsinaptico indicano ladirezione del flusso e quindi dell‟informazione. Di essi se ne conoscono oltre 50 tipi ma si continua a scoprirne di nuovi. I recettori sono altre molecole che riconoscono il neurotrasmettitore e ne convertono l‟informazione per poi passarla o no al corpo del loro neurone aprendo o chiudendo canali ionici dove operano ioni
129 calcio, potassio, sodio e cloro.). Questo è ciò che avviene con le sinapsi "chimiche" (prevalenti nei processi mentali), mentre con quelle "elettriche" (prevalenti nei processi motori) l‟impulso mantiene carattere elettrico. I neurotrasmettitori sono contenuti in vescicole posizionate nel bottone del terminale assonico e il processo per cui essi "si riversano" nello spazio sinaptico per poi essere captati dai recettori postsinaptici è abbastanza complesso per il gioco di aperture/chiusure dei canali ionici in base a potenziali di scarica (spike).129
Lo ione è una particella elettricamente carica. Riferito a un elemento chimico è positivo (catione) per i metalli (potassio, sodio, calcio, ferro ecc.) e negativo (anione) per i non-metalli (idrogeno, azoto, ossigeno, cloro, iodio, fosforo, zolfo, ecc.).130
J.-P. Changeux, L’uomo di verità, Milano, Feltrinelli 2003, p.48Quando l‟assone riceve lo stimolo dal corpo del neurone ne viene attraversato sino a un terminale costituito d un rigonfiamento detto
bottone che contiene le vescicole che contengono i vari neurotrasmettitori. Sotto sollecitazione queste si portano a ridosso della membrana del bottone e si fondono con essa (esocitosi), da qui si riversano nella fessura sinaptica e l‟attraversano approdando ai recettori del neurone postsinaptico. Il segnale elaborato passa 1uindi all‟assone e lo percorre sino ai suoi terminali. I recettori, queste importantissime molecole di cattura e trasformazione del segnale, sono "specifici" per ogni tipo di neurotrasmettitore, infatti un recettore "riconosce e lega" il neurotrasmettitore, poi apre o chiude un canale ionico (in modo diretto o indiretto) che va a un dendrite. I recettori dunque ricevono un messaggio molecolare e lo convertono in uno di tipo ionico e quindi elettico. In realtà il loro lavoro è di due tipi: 1°, produrre un potenziale postinaptico di risposta (eccitatorio o inibitorio) e 2°, modificare il metabolismo del neurone e quindi i tipi di proteine che esso produce. Ciò significa che il più delle volte il neurone, lavorando come "stazione di passaggio ed elaborazione dell‟informazione", trasforma anche funzionalmente se stesso.L'azione del neurotrasmettitore sul recettore e poi sul canale ionico (o direttamente su questo) scatena una risposta nel neurone post-sinaptico che può essere eccitatoria o inibitoria. Il più importante neurotrasmettitore eccitatorio è il glutammato monosodico, il più importante inibitorio l‟acido gamma-amminobutirrico (detto GABA). Quando il segnale esce dal neurone postsinaptico si dice che
scarica sul suo assone un potenziale elettrico che va ai neurotrasmettitori che convertono il messaggio da elettrico a chimico. Una volta captato dal recettore e passato il messaggio il neurotrasmettitore rientra nel neurone di partenza o viene distrutto, se rimanesse nella sinapsi impedirebbe un nuovo segnale "pulito". Se rientra alla sua stazione di partenza (il bottone presinaptico) si parla di ricaptazione (reuptake), la sua distruzione sul posto è invece opera di enzimi che così "ripuliscono" la zona, altrimenti ci sarebbe sclerosi o inquinamento del successivo treno di segnali. Orbene, il far persistere artificialmente il neurotrasmettitore nella sinapsi è ciò che fanno alcune droghe e il neurofisiologo Jean-Pierre Changeux spiega:Le droghe che inducono dipendenza possiedono in generale una struttura simile a quella dei neurotrasmettitori endogeni e si legno perlopiù ai loro recettori. Queste droghe si comportano come se prendessero il posto dei neurotrasmettitori coinvolti nei processi di rinforzo. Ripetuta regolarmente per lunghi periodi la somministrazione di esse crea nell‟organismo cambiamenti "adattativi" nei circuiti cerebrali, che possono così funzionare normalmente solo in presenza della droga. In assenza di quest‟ultima invece la traccia neuronale persiste e l‟interruzione brusca dall‟assunzione della droga induce importanti disfunzioni. È quella che si chiama "sindrome da astinenza", che si manifesta con un senso di malessere, di sofferenza, o, più generalmente, in stati affettivi di segno negativo: disforia, depressione, irritabilità e ansia.
130Il Nostro chiama "cambiamenti
adattativi" in modo generico quelli che dovremmo chiamare invece disadattativi, poiché producono una distruzione di sinapsi e danni rilevanti agli stessi neuroni. Danni peraltro irreversibili, poiché i neuroni non sono facilmente riparabili come lo sono in massima parte le altre cellule (forse ad eccezione di quelle renali). Se l‟inganno procura piacere altossicodipendente produce disastri nel suo cervello, egli inganna il proprio cervello a carissimo prezzo anche se non può rendersene conto perché i danni si evidenziano nei tempi lunghi.
Abbiamo visto che i neurotrasmettitori possono essere amminoacidi, monoamine o peptidi, ma ne esistono anche di chimicamente molto semplici come l‟ossido di azoto (NO) e il monossido di carbonio (CO). Tra gli amminoacidi vi sono il glutammato, l‟aspartato, il GABA e la glicina, tra le monoamine la dopamina, l‟acetilcolina, l‟epinefrina (detta anche adrenalina), la norepinefrina (nor-adrenalina), l‟istamina e la serotonina. Mentre gli amminoacidi e le monoamine sono molecole singole, i peptidi sono catene contenenti da 3 a 36 amminoacidi, dalle piccole encefaline alle più grandi endorfine e dinorfine. Occorre anche precisare che esiste una contiguità tra il concetto di neurotrasmettitore e quello di ormone e che da alcuni sono definiti ormoni anche la serotonina e l‟istamina. Molte sono le sostanze, farmaci o droghe, che possono interferire coi neurotrasmettitori per potenziarli o depotenziarli. La cocaina, ad esempio, blocca la ricaptazione della dopamina, lasciandola agire a lungo nella sinapsi, agendo inoltre su circuiti dopaminergici eccitando gli istinti e riducendo l‟emotività. Tale artificiale "perdurare" d‟azione sui recettori è letale per i neuroni.
L‟azione dei neurotrasmettitori, e la stessa loro esistenza come fattori determinanti nel funzionamento del cervello taglia la testa a qualsiasi interpretazione computazionalistica di esso. Va aggiunto inoltre che non solo queste molecole sono operative nelle funzioni cerebrali ma molte altre, come ormoni e catecolamine. La relazione tra la molecola del neurotrasmettitore e quella del recettore può essere metaforicamente visto come chiave-serratura. Se la chiave entra e il segnale è sufficientemente forte la porta (il
canale ionico) si apre, l‟informazione passa al neurone postsinaptico da qui all‟assone sino a un suo terminale che ha sulla testa il bottone contenente le vescicole coi neurotrasmettitori, i quali riconvertono il segnale da elettrico a chimico e lo portano ai recettori del prossimo neurone. Qui giocano ioni di calcio, sodio e potassio e relativi canali, determinando potenziali elettrici che prendono il nome di polarizzazioni e di depolarizzazioni. Spesse volte ciò avviene anche con l‟intervento di altre molecole ancora dette proteine G.I neurotrasmettitori possono essere
eccitatori e inibitori (anche agonisti e antagonisti) e, purtroppo, esistono sostanze psicotrope, che li simulano ingannando i recettori e il recettore-serratura ingannato si attiva come per il suo messaggero naturale. Un azione di tal genere la fa la nicotina, che viene scambiata per acetilcolina (della quale è agonista). Caso opposto è il curaro, anch‟esso viene scambiato per acetilcolina, ma che ne è antagonista, sicché il recettore si blocca e porta alla paralisi totale del sistema nervoso. I neurotrasmettitori sono dunque i grandi mediatori di tutto il funzionamento cerebrale e i protagonisti della trasmissione del segnale da un neurone a un altro, ma imitabili. In questo gioco estremamente complesso e fragile dominato dalla chimica le debolissime correnti elettriche che si generano sulle superfici dei neuroni sono o sufficienti a spingere in avanti il segnale o non sufficienti, in tal caso il segnale muore.I processi di liberazione, recezione e ricaptazione dei neurotrasmettitori sono determinanti per il nostro "stato mentale" e la nostra disposizione a sentirsi bene o male, intontiti o eccitati, a fare certe cose o certe altre. Se siamo ilari possiamo essere certi di avere molta dopamina in circolo, se ci sentiamo molto sicuri di sé e pronti a tutto è probabile che la serotonina sia al massimo; se dopamina e serotonina scarseggiano nei bottoni sinaptici (non c‟è stata "ricaptazione") saremo probabilmente tristi, accidiosi o depressi. Ciò detto, se pensassimo che i processi a cui abbiamo accennato e le loro modalità implicassero una "sala di comando" prenderemmo una colossale cantonata. Sale di controllo nel cervello non ne esistono ed è momento per momento, con agenti differenti e operanti spesso a caso che siamo
esistenze individuali e tutto il sistema nervoso è coinvolto, le sue reti motorie e i suoi sistemi sensoriali concorrono a fare le menti che ci fanno sentire in un modo o in un altro. Alle più semplici funzioni nervoso-motorie si sovrappongono le complesse cerebrali e poi altre enormemente più complesse che sono le mentali. Sono queste che ci qualificano come animali pensanti-senzienti.I neurotrasmettitori sono protagonisti di ogni istante della nostra esistenza aumentando e diminuendole loro concentrazioni nelle vescicole e invadendo a turno le sinapsi. Nelle ore di attività intensa o di relax vedono al lavoro neurotrasmettitori rilassanti come la dopamina o eccitatori come la epinefrina (l‟adrenalina). Nel caso della depressione grave c‟è la scarsità di serotonina in circolo, perché essa non è ricaptata e non ricostituita a sufficienza. In generale possiamo dire che gli stati mentali si caratterizzano per i neurotrasmettitori e che nel caso degli SMA, gli
stati mentali alterati, è probabile che ci troviamo di fronte a lesioni, malattie o all‟azione di sostanze che alterano i funzionamenti. Le vescicole presinaptiche sono collettori e depositi dei neurotrasmettitori, sia di quelli che tornano indietro per ricaptazione dopo aver agito sui recettori postsinaptici e sia dei rimpiazzi sintetizzati in varie parti del corpo.I neurotrasmettitori sono sempre all‟opera, che reagiamo a stimoli, che progettiamo, che meditiamo, l‟attività chimica mentale ci caratterizza nel reagire, nell‟agire e nell‟inventare. Essi non sono protagonisti liberi del gioco neurale perché non esistono istruzioni o comandi fuori di vincoli strutturali. Interessanti gli esperimenti con attivazione di circuiti dopaminergici nei topi; associando ciò a una levetta che essi possono abbassare quando provano piacere, si vede che lo fanno a ripetizione dimenticandosi persino di mangiare, fino a cadere sfiniti dal piacere
131. Spiega Boncinelli:131
E.Boncinelli, Il male, Milano, Mondadori 2007, p.31.132 Ivi, p.31
Questa fascio [di vie nervose] è costituito di cellule nervose che producono dopamina. La stimolazione ripetuta di tale fascio, detto fascio dopaminergico mesocorticolimbico, porta una certa quantità di dopamina alla corteccia. L‟aumentato apporto di dopamina dà piacere e agisce come stimolo rinforzante nel soddisfacimento di vari bisogni concreti, come pure nella ricerca e nel possesso di un‟entità astratta come il denaro.
132Il piacere è la più importante componente del benessere animale, ma il piacere incontrollato altera i meccanismi del desiderio per cui l‟animale (topo o uomo) farà di tutto per procurarselo ancora. Ma ci sono differenze tra piaceri corporei e piaceri intellettuali. Se una persona trova piacere per l‟ascolto di una certa musica o per la vista di un quadro, è probabile che cerchi di riprocurarselo, ma è più probabile che l‟elaborazione idemale abbia spostato la "corrente del desiderio" in direzioni più complesse, intellettuali e spirituali. Se invece il piacere è tutto fisico, nato dall‟assunzione per via nasale, orale o endovena di un molecola chimica che scatena il processo dopaminergico, il piacere è così immediato e forte (ma soprattutto senza alcuna elaborazione idemale o razionale) che il soggetto cercherà di riprocurarselo con le stesse modalità auto-creando
dipendenza. Ora, qualsiasi persona sana tende al piacere e lo trova oltre che nel sesso anche più semplicemente nel mangiare, bere, eliminare scorie, riposare, dormire. Ma se il desiderio del piacere e il piacere stesso non sono categorizzati e razionalizzati, sicché la persona rischia di esserne dominata. Che si tratti di dipendenza da stupefacenti, alcool o altro non fa alcuna differenza, essa priva della libertà!I neurotrasmettitori sono prodotti nelle parti più interne e profonde del cervello e generalmente in più d‟una. Risulta prevalente per la noradrenalina il
locus coerulus, per la serotonina il nucleo del rafe e la cosiddetta area 25, per la dopamina la substantia nigra, per l‟acetilcolina il prosencefalo basale. La noradrenalina regola vigilanza e attenzione ed opera in situazioni di emergenza e stress, ponendo l‟animale in condizioni di attivarsi per combattere o scappare; si accelera il battito cardiaco, aumenta il flusso sanguigno e la pressione arteriosa, dilata i bronchi e fa pompare energia in tutto il corpo. Un aumento di noradrenalina in circolo non dà piacere né distensione nervosa, ma ci aiuta nei momenti importanti. La dopamina ha una funzione opposta, di rilassamento, piacere e sensazione di benessere; aumenta quando si mangia con appetito, si beve, si fa l‟amore o ci si masturba, si esce vincenti da una gara o in una lotteria, si è sfuggiti a un pericolo o si constata la propria integrità fisica dopo un incidente potenzialmente mortale.La
serotonina è implicata in funzioni come il sonno, il controllo della temperatura corporea, la regolazione dell‟intestino e soprattutto la soddisfazione di vivere e l‟autostima. Quasi sempre ifenomeni depressivi sono accompagnati da carenza di serotonina in circolo, , sicché coi farmaci si cerca di favorirne la ricaptazione. L‟
acetilcolina attiva gli impulsi motori, l‟attenzione e la memoria, regola il sonno e migliora l‟apprendimento. Un ultimo cenno alle endorfine, neuropeptidi che possono legarsi ai recettori oppioidi alzando la soglia del dolore e rilassando il sistema nervoso. Le endorfine sono classificate in quattro tipi (alfa, beta gamma e delta) e vengono sintetizzate principalmente nel lobo anteriore dell‟ipofisi, nel midollo spinale, in alcune zone profonde del cervello. I recettori principali sono nell‟ipotalamo, nell‟ipofisi e nel midollo spinale. Le encefaline hanno funzioni simile ma sono invece sintetizzate nell‟intestino.Approfondiamo ora un po‟ meglio l‟argomento dei processi di
eccitazione e inibizione, che trovano riscontro nella qualifica del neurotrasmettitore come eccitatorio o inibitorio; in realtà essa indica solo la forte probabilità di uno dei due modi e per esempio l‟acetilcolina è sia eccitatoria che inibitoria. I concetti di attivazione e inibizione riguardano l‟effetto sui recettori sull‟altro versante della sinapsi, "a valle" del flusso. L‟attivazione o no dipende sia dalla natura del neurone a monte (presinaptico), sia dal neurotrasmettitore attivato, sia dal tipo di sinapsi, sia dal tipo di recettore, sia dal dendrite che lo porta, sia da che cosa ne farà il corpo neuronale, sia da come lo passerà al suo assone e da questo a un terminale che stimolerà vescicole a rilasciare neurotrasmettitori. Ciò basti a renderci conto della complessità dei processi di trasmissione dei segnali, che dipendono anche dalla presenza o meno di interneuroni, di natura differente dai normali neuroni di proiezione.Gli interneuroni (anche chiamati
locali o associati) sono piccoli, con assoni brevi e normalmente inibitori, utilizzanti il GABA e in subordine la glicina come messaggeri, ma ce ne sono di eccitatori che utilizzano il glutammato e modulatori che utilizzano l‟acetilcolina. Essi di solito si frappongono tra un neurone sensorio e uno motorio, il loro scopo principale evitare superattività come quelle che causano l‟epilessia. Si posizionano all‟interno di catene neuronali di proiezione e, scarsi nell‟infanzia, aumentano con l‟età per stabilizzare funzioni sempre più complesse come "integratori" di scarica. Afferma LeDoux: «Uno dei loro compiti principali è quello di regolare la portata del traffico sinaptico, controllando l‟attività dei neuroni di proiezione.» 133 Essi sono sempre attivi, scaricano continuamente ma debolmente e provvedono alla disattivazione dei neuroni di proiezione. Sono una sorta di "fondo" elettrochimico a basso potenziale.133
J.Le Doux, Il sé sinaptico, Milano, RaffaelloCortina 2002, p.70.134
Ivi, p.72135
D.Linden, La mente casuale, cit., pp.39-40.Una distinzione tra inibizione "tonica" (quella dei neuroni di proiezione) ed inibizione "elicitata" (tipica degli interneuroni) ci permette di capire come questi lavorino come integratori-regolatori a livello locale. Gli insiemi configurazionali di neuroni di proiezione e interneuroni crea ciò che chiamiamo
circuiti, i quali sono ai bassi livelli elaborativi accompagnatori e tutori del lavoro delle mappe. Ciò che "rifinisce" un suono, un‟immagine, un ricordo, una percezione, una paura o un desiderio sono spesso questi circuiti quali "configurazioni di traffico informazionale", accompagnando percezioni e azioni che chiamano in causa mappe i cui schemi temporanei li implicano. La funzione fondamentale degli interneuroni è evitare che uno stato eccitatorio si prolunghi troppo e danneggi l‟intero sistema, sicché «Ogni scarica eccitatoria dev‟essere controbilanciata da un‟altra raffica inibitoria […] Quando un‟ondata eccitatoria supera l‟inibizione tonica, l‟inibizione elicitata [degli interneuroni] può ridurre l‟eccitazione, resettando il circuito, preparandolo a nuovi imput.» 134Abbiamo fin‟ora considerato i neurotrasmettitori forse dando l‟impressione che il loro ruolo sia piuttosto definito, in realtà esso è molto aleatorio come ci spiega il neuroscienziato David Linden:
Nella maggior parte delle sinapsi del cervello, quando uno spike [eccitazione, impulso, scarica] raggiunge l‟assone terminale presinaptico e provoca il flusso di ioni calcio, ciò non si riflette necessariamente nella fusione della vescicola e nel rilascio dei neurotrasmettitori. È, molto semplicemente, una questione di fortuna. La probabilità di rilascio del neurotrasmettitore per ogni spike è in media, per ogni sinapsi del cervello, del 30%.
135Dunque in media il 70% degli spike abortisce perché: «La maggior parte delle sinapsi del nostro cervello non funziona in maniera affidabile: piuttosto, esse costituiscono strumenti probabilistici.» 136:
136
Ivi, p.40.137
Ibidem.138
Ivi, p.41.139 Ibidem.
140 Ibidem.
141
Ivi, p.43.In pratica, il fatto che un neurone inneschi o non inneschi uno spike in qualsiasi momento è determinato dall‟azione simultanea di
tante sinapsi, con azioni eccitatorie e inibitorie che si sommano per produrre l‟effetto complessivo. È doveroso ricordare che un neurone, in media, riceve circa 5000 sinapsi. Di queste, circa 4500 son eccitatorie e 500 inibitorie. Anche se solo un ristretto numero è attivo in ogni momento, la maggior parte dei neuroni non innesca uno spike a seguito della breve azione di una sola sinapsi eccitatoria, ma richiede l‟azione simultanea di un numero di sinapsi compreso tra 5 e 20 (o anche di più in altri neuroni). 137Dal punto di vista filosofico se ne deduce che l‟approccio riduzionista (accade questo, accade quello, ecc.) è corretto solo in linea teorica, mentre l‟effettualità reale è cosa differente. Un conto è descrivere ciò che teoricamente avverrebbe nel cervello un conto accertare ciò che praticamente avviene. La spiegazione causale dei processi cerebro-mentali dunque finisce per non rendere concretamente ciò che capita. Ora, è corretto definire cause e processi teorici ma bisogna guardarli per ciò che sono, poiché i processi reali sono poi probabilistici con esiti aleatori.
La compartecipazione sempre di molte sinapsi ai processi reali rende cognitivamente sterile i modelli a
causalità lineare implicanti cause teoriche ed effetti teorici, poiché la complessità di processi fa sì che i fenomeni reali siano a causalità intricata e mai lineare. Anche parlare di neurotrasmettitori e sinapsi senza specificazioni ulteriori è riduzionistico, se non altro perché le tipologie degli uni e delle altre sono diversissime e funzionalmente intersecate in processi veloci o lenti. Ancora Linden:In aggiunta ai neurotrasmettitori veloci, come il glutammato, il GABA, la glicina e l‟acetilcolina, ci sono altri neurotrasmettitori che agiscono più lentamente e si legano a diversi tipi di recettori. Invece di aprire canali ionici, attivano processi biochimici all‟interno del neurone, Queste azioni biochimiche producono all‟inizio cambiamenti lenti, ma di lunga durata: in media, dai 200 millisecondi ai 10 secondi.
138Dunque vi sono neurotrasmettitori che pare non lavorano alla trasmissione ma piuttosto alla modificare di strutture neurali. Infatti:
Molti di questi neurotrasmettitori ad azione lenta non producono un effetto elettrico diretto: il potenziale di membrana non cambia né in direzione positiva né negativa dopo che si sono legati ai recettori. Piuttosto essi cambiano le proprietà elettriche della cellula in modi che diventano evidenti solo quando entrano in azione i neurotrasmettitori veloci. 139
Le molecole dei neurotrasmettitori lenti, dunque, non producono corrente elettrica di spike (variazione del potenziale di membrana) ma mutano le proprietà elettrogene del neurone. In altri termini: i neurotrasmettitori veloci "lanciano" informazione, mentre quelli lenti stabiliscono «il tono e la portata generale del segnale. »
140Ma quando noi parliamo di neurotrasmettitori veloci o trasmissione veloce dell‟informazione che cosa intendiamo? Orbene, al massimo un cervello produce 400 spike al secondo contro i 10.000.000.000 di un computer, mentre la velocità dei segnali cerebrali è al massimo di 160 Km/ora, contro i 300.000 Km/secondo di quelli informatici
141 poiché tale è la velocità dei fotoni! Come si può pensare di trovare analogie plausibili tra come funziona un cervello animale e come funziona un computer?!1.7 Neuroni-specchio e relazione interpersonale
Il concetto di
relazione ha avuto nelle nostre precedenti ricerche un ruolo molto importante sia ontologico, poiché esso sta alla base del concetto di ontologia orizzontale (da noi opposto a quello metafisico di ontologia verticale) ma concerne la gnoseologia poiché le nostre conoscenze riguardano sia oggetti, sia accadimenti e sia relazioni. Ma un ruolo particolare la relazione l‟assume anche nel mentale in senso trans-individuale, in quanto ogni mente vive con altre menti "in un mondo di relazioni". Torneremo su ciò al § 3.5 (Il concetto di collocazione relazionale) ma qui dobbiamo capire perché una mente si collega ad "altre menti". È dalla metà degli anni ‟80 che si sono scoperti nei dintorni dell‟area di Broca una classe di cellule denominate neuroni specchio. Questo nome un po‟ curioso è stato dato da Giacomo Rizzolatti e dalla sua équipe per aver scoperto nelle scimmie atti involontari che "rispecchiano" ciò che stanno facendo altri soggetti. In un saggio scritto da Rizzolatti con Corrado Sinigaglia si sottolinea che il sistema motorio è il punto di partenza per capire i neuroni specchio:Dagli atti più elementari e naturali come appunto afferrare del cibo con la mano o con la bocca, a quelli più sofisticati, che richiedono particolari abilità, come l‟eseguire un passo di danza, una sonata al pianoforte o una
pièce teatrale, i neuroni specchio, consentono al nostro cervello di correlare i movimenti osservati a quelli propri e di riconoscerne così il significato. 142142
G.Rizzolatti – C.Sinigaglia, So quel che fai, Milano, RaffaelloCortina 2006, p.3.143
Ivi, pp.3-4.144
Ivi, p.4Dunque il funzionamento dei neuroni specchio riguarda un "significato gestuale" che noi cogliamo negli altri e tendiamo a riprodurre. Un movimento è dunque
significante:Senza un meccanismo del genere potremmo disporre di una rappresentazione sensoriale, di una raffigurazione "pittorica" del comportamento altrui, ma questo non ci permetterebbe mai di sapere cosa gli altri stanno davvero facendo. Certo, in quanto dotati di capacità cognitive superiori, potremmo riflettere su quanto percepito e inferire le eventuali intenzioni, aspettative o motivazioni che darebbero ragione degli atti compiuti dagli altri. Tuttavia il nostro cervello è capace di comprendere questi ultimi immediatamente, di riconoscerli senza far ricorso ad alcun tipo di ragionamento, basandosi unicamente sulle proprie competenza motorie.
143Rizzolatti ha scoperto i
neuroni specchio nelle scimmie le quali (neocorteccia a parte) intrattengono relazioni sociali più o come noi. L‟interessante che la "relazione di specchiatura" non concerne il linguaggio verbale e neppure quello gestuale ma è un rapporto sintonico e involontario che si instaura tra l‟atto motorio di un individuo e un suo osservatore. La relazione di specchiatura è quindi un fattore essenziale (prima ignorato) di una socialità inconscia i tipo motorio:Il sistema dei neuroni specchio appare così decisivo per l‟insorgere di quel terreno di esperienza comune che è all‟origine della nostra capacità di agire come soggetti non soltanto individuali ma anche e soprattutto sociali. Forme più o meno complicate di imitazione, di apprendimento, di comunicazione gestuale e addirittura verbale trovano, infatti, un riscontro puntuale nell‟attivazione di specifici circuiti specchio.
144L‟aspetto più rilevante di quest‟attivazione è che è incosciente, non-linguistica e solo in parte gestuale, ma probabilmente emozionale in senso psichico. La psiche dunque comanda la
specchiatura senza concorso non solo di altre organizzazioni ma anche della coscienza e delle sostrutture (intenzionalità e volontà).Il fenomeno di "condivisione spontanea" e incosciente che avviene coi neuroni specchio è dunque importantissima. I Nostri aggiungono:
Non solo: la nostra stessa possibilità di cogliere le reazioni emotive degli altri è correlata a un determinato insieme di aree caratterizzate da proprietà specchio. Al pari delle azioni, anche le emozioni risultano immediatamente condivise: la
percezione del dolore o dl disgusto altrui attivano le stesse aree della corteccia cerebrale che sono coinvolte quando siamo noi a provare dolore o disgusto. 145
145 Ibidem.
146
Ibidem.147
Ivi, pp.6-15.148
Ivi, p.17149
Ivi, p.49.150
Ivi, p.69.151
Ivi, p.70-77.152
Ivi, p.80Tutto ciò parrebbe sottrarre spazio al libero agire individuale dello
specchiamento, invece noi pensiamo che l‟attività di questi neuroni ci aiuti a delimitare meglio la generalità comportamentale e la specificità individuale. Con i neuroni specchio appare chiaro che vi sono emozioni "generiche" attribuibili alle sinergie tra gli apparati motori-sensori e la psiche, mentre ci sono altre emozioni che concernono l‟individualità, cioè l‟idema, le abmozioni. Tuttavia è comprensibile che i neurofisiologi, per il loro stesso ruolo, possano affermare come Rizzolatti e Sinigaglia: «Ciò mostra quanto radicato e profondo sia il legame che ci unisce agli altri, ovvero quanto bizzarro sia concepire un io senza un noi.» 146 Siamo perfettamente d‟accordo, purché si aggiunga una coda del tipo: «il che non esclude la specificità dell‟io fuori dei comportamenti generalistici». Il rischio è infatti di ripiombare in un determinismo biologico che la scienza del „900 ha cassato.La
relazione di specchiatura impone la tematizzazione di ciò che specchiatura non è in quanto individuale e cosciente nella plurintegrazione multifunzionale. I neuroni specchio ci dicono però che il sistema motorio non è un mero esecutore di comandi ma vi sarebbe una vera e propria "organizzazione" nelle aree motorie a determinare i fenomeni di specchiatura 147. Ciò ci porta ad assumere una nuova visione del rapporto sensazione/movimento coinvolgente aree sottocorticali collocate tra la corteccia frontale e la parietale posteriore. Questa, da unicamente associativa rivela ora d‟essere anche motoria, sicché: «Sul piano funzionale ciò si traduce nel fatto che ciascuno di questi circuiti appare coinvolto in una particolare trasformazione sensoria-motoria, ossia in una particolare "traduzione" di una descrizione dello stimolo compiuta in termini sensoriali in una in termini motori.» 148I neuroni specchio
scaricano, cioè trasmettono impulso, non solo nel vedere l‟agire dell‟altro ma talvolta in modo diretto, sicché non reagiscono «al semplice stimolo in quanto tale, cioè alla sua forma, bensì al significato che esso riveste per il soggetto in azione; "reagire a un significato" equivale a "comprendere".» 149 Siamo qui di fronte a un‟interpretazione estensiva del fenomeno della specchiatura come "comprensione ambientale". Siccome l‟ambiente è una situazione spaziale l‟orientarsi in esso avverrebbe tramite i neuroni specchio come induttori d‟azione:Lo spazio, infatti, non risulterebbe rappresentato per sé in una qualche area della corteccia cerebrale, bensì la sua costituzione dipenderebbe dall‟attività di circuiti neurali la cui funzione primaria è di organizzare quell‟insieme di movimenti che, sia pure con effettori diversi (per esempio, braccio, bocca, occhi, ecc.), consentono di agire sull‟ambiente circostante, localizzandone possibili minacce e/o opportunità.
150Dunque uno "spazio agito" in modo sintonico accompagnato da una percezione di esso che implica motricità
151.Gli scopritori dei neuroni specchio vedono quindi le
proprietà motorie del cervello direttamente operanti selezione, con sottoclassi di neuroni-specchio-afferrare, "nsp-manipolare, "nsp-collocare, "nsp-interagire-con-le-mani" e così via 152. Essi guardano-muovono:È in virtù delle loro proprietà visuo-motorie che i neuroni specchio sono in grado di coordinare l‟informazione visiva con la conoscenza motoria dell‟osservatore. Ciò che contraddistingue l‟attivazione di neuroni specchio in quanto
neuroni motori durante un‟azione non è soltanto il fatto che essi ne codifichino tipo, modi e tempi di realizzazione, ma che ne controllino l‟esecuzione.
153153
Ivi, p.98154
Ivi, p.115155
Ivi, p.121.156
Ivi, p.127157
Ivi, p.163.158
Ivi, p.181159
M.Iacoboni, I neuroni specchio, Torino, Bollati Boringhieri 2008, p.12.160
Ivi, p.13.Tra i neuroni specchio scimmieschi ed umani vi sono ovvie differenze, i primi «non rispondono alla vista di movimenti non finalizzati del braccio.», i secondi pare «siano in grado di codificare tanto lo scopo dell‟atto motorio, quanto gli aspetti temporali dei singoli movimenti che lo compongono.»
154. Ancora:Ma la cosa più importante è che il sistema dei neuroni specchio dell‟uomo possiede proprietà non riscontrabili nella scimmia; esso codifica atti motori transitivi e intransitivi; è in grado di selezionare sia il tipo d‟atto sia la sequenza dei movimenti che lo compongono; infine, non necessita di un‟effettiva interazione con gli oggetti, attivandosi anche quando l‟azione è semplicemente mimata. 155
Che possa esserci azione reale o solo mimata è importante, poiché già al livello visuo-motorio il confine realtà/finzione/illusione sfuma in possibilità alternative. Non ci stupiremo quindi se in operazioni più complesse, come quelle tipiche della psiche che si realizzano nelle
fantasie, si crei irrealtà ma la si riconosca come conoscenza. Coi neuroni specchio siamo al livello-base della distorsione gnoseologica ed essi ci aiutano a capire meglio il rapporto ambiguo tra il conoscere e il credere.I neuroni specchio facendo da "ponti" tra la visione e la motricità è ovvio che siano anche degli"operatori sociali":
Non appena vediamo qualcuno compiere un atto o una catena d‟atti, i suoi movimenti, che lo voglia o meno, acquistano per noi un significato immediato; naturalmente vale anche l‟inverso: ogni nostra azione assume un significato immediato per chi la osserva. Il possesso del sistema dei neuroni specchio e la selettività delle loro risposte, determinando così uno spazio d‟azione condivido, all‟interno del quale ogni atto e ogni catena d‟atti, nostri o altrui, appaiono immediatamente iscritti e compresi, senza che ciò richieda alcuna esplicita o deliberata "operazione conoscitiva".
156La
specchiatura chiarisce la successione gestualità→pantomima→vocalizzazione→proto-linguaggio→linguaggio compiuto 157. In modo un po‟ troppo semplicistico Rizzolatti e Sinigaglia vedono nei meccanismi di specchiatura la fonte delle emozioni condivise:La comprensione immediata, in prima persona, delle emozioni degli altri che il meccanismo dei neuroni specchio rende possibile rappresenta, inoltre, il prerequisito necessario per quel comportamento empatico che sottende larga parte delle nostre relazioni interindividuali. 158
Passiamo ora ad occuparci di un libro di Marco Iacoboni nel quale la funzione sociale ed empatica dei neuroni specchio è ancor più enfatizzata. Egli scrive: «Quando vediamo qualcun altro che soffre o sente dolore, i neuroni specchio ci aiutano a leggere la sua espressione facciale e a farci provare la sofferenza o il dolore di quell‟altra persona.»
159; nutriamo molti dubbi che l‟empatia si verifichi in modo così semplice. Aggiunge: «Per secoli i filosofi si sono arrovellati sul cosiddetto "problema delle altre menti", compiendo scarsi progressi. Ora hanno a disposizione dei dati scientifici su cui lavorare.» 160 Relativamente al linguaggio: «Il fatto che la principale area del linguaggio del cervello umano [l‟area di Broca] sia anche cruciale per l‟imitazione e contenganeuroni specchio offre una visione del tutto nuova del linguaggio e della cognizioni in generale.»
161 L‟apprendimento del linguaggio per imitazione dunque, sicché: «Ad esempio, se una persona intenta in un dialogo usa la parola "sofà" anziché "divano", l‟altra con cui sta parlando farà lo stesso.» 162 Iacoboni poi sostiene che il rapporto umano tenda a farci tutti «più simili l„uno all‟altro» 163 e ciò è abbastanza vero (purtroppo!), ma noi speriamo che la massificazione non sia così pervasiva e che i neuroni specchio non ne siano responsabili; a meno che la psiche sia fatta di essi! Noi pensiamo, invece, che un autentico rapporto interpersonale, dove ci sia confronto e dialettica, porti a differenziarsi e non già ad omologarsi.161
Ivi, p.84162
Ivi, p.89163
Ivi, p.103.164 Ibidem.
165
Ivi, pp.105-106.166
Ivi, pp.108-111167
Ivi, p.232.Scontata la tesi, già affacciata da Rizzolatti, che l‟imitazione influenzi le emozioni il Nostro aggiunge:
La probabilità, quindi, che esista un collegamento tra i sistemi neurali dell‟imitazione (il sistema dei neuroni specchio) e i sistemi neurali delle emozioni (il sistema limbico) è molto alta. Tuttavia, questi due sistemi sono alquanto diversi all‟interno del cervello. Come possono comunicare tra loro? Qual è la via neurale?
164Egli è convinto che la via di comunicazione tra i due sistemi sia l‟
insula, perché è ricchissima di connessioni che li può riguardare:In effetti, le aree dei neuroni specchio, l‟insula e le aree emozionali del cervello site nel sistema limbico, in particola l‟amigdala, una struttura limbica molto reattiva ai volti, si attivavano mentre i soggetti osservavano le facce, e l‟attività si incrementava in quei soggetti che, in aggiunta, imitavano quel che vedevano.
165Dunque la visione (almeno nelle scimmie) determina l‟imitazione e questa la condivisione, dunque le espressioni facciali come motori d‟emozione
166.I neuroni-specchio cominciano a formarsi già nella prima infanzia percependo le facce dei parenti e soprattutto della mamma, ma si sviluppano con lo sviluppo della socialità. I neuroni-specchio migliorano la socialità? Vogliamo sperarlo! Iacoboni conclude:
Credo che siamo giunti a un punto in cui le scoperte derivanti dalle neuroscienze possono influenzare e cambiare in maniera significativa la società in cui viviamo e la nostra comprensione di noi stessi. È tempo di prendere in seria considerazione questa possibilità. La nostra conoscenza dei potenti meccanismi neurobiologici che sono alla base della socialità umana costituisce una risorsa inestimabile, che può esserci d‟aiuto nel decidere in che modo ridurre i comportamenti violenti, far nascere l‟empatia e aprirci alle altre culture senza per questo dimenticare la nostra.
167II. Al di là dei sensi e dei sistemi percettivi
2.1 Quel che la mente è e ciò che non è
La mente non è una "cosa" (una
res cogitans) dentro la quale ci sarebbe una "sala di comando" del nostro esistere, è solo il nome che diamo agli effetti riconoscibili del lavoro di quell‟insieme di una miriade di materie neurali che fanno un cervello. Quantunque molto si conosca di quest‟organo a funzionamento elettrochimico e più se ne conoscerà in futuro, il suo prodotto, la mente, rimarrà comunque fuori di una comprensibilità soddisfacente. Se non altro perché ogni evoluto biologico è un auto-evoluto che si colloca sempre aldilà della possibilità di percepirsi e conoscersi. I nostri cervelli sono il risultato di centinaia di generazioni di cervelli antenati evolutisi sino a noi, ma insieme fasi di passaggio a cervelli futuri di cui non riusciamo ad immaginare nulla. Nella nostra mente quanto c„è di genoma e quanto di esperienze di vissuto, ovvero: quanto di necessità e quanto di caso? Poco della prima e molto del secondo.Il
caso è largamente operante sia a monte del patrimonio genetico, sia nello sviluppo del cervello, sia nel farsi di una mente, sia di un vissuto reale. L‟esito evolutivo nel cervello di una persona in buona salute è il risultato di tre fattori in ordine d‟importanza crescente: il determinismo genetico, l‟auto-costruzione, le modificazioni esperienziali, tutti e tre in buona parte determinati dal caso. Del primo sappiamo quasi tutto, della seconda il poco che ci dice l‟introspezione, delle terze che si manifestano come intrichi di serie causali sconnesse 168. La mente di un animale che si pensa è aldilà delle possibilità di comprensione di essa ma questo non significa affatto che la mente "sia" qualcosa senza un corpo. È questa la principale ragione per cui la metafora del cervello come hardware e della mente come software è sviante, perché la mente non è un programma che fa girare la macchina-cervello, ma è questa che produce quella. In realtà ogni corpo si costruisce il suo cervello e questo produce la sua mente. Dunque, se dobbiamo cercare una sostanza della mente questa è corporea e se poi vogliamo indicare una causa dell‟esistenza della mente essa è solo auto-evoluzione di un cervello. Se non contenti vogliamo indicare il fattore causale principale a base dell‟apparire e farsi di una mente, la risposta è una sola: il caso.168
C.Tamagnone, Dio non esiste (La realtà e l’evoluzione cosmica tra caso e necessità), Firenze, Clinamen 2010, pp.118-136.È privo di alcun senso fantasticare di una mente senza il suo corpo, anche se ciò non significa affatto che il funzionamento della mente non possa essere indipendente dalle funzioni corporee. Il termine
dualismo non ha nulla di disdicevole se lo si utilizza in modo corretto, sottolineando che nessun dualismo "sostanziale" è ontologicamente concepibile essendo la realtà pluralistica e non dualistica. Quindi esiste soltanto dualismo "funzionale", ma probabilmente resterà impossibile anche in futuro riuscire a capire come questo mondo interno che è la mente si rapporti col proprio corpo e col mondo esterno per sfornare i suoi particolarissimi prodotti e come nell‟interfaccia io-mondo si ri-creino realtà extra-fisiche (aiteriali) che sfuggono a qualsiasi indagine. E qui si affaccia subito il problema di concepire una mente solidale col corpo e contemporaneamente la presenza di un‟idema, sia pur marginale, che è anche recettrice ed elaboratrice di realtà "extrafisiche", per quanto anch‟essa funziona solo con una buona salute corporea quale conditio sine qua non del suo operare.Abbiamo già detto che la
mente è il prodotto del cervello ed è su questa base gli eliminativisti come Paul Churchland l‟eliminano come oggetto di studio identificandola col cervello. Ma proviamo ad immaginare di star conversando con una persona qualunque ammettendo che dietro i pensieri che essa esprime ci sia qualcosa, verosimilmente dentro il cranio, che li produce. Ammettiamo poi che faccia molto caldo e che questa persona abbia le arterie molto calcificate e che essa stramazzi al suolo colpita da un infarto fulminante. A questo punto, a cadavere caldo, è indubitabile che il cervello sia intatto, i suoi neuroni integri e così gli assoni i dendriti e forsefors‟anche le sinapsi e tutto il resto del congegno. Orbene, il cervello c‟è ancora, ma ciò che produce i pensieri e i sentimenti non c‟è più. Forse la mente non è altro che il flusso di sangue che irrora il cervello? Forse è fatta dalle cariche elettriche all‟interno e all‟esterno degli assoni? Forse è fatta dall‟emigrazione dei neurotrasmettitori da un neurone all‟altro? Forse dalla decodifica dei recettori? Forse….. Possiamo rispondere come vogliamo a tutte queste domande e ad altre simili. Una cosa sola è certa: quel cervello "non produce più", è venuto a mancare il suo
prodotto. Tale prodotto lo chiamiamo convenzionalmente mente.Tale piccolo esperimento mentale ci rinvia a ciò che i greci chiamavano
psüché (ψυχή) il soffio vivificante dei corpi, tradotto poi con anima. Per Platone le anime individuali erano parti dell‟Anima del Mondo e stabilite ab origine in numero fisso; con la morte lasciavano il cadavere per tornare all‟Anima generale per ridiscendere in un altro corpo. Nella lingua latina si fece poi anche una distinzione tra anima ed animus, ed è questo secondo termine a poter costituire in qualche modo l‟antecedente del termine psiche in senso moderno. Animus nell‟interpretazione di Lucrezio aveva un significato vicino a quello di mens, che in latino però indica perlopiù le funzioni razionali; quindi mens è più vicino a intellegentia che a intellectus, il quale ha piuttosto il significato di intuito percettivo. Il corrispondente greco di mens-intellegentia era nous (νοΰς), tradotto erroneamente con intelletto. La parola anima col Cristianesimo si snatura completamente e diventa ciò che consente il rapporto con Dio. Bastino questi pochi cenni per capire l‟intrico terminologico che ruota attorno al concetto di mente, quanti equivoci lo abbiano circondato, quali i suoi incroci col concetto freudiano di psiche, quali tentazioni di vederlo come coscienza.Nell‟occuparci del mentale ci muoviamo sul terreno filosofico, più precisamente su quello della filosofia come "amore del conoscere" e non su quello della metafisica (la
teologia filosofale) come "fabbricatrice di sapere". Ma l‟amore del conoscere non può prescindere dalla scienza e nel panorama fitto e complesso delle teorie sul funzionamento del cervello dobbiamo assumere riferimenti precisi. Attraverso una scrematura della pletora di teorie abbiamo concluso che il darwinismo neurale di Gerald Edelman è la più credibile in quanto coniugabile con l‟evoluzionismo biologico e che vede la mente come flusso epigenetico del lavoro dei neuroni, delle loro appendici, delle proteine che fungono da neurotrasmettitori, dei recettori, degli ioni metallici che generano le differenze di potenziale. Le prestazioni migliori o peggiori ai fini dell‟esistenza e del funzionamento del cervello stesso sono secondo Edelman frutto della selezione dei gruppi neurali.La edelmanniana selezione per
gruppi di neuroni fa del cervello un‟entità evolutiva che si sottrae ad ogni definizione strutturalistica e topologica, in quanto formata da assemblaggi di funzioni evolutive apparse via via nel passaggio da forme di vita ad altre. La topologia cerebrale, erede della frenologia ottocentesca, continua infatti a tentare gli studiosi del cervello ancora oggi nela pulsione a "mappare" il cervello. Edelman ha coniato un termine abbastanza simile, quello di topobiologia, come teoria a latere del darwinismo neurale concernente il biologico generico; essa è:Lo studio della regolazione dipendente dalla sede delle cellule, che deriva dalle interazioni delle molecole presenti sulle superfici delle cellule con quelle di altre cellule o substrati. Nel contesto di questo libro tali interazioni molecolari, dipendenti dalla sede, possono regolare i processi primari dello sviluppo e portare, in modo epigenetico, a cambiamenti nella morfologia. Il problema fondamentale della topobiologia è di stabilire in che modo, durante lo sviluppo, cellule di tipi diversi vengono sistemate nel tempo o nella sede opportuni per generare la configurazione tissutale specie-specifica e la forma dell‟animale.
169169
G.Edelman, Topobiologia, Torino, Bollati Boringhieri 1993, p.265.È evidente che per quanto la topobiologia concerna le forme degli organismo e non i neuroni essa implica meccanismi probabilmente riguardanti anche il cervello che nelle sue parti più antiche (il cervelletto, i gangli basali, l‟amigdala, l‟ippocampo) mostra localizzazione di un certo numero di funzioni-base. Ma essendo queste implementate dalla corteccia (determinando circuiti rientranti
complessi) la localizzazione perde significato, non sono infatti le
parti ma le configurazioni di mappe continuamente fluttuanti e instabili a fare la mente.Abbiamo visto che la mente non è una struttura, ma uno scenario dinamico sfuggente di cui possiamo solo tentare di dare
modelli e il discrimine tra quelli seri e i non-seri sta nel come e su che cosa sono costruiti. Il loro scopo primario è far capir bene di che cosa si parla, di darvi comprensibilità, universalità e credibilità senza pretese veritative. Essi soprattutto devono essere compatibili con la realtà percepita degli effetti mentali che chiamiamo variamente stati d‟animo, umori, pensieri, ragionamenti, emozioni, sentimenti ecc. Il produttore della mente, il cervello, è molto più facile da conoscere, poiché ha una struttura, ha parti, funziona bioelettrochimicamente, è indagabile analiticamente nei dettagli costitutivi. Negli ultimi decenni con la PET e la fMRI è diventato possibile cogliere in tempo reale i gradienti di attivazione locale, ma ciò resta relativo al cerebrale dell‟homo sapiens in generale, permette di confrontare la fisiologia con la patologia, ma quasi mai arriva a lambire la sfera del mentale, che resta un problema della filosofia.Uno degli inquinanti più fastidiosi in cui ci si imbatte spesso leggendo la letteratura sulla mente è la falsa idea che i computer possano imitarla. Il neurofisiologo Jean-Pierre Changeux afferma:
Un computer avrà enorme difficoltà a riconoscere un papavero in un bosco o una farfalla nella giungla, mentre l‟uomo lo fa istantaneamente, di "corpo". […] Ma soprattutto incapaci [sono i computer] di anticipazione, di intenzionalità. Le loro facoltà di autorganizzazione sono molto ridotte, se non inesistenti.
170170
J.-P. Changeux – A.Connes, Pensiero e materia, Torino, Bollati Boringhieri 1991, p.154171
E.Boncinelli, Mi ritorno in mente, Milano, Longanesi, 2010, pp.97-98Per quanto si stia parlando di evidenze negative inconfutabili, resta il fatto che il modello computazionale continua ad attrarre e ciò potrebbe dipendere dal fatto che i neuroni sono cellule polarizzabili e depolarizzabili, e che ioni inorganici di sodio, potassio, calcio e cloro in esse fungono da pile produttrici di debolissime correnti elettriche che "spingono" il segnale da un neurone all‟altro. Ma tali correnti si generano "chimicamente" e "sul posto", quindi alla base del funzionamento del cervello c‟è una chimica endogena e specifica che spiega perché il cervello non produca solo motricità e reattività ma anche pensieri e sentimenti.
2.2 Il rapporto mente-corpo e la propriocezione
La stretta correlazione mente/corpo si evidenzia nelle emozioni psichiche. Dice in proposito Edoardo Boncinelli:
Un‟emozione ci smuove, ci muove e ci commuove. Ci offre una carica motivazionale immediata e spesso irrecusabile che si va ad aggiungere a tutte le altre per costruire il mondo delle motivazioni che ci fanno vivere. La sua natura primaria è innata e incoercibile, anche se esistono moltissime opportunità per imbrigliarla e controllarla, soprattutto in noi esseri umani. La finalità è quella di prepararci a un‟azione, avente lo scopo di favorire o di fuggire un certo stato di cose.
171La mente attraverso l‟emozione psichica si coniuga col corpo in azione e il Nostro ne parla in termini di incoercibilità. Come vedremo, anche l‟emozione idemale, l‟
abmozione, può assumere talvolta i caratteri dell‟incoercibilità senza per implicare motricità ma più spesso immobilità in una contemplazione "dimentica del corpo". L‟emozione psichica invece è sempre motoria, ma se troppo intensa e incontrollata può paralizzare i sistemi motori. Di fronte all‟alternativa "combatti o scappa" anche gli animali possono bloccarsi, incapaci sia di combattere che di scappare. Precisa Boncinelli:L‟emozione è la registrazione di un movimento somatico interno provocato da qualcosa di visto, di sentito o anche solo di pensato. Tale movimento ha il carattere generale di un‟aumentata reattività e ad esso corrisponde di sovente un visibile stato di agitazione, una serie di movimenti somatici esterni, tra i quali spicca l‟atteggiarsi dl volto a una particolare espressione, e il predisporsi di tutta la persona al compimento di una serie di azioni, reali o potenziali.
172172
Ivi, p,114.173
E.Borgna, Il silenzio del corpo, in: AaVv, Arcipelago malinconia, Roma, Donzelli 2001, p.23174
Ibidem.175
Ivi, p.24.Il rapporto mente-corpo è di totale dipendenza reciproca e l‟idea della separazione tra essi nasce con l‟Orfismo, è rilanciata da Platone e assunta dal Cristianesimo: nel „600 Cartesio ne darà la più famosa e compiuta formulazione con la dualità
res cogitans/res extensa. Riproporre il dualismo con alle spalle ormai tre secoli di ricerca psico-fisiologica pare insostenibile, ma esso resiste alimentato dal dualismo teologico spirito-materia. È evidente che l‟homo sapiens abbia una mente più complessa degli altri primati, ma non va dimenticato che ancora di più lo è la molteplicità di movimenti possibili col suo corpo. Basta pensare a che cosa fa la mano per capire che cosa la differenzi dalla zampa anteriore d‟uno scimpanzé. Il dualismo di mente e corpo è privo di senso per almeno tre ragioni, la prima delle quali è la contiguità e l‟implicazione. La seconda è che i sistemi sensori chiamano a un lavoro congiunto la mente e il corpo. La terza (e più importante) è che corpo e mente coevolvono insieme, l‟evolvere "li lega" anche se sono possibili accelerazioni e rallentamenti separati. Le modificazioni della nostra linea evolutiva, che parte dai rettili, hanno visto implementazione reciproca. Nota lo psichiatra Eugenio Borgna:L‟esperienza del corpo, i modi di vivere il corpo, sono ineliminabili da ogni psicopatologia che intenda cogliere il
senso delle diverse forme, neurotiche e psicotiche, di sofferenza psichica. Così, la storia della vita di un paziente non può essere decifrata fino in fondo se non ci si propone di scandagliare e di valutare come il corpo vissuto (l‟esperienza vissuta del corpo) si sia articolato nel corso dell‟esistenza. 173Un‟esperienza vissuta, anche quando pare riguardare esclusivamente il corpo oppure la mente, è sempre esperienza globale. E tuttavia:
A di là delle loro diverse connotazioni, neurotiche o psicotiche appunto, in alcune esperienze psicopatologiche si constata come il corpo non sia più votato al mondo, non si apra più al mondo e divenga solo segno (controtestimonianza) di se stesso. In queste condizioni il corpo si fa oggetto. […] Il corpo vivente si trasforma in corpo-cosa.
174Il corpo-cosa è snaturato, perduto, abbandonato, diventato solo oggetto della fisiologia: un corpo è interamente se stesso, significante, solo se coniugato con una mente. Tutte le nostre esperienze, persino quelle idemali (le più lontane dalla corporeità) coinvolgono il corpo come parte attiva, salvo quando «si trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto di attenzioni» 175.
L‟atteggiamento epistemico che ha dato il maggior contributo per mandare in soffitta il dualismo ha nome
embodied mind e fa riferimento a una proposta di Georges Lakoff formulata intorno al 1980. Egli pone la "mente incorporata" (qualcuno traduce "incarnata") partendo dal presupposto che la maggior parte del conoscere umano dipende da strutture somatiche di base che supportano i sistemi percettivo e motorio. L'embodiment della mente significa anche che per spiegarne il funzionamento non solo è da rigettare il dualismo ma anche il fisiologismo per tacere del computazionalismo. Lakoff sostiene che la complessità neurale quale appare dalle ultime ricerche esclude l‟utilità di categorizzazioni oppositive del tipo "bianco o nero". Nella realtà naturale tali categorizzazioni non esistono poiché esistono solo una molteplicità di "grigi" casuali e indeterminati.Poiché il corpo è pilotato dal sistema nervoso e noi siamo "fatti dai nervi" anche il cervello trova i suoi maggiori impulsi nel corpo e secondo Lakoff il nostro pensiero sul reale accade entro i limiti posti dall‟
embodiment della mente. Nel libro Da dove viene la matematica (scritto con lo psicologoe matematico Rafael Núñez) si sostiene che i concetti matematici si formano a partire da meccanismi cognitivi ordinari e quotidiani, tipo le relazioni spaziali di cui tiene conto il corpo muovendosi da un punto a un altro, dei raggruppamenti di cose simili, della ricerca di unità-base per capire il molteplice, dalla distribuzione degli oggetti nello spazio, dai cambiamenti degli orientamenti del corpo, dalle manipolazioni degli oggetti. 176
176
G.Lakoff e R.E. Núñez, Da dove viene la matematica, Torino, Bollati Boringhieri 2005, pp.57-58177
U.Galimberti, Enciclopedia di psicologia, Milano, Garzanti 1999, p.192178
Ivi, p.956.179
E.Boncinelli, Il male, Milano, Mondadori 2007, pp.14-15.180
Ivi, p.17Da un punto di vista neurofisiologico la relazione mente-corpo si dà come
propriocezione, che non è coscienza per quanto ne sia un antenata. Il termine viene spesso sostituito con quello di cinestesia, ma Umberto Galimberti le distingue:CINESTESIA: percezione conscia dei propri movimenti, resa possibile dalla presenza di propriocettori situati nei muscoli, nei tendini e nelle articolazioni. 177
PROPRIOCEZIONE: questa sensibilità proviene dai recettori situarti nell‟apparato muscolare e scheletrico e concerne informazioni sul grado di trazione e tensione dei muscoli, dei tendini, delle fasce connettivali e sulla posizione e il movimento delle varie parti del corpo Questa forma di sensibilità comprende una modalità
conscia […] e una modalità inconscia, che segue le vie dirette al cervelletto. 178Quest‟interpretazione estensiva della propriocezione includente l‟elemento inconscio ci pare calzare bene con ciò che noi chiamiamo
percezione del sé o senso del sé. Premesso che la propriocezione può offrirsi sia come malessere che come benessere va ricordato che per Epicuro il piacere è semplice assenza di dolore e che ciò collima col nostro concetto di benessere e quest‟etica edonistica del "fuggire il dolore" è molto differente da quella dei Cirenaici della "ricerca del piacere". Boncinelli parla anche di nocicezione:La percezione del dolore fisico è talmente importante per la sopravvivenza e l‟integrità fisica dell‟organismo che esistono strutture biologiche specificamente dedicate a questo. Ci sono infatti nel corpo particolari terminazioni nervose, dette nocicettori, che rilevano gli stimoli dolorosi [...] I nocicettori rilevano in verità stimoli dolorosi di una certa intensità […] Il midollo spinale per esempio non lascia salire tutte le percezioni dolorose, ma ne sopprime un buon numero attraverso l‟utilizzazione di una moltitudine di sostanze naturali - come vari neuromediatori, i cannabinoidi endogeni e le cosiddette endorfine – e lascia passare soltanto quelle che hanno raggiunto una certa intensità. Il cervello dal canto suo cerca di sopprimerne altre, soprattutto se ripetute, mediante il rilascio di endorfine. Il dolore che proviamo è dunque quello derivante da stimoli che hanno superato tutti i filtri e tutti gli sbarramenti.
179Neurologicamente il dolore non è altro che l‟allarme lanciato per "qualcosa non va" e di cui "ci dobbiamo preoccupare", ma spesso il dolore non ha rapporto con problemi gravi. Gravissime cause di mortalità sono del tutto asintomatiche, a partire dai carcinomi in fase iniziale e da diversi tipi di problemi circolatori, quindi la nocicezione non ci dice se nel nostro organo sono apparse cellule cancerose o che una certa arteria si sta ostruendo. Un invasione di metastasi o uno stato preinfartuale non attivano
nocicezione, mentre ce lo recano, a volte terribile e invalidante, un mal di testa, un mal di denti o un‟ernia del disco. Questi malesseri non sono fisiologicamente gravi ma molto importanti esistenzialmente, perché negli stati altamente dolorosi la mente sovente smette di funzionare. Nel mondo moderno questo grave problema è stato in parte risolto con farmaci che attenuano il dolore "ingannando il cervello", vediamo come:I recettori non stanno ovviamente lì per accogliere sostanze artificiali sconosciute, ma per ricevere quei messaggi endogeni naturalmente presenti nel sistema nervoso e soprattutto nel cervello e aventi la funzione di lenire il dolore o di dare una piacevole sensazione a tutto il corpo. Il fatto è che molti dei farmaci che utilizziamo hanno alcune caratteristiche chimiche in comune con le sostanze naturali endogene e utilizzano i loro stessi recettori "ingannandoli".
180L‟inganno per somiglianza chimica non sarebbe possibile se nel cervello già non fossero all‟opera sia dei bene-cettori che dei neurotrasmettitori dell‟appagamento e del benessere. I nostri corpi sono predisposti al piacere o almeno al benessere e il cervello è il laboratorio che produce o distribuisce le sostanze chimiche che favoriscono il senso di benessere. Ciò cela un pericolo, perché la domanda psichica di benessere è continua e pressante e noi possiamo essere indotti a procurarcelo con sostanze che ingannano il cervello e nello stesso tempo lo distruggono. Il committente di ciò parrebbe il corpo, in realtà è la
psiche. Ma sentiamo ancora Boncinelli:Il corpo è avido di tali sostanze e ne richiede in continuazione e in dosi possibilmente crescenti, obbedendo il più delle volte al meccanismo dell‟"appagamento" presente in tutte le sue forme: appagamento della fame, della sete, del sonno, del desiderio di riposarsi e via discorrendo.
181181
Ibidem.182
Ivi, p.20.183
E.Boncinelli, Come nascono le idee, cit., p.89184
Ibidem.185
Ivi, p.209.La gamma di sostanze psicotrope con cui soddisfare la psiche e con essa il corpo è vasta. Di una oggi molto usata, la cocaina, basti dire che non fa più sentire né sonno, né fame, né fatica, né malessere fisico e psichico; inoltre rende appagati, sicuri di sé, disinibiti, capaci di fare cose prima impossibili. Miracolosa dunque! Sì all‟apparenza, non nella realtà per una ragione secondaria e una primaria: secondaria quella del malessere da astinenza, primaria quella dell‟impoverimento progressivo delle funzioni mentali, specialmente quelle localizzate nella corteccia prefrontale, una regione aspecifica, apparentemente senza compiti definiti, «libera da compiti fisiologici specifici e quindi sede di tutte le "associazioni" e di tutte le sottili "interferenze" che fanno di noi quello che siamo.»
182.Boncinelli distingue tra
enterocezione e propriocezione, la prima «ci informa sullo stato di salute attraverso un‟eventuale sofferenza», la seconda «ci mette in condizione di controllare l‟azione dei nostri muscoli» 183: non ci pare una distinzione utile perché la prima è includibile nella nocicezione. Ma egli ha ragione quando sottolinea che la propriocezione non ha solo il compito di gestire le posture e renderle armoniose e non forzose, ma che contribuisce anche al senso del sé come «basso continuo dell‟autocoscienza» 184. Nella sua opera più recente egli torna sull‟argomento e ribadisce che attraverso l‟enterocezione noi siamo «messi in contatto con i nostri visceri» mentre con la propriocezione «siamo informati istante per istante dello stato di tensione dei principali muscoli del nostro corpo.» Aggiunge:La sua funzione [della propriocezione] è quella di non farci mai perdere il controllo della nostra postura e della nostra vigilanza su di essa, ma è concepibile che questa sensazione, diretta e continua, della presenza del nostro corpo, possa contribuire considerevolmente a fornirci un senso del sé e quindi in definitiva a darci una coscienza della nostra esistenza, il «basso continuo» dell‟esser vivi.
185Più oltre il percepirsi è visto come fondamentale per costruire un idea del sé e quindi della coscienza, intendendo evidentemente quella
primaria. Per quanto vi siano migliaia di pagine dedicate a una coscienza estesa o di ordine superiore nel senso di "aver coscienza di esseri coscienti" variamente nominata come auto-percezione o appercezione con significati abbastanza simili, resta il fatto, perlopiù ignorato, che non esiste alcuna coscienza di ordine superiore che non passi attraverso la propriocezione. Il primo passaggio dalla coscienza primaria alla secondaria passa necessariamente dalla percezione del proprio corpo e dei propri movimenti. Il corpo aiuta pertanto la coscienza a implementarsi non solo attraverso i circuiti neurali corticali ma anche attraverso quelli più elementari tronco-spinali. E tuttavia, per quanto oggi possediamo sufficientielementi per sostenere che il corpo e la mente non sono divisi ma strettamente connessi e interdipendenti, persiste l‟idea che ci possa essere un‟anima indipendente dal corpo.
Nel 1974, nel pieno dell‟infatuazione per i futuri e gloriosi orizzonti dell‟intelligenza artificiale, il filosofo Thomas Nagel si poneva questa domanda molto
off-topics: «Che effetto fa essere un pipistrello?» Egli richiamava l‟attenzione sul fatto che una qualsiasi esperienza, compresa quella di un animale, è interpretabile esclusivamente da chi la vive. Egli ne faceva una questione di coscienza, ma data la tipologia della domanda, che concerne una percezione del sé nel fare una certa esperienza, ci pare opportuno trattarne qui come estensione della propriocezione alla coscienza primaria. Dopo aver notato che «non abbiamo al momento attuale alcuna concezione della natura fisica di un fenomeno mentale» egli afferma:Il tratto più importante e caratteristico dei fenomeni mentali è molto mal compreso. La maggior parte delle teorie riduzioniste non cercano neanche di spiegarlo. E un esame attento mostrerà che nessun concetto di riduzione coerentemente disponibile può essergli applicato. […] L‟esperienza cosciente è un fenomeno esteso. Si manifesta a numerosi livelli di vita animale, anche se non possiamo esser sicuri della sua presenza negli organismi più semplici, ed è molto difficile dire in generale ciò che ne attesta la presenza.
186186
Th.Nagel, Che effetto fa essere un pipistrello?, in: Questioni mortali, Milano, Il Saggiatore 2001, p.163187 Ibidem.
188
Ivi, pp.164-165.189
Ivi, p.165190
Ivi, p.166L‟esperienza cosciente ha una specificità che la rende né condivisibile e né interpretabile, e per molti versi neppure auto-interpretabile dal soggetto. Quest‟irriducibilità è "effetto individuale":
Ma senza tenere conto del modo in cui la forma può variare il fatto che un organismo abbia
in qualche modo esperienza conscia significa, fondamentalmente, che fa un certo effetto essere quell‟organismo. Possono esservi ulteriori implicazioni a proposito della forma dell‟esperienza; ci possono anche essere (sebbene io ne dubiti) implicazioni a proposito dl comportamento dell‟organismo. Ma, fondamentalmente, un organismo ha stati mentali coscienti se e solo se fa un certo effetto essere quell‟organismo, un certo effetto per l‟organismo. Possiamo chiamare questo il carattere soggettivo dell‟esperienza. 187Il «
per» che concerne «l‟essere» del soggetto sottintende una singolarità irripetibile. Solo la generalità è indagabile, l‟individualità mai.Vediamo ora come Nagel argomenta per fissare un discrimine tra ciò che è soggettivo ("il per-sé") e ciò che è oggettivo ("l‟in-sé"):
Suppongo che tutti crediamo che i pipistrelli abbiano un‟esperienza. Dopo tutto, sono mammiferi, e non vi è più dubbio sul fatto che essi abbiano esperienze che sul fatto che le abbiano topi, piccioni e balene. Ho scelto i pipistrelli invece delle vespe o dei passeri perché se ci si allontana troppo dall‟albero filogenetico, gli individui abbandonano gradualmente la fiducia sul fatto che vi è in qualche modo esperienza. I pipistrelli, anche se più vicini a noi che quelle altre specie, presentano tuttavia una gamma di attività, e un apparato sensorio, così differenti dai nostri che il problema che desidero porre è eccezionalmente nitido (sebbene possa certamente essere sollevato a proposito di altre specie). Anche senza il beneficio della riflessione filosofica, chi ha passato un po‟ di tempo in uno spazio chiuso con un pipistrello agitato sa che cosa vuol dire incontrarsi con una forma di vita fondamentalmente
estranea. 188Il punto chiave della riflessione nageliana concerne la fondamentale "estraneità" tra le esperienze coscienti di soggetti differenti. Se una certa esperienza nasce dai sensi è evidente che noi non abbiamo nessun senso che "faccia l‟effetto" dell‟uso dell‟ecogoniometro di un pipistrello. Noi non abbiamo alcuna possibilità di "immaginare" che effetto possa fare (che tipo di esperienza sia) avere membrane palmate che permettono di volare, una vista debolissima e un acchiappare il cibo al volo con la bocca
189. L‟esperienza è negata se «va al di là della nostra capacità di comprendere.» 1902.3 Il falso problema dei qualia
Pensiamo che il problema dei
qualia che tanto tempo ha fatto perdere a dibatterne sia un falso problema. Esso evapora appena si ponga il concetto di individualità, un concetto eluso a favore della generalità, molto più facile da indagare e definire. Il porre l‟individualità fa sfumare i qualia come aspetti del mentale inutili o quanto meno insignificanti. Sui cinque sistemi percettivi, tra cui predomina la vista, la psicologia sperimentale e la neurofisiologia hanno scoperto moltissimo, ma discutere della "rossità" del rosso, differente da una persona all‟altra, è ozioso, poiché non concerne le individualità ma solo una differente percezione. I qualia non sono espressioni dell‟individualità, ma varianti della generalità umana e concernono il cerebrale, non certo il mentale. Uno studioso del calibro di Gerard Edelman afferma che si tratta di ricategorizzazioni individuali in cui hanno ruolo valori e ricordi in una ricomposizione non-categoriale:Secondo la teoria [
Teoria della selezione dei gruppi neuronici o darwinismo neurale], i qualia sono categorizzazioni che la coscienza di ordine superiore [per noi la secondaria] effettua delle "scene" e dei "ricordi" forniti dalla coscienza primaria; quei rapporti tra le ricategorizzazioni che sono indispensabili a i qualia sono determinati, in definitiva, dall‟interazione tra i valori selezionati nel corso dell‟evoluzione e la memoria. 191191
Ivi, pp.234-235.192
Ivi, p.235.193
R.L. Gregory, Occhio e cervello, Milano, Il Saggiatore 1966, p.73.194
C.Tamagnone, La filosofia e la teologia filosofale, Firenze, Clinamen 2007, pp.119-120.195
R.L. Gregory, Occhio e cervello, pp.122-128.I
qualia edelmanniani sono solo "modalità individuali del percepire" ma costituirebbero un «mondo vero e proprio» 192 non-categorizzabile neurofisiologicamente ed inaccessibile all‟indagine .Uno studioso della percezione come Richard Gregory spiegava che non la percezione ma il nostro linguaggio a falsa la realtà:
Una altra distinzione va fatta tra il
colore come sensazione e il colore come lunghezza d’onda. A rigor di termini la luce non è colorata, ma è capace di generare le sensazioni della luminosità e del colore quando stimola gli occhi e un sistema nervoso dotato di una data ricettività. Il linguaggio tecnico fa talvolta delle confusioni a questo proposito; impropriamente si dice "luce colorata" ma, per non sottilizzare troppo sull‟argomento, quando parleremo ad esempio di "luce gialla" sarà sottinteso che si tratta di quella luce che genera una sensazione definita, della maggior parte delle persone, come "giallo". 193Però, come abbiamo sottolineato
194 neanche una luce in sé esiste, sono i fotoni a fluire a miliardi e a livelli energetici (frequenze) molto differenti sì da generano un fenomeno a cui diamo quel nome. Gregory da parte sua ci dice che il giallo non è qualcosa di fisico ma percetto tipico di una specie, infatti non esiste alcun quale della giallità ma una vista umana che percepisce fotoni di certe lunghezze d‟onda e frequenze respinti da un corpo opaco qualificato come giallo. Per la precisione si tratta di "quella certa cosa gialla su un certo sfondo e in un certo contesto" e solo se ciò produce un‟abmozione allora c‟è qualità che differenzia sei miliardi e oltre di individualità umane esistenti su questo pianeta; ma questo non c‟entra nulla coi qualia.I qualia non esistono anche perché non esiste alcuna "caratteristica percettiva" definita di un qualsiasi oggetto o fenomeno visivo, ma bisogna sempre riferirsi a uno "sfondo" e a un"situazione" del percepire. Né noi abbiamo recettori specifici per il "giallo" ma elaborazioni complesse di recettori che sono vedono solo il rosso, il verde e il blu, mentre il
vedere giallo è elaborazione secondaria della percezione del verde e del rosso 195. Vedere i qualia come portatori di qualità è un errore gnoseologico colossale in quanto sono quantità (frequenza di fotoni o di fononi, molecole volatili, reazioni all‟amaro al dolce e al salato) e dal punto di vista esistenziale che io veda un certo rosso tendente al granata e tu tendente all‟arancio è irrilevante, si tratta di cos. Per quanto impossibile dimostrare se io e tu percepiamo il color rosso o il calore di un corpo o il profumo delgelsomino o il suono del clarinetto nello stesso identico modo, ciò concerne il
cerebrale, non il mentale e non l‟individualità, per la semplice ragione che si ferma al livello delle infrastrutture (memoria e coscienza) e queste non sono sufficienti a costituire stati mentali.Gli
stati mentali concernono funzioni integrate che producono configurazioni temporanee che vanno molto oltre le mere percezioni anche se possono iniziare con esse. Boncinelli sostiene che i nostri sensi pongono domande e ottengono risposte "per la vita" e non "per la sensibilità individuale":Domande che hanno una precisa attinenza con le esigenze della nostra sopravvivenza e della nostra vita, dall‟altra la necessità di estrarre dall‟atto percettivo la massima informazione possibile. In pratica però è difficile distinguere le strade che portano al raggiungimento di questi due obiettivi perché entrambe si incontrano sul terreno della discretizzazione, della campionatura e della codificazione dell‟informazione biologica.
196196
E.Boncinelli, Io sono, tu sei, Milano, Mondadori 2002, pp.82-83.197
Ivi, p.84198
N.Humphrey, Rosso. Uno studio sulla coscienza, Torino, Codice 2007, pp.11-12.199
Ivi, p.13200
Ivi, p.21.201
Ivi, p.25.202 Ibidem.
I sensi quindi non falsificano la realtà e le percezioni sono in gran parte già "campionate", interazioni tra un percepito e un modello di riferimento, poiché: «In natura l‟odore di fresie non esiste come non esiste un accordo in Si bemolle o il rosa cremisi. Ciascuno di questi è un segmento di realtà ritagliato da uno dei nostri sensi ed elevato da questi al rango di sensazione.»
197 Qualcosa di stimolante «biologicamente rilevante» che gli organi di senso traducono in sensazioni pseudo-qualitative che concernono l‟indagine cerebrale non quella mentale. Con ciò non intendiamo dire che i qualia non vadano studiati, ma che non sono un problema della mente. Il saggio del 2006 Seeing Red (A Study in Consciousness) scritto da Nicholas Humphrey ci permette di capire come la pseudo-qualità dei qualia si leghi alla motricità. Il soggetto S nell‟"atto del vedere" vive un‟esperienza che è contemporaneamente proposizionale e fenomenica:Nel processo della visione, S perviene a rappresentare
come le cose sono; acquisisce varie opinioni su come stanno le cose. Nel linguaggio filosofico tutte queste cose su ciò che succede sono atteggiamenti proposizionali. […] Il vedere, d‟altra parte, ha anche una componente fenomenica; durante il processo della visione, S dà origine a uno stato di coscienza fenomenica; in particolare S crea sensazioni visive, dotate di una straordinaria dimensione qualitativa. Nel linguaggio filosofico, sta generando qualia visivi. 198Coi qualia i
sensi si coniugano con la coscienza primaria costituendosi, ad esempio, come sensazione di rosso che ha «una qualche caratteristica tipica di una azione corporea, forse un‟espressione.» Il soggetto dà quindi una risposta attiva allo stimolo della luce rossa e ciò si tradurrà nel suo rosseggiare (redding) 199. E tuttavia: «Nello stesso tempo in cui S crea la sensazione, può sentire che la sensazione crea lui, e questo suo esser creato è qualcosa su cui egli è destinato ad avere punti di vista definiti a un metalivello piuttosto diverso.» 200I qualia, peraltro, non sono affatto una prerogativa dell‟uomo ma riguardano anche altri mammiferi dotati di sistemi percettivi simili e di coscienza primaria:
Tutte le mie scimmie avevano nei confronti del colore attitudini sorprendentemente simili. Negli
straight preference test i dieci animali che ho studiato preferivano tutti, nell‟ordine, il blu al verde, il verde al giallo e il giallo al rosso, il che suggerisce decisamene una base genetica comune alla specie. La maggior parte degli esseri umani esprime preferenze simili quando i test sono fatti secondo le condizioni standard; ma non tutti. 201I test sulle preferenze cromatiche sono importanti perché indicano che l‟emotività è coinvolta, ma è comune e generica a quanto si desume da un test eseguito su 54 individui, il 70% dei quali preferiva i blu e i verdi ai gialli e i rossi e solo il 20% aveva preferenze contrarie
202. Ciò significa che perquanto la risposta emotiva alla visione non sia sempre univoca prevale comunque l‟univocità. La rossità, la giallità e la verdità di per sé non emuovono, né i rossi azzurreggianti o i verdi giallizzanti lo fanno, ma Humprey ha ragione nell‟aggiungere che l‟accordo sui colori «non è una garanzia che la sua e la vostra esperienza siano la stessa cosa sotto
tutti gli aspetti.» 203 Con esperimenti fatti su soggetti a vista cieca (blind sight) egli ha confermato la "vista inconsapevole", poiché il paziente affetto da blind sight in realtà "vede" ma non lo ammette, afferma di "aver tirato a indovinare". Ciò permette di ipotizzare che «la percezione proceda separatamente dalla sensazione anche quando quest‟ultima è presente.» 204:203 Ibidem.
204
Ivi, p.36.205
Ivi, p.38.206
Ivi, p.45207
Ivi, p.51208
Ivi, p.53.209
Ivi, p.61.210
Ivi, pp.61-62.211
Ivi, p.62.212
Ivi, p.63.Pensare che la sensazione non abbia nessun ruolo nella percezione potrebbe essere esagerato; io penso tuttavia che le prove suggeriscano che la sensazione e la percezione, sebbene siano innescate da uno stesso evento, siano due effetti essenzialmente indipendenti, non sequenziali ma paralleli, sempre che lo facciano, soltanto in un secondo tempo. 205
I qualia
di sensazione potrebbero essere addirittura incoerenti con le percezioni, che sono il risultato del confronto tra un percepito e la relativa mappa percezionale e ciò che chiamiamo "vedere" è una somma di sensazione e percezione 206.L‟affetto da
blind sight usa la vista ma "come se non gli appartenesse", con indifferenza, ciò fa dire al Nostro che si tratta di una visione anaffettiva 207, poiché:Ciò che la sensazione fa è tracciare l‟interazione personale del soggetto con il mondo esterno, creando il senso che ognuno di noi ha di essere presente e impegnato, conferendo all‟esperienza del momento presente un senso del qui, dell‟ora e del Sé.
208Sarà proprio così? Se il
sé è già coscienza secondaria, derivante da integrazioni con funzioni superiori, qui non compare, a meno che Hunphrey parli di un proto-sé pre-percezionale legato alla motricità, che egli vede infatti come generatrice d‟espressione:Secondo me c‟è una categoria, soltanto una, adatta a coprire questo ruolo [di creazione] e ne abbiamo già parlato al Capitolo 2. Si tratta della categoria delle
azioni: ciò che S fa con la porzione di universo su cui ha, in quanto soggetto, un controllo diretto, ossia il suo corpo. Localizziamolo ancora meglio; ritengo che l‟analogia sia ancora più calzante per una sottoclasse di azioni corporee: le espressioni, ossia le cose che S fa con il suo corpo proprio per mostrare come si sente in relazione a ciò che gli accade in quell‟istante – un sorriso, un grido, una lacrima, agitare una mano. 209Dunque la sensazione si traduce in un‟
azione corporea espressiva o espressione corporea attiva. Che ne è dei qualia? Spariti! Sostituiti da un agire corporeo espressivo.La sensazione humphreyana è fatta di cinque fattori espressivi: 1°, la
proprietà soggettiva della sensazione stessa; 2°, la localizzazione corporea ; 3°, l‟attualità del presente; 4°, la modalità qualitativa di appartenenza a una certa classe di sensazioni (visive, auditive, olfattive o somatiche), quindi uno stile espressivo; 5°, la immediatezza fenomenica come automanifestazione del soggetto 210. Il soggetto S è a tutti gli effetti «autore della sensazione di rosso» 211 e «Se è vero che la sensazione è un tipo di espressione corporea, l‟attività del rosseggiamento deve esser simile a un tipo di espressione corporea.» 212. Un rosso che rosseggi non esiste ma solo un soggettivo rosseggiare, il rosso non è qualità di oggetti ma stimolo a produrre un‟espressione corporea.Humphrey pare avvalorare la tesi che i qualia non esistono come fatti mentali perché concernono il corpo.
Vediamo ora che cosa ne il neurofisiologo Jean-Pierre Changeux, proponente di una teoria della mente fisiologistica ed epigenica. Egli distingue i qualia
individuali da quelli condivisi, scrivendo:Perché non svolgere ricerche su questi stati "in prima persona" servendosi delle tecnologie e di metodi scientifici avanzati, perché non stabilire i loro correlati neuronali, non confrontarli con gli atti soggettivi provati da altre persone in condizioni simili e tali da aver dato luogo a resoconti o ad azioni comuni?
213213
J.-P. Changeux, L’uomo di verità, Milano, Feltrinelli 2003, p.76.214
C.Tamagnone, Dal nulla al divenire della pluralità, Firenze, Clinamen 2009, pp.193-194 e pp.211-213. Con teorismo abbiamo definito la tendenza a negare validità all‟osservazione e alla sperimentazione nell‟attività scientifica per privilegiare gli elementi teorici di coerenza interna al discorso logico.215
J.-P. Changeux, L’uomo di verità, cit., p.76.216
V.S.Ramachandran, Che cosa sappiamo della mente, Milano, Mondadori 2004, pp.29-30.217
Ivi, p.30.Se ciò si facesse ci si accorgerebbe che i "qualia individuali" sono fantasmi di un
teorismo 214 sterile. Parlarne senza specificare che il senso del "rosso" e il suo concetto sono condivisi dalla più parte dei cervelli (daltonici a parte) significa equivocare la percezione. Significa parlare sul nulla, o quantomeno di qualcosa di irrilevante che trova posto solo nella testa di chi vuol spaccare il capello in quattro. Il qualia condiviso.C‟è da attendersi che questi
qualia condivisi, distinti dalle rappresentazioni, siano a loro volta correlati a "stati fisici" cerebrali, nonostante la variabilità fondamentale che esiste tra cervelli ed esperienze individuali. I rossi squillanti di Rothko in Black over Reds sono percepiti in modo comune e costante – e perché non identico? – da spettatori differenti e in condizioni di illuminazione differenti, con luce naturale o artificiale. Se così non fosse non ci sarebbero musei, né critici d‟arte. Non ci intenderemmo su nulla. La costanza dei qualia implica quella degli stati neuronali corrispondenti, ma la decifrazione di essi resta un problema fondamentale dello studio sperimentale della coscienza 215Della
coscienza primaria aggiungiamo noi, quella che ci caratterizza come uomini generici, poiché la coscienza secondaria è integrata con la memoria e le organizzazioni (psiche, intelletto, ragione e idema) e riguarda i sentimenti.L‟unico modo di salvare il concetto di
qualia è di farne una "creazione" cerebrale, poiché ogni cervello è differente, funziona in modo differente e crea rappresentazioni in modo differente. Il neurofisiologo di origine indiana Vilayanur Ramachandran in The Emerging Mind del 2003, scrive:Il primo passo per comprendere la percezione è abbandonare l‟idea delle immagini nel cervello e pensare invece in termini di "trasformati", o rappresentazioni simboliche di oggetti ed eventi del mondo esterno. Come i caratteri a inchiostro chiamati scrittura simboleggiano o rappresentano un oggetto a cui non somigliano, così l‟attività dei neuroni cerebrali, i moduli di attività neuronale rappresenta oggetti ed eventi della realtà intorno a noi. Come i crittografi cercano di decifrare un codice ignoto, così i neuroscienziati si sforzano di penetrare il codice usato dal sistema nervoso per rappresentare il mondo esterno.
216Se il lavoro del cervello è fondato su codifiche si tratta solo di decodificare questo lavoro, che con la realtà c‟entra poco. Siamo al concetto estremo di
rappresentazione antropica del mondo, di "non-conoscibilità" sensoria. Non sappiamo se casuale, ma la visione di Ramachandran eccheggia uno degli aspetti più rilevanti del pensiero indiano, ovvero che il mondo reale è illusione prodotta dalla Maya. Il Nostro studia la vista in quanto mezzo principale con cui ci rapportiamo al mondo:Noi primati siamo creature molto "visive". Non possediamo solo una ma trenta aree visive nella corteccia della parte posteriore del cervello, e sono quelle a farci vedere il mondo. Non è chiaro perché che ne occorrono trenta anziché una: forse ciascuna presiede a un distinto aspetto della visione. Per esempio l‟area V4 elabora i segnali riguardanti i colori e la visione cromatica, mentre l‟area temporale media (MT) elabora i segnali relativi al movimento.
217La via seguita dai neurofisiologi per identificare queste numerose aree visive è stata quella di studiare pazienti che avevano subito danni parziali. Per Ramachandran dunque ognuna delle trenta aree visive è una codifica parziale che sommata alle altre ventinove "compone" una rappresentazione di ciò che il mondo "non è". Ma è proprio perché le aree visive sono molte che l‟interazione tra esse, evolutivamente, ha potuto, per tentativi-errori-correzioni, migliorare sempre più la nostra "ripresa della realtà". Il costruttore di macchine da ripresa cinematografica componeva gli obiettivi e li selezionava attraverso una serie di tentativi-errori-correzioni al fine di far sì che essa cogliesse al meglio possibile la realtà tridimensionale.
Se Ramachandran avesse ragione dovremmo concludere che anche gli obbiettivi di ripresa cinematografica non riprendono affatto il mondo, ma sono congegni che riproducono al meglio la sintesi di quei trenta recettori che vanno a comporre la nostra "rappresentazione del mondo". Né i cannocchiali e né i microscopi sarebbero stati costruiti per carpire la realtà nel lontanissimo e nel piccolissimo ma solo per confermare la visione antropica di essi! Essi non sarebbero quindi delle protesi delle quali facciamo uso per avvicinare o ingrandire gli oggetti al fine di portarli nel nostro campo visivo, ma macchine riproduttrici di illusioni ottiche. Scrive più avanti:
È il sé, l‟ultimo grande mistero della scienza, cui tutti siamo interessati? Naturalmente, sé e
qualia sono due facce della stessa medaglia. Non si possono avere sensazioni soggettive, o qualia, senza qualcuno che le provi e non si può aver un sé che sia del tutto privo di ricordi, emozioni, esperienze sensoriali. […] Che cosa si intende esattamente con "sé"? Ho individuato cinque caratteristiche fondanti. 218218
Ivi, p.97.219 Ibidem.
220
E.Boncinelli, Il male, Milano, Mondadori 2007, p.24.Tali caratteristiche sarebbero l‟
impressione di continuità, l‟idea di unità e coerenza, la corporeità, la facoltà di azione volontaria, la capacità di riflessione (l‟auto-consapevolezza) 219.2.4 Emozioni psichiche ed abmozioni idemali
L‟argomento che stiamo per trattare presenta, per noi che sosteniamo il
dualismo esperienziale dell‟uomo (espresso nel dualismo antropico reale) presenta una difficoltà, perché è difficile far a meno di usare il termine emozione anche per quelle attivazioni idemali che chiamiamo abmozioni. Boncinelli sostiene che l‟emozione «Innanzitutto è un movimento somatico interno», cioè qualcosa che emerge in certe situazioni e che provoca modificazioni corporee che riguardano la posture ma soprattutto il viso, col rilassamento o la contrazione dei muscoli, i rossori o i pallori, ecc. Domandiamoci che rapporto potrebbe mai esserci tra l‟emozione che proviamo ad ascoltare un notturno di Chopin che ci fa "venire i brividi" e una visione terrificante che qualifichiamo nello stesso modo. Ci sono situazioni mentali totalmente differenti ma che il linguaggio tradizionale esprime negli stessi termini. Facciamo confusione anche perché nel latino classico l‟emozione era chiamata animi motus, mentre il verbo emoveo significava tutt‟altro; solo in epoca tarda appare la parola emotione nel senso di ex-motione, cioè animi motus provocato dall‟esterno. Comunque sia, la parola indica una reazione a qualcosa che nasce e accade al‟esterno ma che si riverbera all‟interno e-muovendoci.Come interpretare il fenomeno dal punto di vista evolutivo? Secondo Boncinelli lo scopo dell‟emozione è di «prepararci a un azione» e conterrebbe un «elemento valutativo» di ciò che ci emuove che può essere eventualmente memorizzato
220. Le emozioni ci colgono perlopiù di sorpresa, salvo il cercarle mettendosi in situazioni opportune, ma in questo caso c‟è attesa e preparazione e l‟emozione è artefatta. Peraltro anche le abmozioni possono essere sia inattese e siacercate e preparate, quelle estetiche spesso sono di que4sto tipo. Ma le abmozioni più interessanti sono le inattese e impreparate. Riguardando un quadro o riascoltando una certa musica che ci ha una volta abmozionati, pur cercando di rimetterci nelle stesse condizioni il fenomeno sarà attenuato o non ci sarà per nulla poiché l‟abmozione è evento irripetibile per definizione. L‟
emozione vera e propria, quella psichica, è invece solo la reazione nervosa a uno stimolo che può tradursi in una modificazione somatica (rossore, pallore, balbettio, vertigini, palpitazioni, svenimento ecc.). L‟abmozione invece opera una temporanea estrazione (da ciò il prefisso ab) dalla propriocezione e dalla coscienza tramite l‟idema.L‟emozione psichica è "eccitazione del corpo" mentre l‟abmozione è "dimenticanza del corpo" e può essere estetica, etica, gnoretica (concernente gli entusiasmi della conoscenza e della scoperta) e dhianasica (rapporto simpatetico con la natura)
221. Un‟altra differenza importante tra emozioni e abmozioni è che le prime sono reattive e le seconde introiettive, vale a dire che le emozioni si manifestano perlopiù in una reazione di estroversione con spiccati elementi corporei e le abmozioni in un‟attività di introiezione con scarsi elementi corporei. Importante è evitare ogni confusione tra le dimenticanze del corpo abmozionali e le uscite dal corpo estatiche, le prime non avendo nulla a che fare con le seconde. Torniamo però con Boncinelli all‟emozione psichica come eccitazione corporea:221
C.Tamagnone, Necessità e libertà, pp.181-210.222
E.Boncinelli, Il male, cit., p.25223
A.Damasio, L’errore di Cartesio, p.270L‟evento fisiologico iniziale comprende elementi molecolari, cellulari e circuitali e coinvolge vari sistemi somatici fra i quali certamente quello nervoso a ciascuno dei suoi livelli. Nonostante la pluralità di coinvolgimenti, l‟evento fisiologico iniziale è istantaneo e inconsapevole. A questo seguono quasi sempre molte altre cose: una presa di coscienza, una valutazione emotiva, un‟elaborazione mentale.
222L‟emozione implica dunque valutazione non solo dell‟effetto su sé ma anche del giudizio degli altri che ne assistono, mentre l‟abmozione è sempre fatto interiore anche se avviene in mezzo ad altri. Ascoltare un complimento o una battuta maligna al telefono non è la stessa cosa quando in luogo pubblico vedono e ascoltano anche altri. Quando l‟emozione non parte da una percezione sensoriale (vista, udito, olfatto) ma da un ricordo, una rievocazione o un‟anticipazione di qualcosa di sperato o temuto, è probabile che ci sia coinvolgimento dell‟idema e che l‟emozione assuma coloriture abmozionali. Infatti emozione e abmozione possono trovare territori di contiguità come verosimilmente la psiche e l‟idema, per quanto la prima sia enormemente più potente e pervasiva della seconda.
Damasio ha approfondito il rapporto tra razionalità decisionale ed emotività già in
L’errore di Cartesio del 1994, dove aveva messo in luce quel che accade nelle lesioni al lobo frontale, la parte della corteccia in cui nascerebbero le decisioni. L‟importanza della ricerca damasiana sta nell‟aver dimostrato che le decisioni totalmente razionali non esistono e che l‟emozione gioca sempre un ruolo. Nel 1982 egli analizzava i comportamenti di un soggetto di nome Elliot operato di un piccolo tumore corticale del lobo frontale. Il suo quoziente di intelligenza era molto alto ma egli era in difficoltà a prendere decisioni. Ovvio pensare a un indebolimento della volizione, ma il Nostro intuisce che la causa è essere un‟altra e che deve rivisitarlo, ma quando c‟è da fissare la data:Per quasi mezz‟ora il mio paziente va avanti a elencare ragioni pro e contro la scelta dell‟una o dell‟altra data: precedenti impegni, altri appuntamenti in ora troppo ravvicinata a quello della visita, evoluzione delle condizioni meteorologiche: tutto, o quasi, quello che si potrebbe ragionevolmente pensare a proposito di un appuntamento.
223Elliot non rivela solo indecisione, è distaccato, freddo, indifferente, incapace di emozioni, con i famigliari che dicono che è come vivere con uno sconosciuto, inerte a stimoli e senza scrupoli nella sua passività. Damasio ne deduce che nel
lobo frontale oltre razionalità ci sia anche emotività e che esso si connetta al tronco encefalico, all‟amigdala e in generale al sistema limbico. Dunquel‟emozione aiuta a decidere e senza di essa la mente umana può diventare incapace di scelte: queste sono dunque sempre razionali ed insieme emotive?
Parrebbe di sì, ma le emozioni di cui parla Damasio sono quelle della psiche, non certo le abmozioni dell‟idema. La psiche produce emozioni elementari, istintuali, tipiche del cervello "primitivo", partenti dalle regioni più antiche del cervello come quelle già costituenti il sistema limbico arcaico. Conveniamo che nelle persone sane di mente non c‟è razionalità senza poca o tanta emotività e che dalla psiche sia aiutata o meno a farsi volitività decisionale. Ma per il Nostro pare esistano solo tali emozioni psichiche e che siano connesse ai "sentimenti"! Ma l‟emozione psichica non c‟entra coi sentimenti: essa è‟ imbarazzo, umiliazione, frustrazione oppure gratificazione e piacere. Spesso è implicato il nostro narcisismo, l‟irrritabilità, l‟odio, la paura, il desiderio, la repulsione ecc. La
psiche (come l‟idema, l‟intelletto e la ragione) non è in un "luogo" del cervello, né la ragione sta nel lobo frontale perché le organizzazioni fluttuano e si incrociano, si associano o si oppongono, in altre parole dialetticamente si integrano. La psiche può coniugarsi con la ragione in una configurazione e l‟idema produce abmozioni ancora più fluttuanti e sfuggentiIn
Emozione e coscienza del 1999 Damasio fa dell‟emozione e del sentimento due fasi di uno stesso processo di coscienza, tutti e tre derivanti dagli "stati del corpo". Il cliché secondo il quale l‟emozione sarebbe sempre negativa ai fini del ragionamento e della presa di decisioni è falsa, ma Damasio sbaglia nel fare delle emozioni una realtà univoca, poiché ci sono emozioni attivanti quante ce ne sono di bloccanti. Solo certe emozioni aiutano la volizione, forse perché provocano uno stress (afflusso di nor-adrenalina) che minimizza i dubbi e chiama all‟azione. Il Nostro poi fa una distinzione tra emozioni primarie, come la gioia, la tristezza, la paura, la rabbia, ed emozioni secondarie o sociali come, quali l‟imbarazzo, la gelosia, la colpa, l‟orgoglio, e le emozioni di fondo, quali il benessere o il malessere, o la calma e la tensione 224. Ritiene che: 1°, creino circostanze vantaggiose per l‟organismo; 2°, siano biologicamente determinate e frutti di dispositivi cerebrali innati formatisi nel corso dell‟evoluzione; 3°, concernano una zona limitata delle regioni subcorticali a partire dal tronco encefalico; 4°, si inneschino in modo inconscio; 5°, usino il corpo (sistema interno, viscerale, vestibolare e muscoloscheletrico) come fosse il loro "teatro".224
Ivi, p.69.225
E.Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Milano, Feltrinelli 2002, 37L‟assimilazione dell‟emozione al sentimento si ritrova anche in un non-riduzionista come lo psichiatra Eugenio Borgna, autore di un bel libro (
L’arcipelago delle emozioni) dove la distinzione categoriale è tra il pensiero-ragionamento e l‟emozione-sentimento secondo la tradizione pascaliana:Ci sono le emozioni e c‟è il pensiero, c‟è la vita emozionale e c‟è la vita della ragione (della
raison); e solo nella misura in cui ci sia concordanza e conciliazione fra l‟una categoria e l‟altra è possibile avvicinarsi ai problemi conoscitivi ed esistenziali senza squilibri. Ri-conoscere il senso, e il valore, delle emozioni, ridare ad esse una dignità conosciuta e fenomenologica, non significa ovviamente negare il senso e il valore del pensiero (della ragione). 225Egli sbaglia nell‟identificare il pensiero con la razionalità poiché ci sono pensieri non-razionali che non sono sentimenti e sentimenti che sono razionali. Utilizzare categorie obsolete come quelle di Pascal, che oppongono la ragione al sentimento, è nocivo perché elude la complessità del mentale. Non solo la ragione produce pensiero, l‟intelletto, la psiche e l‟idema: sicché è corretto dire che esistono pensieri razionali, altri intellettivi, altri psichici e altri idemali.
Borgna, dopo aver analizzato molti tipi si sentimenti-emozioni come la vergogna, lo sradicamento, la malinconia, il senso della morte, la sofferenza, ecc. pone in evidenza una realtà importante, ovvero l‟esistenza di una soglia oltre la quale un sentimento può diventare malattia e scrive:
Le emozioni, la vita emozionale e la vita affettiva, si costituiscono, così, come dimensioni essenziali e radicali della condizione umana. Il dilagare della conoscenza razionale, della
raison come strumento di conoscenza del reale astrattoe geometrico, quando non sia arginato ed equilibrato dalle ragioni del cuore, dalle emozioni, rende la vita arida e svuotata di senso. 226
226
Ivi, p.187.227 Ibidem.
228
E.Boncinelli, Il male, cit., pp.43-44.229
Ivi, p.44.Sin qui conveniamo, ma egli aggiunge:
Ma, d‟altra parte,, le emozioni radicalmente staccate dalla riflessione possono dilatarsi e infiammarsi fino, lo abbiamo visto nel corso di queste pagine, a trascinare con sé sofferenza e dolore. La cura, in psichiatria, è indirizzata a frenare e ad attenuare le emozioni che trascendano i confini di un‟armonica correlazione con il mondo delle persone e con il mondo delle cose. Ogni esperienza neurotica, ma anche ogni esperienza psicotica, testimonia di una vita emozionale conflittuale e corrosa dall‟angoscia e dalla disperazione: che ha bisogno di cura.
227Qui non siamo d‟accordo. Non di «armonica correlazione», poiché i conflitti tra funzioni mentali sono spesso evidenti, ma certamente di "equilibrio" ha bisogno ognuno di noi per non scivolare nella patologia. Ma se ciò è vero laddove il sentimento "si allucina" lo è altrettanto quando la ragione si fa "psicotica", ovvero priva di sentimenti.
2.5 Che cosa sono i sentimenti?
Relativamente alle emozioni, agli affetti e ai sentimenti Boncinelli scrive:
Abbiamo parlato di emozioni e non abbiamo mai usato il termine "sentimenti" e "raramente affetti". Qual è la relazione tra queste tre parole? Si tratta essenzialmente delle stesse cose e infatti nella vita i termini in questione vengono utilizzati in maniera intercambiabile. Affetti ed emozioni sono sinonimi in tutto e per tutto, anche se spesso riserviamo la parola "affetto" per emozioni più positive e di attaccamento verso qualcuno, e più raramente verso qualcosa. Della paura e della sorpresa, per esempio, difficilmente si direbbe che sono affetti, mentre dell‟amore e del desiderio lo si afferma più tranquillamente.
228Non siamo d‟accordo, ma conveniamo che sia difficile fare distinzioni se si guarda alla mente come un
tutto genericamente costituito, ed è persino ovvio che per gli scienziati possa aver poco senso parlare di psiche, intelletto, ragione e idema avendo tutte principale sede fisiologica nella corteccia. Ma una mente unitaria "effettualmente" non esiste se non per il fatto che il tessuto corticale ha colore grigio-rosato da cui il nome di materia grigia. Egli aggiunge che i sentimenti «potrebbero esser quelle costellazioni, relativamente stabili e organizzate, di emozioni che si riferiscono a un comune oggetto, persona e più raramente cosa, tenute insieme anche sulla base di elementi cognitivi.» 229 Aggiunge che tali costellazioni sono «temporanee», vale a dire che si fanno e si disfanno nel flusso del vissuto pur potendo lasciare il loro segno nella memoria, l‟infrastruttura che distribuisce le varie tracce secondo criteri a noi ignoti per richiamarle e ricomporle all‟occasione. Anche questo è compatibile con la mente plurintegrata.A fabbricare quell‟insieme di funzioni che chiamiamo
mente è una macchina bioelettrochimica è stata osservata molto bene, ma con l‟elaborazione di teorie arbitrarie nel pretendersi teorie della mente. Essa è epiprodotto della materia del cervello ma nei termini non-fisiologici di emozioni, pensieri e sentimenti. La categoria del sentimentale ha la stessa radice linguistica del sensibile, del sensitivo, del sensuale, ecc., ma c‟entra assai poco coi sistemi sensori. In quanto agli affetti sono sentimenti che concernono il rapporto mente-a-mente e non mente-a-mondo, e quando si va oltre le mere emozioni psichiche e si entra nel complesso ambito dei sentimenti occorre stare attenti a non fare confusione. Le interazioni tra substrutture, infrastrutture e psiche sono un primo livello arcaicodel funzionamento mentale, ma quando entrano in gioco le tre organizzazioni minori (
ragione, intelletto e idema) lo scenario si fa differente. Le funzioni-base, sostrutture e infrastrutture, interagiscono con la psiche e producono emozioni, ma con l‟idema producono abmozioni. Quando noi parliamo di affetti e di sentimenti ci riferiamo a correlati delle abmozioni, nelle quali la psiche può anche avere un ruolo, ma secondario. Damasio lega insieme emozione, sentimento e coscienza, e precisa: «Ma l‟effetto completo e durevole dei sentimenti richiede la coscienza, poiché è soltanto con l‟avvento di un senso di sé che l‟individuo viene a conoscenza dei sentimenti che ha.» 230 Aggiunge:230
A.Damasio, Emozione e coscienza, Milano, Adelphi 2003, p.52.231
Ivi, p.53.232
Ibidem.233
Ivi, pp.59-60.234
Ivi, p.341Al fine di investigare tali fenomeni, divido in tre stadi uno spettro continuo di elaborazione: uno
stato di emozione, che può essere innescato e realizzato non consciamente, e uno stato del sentire, che può essere rappresentato non consciamente, e uno stato del sentire reso conscio, cioè noto all‟organismo soggetto all‟emozione e al sentimento. 231Dunque emozione + sentimento + coscienza quali fasi di un processo univoco in cui però l‟emozione sarebbe «rivolta all‟esterno» e il sentimento «rivolto all‟interno»
232:Io ho proposto di riservare il termine
sentimento per l‟esperienza mentale, privata, di un‟emozione e impiegare il termine emozione per designare la collezione di risposte, in gran parte osservabili pubblicamente. In pratica, questo significa che non è possibile osservare un sentimento in un‟altra persona, benché sia possibile osservare un sentimento in noi stessi quando, in quanto esseri coscienti percepiamo i nostri stati emozionali. Allo stesso modo nessuno può osservare i nostri sentimenti, ma alcuni aspetti delle emozioni che danno origine ai nostri sentimenti sono palesemente osservabili da altri. Per gli scopi di questa discussione inoltre, i meccanismi fondamentali alla base dell‟emozione non hanno bisogno della coscienza anche se alla fine la usano. 233Al capitolo IX (
Sentire i sentimenti), Damasio ribadisce che «Un aspetto ineluttabile e ragguardevole di questi tre fenomeni – emozione, sentimento e coscienza – è il loro legame col corpo.» Il rapporto cervello-corpo coll‟evoluzione si è fatto sempre più complesso e il cervello produce rappresentazioni dello stato del corpo:Appena questo accade, diventa possibile generare rappresentazioni del proto-sé [una pre-coscienza] mentre è influenzato dalle interazioni con un dato ambiente. Soltanto allora comincia la coscienza e soltanto allora un organismo che sta reagendo in modo mirabile all‟ambiente inizia a rendersi conto di stare reagendo in modo mirabile all‟ambiente. Ma l‟esecuzione di tutti questi processi – emozione, sentimento e coscienza – dipende da rappresentazioni dell‟organismo. La loro comune essenza è il corpo.
234Il corpo, dunque, sarebbe causa di rappresentazioni del
sé che sono chiamate variamente emozione, sentimento o coscienza, facce di uno stesso processo. Ma l‟emozione non è affatto un sentimento! Né un sentimento è sotto il controllo della coscienza e né la funzione dell‟uno e dell‟altro è di creare rappresentazioni del corpo perché ciò lo fa la propriocezione. Le affermazioni damasiane non solo sono arbitrarie parlano di insiemi dove le differenti realtà mentali si scioglierebbero l‟una nell‟altra per aiutare il corpo a vedere e a sentire sé stesso. Damasio conta molti epigoni, come un certo Paul Bloom che afferma che gli autistici tendono a considerare "cose" i loro simili ma senza (fortunatamente!) avere le pulsioni omicide tipiche degli psicopatici. La psicopatologia starebbe nel fatto che, a differenza dell‟autismo, si presenterebbe come freddezza e insensibilità affascinanti, col caso di Hitler esemplare. L‟assenza di sentimenti dà l‟impressione di invulnerabilità e di superiorità ed è grazie a ciò che gli psicopatici diventano leader carismatici. C‟è del vero in ciò e proprio per questo è insostenibile che l‟evoluzione abbia giudicato "adatti" sensibilità e sentimenti in quanto utili alla specie mentre insensibilità, aridità ed egoismo non lo sarebbero.Bloom sostiene che i sentimenti a volte favoriscono la socializzazione e l‟armonia e che se sono buoni "alla fine pagano": significa molto semplicemente che le persone sane (fortunatamente!) sono più numerose delle malate. Prevalgono sì "alla fine", ma sempre per esaurimento delle risorse dei malvagi. Le risorse dei sani sono etiche e l‟etica non ha niente a che fare con biologia, sicché se i buoni deboli sono sempre perdenti. I forti "selettivamente" sono spesso vincenti anche se cattivi, anzi, spesso più cattivi e spietati sono e meglio è "biologicamente parlando". Dunque una banale favoletta che la selezione favorisca i buoni sentimenti, in realtà essa concerne solo i corpi e tutt‟al più la
psiche, mai le funzioni mentali più evolute come la ragione e l‟idema. La selezione naturale mira solo a selezionare e far vincere il più sano e il più forte, buono o cattivo che sia, mai il debole.Però non è affatto detto che il buono sia anche debole, e di solito la bontà è una forza morale molto importante per chi la possiede e riceve solidarietà e stima da parte degli altri: sicuro però che la selezione naturale non ha mai favorito i buoni sentimenti. Abbiamo sostenuto fin dal 1997 che i sentimenti
sono fatti di una stoffa non riducibile alla materia e non abbiamo nessuna ragione per pensarla oggi diversamente. Scrivevamo nel § 2.4 di Necessità e libertà:Anzi, le nostre ragioni etiche sono spesso in contrasto e addirittura lesive delle leggi di quella
ragione biologica che governa la vita e il suo mantenimento al meglio. Che cosa pensare di quel magnifico campione dell‟evoluzione felina che è il leone maschio se dopo aver ammazzato il rivale non ammazzasse anche tutti i suoi figli? Se venisse preso dalla pietà che ne sarebbe della sua discendenza e di converso delle leggi della selezione? E che dire delle leonesse se non fossero da subito disposte alla riproduzione, ma invece si soffermassero a piangere i loro piccoli? Come si vede, già solo prendendo in considerazione il sentimento etico della pietà, ci si rende conto che questa è di per se stessa un grave insulto alla "logica" della materia vivente. 235235
C.Tamagnone, e libertà, Firenze, Clinamen 2004, p.61.236
P.Bloom, Il bambino di Cartesio, cit., p.115.237
Ivi, p.116.238
Ivi, p.118.239
Ivi, p.120.I sentimenti con la selezione naturale non c‟entrano un bel nulla e la linea filogenetica persegue prolificità ed adattamento e non certo sentimento. Per la sopravivenza della specie l‟importante è che gli uomini e le donne siano sani e che si accoppino molto e facciano più figli sani possibile, non che si vogliano bene, cioè che provino reciproco affetto. Ma egli insiste e dice che i sentimenti: «si sono evoluti in relazione ai nostri interessi a lungo termine.» e che «I buoni alla fine vincono.»
236 Una colossale sciocchezza contro ogni evidenza biologica!Bloom parla di
empatia e parte dalla bizzarra tesi (ma non è il solo!) che «l‟empatia è il fondamento del senso morale.» 237, che un neonato piange quando sente altri neonati piangere e che i ratti non sopportano il dolore provato da altri ratti perché lo com-patiscono. Tutto ciò dipenderebbe dai neuroni-specchio, che sicuramente favoriscono l‟empatia ma non la determinano. Tali semplicizzazioni dei sentimenti (purtroppo di moda sulle onde damasiane) li riduce a "reazioni" deterministiche a stimoli, un riduzionismo gnoseologicamente devastante perché invece di affrontare analiticamente un problema complesso lo banalizza accorpando i sentimenti alle emozioni psichiche come "fasi più avanzate di esse". Bloom tematizza il contagio emotivo sulle orme di una studio del 1994 come costituito da un‟imitazione seguita da un cambiamento d‟umore, per cui: «Fase 1: se siete felici, sorridete; se sorridete, io sorrido. Fase 2: se io sorrido, mi sento felice; in tal modo il senso di felicità trascende la vostra mente e influenza la mia.» 238 Parrebbe che per esser felici basti comandare ai muscoli facciali di produrre un sorriso! Ma Bloom crede nei test e snocciola ardite teorie come "verificate" scrivendo: «Le persone che ottengono punteggi elevati nei test sull‟empatia di solito fanno beneficienza o si impegnano nel volontariato più di soggetti che conseguono punteggi bassi.» 239III. Pluralità, integrazione, configurazione e collocazione
3.1 Mappe strutturali e configurazioni fluttuanti
Iniziamo a prendere confidenza con due termini connessi ma distinti, le
mappe strutturali e le configurazioni funzionali. Le prime sono "parti" più o meno vaste e importanti di quella "struttura" globale che è la mente quale produttrice di configurazioni neurali, le seconde sono i circuiti temporanei e occasionali in cui corrono gli impulsi. La differenza fra mappe e configurazioni consiste nella relativa stabilità delle prime e nella provvisorietà delle seconde. Gli schemi sono configurazioni di tipo semplice che concernono solo la percezione e non coinvolgono le organizzazioni. Le mappe insiemi organizzati di decine di migliaia di neuroni che sovrintendono a funzioni o prestazioni o capacità specifiche, il che le fa piuttosto stabili poiché, se fossero instabili, il soggetto avrebbe grosse difficoltà a connettere le sue esperienze con quelle precedenti. Non bisogna confondere le mappe strutturali, come parti strutturali, con le mappe cognitive come scenari spaziali.Di Donald Hebb condividiamo poco perché era un determinista, ma aveva avuto alcune intuizioni interessanti circa le
mappe e le configurazioni, che però chiamava in altro modo. Il suo determinismo non era deduttivo ma aprioristico, visto come irrinunciabile per la scienza 240, però nel suo The organization of behavior; a neuropsychological theory troviamo considerazioni originali. Egli pone a fondamento un principio, poi chiamato regola di Hebb, cui si affianca il concetto di cell-assembly, tradotto con assembramento cellulare. La regola è espressa da un‟equazione il cui senso è: «Se l‟assone di un neurone a è abbastanza vicino ad un neurone b sì da poter contribuire ripetutamente e costantemente ad eccitarlo, si verifica in uno o in entrambi un rafforzamento dell‟efficacia di a nell‟eccitare b.» Ora, il concetto di assembramento cellulare ha molti punti in comune col nostro di mappa strutturale, per quanto l‟assembramento duri poco. Egli scrive in Essay on Mind del 1980:240
D.O.Hebb, Mente e pensiero, Bologna, Il Mulino 1982, p.225.241
Ivi, pp.174-175.242
Ivi, p.177.Si propone, in breve, che tutte le attività distinte e organizzate, corticali o cortico-sottocorticali, eccitate insieme – assembramenti o sottoassembramenti – tendano a eccitarsi reciprocamente, formando un quadro più ampio di attività, per ché la trasmissione dell‟eccitazione alle sinapsi che le congiungono tende a mantenere queste "aperte" e attiva per un certo breve periodo di tempo.
241L‟assembramento comprende sottoassembramenti ed è un insieme neuronale con funzione cognitiva di breve durata. Più assembramenti possono attivarsi occasionalmente e contemporaneamente (e da ciò le analogie con le nostre
configurazioni fluttuanti). Precisa:Ciò [un neurone che ha scaricato una volta tende a scaricare di nuovo] rende fisiologicamente intelligibile un‟associazione immediata e temporanea dell‟attività in due o più assembramenti cellulari, o gruppi di assembramenti. È implicito che ci devono essere a disposizione connessioni sinaptiche multiple, pronte ad essere attivate, ma questo dev‟essere il risultato delle complesse esperienze dei primi anni di vita. Ciò concorda con il fatto che le associazioni transitorie sono possibili solo con materiali famigliari.
242Il punto di partenza (espresso in precedenza da Hebb) era che siano le esperienze prima dei 15 anni di età a creare assembramenti in relazione a percetti ripetuti e frequenti.
Hebb sosteneva che un assembramento una volta attivato continua a scaricare e che affinché subentrino configurazioni nuove ci vuole disattivazione. L‟
inibizione secondo lui, oltre che a livello neurale, si verificherebbe tra assembramenti ad opera degli interneuroni inibitori e dunque «Essi possono avere la funzione di interrompere l‟uscita di un assembramento cellulare una volta chequesto abbia scaricato su un assembramento successivo in sequenza»
243 Ma egli vede anche la possibilità che si crei un circuito chiuso che egli chiama riverberazione e pensa che sia proprio l‟enorme quantità di interneuroni inibitori a rendere potente il cervello umano. Come degli interruttori essi staccherebbero le correnti inutili evitando che vadano a sovrapporsi a quelle utili, creando del "rumore" che disturba la chiarezza del pensiero 244.243 Ibidem
244
Ivi, p.178245
Ivi, p.182Gli assembramenti hanno due ordini di complessità, quelli della prima infanzia sono del
primo ordine, e tuttavia:Quando un gruppo di assembramenti viene attivato ripetutamente, simultaneamente o in sequenza, quelle cellule corticali che sono regolarmente attive dopo l‟attività primaria possono a loro volta organizzarsi come assembramento sovraordinato, o di secondo ordine. […] Può trattarsi di un assembramento di secondo orine se l‟oggetto è visto sempre nello stesso orientamento, o do terzo ordine, formato allo stesso modo con la ripetuta eccitazione di assembramenti di secondo, che scaricano vedendo l‟oggetto in diversi orientamenti.
245Le interazioni tra assembramenti più semplici portano ad assembramenti più complessi, e, analogamente, per la
mente plurintegrata, l‟interazione tra mappe più semplici e stabili porta al configurarsi di mappe più complesse ma più instabili. Ciò che possiamo fin d„ora enunciare come principio di instabilità è che quanto più una mappa o una configurazione temporanea di mappe diverse è complessa, tantomeno è stabile e tanto più è soggetta a disfarsi. Il concetto di configurazione è fondamentale, poiché quei cento miliardi di neuroni del cervello si configurano creando mappe, alcune più stabili e altre del tutto instabili e mutevoli, che finiscono poi per produrre ciò che chiamiamo i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri sentimenti. Proponendo la mente plurintegrata non dimentichiamo affatto che pensieri ed emozioni di tipo molto semplice possano nascere in certe parti del cervello, diciamo però che l‟individuazione di "fonti" cerebrali non è significativo a livello del mentale.Se il pensiero razionale trova la sua fonte di produzione specialmente nella corteccia prefrontale, ciò non significa affatto che la ragione sia un flusso elettrochimico pilotato dalla corteccia prefrontale. Il pensiero non è una corrente di informazioni elettrochimiche ed ancor meno elettriche del tipo 0 e 1 dell‟informatica. È in medicina, chirurgia e farmacologia che si analizzano effetti in base a cause e ove possibile si modificano le cause per avere altri effetti. Solo se l‟oggetto è il cervello si può predire e agire per modificare, pensare che la razionalità o l‟emotività nascano qui o là. Del mentale non si può ragionare in termini di aree o di attivazioni o di stimoli di tipo elettrico, perché le configurazioni non sono più riferibili a meccanismi cerebrali. Le
organizzazioni sono configurazionali, fluttuanti, non-collocabili e associabili-dissociabili: questo è il senso della plurintegrazione.Cercare di capire come si offre il mondo e come ci si sta, come ragionano gli altri e come ragioniamo noi, non compete alla neurofisiologia ma alla filosofia, per quanto filosofi logicisti come Churchland o Dennett possano dire molte più sciocchezze del neurofisiologo Damasio quando vuol fare il filosofo. Qualsiasi congettura si faccia sulla mente ciò da cui star lontani è l‟idea di stabilità e determinismo, solo la consapevolezza di un mondo
che va a caso permette di capire che il rapporto con esso non può essere altro che un flusso di configurazioni che si fanno e disfanno anche se esistono le mappe un po‟ più stabili che concernono le percezioni. Ma le percezioni sono poco affidabili se pur soggette a una sorta di selezione mentale che ne migliora l‟affidabilità anche se il criterio di affidabilità varia da individuo a individuo per quanto le informazioni e l‟esperienza concorrano a migliorarla. Ma tutto il mentale è un processo in fieri che non definisce nulla e "aggiorna" continuamente, per quanto gli imprinting infantili e le weltanschauungen adolescenziali possano resistere nel tempo se foriere di omeostasi psichica.Gli stati mentali come endo-rappresentazioni del rapporto io-mondo costituiscono una sorta di
film proiettato una volt sola. Di fatto, essendo noi animali che percepiscono all‟80% con la vista,questa è la prima fonte di informazioni, essa è anche la prima fonte di emozioni. L‟espressione
immagine mentale ha avuto molta fortuna e la percezione visiva è al centro dell‟indagine fisiologica e psicologica, sicché tale espressione ha finito indicare anche pensieri ed emozioni non. Il concetto di immagine mentale ha un altro difetto, quello di far pensare a qualcosa di definito come è ogni fotogramma nel fermo-immagine. In realtà anche quando qualcuno dice di un fatto memorabile "ce l‟ho ancora di fronte agli occhi" così, egli allude a un "fermo immagine" percettivo di ciò che è stato in realtà un flusso percezionale esogeno visivo-acustico-olfattivo che ha interagito con un flusso configurazionale endogeno. La risultante, il "ricordo", è il frutto di quell‟interazione.Come abbiamo visto al § 1.4 ciò però non significa affatto che noi "ci inventiamo" il mondo e le sue scene, ma semplicemente che la realtà di esse è stata "elaborata", una prima volta nella flagranza del precetto e poi probabilmente a ogni richiamo mnemonico. Bisogna soprattutto abbandonare la falsa idea di reiterabilità molto cara ai deterministi, secondo i quali un cervello adulto è mappato in via definitiva e il modo di pensare, di percepire, di elaborare, di pensare, di emozionarsi sarebbero pre-determinati. Per poco che si conosca di come funziona un cervello sano non si fa fatica a capirne l‟inconsistenza, poiché il nostro cervello nelle sue varie parti ed aree è un teatro di attivazione e di inibizioni, di uscite e di rientri, in un vortice di configurazioni che noi ignoriamo semplicemente perché ciò che affiora alla coscienza, offrendosi come
sintesi intellettiva cosciente, è solo una minima parte colta spesso "al volo" e "per caso" di tutto ciò che ci capita e che esperiamo.Ciò che caratterizza eminentemente il funzionamento del cervello è l‟attivazione e la disattivazione di circuiti neurali e aree cerebrali che l‟
imaging coglie per accresciuta o diminuita irrorazione sanguigna. Se l‟imaging è chiara significa che ha colto stati mentali elementari, generici, ripetibili e localizzabili in aree in cui avviene spesso o perlopiù una "certa" elaborazione di stimoli esogeni (percezioni) e di stimoli endogeni (pensieri ed emozioni). In realtà si sa soltanto che tali luoghi sono maggiormente irrorati dal sangue in certi stati e non in altri, ma non se ne possono dedurre causalità lineari e necessitate. Il panorama del mentale non può essere che relativistico in quanto sia l‟evoluzione del cervello e sia il suo funzionamento sono il risultato di infinite attivazioni, interazioni, integrazioni, dissociazioni e morti. D‟altra parte non esistono cervelli uguali neanche nei gemelli monozigoti perché è il vissuto che plasma il cervello e la vita è fatta perlopiù di casualità. D‟altra parte, a danni modesti in certe aree funzionali sembra che funzioni lì deputate o vengano assunte da altre aree o che ci sia un certo recupero, ma questo può verificarsi "lì" o "altrove" o "nell‟insieme", escluse ovviamente le parti meno plastiche del cervello, quelle che si innestano sul tronco encefalico.La mente è dunque da vedersi, ci si perdoni il bisticcio, come un
flusso di configurazioni fluttuanti, ovvero un processo che continuamente muta l‟assetto dei neuroni, dei dendriti e delle sinapsi e delle mappe strutturali che costituiscono le parti più stabili del sistema cerebrale. Tutte le funzioni mentali, sia le otto da noi individuate come altre temporanee emergono dalle interazioni, dalla differenziazione e dalla plurintegrazione, essendo in evoluzione e quindi in mutazione. Una configurazione che produce un certo stato mentale, un certo pensiero o un certo sentimento in un dato istante, non si riproduce più in seguito perché nulla resta eguale nel vissuto esperienziale individuale e tutto può mutare radicalmente anche all‟improvviso. Ciò malgrado, le mappe hanno una netta tendenza "a resistere" alla mutazione fino ad arrivare a una relativa stabilizzazione, specialmente per la percezione, che si avvale di "quadri di riferimento" categoriali che possono ripetersi con una certa costanza in contesti e situazioni dati, ma che possono mutare radicalmente in situazioni e contesti differenti.3.2 Pulsioni, desideri e autoinganni
Il termine
pulsione è oggi poco utilizzata degli studiosi della mente, tuttavia noi pensiamo che mantenga qualche validità, se non altro "figurativa", di ciò che significhi la sensazione "di impulso ad agire in un certo modo", di "impotenza a sottrarsi", di "non controllo" di un certo comportamento. Al concetto di pulsione si abbina quello di desiderio, più usato in filosofia e con significato differente anche per la vastissima gamma di oggetti del desiderio, ma soprattutto perché normalmente il desiderio è controllabile. Nei termini della mente plurintegrata la pulsione è generata da una psiche fuori del controllo dell‟intelletto e della ragione, mentre il desiderio è in qualche misura controllabile. In altre parole, il desiderio è sempre in qualche modo "filtrato", la pulsione no. Per quanto sia la pulsione che il desiderio siano intenzionali a un qualche oggetto, quello del desiderio può essere sempre sostituito da un altro più appetibile o depotenziato dall‟insorgere di altri desideri, la pulsione no. La rigidità con cui la pulsione si impadronisce del soggetto si esprime incoercibilità e insostituibilità. Una passione come la gelosia per una persona che si pensa "di possedere" e il cui possesso ci pare a rischio non permette alla mente di elaborare una sostituzione ed è questa la ragione per cui tale passione assume spesso carattere distruttivo.La forma di pulsione più evidente e drammatica per le sue dimensioni sociali nei paesi industrializzati non è sempre connessa a turbe psichiche, bensì a una particolare sorta di auto-inganno in cui cadono certe persone, specialmente giovani e adolescenti, che assumono sostanze psicotrope (specialmente droghe e alcool. Ora, esiste un‟analogia tra l‟inganno di una promessa di benessere artificiale che subisce l‟assuntore della droga e l‟inganno neurofisiologico della droga sui recettori postinaptici. Si tratta di uno dei punti di contiguità più significativi tra il
mentale e il cerebrale, ovvero tra la psiche e il sistema nervoso. La struttura chimica di una droga è abbastanza simile a un neurotrasmettitore naturale endogeno sì da ingannare un recettore e farsi accettare come suo sosia. Come abbiamo già visto al § 1.6 i neurotrasmettitori trasformano un segnale elettrico in chimico andando ai recettori postsinaptici che lo passeranno al corpo neuronale e da qui all‟assone, reiterando il processo elettrico→chimico→elettrico→chimico. La tossicodipendenza si genera nel momento in cui c‟è alterazione irreversibile non solo nei meccanismi di base ma anche di mappe che cominciano a lavorare "per la droga".La richiesta di benessere come già sappiamo nasce dalla
psiche, la quale esige la propria omeostasi, cosa che il soggetto ottiene perlopiù attraverso la credenza in opportune visioni del mondo. Con la tossicodipendenza il problema però si modifica, poiché entra nel gioco una domanda di piacere di tipo compensativo di qualche malessere psichico, ottenibile in modo immediato e semplice con un "provocatore di piacere". Assumendo la droga questa entra in circolo e arriva al cervello dove viene "riconosciuta" dai recettori come un neurotrasmettitore naturale e della quale spesso non c‟è ricaptazione. L‟effetto delle droghe in genere è a livello elementare una sensazione di piacere e benessere, associato ad altri come la disinibizione, la sicurezza di sé fino a un senso di onnipotenza, per arrivare a estasi cachettiche, allucinazioni isteriche e simili. Siccome tutto ciò è ottenuto facendo lavorare il cervello in modo innaturale il risultato è in primo luogo l‟alterazione o la disattivazione di funzioni cerebrali naturali, in secondo la dipendenza, che non è tanto neurofisiologica (la disintossicazione è ottenibile in poche settimane) quanto psichica.Con la tossicodipendenza la
psiche, già fisiologicamente dominante si fa "serva" della droga con questa che ormai conduce il gioco cerebrale mandandolo fuori controllo e con punti di non-ritorno perché i recettori si "abituano" alla droga, il falso neurotrasmettitore, ma per mantenere costante l‟effetto le quantità devono via via aumentare. La tossicodipendenza conduce a pulsioni semplici e "monodirezionali" di origine chimica che nei tempi medio-lunghi devastano la mente anche se i segnali possono esser ambigui o tardivi. La mente del tossico ha perso il senso di una realtà divenuta estranea o distorta che fa star male, male da cui bisogna liberarsi almeno per qualche ora attraverso un "bene" da procurarsi ad ogni costo. Il tossico è "fuori del condizionamento" dell‟intelletto e della ragione sulla psiche, al limite della loro disattivazione per iperattivitàpsichica. La perdita del senso della realtà in uno stato mentale che potremmo chiamare
totopsichico, fa sì che numerose mappe si modifichino in funzione della pulsione a drogarsi.L‟accostamento dei desideri alle pulsioni non va frainteso, i desideri sono sempre positivi e le pulsioni mai; anche i desideri nascono nella
psiche ma sono poi elaborati per interazione con le altre organizzazioni. Essi sono dinamici, stimolanti e forieri di nuove configurazione evolutive, mentre le pulsioni sono regressive, paralizzanti e al limite distruttive. E tuttavia anche i desideri possono esser frutto di autoinganni o etero-inganni a carattere subliminale e sembrare adattativi perché aiutano la psiche ad essere omeostatica o addirittura (per esempio con la cocaina e le anfetamine) sono attivi nel problem solving in situazioni difficili. Per analizzare l‟autoinganno ci aiuterà un libro della psicologa Shelley Elizabeth Taylor della California University a titolo Positive Illusions e sottotitolo Creative Self-Deception and the Healty Mind. L‟autrice, con un training in ospedale psichiatrico, scrive:Di fatto, come ben presto imparai, le vittime di traumi violenti – sia individuali, come un‟aggressione o uno stupro, che collettivi, come alluvioni o incendi – raramente sviluppano sintomi psichiatrici. Intervistate qualche mese dopo su quella che parrebbe una perdita irreparabile, spesso queste persone si dichiarano felici e soddisfatte quasi come prima dell‟evento.
246246
S.E.Taylor, Illusioni, Firenze, Giunti 1991, p.3.247
Ivi, p.5.248
Ivi, p.7.249 Ibidem.
I disturbi psichiatrici hanno quasi sempre cause interne e non esterne. Le sofferenze dunque raramente distruggono la mente e abbastanza spesso, è ciò che sosteniamo da tempo, aiutano l‟evoluzione di essa. La Taylor nota:
Molti casi di guarigione psicologica sembravano dipendere da certe distorsioni nel modo di vedere la propria situazione di vita, in particolare da una percezione eccessivamente ottimistica delle probabilità di guarigione fisica, o dalla convinzione di poter attivamente prevenire le ricadute. Era con sorpresa e disagio che ascoltavamo una malata di cancro raccontare il senso che la malattia aveva dato alla sua vita e sentirle dire con grande sicurezza che il cancro non si sarebbe mai più ripresentato, mentre sapevamo della sua cartella clinica che quasi certamente avrebbe avuto metastasi. Ma la cosa più sorprendente era che la scoperta che le persone mantenevano questo eccessivo ottimismo e la convinzione di poter tenere sotto controllo la situazione fossero in realtà meglio adattate alle circostanze e non le più disadattate. Finimmo per chiamare illusioni queste finzioni adattive che, pur non comparendo in tutti i casi di positiva ripresa psicologica erano tuttavia comunissime.247
Evidente che siamo qui di fronte a qualcosa di differente da un‟evoluzione mentale che ha i suoi centri di sviluppo nella ragione e nell‟idema, qui è la psiche protagonista con un fortissimo desiderio di essere sani che si tramuta in convinzione d‟esserlo. Tale illusione, come nota giustamente la Taylor, è però adattiva, poiché produce un falso scenario che aiuta ad affrontare meglio il male. La distorsione della realtà che la psiche produce va a sostituire il disagio di fronte alla malattia.
La scrivente sostiene che siccome ognuno desidera fortemente la salute mentale promuove «finzioni intorno al sé, al mondo e al futuro.»
248 e ciò è ribadito poco più avanti: «Per molti versi una mente sana, come cercherò di dimostrare, pratica l‟autoinganno.» 249 Questa conclusione rafforzerebbe la nostra tesi che la psiche sia la dominatrice della mente e che piloti in gran parte il nostro pensare e sentire, mentre le tre le altre tre organizzazioni sono più deboli. Ma come sono e agiscono le illusioni? Dice la Taylor:Le illusioni rientrano in tre categorie generali: autovalorizzazione, cioè percezione di sé, del proprio passato e delle proprie qualità costanti in termini più positivi di quanto siano in realtà; fiducia eccessiva nelle proprie capacità di controllo personale, cioè l‟idea di poter fare andare quasi sempre le cose a buon fine; ottimismo irrealistico, cioè la
convinzione che il futuro abbia in serbo uno spiegamento mirabile di opportunità favorevoli e una singolare assenza di avversità. 250
250
Ivi, p.15.251
Ivi, pp.16-17252
Ivi, p.17.253
Ivi, p.30Ammiriamo gli ottimisti ma non possiamo esimerci dal notare che il quadro qui delineato è quello della tipica mentalità infantile. Gli ottimisti sono
infantili? Certamente no, ma possiamo dire con buona approssimazione che tali persone non sempre spiccano per razionalità. D‟altra parte la ragione e l‟idema sono evolutivamente sviluppi corticali recenti e non sempre utili per gestire la sopravvivenza. Possono anzi esser dannose! La Taylor stessa sottolinea:Prima che le esigenze e le pressioni del mondo esterno collidano con il suo concetto di sé, il bambino fa di se stesso il proprio eroe. Con poche eccezioni, i bambini hanno di sé un‟altissima opinione: si ritengono capaci di molte cose, comprese quelle che non hanno mai provato a fare, pensando di piacere a tutti, si considerano spesso i primi della classe e nutrono grandi aspettative di successo.
251Siccome dobbiamo pensare che l‟evoluzione abbia premiato gli ottimisti e quindi gli uomini dediti a facili illusioni ne dobbiamo concludere che il pessimismo sia una sorta di "malattia" tutta umana, che ha le sue origine in un disadattamento iper-critico all‟esistenza. Per vivere bene, perfettamente adattati, capaci di procreare molto ed educare i figli all‟ottimismo rendendoli forti e sicuri per la miglior continuità alla stirpe, la psiche è più che sufficiente, quindi gli sviluppi più recenti del mentale potrebbero essere superflui. Siccome non possiamo pensare che la selezione promuova peggioramenti del funzionamento mentale, ne dobbiamo concludere che non la selezione, bensì il caso, abbia dato luogo alla comparsa della ragione e dell‟idema, i quali danneggiano il lavoro della psiche interferendo sulla creazione delle illusioni! Secondo la psicologa Deborah Stipeck i bambini manifestano un «tipico
wishful thinking: pensiero dominato dagli impulsi desideranti.» 252Ma il bambino desidera anche il
controllo del proprio ambiente; in altre parole il potere. La Taylor nota: «il desiderio di padroneggiare l‟ambiente sembra quindi un impulso basilare, forse addirittura un bisogno fondamentale dell‟organismo umano.» 253 Abbiamo buone ragioni per pensare che se ci troviamo di fronte a un «bisogno fondamentale» di onniscienza e onnipotenza, del pieno controllo di noi e del fuori-di-noi, prima o dopo, di fronte alla dura realtà esperienziale, occorre "proiettare" tutto ciò in un Rappresentante Sovrumano. Le proiezioni prendono corpo o in un Dio-Volontà o in un Dio-Necessità che siano latori in senso esplicito o implicito di onniscienza e onnipotenza. Noi sentiamo la "necessità che Dio esista" e se non ne troviamo nella natura segni sufficienti ce lo inventeremo con la fantasia, lo ipostatizzeremo come "reale", con operazioni affabulative lo evocheremo, lo descriveremo e persino lo racconteremo e lo storicizzeremo. Quest‟Essere, più facilmente se si tratta del Dio-Necessità, con mezzi logico-dialettici possiamo razionalizzarlo e persino "dimostrarlo".3.3 Realtà e immaginazione, fantasia e irrealtà
Il primo termine del titolo non è omogeneo agli altri due, ma in qualche modo gli altri due si qualificano nella misura in cui si rapportano ad esso, da ciò l‟accostamento. Il porre la
realtà come oggetto primario del conoscere è un indirizzo laicista che è stato sempre marginale, mentre nella maggior parte delle culture ha dominato la pre-sapienza metafisica quale latrice di verità. L‟essenza della teologia (e non tanto nell‟accezione religiosa quanto in quella filosofale) sta nella"sapienza illuminata" che precede la conoscenza empirica, sia in senso temporale che in senso assiologico. La migliore conferma l‟abbiamo in Aristotele allorché nella sua gerarchizzazione delle "scienze" (
Metafisica, VI [Ε], 1, 1026a, 17-21) pone al primo posto la teologia, al secondo la matematica e al terzo la fisica, ignorando totalmente le scienze naturali, lo studio delle cose e dei fatti reali. Non dunque la realtà del mondo ma la causa prima e i suoi correlati sono gli a-priori da privilegiare e ciò valeva per lo Stagirita quanto per Platone. Le presunte differenze tra i due su questi fondamenti metafisici svaporano nell‟irrilevanza.Dunque l‟esistenze e il modo d‟essere delle cose e dei fatti del mondo in cui siamo immersi sono sempre stati considerati conoscenze suppletive e non indispensabile per il sapere "vero". La verità non sta infatti nella conoscenza a-posteriori della realtà fattuale "dal momento che esiste", bensì nella sapienza a priori "di come essa si è originata" nei suoi fondamenti meta-fenomenici. Non quindi la conoscenza di ciò che siamo rispetto al mondo ma la "sapienza" di ciò che saremmo rispetto all‟
entità originaria-causale del Tutto (come volontà trascendente o necessità immanente) è il da-sapere. La parola scienza per la metafisica ha un significato totalmente differente da quello moderno che appare in traccia solo nel XVII con Bacone. Da lui un invito alla "conoscenza della realtà" dopo millenni durante i quali questa era stata considerata attività "inferiore" avente per oggetto la "bassa" natura sensibile e percepibile. Non spenderemo altre parole sul concetto di realtà essendocene già occupati e ci concentreremo su quelli di immaginazione e di fantasia, spesso confusi e sovrapposti.La
fantasia è una capacità creativa tipica dell‟homo sapiens, spesso inconsapevole e che prescinde da ogni realtà costruendosi sull‟irrealtà. L‟immaginazione è invece la capacità di produrre un‟ipotesi sulla realtà o parte di essa. In tal senso la fantasia "creando" ha carattere "definitorio", mentre l‟immaginazione avendo solo carattere "previsionale" o "anticipatorio" è sottoposta a verifica. La fantasia crea, l‟immaginazione ipotizza. Distinzione che purtroppo non trova riscontro né nel linguaggio comune né in quello colto. Nel mondo anglofono è ancora peggio, perché imagination significa sia fantasia che immaginazione e tendenzialmente la si usa proprio nel significato di fantasia. Traducendo bisognerebbe almeno aggiungere al sostantivo immaginazione l‟aggettivo fantasmatica: tradurre con immaginazione è totalmente errato.Tipici immaginatori sono stati infatti i precursori dell‟eliocentrismo come Aristarco di Samo che nel II sec. a.c. lo immaginò opponendosi al geocentrista Aristotele. In tempi moderni un grande immaginatore è stato Einstein, il quale ha intravisto una geometria dell‟universo che non prescinde dalla realtà cosmica ma la "vede" in maniera nuova. Se poi la sua teoria della
relatività generale (1916) reggerà lo vedremo, resta il fatto che le sue non erano fantasticherie ma immaginazioni da parte ell‟intelletto. La parola greca υαντασία significa rappresentazione splendente o spettacolo ed ha la sua radice nel verbo υαίνω, che nel suo significato transitivo significa faccio apparire e faccio splendere. L‟aggettivo υανaϊος e υαέθω significano entrambi splendente o lucente; υανταστικος vuol dire rappresentato con fantasia od immaginario nel senso di non-reale. Nella lingua latina troviamo sia phantasia che imaginatio, ma entrambi sono legati al sonno e al sogno, sicché Petronio Arbitro (Satyricon, 38, 15) usava dire di una persona poco affidabile: «phantasia non homo!» (un sogno, non un uomo!). Ovidio nelle sue Metamorfosi nomina Fantasio come uno dei due figli di Morfeo.Il termine
immaginazione come da noi definito trova riscontro nella letteratura scientifica per indicare l‟anticipazione di possibili realtà oggettive o la previsione di stati di cose non ancora evidenziati. In passato ne demmo una definizione che resta valida:Facoltà dell‟
intelletto di produrre col pensiero virtuali o potenziali entità o fatti razionalmente concepibili e non in contrasto con l‟esistenza e l‟effettualità delle realtà note e confermate. L‟immaginazione ha pertanto un carattere "ipotetico-previsionale" non inconciliabile con la realtà. Essa concerne quindi la sfera del "possibile" ed è in accordo analogico o induttivo con i reali conosciuti. In questa funzione l‟intelletto parte dal "certo e riconoscibile", estrapolando o interpolando dai suoi estremi o dagli intermedi, come pure formulando fatti e oggetti possibili a partire dalledenotazioni conosciute della
realtà nella sua generalità. Si distingue dalla fantasia, che è facoltà puramente irrazionale. 254254
C.Tamagnone, Necessità e libertà, cit, Glossario, p.281.255
I.Robertson, Intelligenza visiva, Milano, Rizzoli 2003, p.14256
A.Einstein, Autobiografia scientifica, in Opere scelte, a cura di E.Bellone, Torino, Bollati Boringhieri 1988, p.64.257
I.Robertson, Intelligenza visiva, cit., p.57.258
Ivi, p.81.L‟immaginazione è intuizione dell‟
intelletto, la fantasia elaborazione psichica, la prima concerne perlopiù la scienza e la tecnologia, la seconda la religione e l‟arte. Uno studioso che si è occupato di fantasia è il britannico Ian Robertson, impostosi all‟attenzione nel 1999 con Mind Sculpture e poi nel 2002 proseguendo con The Mind’s Eye. Egli sostiene che l‟Occidente, privilegiando il pensiero logico-razionale basato sul linguaggio, indebolisca la capacità di fantasticare, partendo dalla constatazione che i bambini prima di parlare conoscono per immagini. Dotati di "occhio mentale" essi patirebbero il suo indebolimento con l‟apprendimento scolastico 255. In termini fisiologici, la cultura occidentale tende a potenziare le funzioni che si collocano nell‟emisfero sinistro indebolendo quello destro e quella orientale fa il contrario. Robertson, che ha fatto della riabilitazione ci dice che noi migliorando la conoscenza peggioriamo l‟esistenza. Egli sostiene che non è vero che per fare scienza sia indispensabile la logica verbale, e cita il caso di Einstein che com‟è noto aveva avuto da bambino seri problemi di verbalizzazione però vivido senso visivo.Il grande Albert affermava: «Per me non c‟è dubbio che il nostro pensiero proceda in massima parte senza far uso di segni (parole), e anzi assai spesso inconsapevolmente.»
256 Immaginare uno spazio curvo è una visualizzazione e non una verbalizzazione e il "pensare per immagini" e non per parole potrebbe presentare vantaggi, almeno in certi campi e a certi fini. Per Robertson la parola e l‟immagine nel nostro cervello esistono "separatamente" e l‟occhio della mente non ha bisogno della parola. I pazienti che hanno subito la rescissione del corpo calloso e hanno il cervello diviso (split brain) risolvono più facilmente delle persone normali i test in cui si tratta di capire a colpo d‟occhio un numero capovolto 257. La differenza tra il verbalizzare e il visualizzare si può cogliere negli accorgimenti che si usano per ritrovare la propria macchina in un parcheggio: memorizza la lettera della fila e il numero di posto o memorizzare riferimenti spaziali.Visualizzare significa non usare il linguaggio e l‟
imagination di Robertson (che, ricordiamolo, è fantasia) è apprendimento sistematico a creare visioni con volontà e fatica. A produrre immagini sintetiche invece di relazioni logiche è secondo noi la psiche, in qualche caso forse coadiuvata dall‟intelletto, con la ragione fuori causa. La psiche può creare immagini di una pseudo-realtà o dell‟irrealtà, ma "utili":Quando si valuta la vivacità dell‟immaginazione [fantasia] nei diversi sensi, l‟odorato tende a classificarsi primo, il gusto secondo e l‟udito terzo. Di solito l‟immaginazione visiva è all‟ultimo posto. […] potrete mettere a frutto la vostra inclinazione naturale, e usare l‟immaginazione per difendere la salute, sviluppare la creatività e combattere lo stress, come sarà spiegato nei prossimi capitoli.
258L‟illusione immaginifica "star bene" nella misura in cui ci allontana dalla realtà oggettiva, infatti l‟
omeostasi psichica la favorisce il fantasticare come come evasione e allontanamento dalla realtà. Visualizzare che la Madonna di Lourdes o Padre Pio ci guariranno dal cancro significa aver maggiori probabilità che il nostro cancro effettivamente guarisca, poiché le potenzialità del nostro sistema immunitario dipendono dalla tonicità della psiche ed essa si tonifica con la credenza nell‟improbabile o addirittura nell‟impossibile.Sheila era una donna che soffriva di una terribile
herpes genitalis, disturbo molto grave per una donna, che conduce a un depressione profonda. I medici le avevano detto che i suoi linfociti "facevano sciopero" a causa della convinzione "di non poter più guarire". Le fu suggerito di immaginare i suoi linfociti come un esercito potente di squali che attaccavano e divoravano i virus. Le insegnarono con l‟autoipnosi a visualizzare quella lotta e quella vittoria e "miracolosamente" isuoi linfociti smisero di
far sciopero e cominciarono a combattere "veramente" la malattia. Dopo un po‟ guarì 259. Il sistema immunitario infatti non è un congegno difensivo autonomo ma collegato coi sistemi nervoso ed endocrino 260 e tutti e tre sono collegati alla psiche, il sistema endocrino perché la condiziona, il sistema nervoso e quello immunitario perché ne sono condizionati.259
Ivi, pp.213-214.260
Ivi, p.215261
Ivi, pp.215-216262
Ivi, p.217263
Ibidem.264
Ivi, p.218265
Ivi, pp.220-221266
Ivi, pp.224-225.Abbiamo già visto l‟importanza dei neurotrasmettitori e le loro funzioni di massima, ma seguiamo ora Robertson:
Uno degli effetti della noradrenalina è quello di contribuire a rendere più attivi gli organi di senso nei confronti delle immagini, dei suoni e delle altre sensazioni che hanno attratto la vostra attenzione. Questo permette di reagire rapidamente al pericolo ed è quindi un contributo alla sopravvivenza. […] Tuttavia anche il sistema immunitario reagisce a molte di queste sostanze. La noradrenalina, per esempio, deprime l‟attività dei linfociti ostacolando la distruzione delle cellule infettate da virus, o cancerose, da parte delle difese immunitarie. Questa può essere una delle ragioni per cui lo stress grave e prolungato può compromettere l‟immunità e spianare la strada alla malattia.
261Dunque lo stress indotto dalla noradrenalina per rendere più efficiente un organismo in funzione della sopravvivenza oltre una certa soglia può attentare ad essa, danneggiare il DNA, favorire errori di trascrizione e mutazioni genetiche. Il Nostro ci dà conto di alcuni esperimenti su cavie consistenti in un‟iniezione di un inibitore delle difese immunitarie (la ciclofosfamide) insieme a saccarina. Provando a iniettare una soluzione di sola saccarina la risposta era la stessa poiché si era instaurato un meccanismo cerebrale per cui l‟iniezione, di per se stessa, aveva fatto sì che «Nel cervello si erano formati collegamenti tra gli stimoli associati all‟iniezione e la caduta delle difese immunitarie»
262 L‟esperimento è stato ripetuto con persone che hanno accettato di farsi iniettare adrenalina contestualmente a un sottofondo musicale gradevole e alla degustazione di un sorbetto. Tra iniezione, suono e sorbetto si stabiliva così un legame psichico condizionante. Quando si passava a far sentire solo la musica associata al sorbetto i meccanismi cerebrali reagivano come se contemporaneamente vi fosse un aumento di adrenalina nel sangue 263.Quanto sopra conferma quell‟
effetto placebo ben noto in medicina e che coinvolge direttamente la psiche nei meccanismi di difesa e gratificazione. Essa, oltre alla dominanza, possiede vera e propria determinanza nell‟avvertire benessere o malessere e un tossicodipendente non è più soltanto dominato dalla psiche ma da essa "determinato". Le droghe fanno star bene ma vanno a "bruciare" i punti di produzione dei neurotrasmettitori naturali e promuovono processi sostitutivi che alterano mappe e configurazioni. Nel cervello di chi ne è dedito si formano mappe "alterate" che diventano "funzionali" all‟assunzione di esse e una psiche schiava della droga "la pretende" perché essa è il bene, la beatitudine, il paradiso o l‟apparire fantasmatico della possibilità di tutte le possibilità.Riprendendo Robertson, ne emerge che l‟
inganno è un fattore importante nei processi psichici. La medicina occidentale, oggettivante e farmacologica, ha sempre trascurato l‟importanza della fantasia negli stati di benessere e malessere, mentre la medicina orientale l‟ha usata molto. Da noi il male si combatte perlopiù agendo sul corpo, in Oriente perlopiù agendo sulla psiche sulla base della convinzione che «La nostra immunità e le nostre malattie sono enormemente influenzate dai fattori mentali.» 264 Ma poiché delle organizzazioni mentali la psiche è quella più contigua al corpo, la sua capacita di "visualizzare" parti o situazioni di esso fa sì che «l‟occhio della mente riesca a influenzare la capacità di un organismo di combattere le malattie.» 265 Ricercatori dello Iowa hanno accertato che con opportune tecniche 266 si può fare ciò che gli yogi fanno da millenni, cioè controllare la temperatura corporea e l‟afflusso o il deflusso di sangue in certe parti del corpo. Ciò implica tecniche che in Occidente si inizia a considerare, ma già da tempo atleti occidentali cercanodi visualizzare il risultato del loro gesto e il Nostro cita il golfista Tiger Woods, che prima di colpire la pallina si concentra su essa e la visualizza in buca 267.
267
Ivi, p.238268
Ivi, p.251.269
Ivi, p.255270
Ivi, pp.256-257.271
Ivi, pp.253-254.Gli studi sui neuroni-specchio confermato che gli stessi circuiti cerebrali si attivano sia che si faccia una certa cosa sia che la si visualizzi, l‟evoluzione dunque non ha creato sostanziali differenze funzionali tra il
faccio e il come–se–facessi. Ovvio che ciò aprano prospettive straordinarie nel pensare il nostro corpo e nell‟influire col pensiero sul sistema nervoso e su quello immunitario. Robertson così conclude il capitolo nono:La palestra della mente è sempre aperta. Più riuscite a visualizzare, udire e sentire tramite le risorse di immaginazione [fantasia] della mente, più possibilità avrete di sviluppare le vostre capacità in campo sportivo, musicale e dovunque la rapidità e la precisione dei movimenti sia importante, per di più potrete usare e allenare queste capacità senza nemmeno alzarvi dal letto, accrescendo ugualmente la vostra forza e la vostra abilità. Ma ci sono altre strade per l‟occhio della mente, oltre all‟impegno e all‟allenamento? Altre scorciatoie che portano alla fervida immaginazione? Esaminiamone una attorno alla quale hanno sempre circolato storie mirabolanti: l‟ipnosi.
268Gli studi sull‟ipnosi hanno permesso di scoprire che il cosiddetto
cingolo anteriore dell‟emisfero destro è sede di visualizzazioni. Il Nostro sostiene che l‟essere ipnotizzabili non è debolezza ma capacità di avere allucinazioni e crearsi pseudo-realtà vantaggiose. Ciò si esprimerebbe con la capacità di "lasciarsi assorbire" da qualcosa e concentrarsi su esso, sicché: «essere assorbiti significa perdere momentaneamente la coscienza di sé.» 269 Evidente che il lasciarsi assorbire da un‟immagine creata dalla fantasia sia a tutti gli effetti una forma d‟estasi (ek-stasis) come "star fuori di sé".Le allucinazioni nella prospettiva di Robertson sarebbero dunque una conquista e la creazione psichica di visioni fantastiche sganciate dalla realtà obiettivo da perseguire perché attenua la coscienza e con le tecniche giuste non costa neppure. Al contrario produce rilassamento nervoso per perdita di coscienza. Egli propone un esercizio di "abbandono a uno stimolo" in modo che «l‟attenzione si concentri sulla superficie dell‟esperienza sensibile come la luce del sole concentrata dalla lente su un foglio di carta, fino ad annerirlo. Immaginate la vostra coscienza interamente focalizzata su questa singola esperienza […] cercate, per così dire, di perdervi in essa.». Spiega:
La parola "perdervi" indica quasi tutto quello che occorre sul fenomeno dell‟essere assorbiti. Siete riusciti a "perdervi" anche solo per qualche secondo durante questo esercizio? Se la risposta è"no", riprovate in un momento più favorevole. Ma non vi sforzate: sforzarsi in modo ansioso distoglie l‟attenzione, rendendo più difficile essere assorbiti fino allo smarrimento di sé.
270Emergono due fatti: 1°, è possibile usare lo
smarrimento di sé a certi scopi; 2°, la "concentrazione dell‟attenzione" non costa sforzo se è un "lasciarsi andare" alla fantasticheria evadendo dalla realtà contingente. In un esperimento condotto su quattrocento studenti emerge la capacità di lasciarsi ipnotizzare e creare fantasticamente, (udendolo realmente!) un canto proveniente dall‟esterno. Otto di essi, il 2%, udivano e concretizzavano nella loro mente la persona che cantava 271, per quanto non addestrati a farlo! Con tecniche adeguate a produrre allucinazioni estatiche si può pensare che quel 2% possa aumentare notevolmente.Il
farsi influenzare e il lasciarsi andare all‟irrealtà sono le due facce di un stessa moneta che implica passività e volontà in un connubio piuttosto equivoco. Robertson fa l‟esempio delle folle incantate dagli oratori carismatici:Un esame dei vecchi documentari del periodo nazista mostra oceani di volti alzati, attenti solo alle parole e ai gesti del Führer. Si dice che Adolf Hitler avesse un certo potere ipnotico; e senza dubbio i documentari della sua regista preferita,
Leni Riefenstahl, danno l‟impressione che i suoi ascoltatori fossero da lui "ipnotizzati" almeno in alcuni degli specifici significati della parola. A quanto pare, l‟ipnosi è un modo particolare di esser profondamente assorbiti, una sorta di totale immersione, fino all‟oblio di se stessi, in un‟espressione mondana o spirituale. Più siete inclini a farvi assorbire dai vostri pensieri, dalle vostre sensazioni, dalle vostre fantasie, più è probabile che siate ipnotizzabili.
272272
Ivi, p.257.273
Ivi, p.259.L‟ultima frase è infelice perché fa pensare che le persone riflessive siano ipnotizzabili, il che non è per niente. In quanto al carisma di Hitler si trattava di un sapiente insieme di fattori che concernevano lo sguardo, la gestualità, il timbro della voce, e si deve anche ricordare che egli preparava i suoi discorsi davanti a uno specchio. Da quello psicopatico che era, ricco di razionalità criminale, probabilmente in queste "preparazioni" ipnotizzava se stesso prima che le folle, d‟altra parte si conoscono le sue superstizioni e i suoi interessi esoterici. Una persona tarata, ma che appariva alle folle come il perfetto capo-branco per molti tedeschi che si "identificavano" nelle sue recite allucinate.
Ciò che qui emerge da parte di un terapeuta e psicologo sperimentale serio è che sul piano pragmatico le illusioni e le fantasticherie possono funzionare benissimo e produrre effetti stupefacenti. Esse arrivano al punto di produrre veri "miracoli", cioè attivazioni straordinarie del sistema immunitario che possono debellare mali come il cancro. Ora ciò, sul terreno razionalistico, mette in mora quegli atteggiamenti iper-razionalisti che negano per principio valore all‟irrazionalità. Essi paiono ignorare che l‟unica ragione "rigorosa" è quella degli psicopatici, spesso criminali di massa o serial-killer. Che gli iperrazionalisti "credano" in qualcosa che non esiste è noto da almeno un secolo, ma la caparbia ignorante persiste, il risultato è che, purtroppo, per essere iperrazionalisti si cade nell‟irrazionalismo e si sogna di una realtà razional-deterministica frutto fantasia. Una mente puramente razionale non è possibile se non altro perché la
ragione è molto debole rispetto alla psiche e perlopiù è da essa condizionata. La psicoticità è compatibile con la iperrazionalità, non lo è la ragionevolezza.L‟evasione dalla realtà materiale è, come pensano i mistici, l‟accesso ad un‟altra realtà?
Ma allora, che cosa la realtà? Essa non è solo ciò che è rivelato presente dallo strumento scientifico, ma anche il rapporto effettuale col mondo. La consapevolezza del rapporto tra il sé e un mondo costruito dalla nostra fantasia o dalle nostre allucinazioni sarebbe dunque sufficiente? Ne dubitiamo. La psiche può fabbricare delle pseudo-realtà molto più soddisfacenti e gratificanti di quella scientifica ed esse "funzionano" ai fini omeostatici meglio della realtà della scienza. E tuttavia è su questa che si basa la mente plurintegrata a dispetto degli svantaggi e lo fa perché la realtà scientifica, anche se problematica e poco appagante, in quanto produce "conoscenza" e non "credenza". Per noi reale non può che essere ciò che si dà nello stato della veglia e nel totale possesso delle proprie facoltà percettive e intellettive. Ciò implica: A, propriocezione; B, possibilità di verifica del mondo biologico e fisico in cui siamo immersi; C. coscienza del coniugarsi dell‟una e dell‟altra. Orbene, sono i tre requisiti che svaporano nella fantasticheria, nell‟estasi e nell‟ipnosi. Il fantasmatico è pseudo-realtà psichica endo-confermata come "reale" in una sorta di cortocircuito infra-psichico.Robertson dopo averci detto che la visualizzazione fantasmatica può essere utile alla salute prende qualche distanza dalla pratica ipnotica:
L‟ipnosi produce cambiamenti profondi e specifici del funzionamento cerebrale: le persone indotte a "vedere" un oggetto o un colore inesistente, in senso neurofisiologico lo "vedono" davvero. […] È per questo che l‟ipnosi come intrattenimento non andrebbe incoraggiata. Lo stato ipnotico altera il funzionamento cerebrale come potrebbe fare un potente farmaco, e i farmaci non vanno usati per dare spettacolo.
273L‟ipnosi come terapia antalgica è utilissima, condannarne le opzioni ludiche ci pare un po‟ severo. Resta il fatto che la possibilità di ipnotizzare e d‟essere ipnotizzati pone problemi sociologici in relazione a possibili abusi di plagio. Filosoficamente può interessare perché la ipnotizzabilità è
capacità di perdere i contatti con la realtà per entrare in un mondo di fantasia indotta, ma percepito come reale.
Dal punto di vista neurofisiologico è evidente che l‟attivazione sotto ipnosi del cingolo anteriore nell‟emisfero destro comporta la disattivazione di altre regioni. Relativamente ad un esperimento effettuato a Montreal:
Quando i volontari sono stati semplicemente indotti a rilassarsi mediante ipnosi, oltre a distendersi hanno mostrato un leggero distacco dalla realtà, con una sensazione alterata del tempo, dello spazio e di loro stessi. In seguito hanno raccontato che durante il rilassamento avevano avuto l‟impressione di possedere molta più immaginazione visiva del solito.
274274
Ivi, p.260275 Ibidem.
276
Ivi, pp.261-262.277
Ivi, pp.269-269.278
Ivi, p.269.279
Ivi, p.273.La rilassatezza ipnotica è relata all‟immaginazione fantasmatica, il distacco dalla realtà, l‟alterazione del senso del tempo e dello spazio. Con ciò si ha attivazione dei lobi occipitali insieme al cingolo anteriore destro, per contro si ha una disattivazione delle mappe spaziali presumibili nel lobo parietale, poiché: «È in questa parte del sistema nervoso che conserviamo le mappe della realtà circostante, della forma del nostro corpo e del rapporto tra l‟una a e l‟altra.»
275 Dunque omeostasi psichica e perdita del senso della realtà, ma anche ridotta percezione del dolore e da ciò l‟uso dell‟anestesia ipnotica per chi è allergico ai farmaci anestetici 276.Siamo a ciò che concerne le tecniche orientali di rilassamento e distacco dalla realtà per attenuare il dolore, la fame, la stanchezza, fino a veri e propri fenomeni di perdita del corpo e lievitazione. Indipendentemente dalla facilità/difficoltà di conseguire tali stati psichici si tratta di un‟evasione più o meno pronunciata dalla realtà che fa
ek-stare. Il problema di conseguire estasi diventa quello dei mezzi per conseguirla: autoipnosi, eteroipnosi, droghe, digiuno o cos‟altro? Ciò si correla anche al problema veglia/sonno, poiché questi stati implicano un depotenziamento della coscienza che c‟è anche nel sonno. Nota Robertson:Com‟è possibile che sognando siamo così creduloni? Una delle spiegazioni è che nel sonno REM la biochimica del nostro cervello cambia radicalmente: il messaggero chimico acetilcolina diventa molto più abbondante del normale, mentre viene "chiuso il rubinetto" di atri due dei più importanti messaggeri chimici cerebrali, la noradrenalina e la serotonina. Questi e altri cambiamenti indotti dal sonno sono legati alla temporanea eliminazione dei principali guardiani della "legge e ordine" cerebrale, i lobi frontali, nonché dei restanti guardiani situati nei lobi parietali.
277Privilegiare la
coscienza o l‟incoscienza?. Vivere la realtà o l‟ irrealtà? Orbene, in qualche maniera possiamo scegliere "come" vedere e sentire la realtà nostra e del mondo, tanto più che è dimostrato che l‟area che si attiva durante il sogno è il cingolo anteriore destro, lo stesso di quando fantastichiamo da svegli 278.Le cose in realtà sono più complesse, perché è vero che il sonno ci aliena dalla realtà ma ci "ricarica" d‟energia, sicché questa temporanea alienazione è fatta apposta per migliorare la nostra efficienza da svegli. Il sonno, infatti, non solo permette all‟organismo di rilassare il sistema nervoso e di recuperare energia, ma addirittura di fissare meglio ciò che abbiamo appreso durante il giorno, tanto da poter parlare di una «fase notturna di apprendimento involontario […] come se durante il riposo i dati e le capacità acquisiti il giorno prima fossero stati raffinati e stabilizzati.»
279 L‟evoluzione ha plasmati i cervelli in modo che si siano alternativamente attivazioni e disattivazioni in tempi e modi utili alla sopravvivenza, ma che noi possiamo sempre variare sulla base di ciò che desideriamo. Durante il sonno REM ad esempio, periodo nel quale si ha «il trionfo dell‟immaginazione nella sua accezione più ampia», i lobi frontali, quelli preposti alla coscienza della veglia, sono disattivati per poter riposare e risvegliarsi più tonici.Ci sono anche stati intermedi sonno/veglia durante i quali i lobi frontali restano in parte attivi, ed allora abbiamo quegli stati ipnagogici (veglia → sonno) e ipnopompici (sonno → veglia) nei quali "si sogna consapevolmente". Vi è anche una caso particolare di sonno REM in cui i lobi frontali restano parzialmente attivi, il
sogno lucido: molti pensano che le esperienze mistiche siano forme di esso. 280 Esse si possono ottenere "per addestramento"280
Ivi, p.276.281
I.Robertson, Intelligenza visiva, cit., p.276.282 Ibidem.
Allenare in tal modo la mente a cambiare il proprio stato è di grande importanza in molte pratiche religiose e semireligiose. Sonno e sogni sono un modo naturale di alterare la coscienza e distorcere spazio, tempo e sé. I farmaci sono un altro modo di ottenere lo stesso effetto e, come si è visto in precedenza, l‟ipnosi e le immagini mentali sono altre due tecniche capaci di causare profondi cambiamenti della coscienza.
281Ovviamente la parola
farmaci è da leggersi droghe, tra esse gli allucinogeni sono quelli che producono gli effetti più straordinari relativamente alla perdita della coscienza e al potenzialmente della capacità di visualizzazione fantasmatica. Di natura formalmente differente come eziologia, ma con risultati simili, è quella che si chiama comunemente meditazione trascendentale. Osserva Robertson:Infine, la meditazione è un modo di modificare la coscienza tipico, com‟è ormai risaputo anche in Occidente, del contesto della tradizione buddhista e induista, sebbene quasi tutte le religioni abbiano aspetti contemplativi più o meno accentuati, momenti di raccoglimento e riti accostabili a pratiche di meditazione.
282C‟è uno stretto rapporto tra l‟attenuazione della coscienza e l‟evasione dalla realtà, col divino che si fa reale e il reale irreale. Il mito indiano della Maya ingannatrice che fa apparire un mondo che non esiste è paradigma di quest‟idea che il mondo sia illusione e lo spirito realtà. Tale posizione orientale trova riscontro nell‟immaterialismo di Berkeley e nei dualismi che giudicano la realtà materiale negativa, ingannatrice, corruttrice, fonte di peccato che si origina nel satanico regno del Male. Resta il fatto che il senso della realtà aiuta a cogliere meglio ciò che siamo e ciò che ci circonda, mentre la fantasia ci aiuta a sentirci meglio in esso. Robertson cita un dato molto significativo: nelle società molto religiose i suicidi sono molto più rari che in quelle secolarizzate. È evidente che la
società della conoscenza è più tormentata e insicura della società dell’illusione, perché il conoscere ci fa capire ma anche ci inquieta, mentre l‟illudersi ci dà l‟impressione di sapere "ciò che è importante" gratificandoci. Non c‟è dottrina religiosa che non si fondi su questo: "la fede è il massimo sapere conseguibile dall‟uomo" (e perlopiù aiuta a sentirsi bene!)3.4 Il significato di integrazione mentale
Il concetto filosofico di
plurintegrazione mentale può trovare una base neurofisiologica nell‟integrazione neurale quale "risultante" di impulsi elettrici e segnali chimici tra l‟attività del neurone presinaptico e quello postinaptico. È tale risultante che si traduce in un potenziale d’azione oppure no a seconda della sua intensità, che deve esser maggiore del potenziale di membrana (differenza di potenziale tra il corpo del neurone e la sua membrana). Dalle sinapsi arrivano segnali chimici sia eccitatori che inibitori e i recettori li traducono in elettrici tramite i canali ionici, ma il neurone postsinaptico genera potenziale d’azione solo se è superato il potenziale di membrana. Un tipico neurone riceve centinaia o migliaia di sinapsi da centinaia o migliaia di altri neuroni, con alcune sinapsi che producono modificazioni notevoli del potenziale post-sinaptico e altre invece solo alterazioni minime. Diciamo che il neurone integra eccitazioni e inibizioni e, se è superata unacerta soglia,
scarica un potenziale d‟azione sull‟assone, mentre sotto tale soglia il neurone non-scarica, cioè rimane a riposo.Gerald Edelman e Giulio Tononi hanno pubblicato nel 2000
A Universe of Consciousness che analizza da vicino i processi neurobiologici che originano il pensiero cosciente per integrazione funzionale. Essi scrivono:La spinta all‟integrazione è così forte che spesso non viene percepito alcun spazio vuoto dove in realtà la lacuna è spaventevole. […] Il fatto che nella maggior parte dei casi la coscienza possa contrarsi pur rimanendo integrata e coerente, suggerisce che i processi mentali perturbati che ne sono alla radice si comportino in modo simile.
283283
G.M.Edelman – G.Tononi, Un universo di coscienza, Torino, Einaudi 2002, p.34.284
Ivi, p.35.L‟integrazione dunque caratterizza comunemente le funzioni cerebrali, ma siccome nella mente gli agenti in gioco sono molti da qui il concetto di
plurintegrazione da noi proposto. Ancora:Se una proprietà fondamentale dell‟esperienza cosciente è il suo essere intrinsecamente privata, unitaria e coerente, - in una parola, integrata – una proprietà del pari fondamentale è, come l‟avevamo definita, il suo straordinario grado di differenziazione e informatività. A rendere informativo uno stato di coscienza non è il numero di "blocchi" di informazione che sembra contenere. È invece il fatto che la sua presenza discrimina tra miliardi di differenti situazioni, ognuna delle quali potrebbe generare differenti comportamenti.
284Se pure potessero sussistere dubbi sul fatto che nessun
fato, cioè nessuna necessità, determina i nostri pensieri e i nostri comportamenti, ne abbiamo qui autorevole conferma. Se a livello cerebrale il lavoro passa attraverso differenze di potenziale, a livello mentale il lavoro passa attraverso differenze di funzione. In questo senso il potenziale d‟azione della psiche è più alto di quelli di tutte le altre organizzazioni minori messe assieme.Riallacciamoci ora al § 2.1 (
Quel che la mente è e non è) dove sottolineavamo che la buona salute corporea è conditio sine qua non per un cervello che funzioni bene e quindi in grado di produrre una buona mente. Corpo, sistema nervoso, cervello e mente sono quindi "coniugati" e soprattutto "integrati". Ma con integrazione mentale e mente plurintegrata noi intendiamo qualcosa di più specifico, l‟integrazione delle "diversità" funzionali. In definitiva, che cosa significa che due o più funzioni "si integrano"? Non che funzionino sempre in maniera sinergica, bensì a volte sì e a volte no, ed un‟organizzazione minore può anche restare inattiva mentre la psiche non lo è mai. Per sottolineare la nostra distanza dal funzionalismo cognitivo aggiungiamo che il nostro concetto di funzione è totalmente differente. Per noi le funzioni sono fattori o agenti che sostruiscono, allacciano e organizzano i circuiti neurali ed il loro plurintegrarsi avviene con sullo sfondo le funzioni corporee.Per stare terra-terra ma farci capire: ognuno di noi sa che defecare reca un certo piacere mentre la stitichezza rende irritabili e a disagio. Lo star male in generale agisce negativamente sul pensare e sul sentire. Ma se ci hanno appena comunicato un piccolo ma inatteso aumento di stipendio staremo un po‟ meno male, questa buona notizia
si integra con lo star male e l‟attenua. Quando si sta male non è solo più difficile pensare ma è anche più difficile voler bene, e il sentirsi male o bene è la risultante di un‟integrazione. Per salire un pò di quota: il nostro stato d‟animo integrato con l‟efficienza intellettiva del momento, con la sensibilità estetica o lo spirito di solidarietà del momento, ci fanno capaci di certe cose e incapaci di altre, coraggiosi o pavidi di fronte a una situazione difficile, capaci di gustare una bella musica o del tutto indifferenti ad essa. La condizione di salute, la situazione ambientale, il compito affidatoci o che ci siamo proposti, un bel sole o la pioggia, ci fanno ciò che siamo in ogni momento. Tutto concorre e si integra e nella ridda dei flussi funzionali della nostra mente in ogni istante noi siamo in un certo modo o in un altro.3.5 Il concetto di collocazione relazionale
Quello di
collocazione è un importante concetto che si coniuga a quelli di pluralità e di integrazione, poiché una mente funziona sempre all‟interno di un certo ecosistema e all‟interno di un certo sistema di significati. In latino collocatio che deriva da cum-locatio è posizionarsi-insieme. I fattori situazionali accessibili a una mente sono sempre quelli propri ad un intreccio di relazioni con altre menti e all‟interno di un certo linguaggio. Una mente senza relazioni con altre menti è menomata, mentre un‟esistenza caratterizzata da solitudine totale e prolungata può avere effetti psichiatrici. Quando parliamo di mente la riferiamo sempre a un "con" altre e sempre "in un" mondo "con tutto ciò che esso rappresenta". Ma la collocazione relazionale vale anche per ognuna delle otto funzioni che abbiamo identificato, esse infatti appartengono tutte alla stessa mente, a un certo cervello, a un certo organismo nel suo esistere in un certo posto. La mente "da laboratorio" di un soggetto arruolato per una ricerca psiconeurofisiologica potrebbe soffrire di carenza di collocazione e una mente lavorare in modo innaturale, da qui i nostri dubbi circa la validità dei risultati di menti "laboratorizzate".Una macchina che simuli le funzioni mentali,
una mente artificiale, è sempre non-collocata. Le domande che possiamo porci sono due. La prima: si riuscirà un giorno a costruire un computer in grado di "situarsi" negli incroci interattivi naturali tra animali come macchine biochimiche e tra animali e ambiente? Temiano di no, perché dovremmo esser capaci di costruire computer elettrochimici che usassero impulsi neurochimici (ovvero le molecole dei neurotrasmettitori e dei ricettori) al fianco degli impulsi elettrici. Non si può escludere che i computer, un giorno, potrebbero essere in grado di compiere una parte del lavoro che oggi compie la ragione e probabilmente in maniera molto più efficiente, rapida ed estesa. Ma questa poca o tanta ragione che noi riusciremmo a riprodurre in una macchina resterebbe comunque lontanissima da una ragione "reale", interagente con le altre funzioni. Si tratterebbe di una ragione astratta, meccanica e irreale. E tuttavia è auspicabile l‟avere un giorno macchine che fanno più presto e meglio ragionamenti logici e calcoli.La seconda domanda è la seguente:
ammesso e non concesso che noi riuscissimo un giorno a costruire una intelligenza artificiale con capacità interattive e di collocazione relazionale, che cosa succederebbe se noi impiantassimo un tale cervello artificiale al posto di uno naturale ma lesionato di un primate? Ammazzeremmo l‟animale, poiché un cervello artificiale non può collocarsi in un corpo e trovare collocazione relazionale con nervi, tendini e muscoli. Un conto è, infatti, sostituire un cuore malato con un cuore artificiale, dopo tutto questo deve solo "pompare" sangue in un modo che simuli al meglio il pompaggio operato dal muscolo cardiaco. Per un primate in ogni caso un conto sarebbe "computare" se stesso e la realtà esterna, altro conto "esplorare" se stesso e relazionarsi ai suoi simili. Tale esplorazione è a tutti gli effetti la peirasi che mettono continuamente in atto gli infiniti componenti del biota, a vari livelli evolutivi e di complessità. Ne è convinto anche Jean-Pierre Changeux che scrive:Il cucciolo d‟uomo nasce con un cervello immaturo, la cui rete sinaptica è stabilizzata in modo incompleto e si trova pronto a raccogliere tracce dell‟ambiente che lo circonda. […] Esplora ciò che lo circonda, il suo sguardo si sposta, fissa l‟attenzione, poi la muove secondo dei meccanismi neuronali analizzati in dettaglio da Droulez e Berthoz. Il suo cervello produce oggetti mentali di tipo particolare che si possono chiamare
prerappresentazioni, abbozzi, schemi, modelli. 285285
J.-P. Changeux – P.Ricoeur, La natura e la regola, Milano, RaffaelloCortina 1999, pp.112-113.Tali
prerappresentazioni corrispondono a ciò che noi chiamiamo mappe, per quanto nel bambino esse presentino ancora un alto grado di instabilità poiché egli farà, vivendo, altri innumerevoli tentativi di interpretazione del mondo circostante che si avvicenderanno almeno sino all‟adolescenza. Prosegue Changeux: «Sono oggetti mentali non stabilizzati, "variazioni" fluttuanti, che, è l‟ipotesi proposta, s‟identificano a stati di attività spontanei, transitori, di popolazionivariabili e multiple di neuroni suscettibili di combinarsi in maniera aleatoria.»
286 E dunque è ancora sempre il caso, con la sua causalità intricata, ad essere l‟agente causale principale dello sviluppo epigenetico del cervello verso una sempre maggior complessità neurale e attraverso un produzione esponenziale di nuove sinapsi.286
Ivi, p.113287 Ibidem.
288 Ibidem.
289
J.Bruner, La mente a più dimensioni, Roma-Bari, Laterza 2005, p.107.Il bambino sperimenta ciò che nel grembo materno poteva fare in maniera molto limitata, esplorare il "fuori" del liquido amniotico cercando di nuotare in esso ma con l‟impiccio del cordone ombelicale. Una volta fuori del corpo materno un bambino il bambino è obbligato a ricollocarsi immediatamente e in maniera a volte traumatica, in una rete di relazioni del tutto nuova e primariamente col suo corpo che cresce e si specializza in motricità e capacità percezionale, poi con quello della madre, del padre, dei fratelli, con la culla, col pavimento, con le pareti, col soffitto, coi mobili. Persone, cose e luoghi sono da lui esplorati per
collocarsi e sintonizzarsi con essi, e quando non ci riesce il bambino piange in maniera non molto differente da quando sente male da qualche parte. Sintonizzarsi è conseguire una collocazione relazionale come porto di partenza da cui partire per una nuova navigazione e con nuovi orizzonti. Ancora Changeux:I territori messi a profitto possono associare svariate modalità sensoriali, combinare le tracce di vari oggetti di senso già selezionati durante le esperienza precedenti. Sul piano formale si sviluppa ciò che le teorie darwiniane dell‟evoluzione chiamano un "generatore di diversità", comparabile alla produzione di mutazioni o di rimaneggiamenti aleatori dell‟apparato cromosomico, anche se, ben inteso, è molto diverso da questi ultimi.
287Il bambino
differenzia le cose rispetto a se stesso e se stesso rispetto alle cose pur restando sempre all‟interno della sua collocazione relazionale. Questa, in rapporto a domande e risposte di una specie di dialogo soggetto/ambiente, contribuirà al formarsi di una certa quantità di mappe che saranno altrettanti territori di partenza per nuove esplorazioni e per lanciare gli schemi di riferimento delle sue percezioni. E dunque:Il bambino proietta queste rappresentazioni su ciò che lo circonda, dapprima con degli atti motori, poi "mentalmente". In qualche modo procede per tentativi ed errori, cerca di delimitare, definire, inquadrare, "categorizzare" (è il termine scientifico) gli oggetti e i fenomeni della realtà che lo circonda.
288Per tentativi ed errori, cioè per
peirasi, si forma la mappatura progressiva del relazionato a sé stesso nell‟ambito di una certa collocazione. La peirasi quello che qualifica in generale qualsiasi percorso evolutivo e ogni nuovo conseguimento, anche se questo percorso cambierà centinaia di volte e ci saranno dei periodi di stasi e momenti di grande accelerazione evolutiva, esattamente come avevano visto per la biologia Niles Eldredge e Stephen Gould con la loro teoria evoluzionistica degli equilibri punteggiati. Ma tutto ciò, lo ripetiamo, avviene sia al livello organismico sia a quello cerebrale, ma specialmente a quello mentale perché ogni mente attiva lavora sempre entro una collocazione relazionale.2.6 Linguaggio, comunicazione, socializzazione
Non siamo d‟accordo su come vede l‟individualità Jerome Bruner, ma condividiamo la seguente affermazione sul linguaggio: «L‟uso è tutto. E tutto ciò che si usa è sintatticamente organizzato in relazione all‟uso stesso; il significato che possiede può essergli assegnato da colui che parla in una data circostanza.»
289 Il linguaggio parlato è una "creazione" della nostra specie a partire dallinguaggio gestuale e mimico delle specie precedenti; esso ha permesso non solo di risparmiare energie ma di perfezionare i significati e gli enunciati rendendoli più sintetici e chiari. Gli sviluppi che poi esso ha subito nel tempo e nei differenti contesti sono tutti determinati dall‟uso che se ne è fatto ai fini comunicativi. Il parlare è diventato possibile per la specie
homo sapiens grazie alla conformazione anatomica che si è ritrovata, ma è anche probabile che il parlare abbia contribuito con le sue esigenze fonologiche a modificare per retroazione l‟organo della fonazione stesso.Di una filosofia dalla mente coniugata al linguaggio è esponente importante Hilary Putnam, il quale, fautore del funzionalismo riduzionista e successivamente critico di esso, in
Mind, Language and Reality del 1975 avanza la sua tesi. Secondo lui l‟essenza del linguaggio non sta nel "significare", ma «Sta invece nel fatto che un parlante che comprende può fare delle cose con le parole e con gli enunciati che pronuncia (o che pensa nella propria testa) oltre al semplice pronunciarli.» 290. Tale fare si estrinseca non tanto nell‟esprimere pensieri quanto nell‟usare i "fenomeni del pensiero" per produrre nella vita reale «i fenomeni giusti nelle situazioni giuste.» 291 Si tratta del realismo pragmatico, il quale implica anche una ricerca sul "significato di significato" che si manifesta all‟interno dello «stato sociolinguistico del corpo linguistico collettivo al quale egli [il soggetto] appartiene.» 292 Un significato ha una estensione sociale ma anche una forma:290
H.Putnam, Mente, linguaggio e realtà, Milano, Adelphi 1987, p.25.291
Ivi, p.27.292
Ivi, p.253.293
Ivi, p.294.294
S.Pinker, L’istinto del linguaggio, Milano, Mondadori 1997, p.18295
Ivi, p.76.La mia proposta è che la descrizione in forma normale del significato di una parola dovrebbe essere una sequenza finita, o "vettore", tra i cui componenti dovrebbero figurare senza dubbio i seguenti (sarebbe forse auspicabile avere altri tipi di componenti): (1) gli indicatori sintattici che valgono per quella parola, ad esempio, "nome"; (2) gli indicatori semantici che valgono per quella parola, ad esempio "animale", "periodo di tempo"; (3) una descrizione delle caratteristiche aggiuntive dello stereotipo [linguistico], se ce ne sono; (4) una descrizione dell‟estensione.
293Accanto alla teoria di Putnam dobbiamo ricordare la
grammatica universale "innata" di Noam Chomsky, una grammatica generativa geneticamente determinata. Su tale base ci sarebbe poi una predisposizione ad adattare la lingua parlata di un certo contesto a tale grammatica "interiore-profonda", esistente prima che venga insegnata una grammatica "esteriore-superficiale". Inutile aggiungere che quest‟idea nasce da suggestioni strutturaliste che non solo non condividiamo ma che sono state largamente smentite. Eppure Steven Pinker è un giovane (n.1954) allievo di Chomsky che, raccogliendo stimoli anche da Jerry Fodor (l‟inventore del mentalese), è diventato uno dei più noti e apprezzati psicologi deterministi. Egli tuttavia non teorizza un innatismo linguistico rigido, bensì "adattabile". L‟abbandono delle rigidità di Chomsky e Fodor, pur restando sulla loro linea, ha fatto la fortuna di Pinker proprio nel momento in cui i loro modelli andavano in crisi, modificandoli quel tanto da poterli rilanciare, mietendo successi editoriali ed accademici grazie a tale "ammodernamento". La fusione pinkeriana del pensiero innatista-stutturalista col darwinismo, con le regole fondamentali del linguaggio "fissate nel genoma", lo vediamo come l‟ennesimo uso strumentale dei concetti evoluzionistici estrapolati in campi del tutto incoerenti con essi.Per Pinker sono i geni i protagonisti della trasmissione della "grammatica universale" ed egli evoca il
mentalese fodoriano come quel misterioso linguaggio logico-matematico innato capace di modularsi e tradursi poi in infinite lingue. Nel suo testo più noto si afferma che il linguaggio non è un‟invenzione culturale «ma il prodotto di uno speciale istinto umano.» 294 Inoltre: « Il modo in cui funziona il linguaggio, dunque, è che il cervello di ogni persona contiene un dizionario di parole e dei concetti che esse rappresentano (un dizionario mentale) e un insieme di regole che combinano le parole per trasmettere relazioni tra i concetti (una grammatica mentale). » 295 Il cervello nascerebbe "già dotato" geneticamente di quanto serve per parlare correttamente. Superfluo aggiungere che si tratta di un‟idea astratta, ma Pinker, non meno di Chomsky e Fodor per la grammatica generativauniversale e il
mentalese modulare, sostiene a spada tratta una teoria infarcita di spunti evoluzionistici e genetici alquanto fantasiosi. Esisterebbero dei "geni della grammatica", ovvero «stringhe di DNA che nel cervello, in certi momenti e luoghi codificano proteine» per creare le regole linguistiche! 296296
Ivi, p.314.297
E.Boncinelli, Io sono, tu sei, cit., p.80.298
Ibidem.299
E.Boncinelli, Io sono, tu sei, cit., p.138300
E.Boncinelli, Come nascono le idee, cit., p.16-17301
Ivi, p.17.Pensiamo che il linguaggio innato e su base genetica sia una bella favola, ma tale era anche quello ontologico-mistico di Heidegger. Il linguaggio invece è qualcosa di molto materiale cioè biologico, inventato per comunicare. Boncinelli afferma:
Comunque sia avvenuto, tutto questo ha introdotto e imposto l‟utilizzazione di entità materiali dotate di una valenza comunicativa costitutivamente separate e combinabili tra loro in misura quasi illimitata. Le lettere dell‟alfabeto, non più di qualche decina, e le parole, centinaia o migliaia secondo le dimensioni dell‟universo lessicale dei vari individui, divengono con la scrittura il prototipo di entità materiali separate che possono esser combinate in vari modi.
297I suoni corrispondenti alle lettere sono «entità materiali» e nient‟altro, inventate per comunicare:
Il mondo viene da noi smontato in un certo numero di entità che saranno poi ricombinate fra loro quasi all‟infinito per poterne ricreare la varietà e la mutevolezza. Noi non sapremo mai com‟è veramente il mondo, ma sappiamo com‟è il nostro mondo di vocaboli e di concetti comunicabili e comunicati. I limiti del mostro mondo coincidono con i limiti del nostro linguaggio.
298Questa posizione, per quanto ricorrente, è errata, poiché presuppone che ci facciamo idea del mondo attraverso il linguaggio. Gli scimpanzé non parlano eppure hanno un‟idea chiarissima di che cos‟è il mondo reale, "extra-linguistico", così noi. È il nostro corpo che ci dice in parte com‟è fatto il mondo e gli strumenti scientifici ne possono dare conferma o no, mai la nostra mente. Ma la psiche con la fantasia e la creatività può inventare un mondo fittizio quanto omeostatico. Boncinelli correla percezione, ideazione e movimento:
Le aree che controllano specificamente il linguaggio si trovano perlopiù nella parte della corteccia che potremmo definire premotoria. Sulla superficie centrale dei due emisferi, disposte grosso modo come la striscia metallica di una cuffia telefonica deputata a congiungere e sostenere i due auricolari, si trovano le aree più propriamente motorie, quelle che controllano la messa in atto dei movimenti delle varie parti del corpo. Davanti all‟ara motoria si trovano un gruppo di regioni corticali che vengono definite premotorie. È lì che inizia la progettazione del movimento ed è lì che hanno luogo molti processi mentali connessi con il controllo e il monitoraggio del movimento stesso. In conclusione, non si può percepire, immaginare, valutare e comunicare, nemmeno con se stessi, senza l‟intervento delle aree deputate alla progettazione, se non al controllo, del movimento.
299Le aree interessate sono tematizzate in un altro suo lavoro dove ci ricorda che quando noi parliamo si attiva l‟
area di Broca e quando ascoltiamo la vicina area di Wernicke. Vi è inoltre un area linguistica per la prima lingua e un altra per la seconda che sono molto vicine nei bambini, ma man mano che si cresce esse si allontanano e imparare una seconda lingua è più difficile 300. L‟idea di una mente unitaria anche se modulare è sempre più smentita dalla ricerca, che rivela un frazionamento globale di mini-funzioni che si coniugano in funzioni più complesse che sono sempre degli "assemblaggi" e mai delle "unità":Con l‟uso combinato di queste tecniche abbiamo imparato che possediamo un centro cerebrale dedicato ai nomi comuni e un centro per i nomi propri. Abbiamo appreso che possediamo una regione per i nomi comuni di oggetti naturali come le foglie e gli alberi, e un centro un po‟ diverso per i nomi comuni di oggetti artificiali come le tenaglie e i martelli. Abbiamo imparato una cosa ancora più interessante: e cioè che esiste una distinzione tra l‟area dei sostantivi e l‟area dei verbi.
301È ormai chiaro che non abbiamo nel cervello una "funzione linguaggio" ma piuttosto un enorme magazzino di componentistica dal quale le organizzazioni prelevano i pezzi utili e ne costruiscono significati secondo le modalità del
comunicare. Se l‟italiano del Cinquecento non è più quello del 2012 è perché le organizzazioni hanno provveduto ad organizzare evolutivamente il linguaggio in nuove forme. Il linguaggio-base è diventato più semplice grammaticalmente e ortograficamente, soprattutto più comprensibile, eliminando parole difficili da pronunciare o di significato incerto. Si potrebbe arrivare a concludere che il linguaggio non esiste e che è una mera invenzione intellettualistica, poiché esiste solo la comunicazione e questa si avvale di tutti i mezzi possibili per farsi più rapida e più chiara. Un fantasticato linguaggio, non essendo una funzione mentale ma un "effetto" della "organizzazione comunicazionale" può valere come solo espressione discorsiva.E tuttavia, dopo aver sottolineato che il linguaggio in uscita si forma nell‟
area di Broca e quello in entrata è ricevuto dall‟area di Wernicke, quale significato dobbiamo dare a tali "localizzazioni"? Spiega Boncinelli:Che cosa significa esattamente dire che quando parliamo si attiva una regione temporale sinistra corrispondente all‟area di Broca? Significa forse che è quella è la regione cerebrale che produce i nostri discorsi, dall‟ideazione alla produzione della frase alla sua pronuncia? […] Quello che possiamo dire è che è l‟ultima "stazione" del processo di verbalizzazione risiede nell‟area in questione. Senza quell‟area non si può parlare, perché l‟articolazione della frase passa obbligatoriamente per la sua attivazione.
302302
Ivi, p.18.303
A.J.Sanford, La mente dell’uomo, Bologna, Il Mulino 1992, pp.30-33.291
Ivi, p.49Per restare nella metafora: ovviamente i treni non girano in tondo, ma partono da una stazione e arrivano in un altra, ma le
stazioni non sono il trasporto su ferrovia, qualcosa di estremamente complesso che comprende fonti di energia, trasmissioni di essa, macchine per tradurla in moto, strade ferrate, sistemi di controllo, ecc. Il trasporto su ferrovia si offre a un‟utenza a certi fini, ma è organizzazione di un numero enorme di sottosistemi, subfunzioni e congegni che non hanno stazioni di partenza e d‟arrivo. Le parole e l‟organizzazione di esse non stanno nell‟area di Broca o in quella di Wernicke ancorché se esse si danneggiano va in tilt il sistema delle funzioni linguistiche. Ma questo è organizzato non da un fantomatico linguaggio ma da mappe reali, create dalle organizzazioni mentali che all‟uopo mettono insieme gli ingredienti necessari (suoni, lemmi, grammatica e sintassi) e li mettono in un cert‟ordine e modo creando un senso. Un lavoro complesso di integrazione funzionale alla quale concorrono specialmente l‟intelletto e la ragione.Essendo il linguaggio comunicazione va da sé che esso è efficace e funzionale quanto più è chiaro e comprensibile. Della comprensibilità si è occupato lo psicologo britannico Antony Sanford, il quale (per quanto tendenzialmente computazionalista) ci offre alcune riflessioni interessanti sul nesso pensiero-linguaggio. Secondo lui è importante stabilire dei criteri in base ai quali giudicare se l‟ascoltatore di un discorso lo ha compreso o no. Essi sono: 1° la capacità di riassumerlo, 2° quella di parafrasarlo, 3° quella di saper rispondere a domande inferenziali, 4° quella di poter pensare ed agire in base al compreso
303. Egli insiste anche sul fatto che la comprensione implica la condivisione di un contesto comune a chi parla e a chi ascolta per cui «se manca la correlazione discorso-contesto la comprensione fallisce a molti livelli.» 304 Ma "come si comprende la comprensione"? Il miglior modo per fraintenderla, secondo il Nostro, è "esserne certi":Se le idee sulla rappresentazione e la sensazione di "conoscenza" intuitiva sono corrette, allora c‟è un‟ulteriore trappola potenziale che mi sembra più facilmente evitabile. Invece di accettare la sensazione di conoscenza assumendo semplicemente che si è compreso qualcosa, perché non chiedersi in che cosa consiste la conoscenza? Le persone hanno tanta paura di sembrare ignoranti che raramente lo fanno. Eppure, chiedersi che cosa sia la propria comprensione
significa trovarsi nella condizione di sostituire la "certezza" con la conoscenza e aprire la porta alla conoscenza vera e intuitiva piuttosto che alla sua mera parvenza.
305305
Ivi, p.151.306
A.Pennisi-A.Falzone, Il prezzo del linguaggio, Bologna, Il Mulino 2010, p.62.307 Ibidem.
308
Ivi, pp.94-95.309
Ivi, pp.99-101310
Ivi, p.142.311
Ivi, p.143312
Ivi, p.276.313
Ivi, p.294.Conclusione corretta e ottimo monito per quei presuntuosi che, sempre convinti di "sapere" e di "capire" attraverso la semplicizzazione del reale, lo hanno spesso visto come "strutturato" a priori, come Chomsky e i suoi allievi ed epigoni.
In un recente libro Antonino Pennisi e Alessandra Falzone partono anch‟essi dall‟eredità chomskyana ma per seguire una via differente, antropologica. Ovviamente polemizzano con Damasio che non vede nel linguaggio una caratteristica "propria"cervello ma una costruzione strumentale, essi sostengono infatti che l‟«"io autobiografico" nasce nel linguaggio come coppia antinomica del "tu"; non costrutto solipsistico ma oggettivazione dell‟alterità.»
306 Citano a sostegno Émile Benveniste che aveva affermato «la coscienza di sé è possibile solo per contrasto» dialogico con l‟altro 307. Aggiungono che anche l‟ontogenesi, comparendo la parola io nel bambino non prima dei tre-quattro anni, confermerebbe il fatto che il senso di sé nasce a linguaggio acquisito. I Nostri vedono nel linguaggio fondamenti biologici e l‟osso ioide come una sottostruttura scheletrica la cui comparsa (presunta intorno ai 100.000 anni da Philip Lieberman, studioso della fonazione), sarebbe premessa strutturale per l‟articolazione delle parole 308. L‟abbassamento della laringe poi, e il conseguente aumento della cavità faringea hanno fatto il resto 309. Dunque:Il linguaggio pare essere, più che uno strumento di comunicazione, una funzione cognitiva, un processo attraverso il quale l‟uomo conosce il mondo che lo circonda. Questa caratterizzazione del linguaggio sembra derivare dalla possibilità biologiche offerte dai vincoli strutturali che sono stati selezionati nel corso dell‟evoluzione. A livello sia periferico che centrale, infatti, le componenti morfologiche che sostanziano il linguaggio sono l‟esito di una storia evolutiva fissata nella specificità genetiche del corredo cromosomico del
sapiens. 310Il linguaggio sarebbe nato perché il genoma umano determina elementi anatomici che apriori lo rendono possibile. Il lasso di tempo tra la comparsa di tali elementi nel
sapiens alle sue origini (circa 200.000 anni fa) e l‟apparizione del linguaggio parlato (tra i 70.000 e i 50.000 anni fa ) avrebbe prodotto una exaptation 311, un utilizzo evolutivo di strutture vecchie per nuove funzioni, secondo quanto teorizzato nel 1982 da Stephen Gould ed Elizabeth Vrba. L‟aspetto rilevante della tesi Pennisi-Falzone è che il sapiens sarebbe stato addirittura «costretto a pensare linguisticamente.» e l‟esercizio del linguaggio una «condanna». Più avanti si sostiene: «Il tratto vocale sopralaringeo ricurvo a due canne è certamente specie-specifico perché l‟uomo non può liberarsene, non può fare a meno di averlo, è condannato a subirlo.» 312 Saremmo dunque obbligati a parlare, formulare pensieri in parole, avere una coscienza di tipo discorsivo e così via. Linguaggio non come opportunità comunicativa ma come "costrizione"! L‟uomo non sarebbe più libero degli altri animali ma vincolato a una sola possibilità di rappresentarsi il mondo, quella linguistica 313.L‟uso del linguaggio fisserebbe la tendenza a
finalizzare, a strumentalizzare e quindi a tecnologicizzare, riprendendo con ciò una tesi del 1975 dell‟antropologo-etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt, allievo di Konrad Lorenz e fondatore dell‟etologia umana. Forti in ciò anche dell‟opinione di Lorenz stesso, che nell‟83 ne Il declino dell’uomo sosteneva che il linguaggio è di per se stesso un pensare "tecnomorfo" da cui deriva una «incontenibile tecnologizzazione specie-specifica» che ha «squilibrato l‟omeostasi del sistema di sopravvivenza umano.»
314 A differenza delle altre specie animali, sostengono Pennisi e Falzone, il senso comunitario non si fonda su un riconoscimento fisiologico, ma su quello linguistico, il che può condurre «all‟esplicita negazione del riconoscimento sia dei tratti puramente fisiologici sia di quelli puramente culturali.» 315 In altre parole, l‟uomo vedrebbe un consimile in chi parla come lui e un dissimile in chi parla differente, distinguendo amici e nemici in base al parlato. Inoltre un‟elaborazione culturale della guerra come strumento di annientamento di chi parla differente.314
Ivi, p.296315
Ivi, pp.308-309.316
Ivi, pp.310-311.317
Ivi, p.311.318
Ivi, p.318.Seguendo sempre il Lorenz de
Il declino dell’uomo i Nostri vedono nel linguaggio la fonte del perverso connubio tra credenze e tecnologie fino a generare squilibri ecologici 316. La conclusione:L‟enorme potere di identificazione sociale del linguaggio si sposa con le infinite possibilità combinatorie dell‟articolazione. La ricerca delle opinioni aggreganti si salda alla struttura cibernetica e cumulativa della logica linguistica. Il linguaggio, propulsore unico di credenze e tecnologie, di religioni e di algoritmi, costringe l‟uomo a inseguire la sua fine.
317Prospettiva infausta poco credibile per tre ragioni, la prima è che il linguaggio non genera il pensiero ma è questo che usa il linguaggio per esprimersi e comunicarsi. La seconda è che le guerre più terribili, quelle civili, sono sempre avvenute perlopiù tra parlanti la stessa lingua. La terza è che non esiste connubio, bensì opposizione, tra il conoscere e il credere, tra il concretizzare e il simbolizzare, tra la scienza e la religione, tra la filosofia come
amore del conoscere a-posteriori e la metafisica (la teologia filosofale) come amore del sapere a-priori. Il prosieguo del saggio è giocato tutto su un catastrofismo evoluzionista-ecologico con l‟unica speranza che il caso produca nella specie una mutazione genetica tale da liberarci dalla necessità del linguaggio. La nostra salvezza starebbe dunque in una involuzione: «La vita del linguaggio dovrebbe trapassare in una lenta reversione afasica.» 318PARTE SECONDA
Il conflitto tra il riduzionismo del mentale e il riconoscimento della sua specificità
IV. Computazionalismo e neurofisiologia riduzionista
4.1 Introduzione
Per quanto siamo antiriduzionisti e pensiamo risibile il raffronto tra una qualsiasi macchina informatica e un cervello animale e non plausibile alcuna riduzione fisiologistica ce ne occuperemo avendo scelto tre studiosi che ci sono parsi significativi, scartando altri come Jerry Fodor troppo fantasiosi. I computazionalisti credono che le macchine riusciranno un giorno a riprodurre buona parte delle funzioni mentali e creano teorie sul cervello chiamandolo
mente, i fisiologisti dicono che la mente non esiste perché non è altro che il cervello. Faremo parlare Daniel Dennett e Paul Churchland per i primi e Antonio Damasio per i secondi. Per fortuna che contro il riduzionismo si sono pronunciati molti eminenti neurofisiologi e vogliamo qui citare le caute ma inequivocabili parole di Edelman:Per adesso sono possibili soltanto congetture su tali argomenti; sta di fatto, tuttavia, che la coscienza di ordine superiore porta allo sviluppo di un dominio immaginativo fatto di sentimenti, di emozioni, di pensieri, di fantasia, del proprio sé e di volontà; essa crea oggetti artificiali che sono mentali. 319
319
G.Edelman, Sulla materia della mente, cit., p.236.320
Ibidem.321
G.M.Edelman – G.Tononi, Un universo di coscienza, Torino, Einaudi 2002, p.104Dunque la mente "crea" sentimenti, emozioni, pensieri, un sé, un io, un‟individualità irripetibile. Il mentale non può essere visto come il cerebrale e tanto meno come informatico:
L‟analogia tra mente e calcolatore cade in difetto per molte ragioni. Il cervello si forma secondo principi che ne garantiscono la varietà e anche la degenerazione; a differenza di un calcolatore non ha una memoria replicativa; ha una storia ed è guidato dai valori; forma categorie in base a criteri interni e a vincoli che agiscono su molte scale diverse, non mediante un programma costruito secondo una sintassi.
320Può darsi che il cervello abbia una qualche traccia di programma nel suo funzionare ma non ce l‟ha la mente. L‟idea di un pensare e di un sentire "programmabili" (magari da Dio) è priva di senso.
Il concetto di
degenerazione è ripreso da Edelman (con Giulio Tononi) nel 2000 in Un universo di coscienza:In parole povere, la degenerazione si riflette nella capacità di componenti differenti per struttura di produrre risultati o segnali in uscita simili. In un sistema nervoso selettivo, con l‟enorme repertorio di circuiti neurali varianti anche all‟interno di una stessa area cerebrale, la degenerazione è inevitabile. Senza di essa un sistema selettivo, per quanto ricco di variabilità, non funzionerebbe: in una specie vivente le mutazioni sarebbero quasi sempre letali; in un sistema immunitario, pochissime forme varianti di anticorpi funzionerebbero; nel cervello, se fosse disponibile un unico percorso a rete, il traffico dei segnali si intaserebbe.
321La
degenerazione edelmanniana è i la negazione dell‟"unicità del compito" tanto cara ai neurofisiologi riduzionisti che vogliono un cervello "a istruzione genetica" che distribuisce ruoli fissi. Edelman e Tononi:La degenerazione può operare a uno solo, oppure a molti livelli di organizzazione. La si osserva nelle reti genetiche, nel sistema immunitario, nel cervello e nell‟evoluzione stessa. Per esempio, combinazioni di geni differenti possono determinare la stessa struttura, anticorpi dalle strutture differenti possono riconoscere con pari efficacia la stessa molecola estranea e forme viventi differenti possono evolversi per essere adattate egualmente bene a uno specifico ambiente.
322322 Ibidem.
323 Ibidem.
324
G.Edelman, Sulla materia della mente, cit., pp.320-321.325
G.M.Edelman – G.Tononi, Un universo di coscienza, cit., p.111326
A.Damasio, Emozione e coscienza, Milano, Adelphi 2003, p.La degenerazione riflette un indeterminismo strutturale e funzionale che rende implausibile ogni tentativo di fare del cervello una macchina "a progetto". Il cervello crea in se stesso un sistema compensatorio per cui numerose funzioni in via evolutiva e mutativa possono fare lo stesso lavoro. Vi è quindi una ridondanza funzionale che ricorda la ridondanza riproduttiva della quale abbiamo già parlato in
Vita morte evoluzione. I Nostri aggiungono:Gli esempi di degenerazione nel cervello sono innumerevoli. La complessa trama di connessioni del sistema tralamocorticale fa sì che numerosi gruppi neuronali differenti possano influire similmente, in un modo o nell‟altro, sui segnali di uscita prodotti da un particolare sottoinsieme di neuroni. Per esempio, molti circuiti cerebrali differenti possono dar luogo agli stessi segnali motori o alla stessa azione. Lesioni cerebrali localizzate rivelano spesso percorsi alternativi che possono produrre comportamenti simili.
323Vediamo la possibilità di far coincidere il concetto di
degenerazione con quelli di compensazione e sussidiarietà della mente plurintegrata.L‟idea, cavalcata dai riduzionisti, che il cervello sia una macchina deterministica fatta di localizzazioni e funzioni definite è clamorosamente smentita dal cervello stesso, che non si sviluppa affatto secondo le istruzioni del genoma, se non altro perché memorizza in modo imperfetto:
Si noti però che tale memoria non è perfetta (come invece dev‟esser in un calcolatore). Di fatto, entro certi limiti,
deve contenere errori (cambiamenti di entropia) o mutanti, affinché il sistema sia selettivo, affinché sia in grado di reagire in maniera adattativa a eventi ambientali imprevisti a causa della variabilità della popolazione. […] La memoria basata sulle modifiche sinaptiche è essenziale a tali comportamenti. […] Le modifiche sinaptiche che si presentavano nelle popolazioni di gruppi neuronici in risposta alle novità, portarono all‟aggiunta di altri tipi di memoria. 324Il genoma è una proto-memoria che si squaglia vivendo ed esperendo. Appena l‟organismo nasce il cervello interagisce con l‟ambiente e coi suoi accadimenti casuali; da altre interazioni nascono altri tipi di memoria, non più
somatica bensì cerebrale e poi mentale.In
Un universo di coscienza Edelman e Tononi negano che la memoria sia "rappresentazionale", ma «capacità di un sistema dinamico plasmato dalla selezione e che manifesta degenerazione, di ripetere o eliminare un atto mentale o fisico […] la memoria assomiglia più alla fusione e al ricongelamento di un ghiacciaio piuttosto che a un‟iscrizione su di una roccia.» 325 La metafora del ghiacciaio ci rimanda a quello più generale di "giungla" che Edelman aveva applicato al cervello all‟inizio del capitolo 14° di Sulla materia della mente. L‟iscrizione sulla roccia presuppone una Intelligenza che modifichi la superficie della roccia facendone il supporto di una significazione, mentre il ghiaccio è uno stato di molecole che mutano stato sì in base a leggi fisiche generali, ma che nello specifico ghiacciaio si sono formato nella più assoluta causalità, ciò nella più totale sconnessione delle cause che lo producono e lo modificano, in un intrico causale. Le principali proprietà del cervello sono mutevolezza, differenziazione, degenerazione e valore, ma nessuna di esse crea rappresentazioni, concetto che Antonio Damasio usa accanto a "immagine mentale" e "configurazione neurale" 326:La rappresentazione implica l‟attività simbolica, un‟attività centrale per le nostre capacità semantiche e sintattiche nel linguaggio. Non stupisce pertanto che, immaginando come il cervello possa ripetere un esercizio – ad esempio
richiamare quella che sembrerebbe un‟immagine già vissuta - nasca la tentazione di affermare che il cervello esegue rappresentazioni. Ciò produce però falle evidenti: non esiste un messaggio precodificato nel segnale; non esistono strutture che sanno archiviare con precisione un codice; non esiste nemmeno un giudice naturale che fornisca decisioni sui modelli alternativi, e nessun
homunculus nella nostra testa che legga il messaggio. Sono tutte ragioni per le quali la memoria del cervello non può essere rappresentazionale, così come avviene nei congegni di nostra costruzione. 327327
G.M.Edelman – G.Tononi, Un universo di coscienza, cit., pp.112-113.328
Ivi, p.113.329 Ibidem.
330 Ibidem.
Nei congegni di nostra costruzione, i computer, immagazziniamo rappresentazioni che la RAM può gestire in un numero enorme di modi, ma tutti pre-determinati. Niente di tutto questo nei cervelli e la
rappresentazione è una modalità:Consideriamo il sistema immunitario: un anticorpo non è una rappresentazione di un antigene estraneo, eppure attraverso il meccanismo della memoria immunitaria il nostro anticorpo insieme a tanti altri riconoscerà l‟antigene. Un animale può esser ben adattato a un ambiente, ma non è una rappresentazione di quell‟ambiente. Del pari, una memoria non è una rappresentazione, ma rispecchia il modo in cui il cervello ha modificato la propria dinamica per consentire la ripetizione di una prestazione.
328Il concetto sopra proposto vede una specie di "ricategorizzazione in corsa", ovvero, mentre il cervello fa un‟esperienza rimaneggia un‟esperienza simile del passato includendola. Sicché antiriduzionisticamente:
In un cervello complesso, la memoria è il risultato dell‟accoppiamento selettivo tra attività neurale in corso, distribuita, e una serie di segnali che provengono dal mondo, dal corpo e dallo stesso cervello. Le modificazioni sinaptiche che ne derivano influiscono sulle risposte che quel cervello darà a segnali simili o differenti.
329Molteplicità e differenziazione di fattori dunque:
In una congerie multifattoriale mondo-corpo-cervello la risposta a uno stimolo esperienziale si crea "nel momento" e questa risposta può essere molto variabile non possedendo alcun "repertorio di rappresentazioni" a cui far riferimento. In realtà si tratta di una ri-creazione che è anche un «forma di ricategorizzazione costruttiva di un‟esperienza in corso e non una riproduzione puntuale di una sequenza passata di eventi.»
330Ri-creare se stesso implica autocreazione. Il cervello si crea da sé reinterpretando continuamente una realtà che è la sua, quella del corpo in cui abita e di ogni suo organo o muscolo, quella di miliardi di enti minerali, vegetali e animali del mondo che ci circonda, con la sua luce e le sue tenebre, con i suoi venti e le sue piogge.
4.2 Paul Churchland
I coniugi Patricia e Paul Churchland, filosofo lui e neurofisiologa lei, sono due coerenti sostenitori di un riduzionismo estremo, che nega ogni differenza di natura tra le esperienze mentali e la fisica neurale. Il lavoro sperimentale e osservativo di Patricia alimenta la speculazione filosofica di Paul e viceversa. Questi sostiene in
The Engine of Reason, the Seat of the Soul del 1995 che la posizione di Thomas Nagel e persino quella di John Searle implichino elementi metafisici, poiché per lui è "metafisico" tutto ciò che non è strettamente fisico e pare dimenticare che il metafisico dei metafisici è sostanza o essenza, causa e origine del fisico, quindi coerente con esso. In Aristotele, che egli cita più o meno a proposito, metafisica è la sostanza delle cose fisiche, deimeri
accidenti o fenomeni. Per venire più vicini a noi, Kant, sostiene giustamente che solo i fenomeni sono conoscibili, ma pensandoli "sostanziati" da cose in sé o noumeni noti solo a Dio.Equivocando sul significato di
metafisico il Nostro lo confonde con l‟epifisico, l‟evoluto derivante sì dal fisico ma con funzionalità specifiche. E ciò è la mente, epiprodotto del cervello e questo è sua volta un epiprodotto della chimica. Il meta-fisico è ciò che fonda il fisico, l‟epi-fisico è emergenza evolutiva del fisico e la materia vivente (o biologica) si stacca epigeneticamente dalla materia morta (o fisica). Il vivente è epi-fisico rispetto al fisico e la mente è epi-cerebrale rispetto al cerebrale, mentre se noi usassimo un termine come meta-cerebrale per la mente significherebbe supporre che la mente causi il cervello e non viceversa. Su quest‟errore di fondo Churchland costruisce il suo modello computazionale vedendo sul totale di cento miliardi di neuroni cerebrali e centomila miliardi di sinapsi delle carte da gioco una "smazzata unica". Ciò che gli sfugge è che la smazzata non è data una volta per tutte ma evolve, per cui ognuno di noi è un "flusso" di smazzate continue dipendenti in piccola parte dalla filogenesi e in gran parte dalle contingenze esistenziali, dallo scontro con la realtà e del caso. Nessuna smazzata, ma un infinità di configurazioni evolutive in cui le sinapsi e i dendriti nascono, mutano e muoiono in un caleidoscopio processuale s3mpr differente. Ma Churchland:Ogni essere umano riceve la sua smazzata – unica - da questo mazzo di carte monumentale. Ed è in punti diversi di questo spazio quasi infinito di possibilità connettive che risiede la personalità di ogni essere umano; è là che risiedono i vari sistemi di convinzioni religiose, morali, scientifiche; là risiede ogni singolo orientamento culturale
331331
P.Churchland, Il motore della ragione, la sede dell’anima, Milano, Il Saggiatore 1998, p.17332
Ivi, p.19333 Ibidem
334
Ivi, p.24.Si soppesino le parole, il mazzo di carte "monumentale" così come lo spazio "quasi infinito" di possibilità connettive sono per lui comunque "quantità computabili" e quindi "prevedibili" in una concezione sostanzialmente deterministica
alla Laplace.La
quantitatività è computabilità ma si ammette la mutevolezza delle connessioni, che avvengono comunque "all‟interno" di un quadro "quantitativo" tipo i pixel di un monoscopio:Come abbiamo osservato sopra i neuroni non cambiano le loro interconnessioni sinaptiche molto velocemente come i circuiti dentro un apparecchi televisivo, le connessioni neuronali sono relativamente stabili. Ma i neuroni possono cambiare i loro livelli di attivazione in un batter d‟occhio, e lo fanno. […] Come l‟insieme dei pixel di uno schermo TV, lo
schema globale dei livelli di attivazione neuronali in ogni dato istante costituisce il ritratto che il cervello si fa della situazione locale in cui si trova qui e ora. 332Neuroni operanti in base a
livelli di attivazione ma comunque predefiniti entro uno schema globale a definizione numerica in funzione di una situazione anch‟essa quantitativa come quella di uno schermo da 200.000 pixel, dove:Ciascuno di essi può assumere un‟intera scala di valori di luminosità […] Ma un cervello umano ha, grosso modo, 100.000.000.000, cioè
cento miliardi di neuroni. E anche per ciascuno di essi esiste un‟intera scala di livelli di attivazione o "valori di luminosità" […] troviamo che la capacità rappresentativa del cervello è circa 500.000 mila volte più grande di quella di uno schermo televisivo. 333Il rapporto è dunque solo quantitativo, 1/500.000. Passando «da una popolazione di neuroni specializzati alla successiva e alla successiva e alla successiva ancora» lo stato neurale progressivamente "cresce":
È questo il luogo in cui avviene la gran parte del
calcolo cerebrale. È qui che il sapere precedentemente acquisito si mostra, è qui che entrano in gioco il carattere e l‟intuizione, è qui che l‟intelligenza ha le sue ultime e più profonde fondamenta. 334Per Churchland il cervello-mente è un calcolatore intelligente, con la sola particolarità di operare "in parallelo" per
astuzia della ragione. Precisa:Questo metodo di calcolo – la trasformazione di uno schema in un altro passando attraverso una vasta configurazione di connessioni sinaptiche – è chiamato
calcolo distribuito parallelo. […] In primo luogo un calcolatore parallelo è molto più veloce di uno seriale, almeno per la vasta gamma di problemi che una creatura vivente si trova tipicamente ad affrontare. È più veloce perché esegue simultaneamente, anziché una dopo l‟altra in faticosa successione. 335335 Ibidem.
336
Ivi, p.163.337
Ivi, p.165338 Ibidem.
339
Ivi, p.215Il cervello è dunque un computer parallelo estremamente veloce e versatile, ma pur sempre un computer.
Più avanti Churchland si addentra nel campo della morale (
Percezione morale e conoscenza morale) per domandarsi: «Quale alternativa c‟è a una teoria della nostra capacità etica fondata su regole?»:L‟alternativa è fondarla su una gerarchia di prototipi acquisiti tramite l‟apprendimento, sia per quanto riguarda la percezione sia per quanto riguarda il comportamento morale. Prototipi che si incarnano in una configurazione ben sintonizzata dei pesi sinaptici di una rete neurale.
336L‟etica è dunque riducibile a una questione di "pesi" sinaptici "assunti" vivendo, quali «prototipi morali familiari.». L‟eticità è un
sapere acquisibile:L‟apprendimento del sapere etico sarà una questione di lenta generazione di una gerarchia di prototipi morali, presumibilmente sulla base di un numero sostanziale di
esempi rilevanti rispetto ai problemi morali in questione. Di qui l‟importanza delle storie e delle favole e, soprattutto, l‟importanza continua e dispiegata nel tempo dell‟esempio dei genitori come modello di comportamento interpersonale, e l‟importanza dei loro commenti come guida coerente del comportamento nell‟infanzia. […] Le persone dotate di percezione morale saranno persone che hanno imparato bene queste lezioni. 337Non quindi sensibilità nel rapporto con l‟
altro e qualità di una condotta fanno un‟etica, ma un «numero sostanziale di esempi rilevanti»: una precettistica che "s‟impara". L‟essenziale:La prima virtù richiederà il possesso di una ricca biblioteca di prototipi morali alla quale attingere e speciali doti nella manipolazione ricorrente della propria percezione morale. La seconda di queste virtù richiederà un occhio ben attento a cogliere le divergenze locali rispetto a un prototipo presunto e la disponibilità ad accettarle, ad assumerle come base per scoprire una possibile comprensione alternativa della situazione . 338
L‟etica quindi è apprendimento sistematico d‟una "tecnica" basata su una vasta gamma di conoscenze esemplari (prototipi etici) e di abilità nel correlarle nella contingenza.
I fenomeni mentali sono fenomeni fisici e Nagel col suo
Che cosa si prova ad essere un pipistrello? farebbe delle metafisica. In realtà egli si limitava a registrare la soggettività delle esperienze mentali, ma Churchland vede solo "numeri" di connessioni:Non c‟è il minimo dubbio che il pipistrello abbia accesso alle proprie sensazioni in un modo così esatto e peculiare che allo scienziato esterno manca. Più in generale, ciascuno di noi ha un accesso esatto e peculiare alle proprie sensazioni e nessun‟altra creatura può averlo. Questo perché ciascuno di noi, pipistrello incluso, ha a disposizione un insieme unico di
connessioni causali con l‟attività sensoriale del proprio cervello e del proprio sistema nervoso. 339Le
connessioni causali sono un enorme "numero di informazioni" che il neuroscienziato non può contare né vederne i percorsi:Il che implica che ogni individuo ottiene informazioni sugli elementi in continuo movimento delle propria attività sensoriale attraverso un insieme specifico di percorsi neuronali che solo lui possiede. […] Ma le altre persone non possono conoscerli attraverso quei precisi percorsi di informazione grazie ai quali voi li conoscete, perché solo voi possedete esattamente quei percorsi.
340340 Ibidem.
341
Ivi, p.216.342
Ivi, p.217.343
Ivi, p.218.344
Ivi, p.221.Una conoscenza riservata di percorsi su base percezionale? Mah, qualcuno conoscere «i propri percorsi» percettivi? In realtà noi siamo perlopiù inconsapevoli di cause e percorsi di un certo stato d‟animo.
Ma Churchland pensa che dal momento che noi tramite la
propriocezione siamo informati sul nostro corpo possiamo esserlo sulla mente:L‟esistenza di un accesso epistemologico personale, di prima persona, a un qualche fenomeno non implica che il fenomeno in questione sia di natura non fisica. Implica solo che qualcuno con quel fenomeno è in connessione causale che gli fornisce informazione su di esso di cui gli altri sono sprovvisti.
341Poiché quelli mentali sono fenomeni fisici il problema sta solo nella
quantità d‟informazioni poiché non esiste alcuna qualità. Conoscere dunque gli stati d‟animo come gli stati del fegato o dei reni, ma con la difficoltà del numero di informazioni poiché i cervelli ne producono un numero enorme. Si aprono orizzonti: forse un neuroscienziato usando su di sé la PET, la fMR e altre tecniche avveniristiche potrebbe un giorno accedere direttamente al "numero" di informazioni dentro la sua mente!Il Nostro pensa che la differenza tra il mio conoscere la mia mente e non la tua dipenda solo da quante informazioni mi danno i miei "mezzi autoconnessi": così io conosco il mio arrossire e gli altri no:
La differenza fra la mia conoscenza del mio arrossire e la vostra conoscenza del mio arrossire non sta nell‟oggetto conosciuto, ma piuttosto nel modo in cui esso viene conosciuto. Io lo conosco tramite mezzi autoconnessi (il mio sistema somatosensoriale) mentre voi lo conoscete tramite mezzi eteroconnessi (il vostro sistema visivo). Il rossore in sé è un avvenimento del tutto fisico.
342D‟accordo che il rossore sia fisico, ma un accresciuto flusso di sangue al viso non mi dice cosa sta capitando, posso arrossire per vergogna come per rabbia. Anche con le più sofisticate tecniche d‟indagine non si capirà mai un bel nulla del conflitto interiore che genera un imbarazzo o l‟impulso a sferrare un pugno a chi ci sta davanti. Ma Churchland insiste nel sostenere che la posizione di Nagel implicherebbe elementi metafisici e così ragiona:
Le proprietà non fisiche non risolvono nulla, anche quando è in discussione la conoscenza di sé. L‟esistenza di percorsi epistemici autoconnessi, le loro origini e le loro funzioni cognitive correnti, sono tutte cose intelligibili, senza dubbi residui sulla base di assunzioni puramente riduzioniste.
343L‟asserzione «sono tutte cose intelligibili» è dogmatica, ma egli ci crede e sentenzia:
La spiegazione della coscienza, animale come umana, è una delle speranze centrali dell‟attuale ricerca nel campo della neurobiologia cognitiva, come tra poco si vedrà. E la ricostruzione degli intricati labirinti di questa rappresentazione cognitiva che ogni creatura si fa del mondo è parte dell‟obbligo esplicativo che la neurobiologia cognitiva si accolla più che volentieri.
344La ferrea fede di Churchland nasce non solo da
riduzionismo, ma da eliminativismo, semplicemente egli elimina dall‟orizzonte tutta l‟infinita complessità dei sentimenti, come abbiamo visto anche col concetto di etica quale "patrimonio di buoni esempi". Da numerologo egli esaurisce in sette caratteristiche intelligibili la complessità della coscienza, ricostruibile entro uno schema di informazionali percorsi ricorrenti e reti ricorrenti avendo come stazioni il nucleo intralaminare del talamo e la corteccia 345. Il concetto di ricorrenza indica l‟avanti-indietro dell‟informazione da un estremo all‟altro del circuito e nello stesso tempo coniugazione del noto col da-conoscere::345
Ivi, pp.231-240.346
Ivi, p.235.347
Ivi, pp.240-241.348
Ivi, p.243.349 Ibidem.
350
Ivi, p.244.Reti sempre più grandi, dotate di percorsi chiusi ricorrenti che connettono molti strati e in cui la codificazione viene effettuata a valori nei numeri reali, presenteranno una memoria a breve termine che si estende sempre più lontano nel passato. In conclusione, una forma di memoria a breve termine che sia al tempo stesso sensibile al soggetto da ricordare e che abbia un tempo variabile di decadimento dell‟informazione, rientra semplicemente nella struttura e nella dinamica di una rete ricorrente.
346La
ricorrenza dell‟informazione spiegherebbe la complessità epi-fisica degli stati mentali. Le reti neurali sono perspicue all‟analisi computazionale di impulsi informativi quantificabili e misurabili:Abbiamo identificato una rete ricorrente specifica che dovrebbe essere capace di: 1) possedere una memoria a breve termine sensibile al soggetto e che decade col tempo; 2) possedere un‟attenzione indirizzabile; 3) elaborare interpretazioni cognitive variabili; 4) avere un‟attività cognitiva indipendente dall‟ingresso di dati sensoriali; 5) addormentarsi profondamente; 6) sognare; 7) esercitare un‟attività cognitiva unificata e polimodale. In termini neurocomputazionali riusciamo a capire come ciascuna di queste caratteristiche possa essere realizzata, ed è concepibile che esse vengano effettivamente realizzate in una struttura fisica reale, interna al nostro cervello.
347La ricorrenza implica che:
La funzione di questi percorsi potrebbe essere allora solo quella di un semplice metronomo. Potrebbe anche darsi che invece dovrei rivolgermi ad altri grandi
loop, più ricchi di numeri assonici, percorsi chiusi che uniscono il talamo più vecchio e situato centralmente con la corteccia che la circonda. Tuttavia, la caratteristica centrale della teoria esplicativa della coscienza consiste nelle proprietà dinamiche delle reti ricorrenti. 348E poi:
Possiamo ora vedere come non ci sia nulla di esclusivamente obiettivo nei fenomeni fisici, perché essi possono, occasionalmente, essere conosciuti anche tramite mezzi soggettivi: specificamente tramite l‟attività dei percorsi autoconnessi. Gli stati fisici del cervello di una persona non sono esclusivamente
obiettivi più di quanto la materia fisica del suo corpo sia intrinsecamente ed esclusivamente morta. Tutto dipende, in entrambi i casi, da come quel sistema fisico organizzato sta funzionando. Né c‟è alcunché di esclusivamente soggettivo negli stati mentali di un individuo. […] Il punto è che non c‟è alcun conflitto tra l‟essere oggettivi e l‟essere soggettivi. Uno e un solo stato può essere entrambe le cose. 349Soggettività e oggettività sono sovrapponibili. Infine:
La natura "inaccessibile" dei fenomeni della coscienza è scritta chiaramente nell‟alfabeto dell‟attività neuronale che si svolge nel nostro cervello e nel nostro sistema nervoso. Inoltre, già ora abbiamo un accesso continuo a gran parte di quest‟ attività grazie ai percorsi autoconnessi del cervello e in virtù delle capacità del cervello di autorappresentarsi.
350La coscienza è cosa accessibile e chiara, se non lo è dipende da deficienza concettuale.
Contro John Searle (difensore dell‟epi-fisicità della coscienza, irriducibile a computazionalità in quanto realtà individuale "intrinseca") Churchland afferma:
E anche se fosse vera [la teoria di Searle], non è chiaro perché un cervello al silicio massicciamente parallelo dovrebbe essere condannato, come il pallottoliere, a non poter possedere stati dotati di significato intrinseco. Se i vettori di attivazione di dimensione alta possono avere un significato intrinseco nel contesto dell‟architettura neurale umana, perché non potrebbero averlo i loro corrispondenti vettori in una riproduzione al silicio di quella stessa architettura?
351351
Ivi, p.263.352
Ivi, p.270.353
D.Dennett, L’evoluzione della libertà, Milano, RaffaelloCortina 2004, p.XI.354
AaVv, Cervelli che parlano, a cura di E.Carli, Milano, Paravia Bruno Mondadori 2003, p.71,355
Il termine semplicizzazione lo abbiamo usato ripetutamente per qualificale modalità con cui la teologia filosofale (la metafisica) crea schemi ontologici semplificati che ignorano la complessità. Pensiamo che nella stessa misura, ma per ragioni opposte, ciò valga per il riduzionismo materialista.356
D.Dennett, L’evoluzione della libertà, cit, p.3.357
Ivi, pp.3-4.Il passaggio si commenta da sé. Secondo il Nostro i computer saranno capaci di indagare computazionalmente la coscienza in ogni sua espressione. Più avanti: «Una macchina elettronica può essere dotata di coscienza? Sembrerebbe di sì. Succederà presto? Probabilmente no, anche se si continuano a fare piccoli passi in questa direzione.» 352
4.3 Daniel Dennett
Il logico Daniel Dennett è sostenitore di quella bizzarra tesi nata con gli Stoici chiamata
compatibilismo, la quale sostiene la compatibilità tra un universo rigorosamente deterministico e il libero arbitrio dell‟uomo. Egli si presenta come difensore di un weltanschauung materialistica e deterministica dove l‟homo sapiens farebbe eccezione grazie al linguaggio. Quest‟idea ha carenze concettuali non di poco conto, ma ovviamente conveniamo sul libero arbitrio umano, altrettanto convinti che in linea di principio tutti i viventi possano essere considerati liberi a cominciare dalle cellule, anche se le modalità in cui la libertà si estrinseca differiscono molto. Tra i suoi numerosi libri Freedom Evolves del 2003 (un libro a cui egli avrebbe lavorato per trent‟anni circa 353) si pone come una specie di summa del suo pensiero. In esso è ribadita la conciliazione del determinismo cosmico con l‟indeterminismo umano. In un intervista del 1997 affermava:Sto dicendo che essi [gli uomini] sono macchine estremamente complesse e sofisticate, costituite di parti meccaniche e materiali, i nostri cervelli e i nostri corpi. Credo quindi che quando avremo risolto i problemi tecnologici avremo risolto il problema della mente e della coscienza. Possiamo comprendere il nostro mondo interiore soltanto riducendolo a parti meccaniche. 354
Il pensare l‟interiorità dell‟uomo come un insieme iper-complicato di parti meccaniche è legittimo, ma, come in tutte le
semplicizzazioni 355 la complessità diventerebbe semplicità complicata prima o poi spiegabile.Egli ci offre subito l‟affermazione: «Ognuno di noi è composto di robot non pensanti e da nient‟altro; non abbiamo alcun ingrediente non-fisico o non-robotico. »
356 Noi, al contrario, pensiamo che le macchine biologiche siano imparagonabili ai più sofisticati robot: le cellule non sono chips e nessun chip sarà mai una cellula. Il Nostro:Per riuscire a capire come si possa ottenere un lavoro di assemblaggio così straordinario, dobbiamo studiare la storia dei processi di progettazione (
design) che hanno svolto tutto il lavoro, l‟evoluzione della coscienza umana. Dobbiamo anche capire in che modo queste anime, composte da robot cellulari, riescano effettivamente a fornirci tutti quei poteri importanti e tutti i conseguenti doveri che le anime immateriali tradizionali abitualmente ci concedono (grazie a una magia non precisata). 357Una mente è frutto di progetto? Ma di chi? Chi avrebbe messo insieme dei robot neurali grazie ai quali esiste il
pensare e persino il sentire? I sentimenti, gli affetti, le emozioni etiche ed estetiche e tutto il resto delle funzioni mentali extra-cogitative che caratterizzano l‟individualità dei robot. Una "macchina per pensare" è forse immaginabile, una "macchina per sentire" mai.Da circa un miliardo d‟anni, ci ricorda Dennett, esiste una vita evoluta, ma secondo lui «cieca e sorda» (eppure i piccoli robot neurali c‟erano già e in assemblaggi molto avanzati!) poiché era ancora assente quel "magico" catalizzatore mentale che è il linguaggio umano. Se tale catalizzatore preesiste nel cuore della materia è roba divina. Noi pensiamo invece che siano state le menti ad averlo creato, venendo molto prima del linguaggio che è solo un loro elaborato per comunicare. Ma egli pensa che poiché «ci ha permesso di creare una larga via per la condivisione della conoscenza, per qualsiasi argomento»
358 esso abbia creato la coscienza! Si dichiara filosofo "naturalista" 359:358
Ivi, p.5.359
Ivi, p.20.360
Ivi, p.21.361
Ivi, p.115Il naturalismo non è nemico del libero arbitrio; anzi, esso ci consente una spiegazione
positiva del libero arbitrio, un approccio, che, di fatto, consente di trattare i rompicapi meglio di quanto riescano a fare quelli che cercano di proteggere il libero arbitrio dalle grinfie della scienza ricorrendo a una "metafisica oscura e paurosa come un coniglio" (per dirla con la bella espressione di P.F.Strawson). 360Risolvere i rompicapi "eliminando" ciò che "rompe" è una vecchia tecnica logico-dialettica. Egli ammette le mutazioni genetiche casuali ma incoerentemente nega il
caso nel regno del fisico: «Il lancio di una moneta, di una moneta non truccata, è un esempio familiare di un evento che ha un esito (testa, diciamo) che propriamente non ha una causa.» Il caso non è una causa!? Tutti gli eventi fisici seguono da altri come loro cause, mentre parrebbe fuori-causa anche il gesto del braccio del lanciatore della moneta! Dennett in compenso ci regala una tautologia: «È certo che l‟esito del lancio di una moneta è il risultato deterministico della somma totale delle forze che agiscono sulla moneta.» Ora, l‟esito del lancio è sicuramente frutto delle forze fisiche incidenti sul sistema lancio, ma questo nasce da una causa (il braccio dell‟uomo) del tutto indeterministica sicché indeterminati saranno altezza, traiettoria, rotazioni e impatto sul terreno. Che poi "alla fine" tutto si componga nel risultato "moneta ferma" su una certa faccia, è certamente un risultato "fisico", ma niente affatto deterministico. Lo sarebbe soltanto se un programma di computer comandasse un robot lanciatore avendo calcolato rigorosamente e "determinato" tutte le variabili del sistema lancio.Dennett patisce due gravi lacune: 1) non ha un concetto corretto di
causa; 2) non riesce a vedere che il lancio di una moneta non è un "moto" ma un sistema dinamico. Poi una bella capriola:Questa [l‟assenza di predittività] è la caratteristica di un dispositivo per la generazione di eventi casuali come il lancio di una moneta: fare in modo che il risultato sia incontrollabile, rendendolo sensibile a un numero così elevato di variabili che nessun elenco finito e attuabile di condizioni possa essere considerato come causa del fenomeno.
361Secondo lui i fatti naturali sono sempre deterministici mentre sarebbe la tecnologia a poter produrre fatti stocastici! Non capisce che cosa siano in natura il
caso (l‟intrico delle cause) e né la necessità (la linearità delle cause), però crede che un dispositivo, operante in base a un programma deterministico e finalistico, sia capace di produrre eventi senza-causa e senza-finalità! Tale dispositivo molto semplicemente moltiplicherebbe esponenzialmente le variabili, rendendo impredicibile il risultato per impossibilità "pratica", non già "teorica", di calcolarlo. In realtà fare calcoli che richiederebbero un tempo quasi-infinito (ma non infinito) è possibile.Ciò che invece è sicuramente impossibile è calcolare il risultato del lancio della moneta da parte di un braccio biologico, a meno che non sia stata lasciata cadere da un altezza modesta e "in un certo modo". D‟altra parte è Dennett stesso a postulare «che la moneta venga lanciata in alto, con
una rotazione vigorosa». Ma così il sistema fisico
lancio della moneta raggiunge complessità e con essa le variabili-cause si "intricano", non sono più "lineari", poiché già solo la pressione atmosferica, l‟umidità dell‟aria o una lieve brezza agiscono da variabili-cause del sistema. L‟incomprensione del concetto di causa e di quello di sistema dinamico riemerge nella «causa del fenomeno» non capendo che il lancio della moneta non è "la" ma solo una proto-causa del suo ricadere. Primo impulso che permette l‟entrata in gioco di altre cause come l‟attrito dell‟aria che sarà in funzione della velocità di lancio, del tipo del materiale usato per la moneta, del suo peso specifico, del diametro, dello spessore, ecc.Dennett approda all‟argomento centrale del libro ribadendo che il determinismo lascia aperta la strada al libero arbitrio umano:
La distinzione tra l‟avere un futuro aperto e l‟avere un futuro chiuso è rigorosamente indipendente dal determinismo. In generale non c‟è nulla di paradossale nell‟osservare che alcuni fenomeni sono determinati a essere mutevoli, caotici e impredicibili.
362362
Ivi, p.121363
Ivi, p.125.364
Ivi, pp.125-126.Si sostiene che "da un certo punto in poi" dell‟evoluzione dei primati sia apparso un indeterminismo "determinato" e che quel "certo punto" è l‟
homo sapiens. Resta da spiegare ontologicamente come faccia la materia morta, deterministica, a produrre materia viva deterministica che poi evolvendo diventa indeterministica. A base del ragionamento un‟idea bizzarra:Noi siamo il prodotto di un processo di progettazione massiccio e basato sulla competizione; la Luna no. Questo processo di progettazione, la selezione naturale, notoriamente utilizza, come generatore finale di diversità, delle mutazioni casuali. 363
Abbiamo letto bene, «processo di progettazione massiccio» dove
mutazioni casuali si sommerebbero per produrre esiti necessitati. Un prodigio statistico che però presuppone un "progettista"! Orbene, non può trattarsi che di un Dio-Necessità che ha assunto il nome di Evoluzione. O di una somma Intelligenza che produce evoluzione intelligente o di un‟Evoluzione che produce intelligenza deterministica attraverso mutazioni casuali, moltiplicandone il numero finché non spunta come loro somma la necessità strutturale. Da questa, evolutivamente a ritroso, salterebbe fuori il libero arbitrio. Questo meccanismo magico è la scoperta della vera pietra filosofale! Non basta, Dennett invece di basare la propria argomentazione sulla biologia (salvo seguire Dawkins in altre cose), tira in ballo i computer dichiarando:Abbiamo visto come i programmi dei computer – e gli esperimenti controllati in senso più generale – facciano uso di analoghi generatori di diversità quasi con gli stessi risultati: per guidare i processi di esplorazione entro nuove configurazioni, e fuori di quelle vecchie. Ma abbiamo anche visto come questa felice sorgente di diversità non debba essere necessariamente casuale, nel senso di indeterministica.
364Esisterebbe un "progetto" dell‟evoluzione analogo al "progetto" del creatore di software, dimenticando che questo è una mente volente e intenzionale e la selezione non lo è (a meno d‟essere anch‟essa una mente umana!) In altre parole, l‟evoluzione dovrebbe avere i requisiti di una mente (divina?) per "progettare" su base deterministica l‟indeterminismo delle mutazioni.
Noi saremmo eccezioni, unici nell‟universo gli uomini sono liberi, poiché progettati per essere tali (ma da chi?). Evocato di striscio il
principio antropico:Quindi, messa da parte la paura del determinismo fisico, possiamo concentrare la nostra attenzione sul livello biologico, nel quale potremmo realmente essere in grado di spiegare il motivo per cui
noi siamo liberi, mentre altre entità del nostro mondo, formate dallo stesso genere di sostanza, non sono libere affatto. 365365
Ivi, p.126.366
Ivi, p.190.367
Ivi, pp.190-191.368
Ivi, p.191Vecchio antropocentrismo; come fa Dennett a essere sicuro che gli scimpanzé non siano liberi? Però egli corregge il
noi aggiungendo «che ci sono diverse libertà, distinte, per genere e grado.» Ma allora, perché definire liberi gli uomini distinguendoli da "altre entità"? La voglia di teorizzare l‟inteorizzabile gli fa dimenticare che la vita è un palcoscenico pluralistico con livelli differenti di operatività e prestazioni sempre evolvibili. Anche la quasi totalità degli altri animali ha un cervello che può sempre evolvere e produrre mente e questa produrre senso del sé, volizione, capacità di scelta, libertà. Noi non possiamo escludere che il topo o il gatto o il delfino o il polpo e con essi miriadi di altri animali superiori dispongano di un qualche grado di libertà e possano aumentarla evolvendo. Essi non sono "macchine" (come pensava Cartesio) ma individui, presentano caratteri propri, un temperamento che li caratterizza e con esso sicuramente qualche margine di libertà comportamentale.Il Nostro pensa che la libertà umana sia "compatibile" col determinismo generale grazie al linguaggio e alla cultura:
La libertà umana, che è in parte un prodotto della rivoluzione generata dal linguaggio e dalla cultura, è tanto differente dalla libertà degli uccelli quanto il linguaggio umano lo è dal loro canto. Ma per poter capire il fenomeno più complesso, è necessario prima intendere le sue più semplici componenti e i suoi precedenti. 366
E poi:
Noi dipendiamo dal nostro kit di montaggio come i nostri predecessori dipendevano dal loro; ma noi abbiamo più possibilità di quelle che avevano loro, perché le migliorie apportate al nostro kit hanno reso possibili forme di aggregazione più sofisticate, e queste a loro volta hanno reso possibili modi ancora più indiretti per entrare in collisione con le altre cose del mondo, nonché lo sfruttamento dei risultati delle collisioni stesse. Quando la vita ha avuto inizio c‟era un solo modo di rimanere vivi. Ed era: fai A o muori. Ora ci sono diverse opzioni: fai A o B o C o D o…muori.
367Le cose non stanno così. Agli inizi della vita gli organismi erano caratterizzati da una tale plasticità che "si sono inventati" i loro modi di vivere tra moltissimi altri. Gli studi sui batteri dimostrano che un batterio muta con estrema facilità per
trasmissione genetica orizzontale, contrariamente agli animali superiori dove le mutazioni sono solo "verticali", da genitori a figli. Quindi è vero esattamente il contrario di ciò che abbiamo letto: sono gli animali superiori che hanno solo un modo A di sopravvivere, essendo invece i batteri ad avere A + B + C + D + n possibilità. I batteri grazie al loro trasformismo possono vivere in condizioni estreme (in ambienti acidi e a temperature prossime all‟ebollizione dell‟acqua o sotto i ghiacci), per questo si parla di essi come dei quasi-immortali per come si mutano e si trasformano all‟uopo, soprattutto per i tempi brevissimi in cui lo fanno.Dennett riprende poi il tema di Dawkins della "corsa agli armamenti" che accelererebbe l‟evoluzione verso «nuove varietà»
368, però aggiunge: «ma questi modi non saranno mai nulla più di una trama "evanescente" di condizioni reali nell‟"enorme" spazio delle possibilità logiche.» Questa è una vera cantonata: egli vede il mondo della vita come analogo al mondo dei computer dove regna la logica, mentre nel biologico di logico non c‟è un bel nulla, poiché tutto avviene per tentativi ed errori, per peirasi, senza alcun intelligent design. Se un Dio esistesse, fosse esso personale (un Dio-Volontà) o impersonale (un Dio-Necessità), sarebbe sicuramente l‟iper-logico per antonomasia e solo in tal caso sarebbe realizzato nel prodotto della sua Intelligenza quell‟«enorme spazio delle possibilità logiche» che Dennett evoca. Il sedicente ateo si fa losgambetto da solo, poiché con il suo ostinato determinismo
progettuale e con bizantinismi conseguenti fa rientrare dalla finestra quel Dio che l‟indeterminismo butta fuori della porta.Il Nostro sostiene poi che sono stati gli eucarioti ad «aprire lo spazio dei progetti agli organismi pluricellulari»
369. D‟accordo sull‟apertura ma per nulla sui progetti. Le aperture in biologia sono date dal nuovo che irrompe ed è sempre casuale, poiché il necessario non fa che ripetere l‟esistente. Lo scenario cosmico e quello della vita sono fatti da una catena evolutiva che vede anelli casuali e anelli necessari. Il caso e la necessità si alternano, il primo innovando e la seconda conservando; tra essi opera la selezione naturale che sanziona con la morte il "non adatto" e lascia passare l‟"adatto". È incoerente per un ateo fantasticare di un‟evoluzione "che progetta" e opera "per selezione" poiché ciò è intelligent design para-religioso. Si evocano le "fatiche" di un Evoluzione-Natura-Dea scrivendo: «La rivoluzione eucariotica non si è prodotta all‟improvviso; l‟evoluzione ha dovuto scoprire faticosamente la soluzione di molti problemi prima di poterla rendere sicura.370 Ancora l‟idea della selezione come qualcosa di "pensante".369
Ivi, p.192.370
Ivi, pp.193-194.371
Ivi, pp.226-227.372
Ivi, p.227Soluzione «sicura» in quanto "adatta"? Ma quando mai l‟adattamento sarebbe sicuro? È soltanto "probabile" che avendo alcuni procarioti creato dei prototipi eucariotici questi non si siano subito estinti e che ulteriori varianti abbiano portato con sé nuovi tipi di metabolismo ampliando modalità di vita e differenziazione biologica. Dennett prende a prestito da Dawkins concetti che non capisce o che interpreta arbitrariamente, cercando di dimostrare che la libertà umana è un emergenza evolutiva deterministica. Il riassunto concettuale che egli fa del capitolo 5 per un verso rivela come ammetta che nel mondo animale vi sia un gradiente di libertà e non un
salto tra animale e uomo, ma come ricada nella metafisica evocando una saggezza della natura o dell‟evoluzione che sarebbe "intelligente e intenzionata" scrivendo: «La saggezza insita nel progetto delle forme di vita pluricellulari si può capire meglio se si applica un‟istanza intenzionale a tutto l‟intero progetto dell‟evoluzione.» Ancora intelligent design!Il Nostro vede nella comunicazione sociale uno dei fattori dirimenti dell‟evoluzione umana. Ciò è vero solo a metà, perché se la comunicazione genera libertà nella stessa misura genera sudditanze e plagi. Il linguaggio è uno dei fondamenti dell‟operare delle ideologie, religiose o non. Ma si dice:
Una volta che il percorso informativo della trasmissione viene stabilito, e i geni lo reputano affidabile per svolgere parte del trasporto dell‟informazione, esso stesso viene sottoposto a migliorie progettuali, esattamente come le miriadi di perfezionamenti che hanno rafforzato i processi di codificazione, di replicazione, di composizione e di trasmissione del DNA per eoni. […] Il sentiero diventa una strada che diventa un‟autostrada, un canale d‟informazione progettato (designed) dalla selezione naturale per accrescere l‟attività di R&S (Research and Development) nel lignaggio che vi fa affidamento.
371Come i metafisici della
religione della natura anche Dennett tira in ballo i concetti di "progresso" e di "perfezionamento" finalizzati e quindi, "ad un certo punto" dell‟evoluzione, il determinismo produrrebbe indeterminismo:Come abbiamo visto, la trasmissione orizzontale di progetti
trasmessi geneticamente, la condivisione di geni utili da parte di organismi altri rispetto ai genitori o alla prole, è in circolo dai primi giorni dell‟evoluzione e ha avuto un ruolo cruciale in molte delle più brillanti conquiste dell‟evoluzione; ma queste conquiste sembrano frutto di circostanze fortuite e non corsie studiate apposta per la diffusione dei progetti. La trasmissione orizzontale di informazione non genetica è un‟innovazione molto più recente nelle forme di vita pluricellulare dotate di sistema sensoriale (gli animali, in pratica). Il potere di questa innovazione ha raggiunto l‟acme nella nostra specie; ma noi non siamo i soli a coglierne i benefici. 372Parlare di «circostanze fortuite» è già un progresso, ma il
linguaggio come deus ex machina che «apre le porte alla trasmissione culturale che ci differenzia da tutte le altre specie.» 373 è un sofisma.373
Ivi, p.229.374
Ivi, pp.343-344.375
Ivi, pp.353-354.376
Ivi, p.362.377
Ivi, p.367.Salteremo l‟irrilevante ai fini della nostra indagine, come i passaggi dedicati alla condivisione della tesi dawkinsiana dei
memi o di quella dell‟egoismo che si fa altruismo, dei lunghi periodi dedicati alle ricerche neurologiche, nonché dei capitoli 7 (L’evoluzione dell’agire morale) ed 8 (Siete fuori dal giro?) concernenti ragioni e spiegazione dell‟etica dennettiana. Passiamo invece al penultimo capitolo dove si legge:La coscienza umana è stata creata per condividere idee. Cioè, l‟interfaccia utente umano è stata creata dall‟evoluzione, sia biologica sia culturale, ed è nata come risposta a un‟innovazione nel comportamento: l‟attività di comunicare credenze e progetti, nonché quella di confrontare gli appunti. Questo fatto ha trasformato molti cervelli in molte menti, e la distribuzione della paternità di un‟idea, resa possibile da queste nuove metodologie di collegamento, non è solo la fonte dell‟immenso divario tecnologico che ci separa dal resto della natura, ma anche della nostra morale.
374L‟uomo, secondo Dennett, avrebbe compiuto un
bootstrapping, un autoinnalzamento o autoelevazione che lo ha portato ad uscire dal determinismo generale e a conquistarsi il libero arbitrio, impresa in minima parte biologica e in massima parte linguistico-culturale. Egli però non precisa in quale fase dell‟ominazione ciò sarebbe avvenuto e parla solo del sapiens ignorando il fatto che il linguaggio lo possedevano già anche i neanderthal e fors‟anche gli erectus.Egli insiste nel dirci che la sua è una tesi "naturalistica", però fa iniziare col linguaggio il processo di conquista della libertà dal
Sé, cioè della coscienza «che ci distingue come potenziali agenti morali». Da ciò:Una volta che abbiamo catturato gli elementi di razionalità in fluttuazione libera delle motivazioni naturali e siamo stati capaci di rappresentarli a fianco degli schemi di tutti gli stratagemmi che sappiamo ideare nel corso delle nostre riflessioni, non siamo più vincolati al metodo per tentativi ed errori proprio della selezione naturale, che è così inefficace, dispendioso, innaturale. 375
Difficile dire se si tratti di
lapsus, ma qui due osservazioni si impongono: la prima è che non è la selezione naturale ad agire per tentativi ed errori ma l‟evoluzione; la seconda: come si concilia il procedere per tentativi ed errori col determinismo? La formazione del sé sarebbe poi un accadimento di carattere sociale e non individuale: «un Sé propriamente umano è la creazione, largamente involontaria, di un processo progettuale interpersonale». Rapporto interpersonale come creatore dei Sé e «processo progettuale» (ma chi è il progettista?) con ripetuti accenni a Madre Natura vista come "Grande Madre" della vita, la Dea-Madre preistorica. Sorprendente è poi l‟evocare più avanti sia la fortuna che il caso: «è la vostra presenza sul globo che testimonia il vero ruolo che la fortuna ha avuto nel vostro passato» e con: «sono il risultato dell‟azione del caso.» 376 Per un determinista, niente male!Consideriamo per finire come Dennett vede l‟uomo e in quale prospettiva lo collochi per spiegare sia il libero arbitrio e sia il senso morale:
Poiché noi esseri umani non siamo degli orologiai ciechi, ma siamo dei creatori di noi stessi dalla vista piuttosto acuta, per di più capaci di riflettere su ciò che vediamo e trarre inferenze su ciò vorremmo vedere nel futuro, siamo molto più facilmente riprogettati, prima dagli altri, poi da noi stessi, di qualsiasi altro organismo che si sia mai evoluto su questo pianeta. 377
Condividiamo, ma non sulla
riprogettazione di noi da parte degli altri. Se ciò fosse vero la libertà individuale nascerebbe dalla collettività e non dall‟individualità. Egli non sta infatti parlando dilibertà al singolare ma di libertà della specie
homo sapiens che si svincolerebbe dalla natura per vincolarsi alla socialità, plasmatrice ed impositrice di necessità sociali sulle quali noi possiamo agire solo in seconda battuta per "aggiustarle". Sarebbe questa la libertà umana?4.4 Antonio Damasio
Damasio è un minimalista mentale, ammette che ciò che concerne l‟individualità non è accessibile alla scienza. Tuttavia, nello stesso momento in pone il limite, utilizza termini e argomenti che mal si conciliano, riguardando proprio quella parte di mente riconosciuta come non-indagabile. Egli fa largo uso del termine
sentimento vedendolo come nient‟altro che una categoria neurofisiologica: minimalismo che si fa riduzionismo. Resta il fatto che è un neurofisiologo serio e stimabile e serietà d‟intenti c‟è in The Feeling of What Happens del 1999 (tradotto in italiano con Emozione e coscienza), da cui traiamo quest‟affermazione iniziale:Sebbene non giudichi la coscienza come il culmine dell‟evoluzione biologica, la considero una svolta decisiva nella lunga storia della vita. […] appare più che probabile che nell‟evoluzione umana la coscienza abbia potuto aprire la via verso un nuovo ordine di creazioni. […] la coscienza è la funzione biologica critica che ci permette di conoscere il dolore e la gioia, di conoscere la sofferenza o il piacere, di sentire imbarazzo od orgoglio.
378378
A.Damasio, Emozione e coscienza, Milano, Adelphi 2003, p.16379
Ivi, p.21380
Ivi, p.22381
Ivi, p.24.382
Ivi, pp.24-25.383
Ivi, p.29.384
Ivi, pp.30-31.La prospettiva è corretta, evoluzionistica, dove la consapevolezza di "sé col mondo" segna un momento cruciale dell‟evolvere del cervello dai rettili ai mammiferi ai primati e infine all‟uomo. Più avanti si dice che i fenomeni della coscienza implicano l‟"impatto biologico di tre fenomeni distinti: l‟
emozione in sé, il sentire quell’emozione e il sapere di sentire quell’emozione. 379 La mente ci rappresenta un metaforico film e i qualia sono un falso problema, «semplici qualità sensoriali che si trovano nell‟azzurro del cielo o nel timbro di un violoncello» spiegabili neurologicamente 380.Per Damasio la coscienza, a tutti i livelli, è «configurazione mentale unificata che riunisce l‟oggetto e il sé.»
381 Aggiunge:La neurobiologia della coscienza affronta quanto meno due problemi: come si genera il "film nel cervello" e come il cervello genera il senso che il film appartenga a chi l‟osserva. I due problemi sono collegati così intimamente che il secondo è annidato nel primo. In effetti il secondo è il problema della generazione della
comparsa di un proprietario e osservatore del film dentro il film, e i meccanismi fisiologici relativi al secondo problema hanno un‟influenza sui meccanismi relativi al primo. 382La visione è oggettivistica e il
film si genera indipendentemente da chi lo guarda, che "compare" dopo, anche se retroagisce sui meccanismi generatori. In questi termini l‟individualità è un epifenomeno del film neurale che lo post-riconosce quale osservatore. Alla base delle sue considerazioni è l‟attività sperimentale con l‟utilizzo della PET e della fMRI, che sono in grado di "localizzare" specifiche regioni e sistemi del cervello "dove" si attivano le esperienze mentali. Il cervello per il Nostro è mappabile e c‟è un‟architettura neurale 383 in base alla quale analizzare funzioni e fenomeni come le emozioni, collegati a una coscienza a due livelli, nucleare ed estesa. Al primo l‟organismo consegue un «senso di sé» contingente qui e ora, la seconda elabora il sé e genera un‟identità personale che evolve. 384Si tratta di un‟interpretazione quasi-meccanicistica dei fenomeni mentali dove la coscienza è prodotto neurale scomponibile e analizzabile in un origine, in un fase embrionale, in una fase avanzata, poi attrice di "relazione cognitiva" con un altro attore che è l‟oggetto agente su essa, sicché:
Le configurazioni neurali e le immagini necessarie affinché vi sia coscienza sono quelle che fungono da sostituti dell‟organismo, dell‟oggetto e della relazione tra i due. In questo quadro di riferimento comprendere la biologia della coscienza significa scoprire in che modo il cervello può costruire la mappa
tanto dei due attori quanto della relazione tra loro. 385385
Ivi, p.35386
Ivi, p.37.387
Ivi, pp.39-40.388
Ivi, p.40.389
Ivi, pp.43-44.390
Ivi, p.45391 Ibidem.
392
Ivi, p.46.Nel nostro cervello si generano le
immagini della coscienza, la cui funzione è sostituire l‟organismo reale con un proiezione emozionale che genera il "teatro della coscienza", fatto da essa, dall‟oggetto e dalla loro relazione. L‟organismo è "filmato" dalla coscienza che rappresenta sé come corpo, base del sé, mentre l‟organismo: «è un precursore biologico di ciò che alla fine diviene l‟elusivo senso di sé.» 386 Ed infatti la coscienza è emergenza evolutiva "utile" all‟organismo stesso:Se le azioni sono alla base della sopravvivenza e se il loro potere è legato alla disponibilità di immagini guida, ne segue che un dispositivo capace di massimizzare l‟efficacia della manipolazione delle immagini al servizio degli interessi di un particolare organismo avrebbe fornito vantaggi enormi e probabilmente avrebbe prevalso nell‟evoluzione. La coscienza è proprio un siffatto dispositivo.
387In questa prospettiva l‟immagine mentale si avvia a diventare strumento cognitivo della coscienza e «annuncia l‟alba della premeditazione individuale.»
388 Coscienza di sé e del mondo e nascita di un io "che vuole e decide".Damasio fa un‟ulteriore distinzione tra
coscienza semplice e coscienza morale, la prima riguarda il conoscere e l‟agire la seconda il discrimine bene/male. La mente però non si esaurisce nella coscienza potendo operare senza essa con un inconscio utile alla creatività, che però non è «l‟apice della complessità mentale.» 389 La mente è anche una "funzione d‟uso" poiché: «Talvolta usiamo la mente non per scoprire i fatti, ma per nasconderli» in quanto corpo:Le presunte caratteristiche di vaghezza, elusività e intangibilità delle emozioni e dei sentimenti sono probabilmente un sintomo di questo fatto, un segno di quanto copriamo la rappresentazione del nostro corpo, di quante costruzioni mentali basate su oggetti ed eventi estranei mascherino la realtà del corpo. Se fosse altrimenti, sapremmo senza difficoltà che le emozioni ei sentimenti riguardano tangibilmente il corpo. Alle volte usiamo la mente per nascondere una parte del nostro essere a un‟altra sua parte.
390Quest‟occultamento del corpo può essere un vantaggio nell‟affrontare i problemi ambientali, ma ha come contropartita di impedirci di cogliere quali possano essere «l‟origine e la natura di ciò che chiamiamo sé.»
391 La mente sarebbe in buona parte innata:A mio giudizio il vincolatissimo flusso e riflusso degli stati interni dell‟organismo, che dal cervello è controllato con meccanismi innati e nel cervello è incessantemente segnalato, costituisce lo sfondo della mente e, in maniera più specifica, il fondamento dell‟entità elusiva denominata sé.
392Il sé è prodotto relativamente recente dell‟evoluzione mentre le emozioni preesistono ad esso concernendo il corpo. Soltanto che questo, sostiene il Nostro, pur producendole le ignorava
393:393
Ivi, pp.46-47.394
Ivi, p..47,395
A.Damasio, Alla ricerca di Spinoza, Milano, Adelphi 2004, p.24.396
Ivi, p.40.397
Ivi, pp.42-43.398
Ivi, p.62.399
Ivi, p.69.400
Ivi, p.70La vita c‟era, e anche la rappresentazione della vita c‟era, ma il potenziale legittimo proprietario di ciascuna vita individuale non era affatto a conoscenza dell‟esistenza della vita, perché la natura non aveva ancora inventato un proprietario. L‟organismo poteva essere, ma non conoscere. La coscienza non aveva ancora avuto inizio. La coscienza inizia quando il cervello acquisisce il potere – il semplice potere, va aggiunto – di raccontare una storia senza parole che si svolge entro i confini del corpo, la storia della vita che scandisce il tempo in un organismo e degli stati dell‟organismo vivente, stati che vengono continuamente alterati dall‟incontro con oggetti o eventi dell‟ambiente come pure da pensieri o da assestamenti interni del processo vitale.
394Un‟identità corpo-mente con la seconda prolungamento del primo, protesi evolutiva che porta con l‟emergere della coscienza a un nuovo modo di esistere.
Quattordici anni dopo
The Feeling of What Happens Damasio licenzia con Looking for Spinoza un omaggio al filosofo a cui si sente più vicino, affina le sue teorie alla luce di ulteriori sviluppi ribadendo: «Io sono convinto che i processi mentali trovino il proprio fondamento nelle mappe del corpo presenti nel cervello, insiemi di configurazioni neurali nelle quali sono rappresentate le risposte agli eventi che causano emozioni e sentimenti.» 395 Esteriorità dell‟emozione e interiorità del sentimento sono precisati come segue:Le emozioni si esibiscono nel teatro del corpo; i sentimenti in quello della mente. Come vedremo le emozioni e tutte le reazioni affini su cui esse si fondano fanno parte dei meccanismi elementari preposti alla regolazione dei processi vitali; anche i sentimenti contribuiscono a tale regolazione, ma a un livello superiore. 396
Il sentimento è di livello superiore all‟emozione, che è corporea, ma il primo come la seconda sono "utili" alla regolazione dei processi vitali e l‟ordine temporale emozione-sentimento rispecchia l‟ordine evolutivo in funzione dell‟omeostasi fisica
397. Egli offre un esempio grafico costituito da un albero che vede il tronco relativo alle risposte immunitarie, ai riflessi fondamentali e alla regolazione metabolica. La diramazione del tronco in due grossi rami corrisponde ai comportamenti associati al dolore e al piacere, la ramificazione ulteriore a impulsi e motivazioni. La sommità della chioma vede a un primo livello le emozioni a un secondo i sentimenti.Il Nostro classifica come
emozioni sociali la compassione, l‟imbarazzo, la vergogna, il senso di colpa, l‟orgoglio, la gelosia, l‟invidia, la gratitudine, l‟ammirazione, l‟indignazione, il disprezzo 398. Ci sembra non appropriato classificare la compassione come emozione sociale a meno di considerarne i meri segni visuali e non il movente interiore. Relativamente ai sentimenti:Noi umani siamo degni di ammirazione per due ragioni. In primo luogo, nel nostro organismo, in circostanze paragonabili, queste reazioni automatiche creano condizioni che, una volta registrate nel sistema nervoso, possono essere rappresentate come piacevoli o dolorose e alla fine, essere conosciute come sentimenti. Questa è l‟autentica fonte della gloria e della tragedia umana. E ora la seconda ragione. Noi esseri umani, consapevoli della relazione esistente tra certi obiettivi e certe emozioni, possiamo, almeno in qualche misura, sforzarci
volontariamente di controllare le nostre emozioni. 399Controllo delle emozioni che si tradurrebbe in certo controllo dei processi vitali «guidando così il nostro organismo in uno stato di maggiore o minore armonia, proprio come avrebbe auspicato Spinoza»
400. Ma quest‟attività "regolatrice" delle emozioni riguarda le "inferiori" ed è legato astereotipi, poiché quelle "superiori" sono in qualche misura modificabili
401. Ed ora cinque definizioni:401
Ibidem.402
Ivi, p.71.403
Ivi, p.72404
Ivi, p.77.405
Ivi, pp.91-92.1
a Un‟emozione propriamente detta, come la felicità, la tristezza, l‟imbarazzo o la compassione, è un insieme complesso di risposte chimiche e neurali che costituiscono una configurazione caratteristica.2
a Le risposte sono automaticamente prodotte da un cervello normale quando esso rileva uno stimolo emozionalmente adeguato, ossia l‟oggetto o l‟evento la cui presenza, reale o evocata dalla mente, scatena l‟emozione.3
a Il cervello è predisposto dall‟evoluzione a rispondere a determinati stimoli, emozionalmente adeguati, con specifici repertori di azioni. L‟elenco di tali stimoli non è però limitato a quelli prescritti dall‟evoluzione. Ma ne comprende molti altri, appresi nell‟arco di un‟intera vita.4
a Il risultato immediato di tali risposte è una temporanea modificazione dello stato del corpo, come pure delle strutture cerebrali che formano le mappe corporee e costituiscono la base del pensiero.5
a Il risultato ultimo delle risposte, direttamente o indirettamente, è la collocazione dell‟organismo in un contesto adatto alla sopravvivenza e al benessere. 402La 2
a definizione evidenzia il determinismo dell‟emozione come reazione automatica a uno stimolo reale o evocato. Nella 4a si ribadisce che l‟emozione è modificazione dello stato del corpo in un contesto «adatto alla sopravvivenza e al benessere.» in quanto "normalità". Che ne è degli automatismi emozionali di fronte all‟"anormalità", cioè in caso di guerre, pestilenze, catastrofi fisiche o atmosferiche? In queste situazioni la normalità cambia, può sparire la paura ma anche la compassione, differentemente da persona a persona. L‟individualità, vale a dire "ciò che ognuno di noi è nel profondo", semplicemente Damasio non la vede. Noi pensiamo invece che essa emerga proprio nell‟anormalità contestuale, quando il pauroso può farsi coraggioso e viceversa, il sensibile insensibile e viceversa, l‟egoista solidale e così via. Le emozioni che Damasio ha chiamato sociali, e che nella socialità ordinaria si rivelano in un certo modo, in situazioni anormali mutano sensibilmente e soprattutto da individuo a individuo. In altre parole, l‟individualità non è riducibile a socialità generica..La genericità damasiana si evidenzia anche poco dopo: «Le emozioni offrono al cervello e alla mente un mezzo naturale per valutare l‟ambiente all‟interno e all‟esterno dell‟organismo e per reagire in modo adattativo.»
403 Reazione meccanicistica, non evolutiva! Cervello statico a stimoli specifici quali "chiavi" d‟accesso ai "siti d‟induzione delle emozioni", sicché:Possiamo immaginarceli [tali siti] come serrature che si aprono solo con la chiave giusta. Naturalmente le chiavi sono gli stimoli emozionalmente adeguati. Si noti che questi selezionano una serratura preesistente: in altre parole non istruiscono il cervello a crearne una nuova. 404
Nessuna evoluzione, staticità assoluta, determinismo bloccato. Lo si ribadisce più avanti:
Quando i pensieri che di solito causano le emozioni appaiono alla mente, inducono emozioni che danno origine a sentimenti, i quali evocano a loro volta altri pensieri, associati per contenuto, che probabilmente amplificheranno lo stato emozionale. I pensieri evocati possono anche funzionare da fattori innescati indipendenti di altre emozioni, potenziando così lo stato affettivo generale. Ulteriori emozioni daranno origine a ulteriori sentimenti, e il ciclo continuerà finché non sarà interrotto da una distrazione o dall‟intervento della ragione.
405A cascata gli effetti seguono le cause in modo lineare e nessuna intersezione causale muta la continuità del processo. Ancora:
Quando viene espressa l‟emozione tristezza, istantaneamente seguono i sentimenti corrispondenti. In rapida successione il cervello produce poi il
tipo di pensieri che normalmente inducono l‟emozione e i sentimenti di tristezza. Ciò accade perché l‟apprendimento associativo ha stabilito dei collegamenti fra emozioni e pensieri, in una ricca rete di connessionipercorribili a doppio senso. Determinati pensieri evocano determinate emozioni, e viceversa. I livelli di elaborazione cognitiva ed emozionale sono continuamente collegati in questo modo. 406
406
Ivi, pp.92-93.407
Ivi, p.93.408
Ivi, p.95.409
Ivi, p.103.410 Ibidem.
411 Ibidem
412
Ivi, pp.103-104.Per Damasio vi è un processo di "accumulo" in un processo inflessibile di causa-effetto. Tale meccanicismo processuale si dà anche per emozioni "finte" assimilate da Damasio alle vere:
Espressioni emozionali "recitate" e prive di una motivazione psicologica hanno il potere di causare i sentimenti corrispondenti. Le espressioni emozionali evocano i sentimenti e il tipo di pensieri che abbiamo imparato a ritenere consoni ad esse.
407Siccome le emozioni e i sentimenti sono scomponibili e analizzabili per sezioni: «Essi [i dati sperimentali] confermano infatti l‟idea che sia possibile analizzare i processi dell‟emozione e del sentimento componendoli nelle loro diverse parti.»
408 Ed ecco spuntare la spinoziana "saggezza della natura":Spinoza intuì l‟esistenza di quella saggezza neurobiologia innata e racchiude tale sua intuizione nelle sue proposizioni sul
conatus, cioè sul concetto secondo cui, necessariamente, tutti gli organismi viventi compiono uno sforzo di autoconservazione senza averne consapevolezza e senza aver deciso, come sé individuali, di intraprendere alcunché. 409Traduciamo: siccome per Spinoza "tutto è in Dio" e questi è Natura e questa è Necessità, necessariamente c‟è
conatus. Per Spinoza esso è volontà per la mente ed appetito per il corpo, ma in ogni caso «essenza stessa dell‟uomo» (Etica, III, 9, Scolio). L‟essenza dell‟uomo è perciò il suo necessitato e continuo "sforzo" in un processo guidato da una divina vis a tergo che crea realtà cosmica, uomo compreso, che va secondo Necessità. Però Damasio aggiunge:Quando le conseguenze di una tal saggezza naturale vengono registrate nel cervello, ne derivano i sentimenti componenti fondamentali della nostra mente. Alla fine, come vedremo, i sentimenti possono guidare un tentativo di autoconservazione deliberato e contribuire alle scelte riguardanti le modalità stesse dell‟autoconservazione.
410Quindi esisterebbe un libero arbitrio che Spinoza negava in quanto la volontà è più forte dell‟appetito e i sentimenti potrebbero «guidare un tentativo di autoconservazione deliberato». Però
meccanicisticamente:L‟evoluzione sembra aver assemblato i meccanismi cerebrali dell‟emozione e dei sentimenti procedendo per gradi. Dapprima viene il meccanismo per produrre reazioni a un oggetto o a un evento, orientate verso l‟oggetto stesso o le circostanze: il meccanismo dell‟emozione. Poi viene il meccanismo per produrre una mappa cerebrale e successivamente un‟immagine mentale – un‟idea – delle reazioni e dello stato dell‟organismo che ne risulta: il meccanismo del sentimento.
411Una mente-macchina, dunque, con due meccanismi definiti:
Il primo dispositivo, quello dell‟emozione, consentì agli organismi di rispondere in modo efficace, sebbene non creativo, a numerose circostanze che, a seconda dei casi, potevano essere favorevoli o minacciose, circostanze ed esiti rispettivamente "positivi" o "negativi" per la vita. Il secondo meccanismo, quello del sentimento, introdusse una sorta di allarme mentale per rilevare le circostanze buone o cattive, e prolungò l‟impatto delle emozioni influenzando in modo duraturo attenzione e memoria. Alla fine, in una proficua combinazione con i ricordi del passato, l‟immaginazione e il ragionamento, i sentimenti portarono all‟emergere della previsione e alla possibilità di creare risposte nuove, non più stereotipate.
412Il meccanismo del sentimento dunque sarebbe all‟origine dell‟immaginazione?
I sentimenti nascerebbero dalla dicotomia piacevole/spiacevole per acquisire benessere. Per l‟omeostasi basta l‟emozione, ma per "sentirsi bene" ci vuole il sentimento perché distingue il piacevole dallo spiacevole:
Ciò che definisce la piacevole percezione di simili istanti, rendendola meritevole del termine distintivo di "sentimento" e differenziandola così da qualsiasi altro pensiero, è – direi – la rappresentazione mentale del corpo o di alcune sue parti come entità operanti in modo particolare. Il sentimento, nel senso più stretto e rigoroso del termine, è
l’idea che il corpo sia in un certo modo. 413413
Ivi, p.107.414
Ivi, p.111.415
Ivi, p.113416
Ivi, p.143.417 Ibidem
418
Ivi, p.144.Sentimento come
sensazione di benessere o malessere. Conclusione bizzarra, che non implica solo un errore terminologico ma l‟eliminativismo. Se si chiama sentimento ciò che è sensazione o auto percezione, ciò che è sentimento etico, estetico, della conoscenza e della scoperta si volatilizza.Il sentimento damasiano è stato corporeo contingente: «Il sentimento di un‟emozione è l‟idea del corpo nel momento in cui esso è perturbato dall‟emozione.»
414 Può esserci "qualcosa di più" oltre alla percezione dello stato corporeo ma dipenderebbe dallo "stile di pensiero" che complica il sentimento e "altera" l‟emozione, anzi la percezione, poiché «I sentimenti sono percezioni e in quanto tali, per certi versi, paragonabili ad altre percezioni.» 415 Il problema è solo più quello dell‟"adeguatezza", sicché «La vista di un paesaggio marino spettacolare è un oggetto emozionalmente adeguato». Damasio vede così nei più vieti stereotipi cause "adeguate" di sentimento e non si pone il problema se una conchiglia o un sasso, un filo d‟erba o una foglia, oggetti evidentemente "inadeguati", possano scatenare sentimenti molto più intensi e profondi di un paesaggio "da cartolina". La compassione è un autoinganno:È evidente che il cervello può simulare internamente alcuni stati corporei emozionali, come accade nel processo in cui la compassione, che è un‟emozione, si trasforma in un sentimento di empatia. […] Può darsi che per un attimo sentiate una fitta di dolore che rispecchia, nella vostra mente, il dolore dell‟individuo in questione. Vi sentite come se foste voi la vittima, e il sentimento può essere più o meno intenso, a seconda della portata dell‟incidente e della vostra conoscenza della persona coinvolta.
416Compatire è sentire ingannevolmente un dolore "simile" a quello del sofferente e sentirsi al suo posto:
Il meccanismo che si presume produca questa sorta di sentimento è una varietà di quello che ho chiamato circuito corporeo "come se". Esso implica, a livello cerebrale, una simulazione interna che consiste nella rapida modificazione delle mappe dello stato corrente del corpo.
417Già, ma a quale fine? Damasio ci ha sempre detto che tutto ciò che accade è per il bene dell‟organismo. Ma allora perché il cervello in certe situazioni produce inganno? La spiegazione sarebbe nei
neuroni specchio, che secondo il Nostro non solo inducono azioni imitative ma creerebbero "false mappe" del nostro stato corporeo 418.Come mai sono nati strumenti culturali come l‟etica, la religione, le leggi, la giustizia, la politica? Damasio pensa che difficilmente li abbiano prodotti emozioni e sentimenti da soli. Emozioni e sentimenti certamente «ma anche quella capace memoria personale che permette agli esseri umani di costruirsi un‟autobiografia complessa, nonché il processo della coscienza estesa che consente
strette relazioni reciproche fra i sentimenti, il sé egli eventi esterni.»
419 E tuttavia, siccome ciò non è ancora sufficiente, la neurobiologia deve prendere in considerazione anche altre discipline «quali l‟antropologia, la sociologia, la psicanalisi e la psicologia evoluzionista, nonché i risultati di studi nel campo dell‟etica, del diritto e della religione.» 420. Per spiegare pienamente il mentale il Nostro pensa si debba considerare una meta-struttura collettivo-collaborativa basata sulla comunicazione linguistica, generatrice di modi d‟essere della mente umana che travalicano il livello individuale. I sentimenti sono nati in specie che hanno preceduto l‟uomo, sicché «Nella sua essenza, il comportamento morale non nasce con gli esseri umani.» 421. Tra le comunità di vampiri e tra quelle dei corvi vi sarebbero chiare dimostrazioni che i comportamenti sleali vengono puniti, ma naturalmente con i primati si hanno gli esempi più evidenti, anche se è nell‟uomo che la morale ha massima elaborazione e complessità 422.419
Ivi, p.194.420 Ibidem.
421
Ivi, p.195.422
Ivi, pp.195-196.423
Ivi, p.244-245.424
Ivi, p.257.425 Ibidem.
426
Ivi, pp.257-258.427
Ivi, p.338.428
Ivi, pp.338-339.I passi successivi nello sviluppo della mente umana sono frutti della fantasia, he attraverso l‟uso di simboli e di astrazioni porta i sentimenti a concernere mappe corporee alterate o create
ad hoc 423. Rifacendosi ancora a Spinoza, il quale sosteneva che «La mente umana non percepisce solo le affezioni del corpo, ma anche le idee di queste affezioni», Damasio aggiunge che «la mente può formarsi un‟idea dell‟idea, e un‟idea dell‟idea dell’idea, eccetera.» 424. Ma questa catena di idee di idee a un certo punto potrebbe produrre scollamento dalle mappe corporee che sono determinate perché si formano filogeneticamente. Che ne è delle false mappe generate da idee d’idee, sono ancora corporee o no? Idee «di secondo ordine» di un sé come relazione tra due idee di «primo ordine», percezione di oggetti esterni più percezione del nostro corpo 425:Quest‟idea del secondo ordine, che io chiamo sé, è inserita nel flusso delle idee della mente, e offre a quest‟ultima un frammento di conoscenza appena creata: la conoscenza olfatto che il nostro corpo è impegnato nell‟interazione con un altro oggetto. Io credo che un meccanismo del genere sia essenziale per generare la coscienza nel senso lato del termine e ho ipotizzato alcuni processi che permetterebbero di implementare questo meccanismo nel cervello. […] Una mente cosciente è un semplice processo mentale informato dei propri simultanei rapporti con gli oggetti e con l‟organismo che la contiene.
426Andiamo verso la fine del libro, quando Damasio, dopo due capitoli dedicati esclusivamente a Spinoza si occupa della sfera del
religioso chiamandolo impropriamente spirituale. Scrive:La spiritualità è uno stato particolare dell‟
organismo, una delicata combinazione di determinate configurazioni corporee e mentali. Il mantenimento di tali stati dipende da un‟abbondanza di pensieri riguardanti la condizione del proprio sé e di quello altrui; il passato e il futuro; e idee concrete e astratte sulla nostra natura. 427Lo spirituale sarebbe un guazzabuglio mentale di vari sé e altri-da-sé, passato e futuro, concreto e astratto. Spiegazione raffazzonata che nasconde un "divino" che Damasio chiama "sublime":
Collegando le esperienze spirituali alla neurobiologia dei sentimenti, non intendo ridurre il sublime al meccanico, e così facendo sminuirne la dignità. Il mio scopo è invece quello di suggerire che la natura sublime della spiritualità sia inclusa in quella, pure sublime, della biologia, e che sia possibile incominciare a comprenderne il processo in termini biologici. Per quanto riguarda i risultati del processo, non c‟è alcun bisogno di spiegarli, né la spiegazione avrebbe valore alcuno; l‟esperienza spirituale è più che sufficiente.
428Conclusione sottoscrivibile da moltissimi scienziati cristiani convinti che il loro lavoro di studio della Creazione di Dio, sia il migliore omaggio alla onniscienza-onnipotenza di Lui.
V. L’antiriduzionismo e la specificità del mentale
5.1 Premessa
Anche per dare conto dell‟antiriduzionismo abbiamo scelto tre personaggi che si oppongono all‟omologazione del cervello animale (e in particolare di quello umano) alle possibilità elaborazionali dei computer e alla riduzione della mente alla fisiologia del cervello. Non concordiamo sempre con essi, ma giudichiamo positivo l‟opporsi sia alla riduzione della mente ai suoi meccanismi bio-chimici e ancor più immaginarla analoga a un computer. La stessa ricerca sulla AI, l‟
intelligenza artificiale, nel momento che viene fatta debordare dall‟ambito tecnologico verso il fantasioso-ideologico, finisce per perdere senso. Ciò almeno per due ragioni, una funzionale e una energetica: funzionalmente assimilare un chip a un neurone è già una sciocchezza, ma assimilare una macchina che-va-a-zucchero con una che va-a-elettricità sfiora veramente il ridicolo. Tuttavia, non solo è auspicabile che si arrivi a "imitare" tecnologicamente sempre meglio la mente in alcune sue funzioni logiche e computazionali, risibile il farne un "surrogato" a livello strutturale e funzionale. I tre personaggi di cui ci occuperemo sono John Searle, Hubert Dreyfus e Ken Richardson, dei quali coglieremo gli aspetti salienti delle loro tesi sul mentale e le loro critiche al riduzionismo.5.2 John Searle
John Searle è sicuramente il più noto oppositore del computazionalismo e del cognitivismo riduzionistico e inizieremo da una sua opera del 1983,
Intenzionalità (An essay in the Philosophy of Mind), sulla quale saranno basati i suoi saggi successivi. Il punto di partenza è biologico:Secondo la mia posizione i fenomeni mentali sono biologicamente fondati: essi sono causati sia dalle operazioni del cervello sia realizzati nelle strutture del cervello. Secondo quest‟idea la consapevolezza e l‟Intenzionalità sono parte della biologia umana tanto quanto la digestione e la circolazione del sangue. È un fatto
oggettivo che riguarda il mondo che il mondo contenga certi sistemi, vale a dire cervelli, con stati mentali soggettivi, ed è un fatto fisico che riguarda questi sistemi che essi abbiano caratteristiche mentali. 429429
John Searle, Della intenzionalità, Milano, Bompiani 1985, p.9.430
Ivi, pp.11-14Affermazioni quasi materialistiche, che fugano ogni sospetto circa il fatto che egli, nell‟opporsi a una lettura logicista e fisicista del cervello, evochi qualcosa di non rigorosamente biologico. Il concetto di
intenzionalità elaborato nel saggio è in parte quello di Brentano ma con alcune specificità, tra le quali il fatto che essa concerne come direzionalità o vettorialità non tutti gli stati mentali. Perciò credenze, timori, speranze e desideri sono intenzionali, ma stati di euforia, di nervosismo o di ansietà non lo sono. Sono intenzionali, quindi, gli stati mentali "relativi" a qualcosa di definibile, formulabile ed enunciabile 430.Trascureremo le molte pagine che concernono la definizione del rapporto tra stato mentale ed
atto linguistico, che non interessa direttamente il nostro tema, per passare a quelli di rete e a quello ben più importante di sfondo. La rete è un‟insieme coerente di stati intenzionali "di repertorio" da cui emerge ogni singolo stato intenzionale, ma è operante su uno sfondo (background):Credo che chiunque possa cercare seriamente di seguire i fili nella Rete raggiungerà alla fine un fondale di capacità mentali che non consistono di per sé di stati Intenzionali (rappresentazioni), eppure formano nondimeno le
precondizioni per il funzionamento degli stati Intenzionali. Lo Sfondo è "preintenzionale" nel senso che sebbene non sia una forma o forme di Intenzionalità, è comunque una precondizione o un insieme di precondizioni di Intenzionalità.
431431
Ivi, p.147,432 Ibidem.
433
Ivi, pp.157-158,434
Ivi, p.158.435
Ivi, p.161.436
Ivi, p.165.437
J.Searle, Mente, cervello, intelligenza, Milano, Bompiani 1987, p.30.438
John Searle, La riscoperta della mente, Torino, Bollati Boringhieri 1992, p.93.Poi precisa:
Lo Sfondo è un insieme di capacità mentali non-rappresentazionali che rende possibile l‟aver luogo di tutti gli stati di rappresentazione. Gli stati Intenzionali hanno la condizione di soddisfazione che hanno, e sono di conseguenza gli stati che sono, soltanto contro uno sfondo di capacità che non sono di per sé stati Intenzionali. Perché io possa avere gli stati intenzionali che ho devo avere certi tipi di "sapere–come": devo sapere come le cose sono e devo sapere come fare le cose, ma i tipi di sapere-come in questione non sono, in questi casi, forme di "sapere-che".
432Lo
sfondo non induce nulla e non suggerisce nulla, semplicemente predispone, costituendosi con precondizioni di carattere fisico e social non concernenti direttamente la sfera del mentale, ma derivando «dall‟intera congerie di relazioni che ogni essere biologico-sociale ha rispetto al mondo attorno a lui» 433. Esso è quindi: «un‟insieme di capacità, di posizioni, di assunzioni e presupposizioni preintenzionali, pratiche e abitudini.» 434; e più avanti: «Lo Sfondo procura un insieme di condizioni abilitanti che rendono possibile a particolari forme di Intenzionalità di funzionare.» 435. Processi ed eventi Intenzionali sono «parte della storia della nostra vita biologica nello stesso modo in cui digestione, crescita e secrezione di bile sono parte della storia della nostra vita biologica.» 436Occupiamoci ora brevemente di un saggio del 1984 che ha per titolo
Minds, Brains and Science (trad. 1988 in: Mente, cervello, intelligenza), in cui Searle incomincia a delineare chiaramente il suo punto di vista circa l‟intelligenza artificiale "forte" e i rapporti tra la mente, il cervello e i calcolatori che cercano di riprodurli. Egli pone quattro premesse teoriche: 1. I cervelli causano le menti; 2. La sintassi non è sufficiente per la semantica; 3. I programmi da calcolatore sono interamente definiti attraverso la loro struttura formale o sintattica; 4. Le menti hanno contenuti mentali; in particolare, hanno contenuti semantici. 437 Da esse quattro deduzioni: A. Nessun programma da calcolatore è di per sé sufficiente a dare una mente a un sistema. In breve, i programmi non sono menti e non sono di per sé sufficienti per avere mente; B. Il modo in cui le funzioni del cervello causano la mente non può consistere della semplice esecuzione di programmi da calcolatore; C. Qualsiasi altra cosa che fosse in grado di causare la mente dovrebbe avere poteri causali almeno equivalenti a quelli del cervello; D. Per qualsiasi artefatto che noi potessimo costruire che avesse stati mentali equivalenti agli stati mentali umani, l’implementazione di un programma da calcolatore sarebbe di per sé insufficiente. Piuttosto, l’artefatto dovrebbe avere poteri equivalenti ai poteri del cervello umano.Deduzioni rese in tono un pò dogmatico, ma basi di partenza per un‟analisi ben più profonda e analitica che Searle darà otto anni dopo in
The rediscovery of the Mind. Il saggio inizia con un‟analisi stringente dell‟inconsistenza del comportamentismo, privo di basi ontologiche ed esplicative del mentale:Pur essendo indiscutibile l‟importanza che esso [il comportamento] riveste nella vita reale per la nostra esistenza, non c‟è dubbio che non è né condizione necessaria né condizione sufficiente per l‟esistenza dei nostri stati mentali in quanto tali. Secondariamente ho cercato di squarciare il velo creato da trecento anni di discussioni epistemologiche sul problema delle altre menti, contrastando la tesi – a mio parere evidentemente falsa – secondo cui solo il comportamento ci consente di accertarne l‟esistenza. In realtà il comportamento ha un ruolo nella scoperta che gli altri hanno stati mentali unicamente in virtù delle
connessioni che lo legano alla struttura causale degli altri organismi. 438Ogni individuo ha una sua mente particolare, ma i suoi comportamenti, per un contesto e un momento storico dato, rivelano forti connessioni coi comportamenti degli appartenenti allo stesso contesto-epoca. Quindi il comportamento «ha un ruolo nella scoperta che gli altri hanno stati mentali unicamente in virtù delle connessioni che lo legano alla struttura causale degli altri organismi.»
439 Tale struttura causale deriva dallo sfondo: «In realtà le nostre relazioni con le altrui coscienze sono regolate da un insieme di comportamenti e di capacità di Sfondo che ne sono costitutive.»439
Ibidem.440
Ivi, pp.143-157.441
Ivi, pp.157-158.442
Ivi, p.159.443
Ivi, p.161.444
Ivi, p.163445 Ibidem.
446
Ivi, pp.163-165.447
Ivi, p.167.Nel capitolo sesto si parla di
struttura della coscienza e delle sue proprietà strutturali. 1a, le modalità finite, che sono, oltre ai cinque sensi (vista, udito, tatto, gusto, olfatto) il senso dell’equilibrio, la propriocezione e il flusso del pensiero. 2 a, l‟unità, infatti, a parte situazioni patologiche, la coscienza si offre come unitaria. 3 a, la intenzionalità, che riguarda la maggior parte degli stati coscienti su un oggetto aspettuale, ovvero che si presenta in certi aspetti e non altri (ogni stato intenzionale ha una forma aspettuale). 4 a, il sentimento soggettivo, che però è causa di complicazioni nell‟analisi filosofica. 5 a, la connessione tra coscienza e intenzionalità. 6 a, la struttura gestaltica figura-sfondo della coscienza per cui c‟è sempre coscienza di qualcosa con determinate caratteristiche su uno sfondo. 7 a, l‟aspetto della familiarità, che rende possibile dare ordine e organizzare una visione complessiva delle esperienze coscienti. 8 a, la sovrabbondanza dei riferimenti, eccedenti sempre uno stato cosciente; 9 a, l‟esistenza di un centro e di una periferia della coscienza, tali da caratterizzare come consci i centrali e inconsci i periferici implicando l‟attenzione e i suoi livelli (un oggetto può essere spostato dal centro alla periferia e viceversa). 10 a, le condizioni limite di cui siamo perlopiù inconsapevoli (per esempio il luogo in cui ci troviamo). 11 a, l‟umore, determinante una coloritura dello stato cosciente per "condizioni di soddisfazione"; 12 a, le coordinate piacevole/spiacevole, entro le quali si collocano soddisfazione, insoddisfazione, serenità, disagio, ecc. 440Il Nostro passa a descrivere la falsità naturalistica di tre asserzioni comuni: 1
a, che tutti gli stati coscienti siano anche autocoscienti; 2a, che la coscienza sia conoscibile attraverso l‟introspezione; 3a che la conoscenza dei propri stati coscienti sia di per se stessa attendibile e non rettificabile 441. Falsa la prima perché l‟autocoscienza è una facoltà solo umana implicando lo spostamento dell‟attenzione «dagli oggetti di un‟esperienza cosciente all‟esperienza stessa.», ma siccome da un atto cosciente è sempre possibile passare ad uno autocosciente, si può anche dire che l‟autocoscienza nasca dalla coscienza 442. Relativamente alla seconda, concernente l‟introspezione, è vera solo se la si intende come riflessione sui propri stati mentali, falsa se come capacità di distinguere «tra l‟oggetto dell‟indagine e l‟atto dell‟indagare.» 443 La terza infine, dove la falsità deriva dalla confusione tra ontologia soggettiva del mentale e certezza epistemica, poiché: «gli stati mentali hanno effettivamente un‟ontologia soggettiva, ma ciò non significa che, pur vivendoli in prima persona, non possiamo commettere errori sul loro contenuto.» 444 L‟equivoco sta nel pensare che negli stati mentali intenzionali ciò che ci appare sia realtà dello stato stesso 445. Tutto ciò deriva da tre frequenti fattori d‟errore, l‟autoinganno, l‟errata interpretazione e la disattenzione 446.Searle nega realtà all‟inconscio poiché «
La nozione di stato mentale inconscio implica accessibilità alla coscienza. Non possiamo concepire l‟inconscio se non come qualcosa di potenzialmente cosciente.» 447 D‟altra parte il considerare come inconscio uno stato privo, incidentalmente, del requisito della coscienza è secondo il Nostro l‟errore di prospettiva in cuisarebbe incorso Freud. I maggiori equivoci nascono secondo Searle dal separare l‟intenzionalità dalla coscienza nel tentativo di "oggettivare" il mentale, relegando nell‟irrilevanza la soggettività della coscienza. Inoltre egli pensa esistere un "principio di connessione" per cui l‟inconscio può sempre farsi cosciente, con alcune puntualizzazioni: 1
a «Vi è una distinzione tra intenzionalità intrinseca e intenzionalità come-se: solo la prima è autenticamente mentale»; 2a «Gli stati mentali inconsci sono intrinseci [alla coscienza]»; 3a «Gli stati intenzionali intrinseci, siano essi coscienti o inconsci, hanno sempre una forma aspettuale.», dove questa è «il modo in cui l‟agente pensa a un certo oggetto o ne ha esperienza». 448448 Ivi, pp.171-172.
449
Ivi, pp.170-175.450
Ivi, p.176451 Ibidem.
452
Ivi, pp.176-177.453
Ivi, p.202.454 Ibidem.
Seguono la 4
a dove «Le proprietà aspettuali non possono essere caratterizzate unicamente in termini di predicati comportamentali impersonali né di predicati neurofisiologici. Nessuno di essi è infatti in grado di rendere conto in modo esaustivo della forma aspettuale.»; la 5a:: «Ciò nonostante l’ontologia degli stati mentali inconsci, quando sono tali, consiste nell’esistenza di puri fenomeni neurofisiologici.»; la 6a: «La nozione di stato intenzionale inconscio corrisponde alla nozione di uno stato che può essere pensiero o esperienza cosciente.»; 7a: «L’ontologia dell’inconscio consiste in quelle proprietà oggettive del cervello in grado di causare pensieri soggettivi coscienti.». 449 Sette puntualizzazioni centrate sul principio di connessione per cui l‟inconscio è legato al conscio, derivandone che «L‟intenzionalità inconscia va dunque concepita come una latenza relativa alle sue manifestazioni coscienti.» 450 Spiega:In ultima analisi la nostra tesi sostiene dunque che nel cervello umano hanno luogo unicamente processi neurofisiologici, alcuni coscienti, altri inconsci. Tra i processi inconsci ve ne sono di mentali e di non mentali: i primi si distinguono dai secondi unicamente perché, essendo in grado di causare stati coscienti, possono aspirare a manifestarsi a livello cosciente. Tutta la nostra vita mentale è dunque racchiusa nel cervello ed è costituita da due sole categorie di elementi: stati mentali coscienti e stati neurofisiologici in grado – nelle con dizioni adatte – di causarli.
451I processi che avvengono nella nostra testa sono tutti neurofisiologici ma non tutti mentali e i primi causano i secondi. Relativamente all‟inconscio:
Diremo che gli stati mentali inconsci in linea di principio accessibili alla coscienza appartengono all‟
inconscio di superficie, mentre gli altri, inaccessibili, appartengono all‟inconscio profondo: a questa seconda categoria, secondo le conclusioni a cui siamo giunti, non appartiene alcun stato mentale intenzionale. 452Dunque è l‟intenzionalità a fare da spartiacque tra l‟
inconscio di superficie e l‟inconscio profondo, col primo che ha la possibilità di divenire cosciente, e quindi mentale, mentre il secondo resta puro fenomeno neurofisiologico.Relativamente allo
sfondo troviamo alcune riformulazioni, un primo riguarda la memoria, che non è «un grande magazzino di proposizioni e di immagini, una specie di grande biblioteca o di archivio di rappresentazioni.» 453:Oggi sono convinto, al contrario, che dovremmo immaginare la memoria come un
meccanismo in grado di fornire prestazioni – tra queste, azioni e pensieri coscienti – basate sulle nostre precedenti esperienze. Alla luce di queste nuove considerazioni, la tesi dello Sfondo va dunque riformulata al fine di liberarla dalla presupposizione che la mente non sia altro che una collezione o un repertorio di fenomeni mentali: la sola realtà occorrente del mentale, in quanto mentale, è infatti la coscienza. 454La coscienza è essenza della mente, ciò che è conscio è mentale, ciò che non è conscio è neurofisiologico. Prosegue:
La credenza in una realtà occorrente, consistente di stati mentali inconsci e distinta dall‟insieme delle capacità di Sfondo, non è altro che un‟illusione determinata in larga misura dalla grammatica del nostro linguaggio. […] Il cervello è costituito da una massa enorme ed estremamente complessa di neuroni rivestiti di cellule gliali. Talvolta questa massa neuronale produce stati coscienti, alcuni dei quali prendono parte alle azioni umane. Gli stati coscienti sono dotati della varietà e della vivacità caratteristiche della nostra vita in stato di veglia. Essi tuttavia esauriscono l‟intera gamma dei fenomeni mentali: ciò che accade nel nostro cervello, se si fa eccezione per la coscienza, appartiene infatti alla sfera neurofisiologica piuttosto che a quella psicologica. Va detto infine che alcune facoltà del cervello non servono a produrre coscienza, ma a determinare l‟applicazione degli stati coscienti e quindi a permettere di camminare, correre, scrivere, parlare ecc.
455455
Ivi, p.203.456
Ivi, pp.203-204.457
Ivi, p.205.458
Ivi, pp.210-212.459
Ivi, pp.213-215.È ribadita la separazione tra il mentale e il cerebrale, il primo relativo alla coscienza il secondo a facoltà neurofisiologiche.
In questa messa a punto di quanto esposto in
Della intenzionalità, la rete non è più distinta dallo sfondo ma parte di questo:Ciò implica tuttavia che la Rete dell‟intenzionalità inconscia, la cui ontologia occorrente corrisponde a un insieme di facoltà neurofisiologiche, è parte dello Sfondo, che è costituito interamente da quelle stesse facoltà. Sin qui tutto bene: il quesito relativo alla distinzione tra Rete e Sfondo perde di senso nel momento stesso in cui emerge che la Rete non è altro che quella porzione dello Sfondo descritta facendo riferimento alla sua capacità di provocare intenzionalità cosciente.
456Il concetto di
sfondo è riformulato come segue:Ogni fenomeno intenzionale cosciente – ogni pensiero, percezione, atto interpretativo ecc. – determina le proprie condizioni di soddisfazione unicamente in relazione a un insieme di capacità che non sono e non possono essere parte dello stato cosciente in questione. L‟effettivo contenuto dello stato cosciente non è di per se stesso sufficiente a determinare tali condizioni.
457In sintesi: il cosciente intenzionale è possibile perché si avvale di capacità neurofunzionali proprie dello
sfondo ma che sono inconsce. Tra quelle che il Nostro definisce alcune "leggi" dell‟operare dello sfondo, tra le quali ci paiono interessanti la 3a che recita: «L’intenzionalità tende ad adeguarsi al livello delle abilità di Sfondo» e la 5a: «Lo Sfondo si manifesta unicamente in presenza di contenuti intenzionali.» 458 Dunque l‟intenzionalità si fa operante in base allo sfondo, ma questo a sua volta trova espressione concreta soltanto tramite l‟intenzionalità stessa.Passiamo ora ad occuparci della parte polemica del saggio, quella che concerne la critica al cognitivismo riduzionistico (cap.IX), che si apre ribadendo l‟indispensabilità di distinguere tra il mentale e il neurofisiologico e l‟incapacità dell‟indagine cognitivistica di accedere alla coscienza, fermandosi essa ai processi computazionali senza scalfire il nocciolo duro del mentale
459. L‟assioma di Turing che grossomodo recita «La mente sta al cervello come il software sta all‟hardware» e che ha trovato dal 1950 (Computing Machinery and Intelligence, in "Mind" n° 59, pp.433-460) schiere numerose di adepti secondo Searle è privo di fondamento. Sono posti tre problemi: 1°, il cervello è un calcolatore digitale?; 2°, la mente è un programma per calcolatore?; 3°, le operazioni della mente possono essere simulate con l‟ausilio di un calcolatore digitale? La risposta al 2°:Dato che i programmi sono definiti in termini puramente formali o sintattici, e dato che la mente ha un contenuto mentale intrinseco, ne consegue che essa non può consistere in un semplice programma. La sintassi formale di per sé non garantisce la presenza di contenuti mentali. Di questo ho dato dimostrazione con l‟argomento della
camera cinese [Minds, Brains and programs, 1980]: un calcolatore – potrei essere io stesso – sarebbe in grado di effettuare tutti i passidi un programma che simuli una qualche capacità mentale come la comprensione del cinese senza capire una sola parola di quella lingua. L‟argomentazione poggia su di una semplice verità logica: sintassi e semantica non si equivalgono e la sintassi di per sé non è sufficiente a costituire la semantica.
460460
Ivi, p.216.461 Ibidem.
462 Ibidem.
463
Ivi, p.223.464
Ivi, p.224.465
Ivi, p.225.466 Ibidem.
Il Nostro passa poi ad occuparsi brevemente del 3° affermando: «è possibile simulare con un calcolatore digitale qualunque sistema che, con sufficiente precisione, possa essere caratterizzato come un insieme di passi successivi.»
461 . Ne deriva che:Le operazioni cerebrali possono essere simulate mediante un calcolatore digitale nello stesso senso in cui possono esserlo i sistemi atmosferici, l‟andamento del mercato azionario di New York o il piano dei voli di linea sull‟America Latina. Il quesito che dobbiamo porci non è dunque se la mente sia un programma (risposta negativa), né se sia possibile simulare il cervello (risposta affermativa): dobbiamo invece chiederci se il cervello sia un calcolatore digitale.
462Dunque un calcolatore digitale simula il clima ma non è il clima e l‟andamento della borsa senza essere la borsa. Si evoca qui il dualismo
forma/sostanza. Il computer può creare una copia formale e funzionale di una certa parte del cervello, quella computazionale, ma il cervello non è computazionale. La forma che elabora il computer è vera ma la sua sostanza falsa. Gli è del tutto preclusa, oggi come in futuro, ogni sostanza esistenziale, l‟avere un vissuto.Searle distingue tra intelligenza artificiale "forte" (la mente è un programma) e "debole" (i processi mentali sono simulabili al computer). La prima la chiama
cognitivismo (= la mente è un calcolatore digitale). Searle pone alcuni punti, il primo dei quali è che «la sintassi non è intrinseca alla fisica: l‟attribuzione di proprietà sintattiche è sempre relativa a un agente o a un osservatore che interpreta sintatticamente determinati fenomeni fisici.» 463:Il termine "sintassi" non designa una caratteristica fisica al pari della massa o della gravità; eppure, essi parlano di "macchine sintattiche" e addirittura di "macchine semantiche", come se si trattasse di motori diesel o a benzina, come se il semplice ricorso al riscontro fattuale fosse sufficiente a stabilire se il cervello – o qualsiasi altra cosa – è una macchina sintattica.
464Poco più avanti:
La nozione di sintassi è essenzialmente relativa a un osservatore. Il fatto che processi computazionalmente equivalenti possano realizzarsi attraverso una molteplicità di supporti differenti non significa semplicemente che quei processi siano astratti: significa piuttosto che, dipendendo da un‟interpretazione esterna, essi non sono affatto intrinseci al sistema.
465In pratica si sostiene che le basi della computazionalità, i simboli 0 e 1, in quanto tali non hanno nulla a che fare con la fisica:
Uno stato fisico di un sistema è uno stato computazionale solo se gli si assegna un ruolo, una funzione, o un‟interpretazione appropriata; d‟altronde nozioni come computazione, algoritmo e programma non designano caratteristiche fisiche intrinseche ai sistemi. In sintesi gli stati computazionali non possono essere
scoperti all‟interno di un sistema fisico, ma vengono assegnati al sistema. 466Ci pare questo il punto inoppugnabile, che mette in evidenza ciò che noi sosteniamo da tempo e che abbiamo trattato estesamente in
Dal nulla al divenire della pluralità. La realtà fisica (ma non quella biologica) si lascia "leggere" dalla matematica e anche "rappresentare", ma non è matematica. Illinguaggio matematico è lo strumento umano più utile per oggettivare la realtà fisica, nulla di più. Searle precisa: «Quest‟argomentazione […] è differente dall‟
argomento della camera cinese: mentre in quel caso mostravo che la semantica non è intrinseca alla sintassi, ora sostengo che la sintassi non è intrinseca alla fisica.» 467467 Ibidem.
468
Ivi, p.226469
J.Fodor, La mente modulare, Bologna, Il Mulino 1999, pp.159-181.470
John Searle, La riscoperta della mente, cit., p.226.471
Ivi, p.227.472
Ivi, p.229.473 Ibidem.
Il Nostro pensa di aver messo definitivamente a nudo l‟insostenibilità di un fantasticato "mentale computeristico" precisando:
In realtà non è possibile scoprire che qualcosa è intrinsecamente un calcolatore digitale, poiché per caratterizzare un oggetto in quel senso è essenziale l‟intervento di un osservatore esterno che assegni un‟interpretazione sintattica alle proprietà puramente fisiche del sistema. Una delle conseguenze di questa argomentazione è l‟incoerenza dell‟ipotesi di un linguaggio del pensiero: non è possibile scoprire l‟esistenza intrinseca, nella mente, di enunciati sconosciuti, poiché un enunciato è tale solo relativamente a un agente che lo utilizza. Più in generale caratterizzare un processo in termini computazionali significa descrivere un sistema fisico dall‟esterno; identificarne la natura computazionale non equivale a individuarne proprietà fisiche intrinseche, poiché la descrizione è essenzialmente relativa all‟osservatore.
468Si allude qui a Jerry Fodor, che in
The modularità of Mind del 1983 aveva teorizzato l‟esistenza di un vero e proprio linguaggio computazionale innato; un "mentalese" formale, logico e privo di ambiguità, in cui le rappresentazioni verrebbero "tradotte" in frasi 469. Prosegue Searle:Senza dubbio nel mio cervello potremmo scoprire una configurazione di eventi fisici isomorfa all‟implementazione del programma di videoscrittura che gira sul mio computer. Tuttavia affermare che qualcosa
funziona come un processo computazionale significa attribuire un‟interpretazione computazionale a un certo schema di eventi fisici. Analogamente in natura potremmo scoprire oggetti che, per la loro forma, potrebbero essere usati come seggiole; non potremmo invece scoprire oggetti che funzionano come seggiole, se non facendo riferimento a un agente che li usa e li interpreta in questo modo. Per comprendere a fondo quest‟argomentazione bisogna avere ben chiara la distinzione tra proprietà intrinseche e relative all’osservatore.470Il ragionamento coincide con quello da noi ripetuto più volte, cioè che non si può antropizzare il fisico attribuendogli ciò che gli è estraneo. Poi un richiamo ai principi naturalistici:
Scopo delle scienze naturali è scoprire e descrivere le proprietà intrinseche del mondo naturale. La scienza cognitiva computazionale – per il modo stesso in cui si definisce la computazione e i processi cognitivi – non può in alcun modo essere considerata una scienza naturale; la nozione di computazione, lungi dall‟essere una proprietà intrinseca del mondo, è infatti essenzialmente relativa a un osservatore.
471La mistificazione operata dai computazionalisti li porta anche (probabilmente in riferimento a Dennett) a evocare paradossalmente il celebre e tanto esecrato
omunculus. Nota ironicamente «Alla fine incontreremo gli omuncoli che popolano il livello più basso, che non fanno che ripetere in continuazione "Uno zero uno zero ….. » 472. Poi aggiunge:Quali proprietà fattuali intrinseche del livello più basso – e di qualunque altro livello – a cui il sistema opera rendono traducibili in notazione binaria le operazioni in questione?
Se non presupponiamo l’esistenza di un omuncolo esterno alla decomposizione ricorsiva, non disponiamo nemmeno di una sintassi con cui operare. Il tentativo di eliminare la fallacia dell‟omuncolo attraverso la decomposizione ricorsiva non può che fallire, poiché l‟unico modo di rendere la sintassi intrinseca ai fenomeni fisici è introdurre in questi un omuncolo. 473Successivamente sono evidenziati i problemi che sorgono dall‟immaginare un comportamento computazionale del cervello:
In che modo - ci si chiede – il sistema visivo riesce a computare la forma degli oggetti dalle informazioni che gli provengono dalle luci e dalle ombre che si proiettano sulla retina?» E ancora: «In che modo riesce a computare la distanza degli oggetti dalle dimensioni delle immagini retiniche?
474474
Ivi, pp.229-230.475
Ivi, p.230.476
A.Newell, The Knowledge Level, in: Artificial Intelligence, n°18, 1982, pp.87-127.477
Ivi, p.231478
Ivi, p.235.479
Ivi, p.236.E ancora:
A ben guardare potremmo significativamente formulare altri quesiti analoghi a questi, per esempio: «In che modo un chiodo riesce a computare, dalla densità del legno e dall‟impatto del martello, la distanza che dovrà percorrere all‟interno dell‟asse in cui viene sospinto?» La risposta sarebbe in entrambi i casi, la medesima: se parliamo del funzionamento intrinseco del sistema, né i chiodi né il sistema visivo computano alcunché. Giocando il ruolo di omuncoli esterni al sistema, possiamo indubbiamente descriverlo in termini computazionali, e non c‟è dubbio che, talvolta, questo possa rivelarsi un utile espediente. Purtroppo descrivere il lavoro del falegname supponendo che i chiodi implementino intrinsecamente il relativo algoritmo non ci aiuta a comprenderlo; analogamente supporre che il sistema visivo implementi l‟algoritmo che gli permette di computare le forme degli oggetti da luci e ombre non dà accesso a una migliore comprensione del processo della visione.
475Considerazioni corrette, ma il cognitivismo computazionalista gioca anche sull‟espediente dei livelli, dell‟hardware, del software, dell‟intenzionalità
476:Ho sempre pensato che il cognitivismo dovesse essere quanto meno falso sotto il profilo causale: ora trovo addirittura difficile trovare una formulazione coerente di quegli aspetti della teoria che ne costituiscono il nocciolo empirico. Il cognitivismo sostiene che il cervello manipola un‟innumerevole quantità di simboli 1 e 0 che guizzano al suo interno alla velocità della luce, invisibili a occhio nudo così come al più perfezionato e potente di microscopi elettronici. Proprio a questi simboli e alla loro manipolazione si devono, secondo i cognitivisti, i processi cognitivi. Purtroppo questi simboli, come tali, non hanno alcun potere causale, visto che non esistono affatto se non dal punto di vista di un osservatore: il programma implementato non ha alcun potere causale oltre a quello del medium che lo implementa, perché non ha alcuna esistenza reale, alcuna ontologia, se non quella che gli è conferita dal medium stesso. Dal punto di vista fisico, dunque, il "livello dei programmi" non esiste affatto.
477Di fatto il computer in sé è "materia morta" e solo la "materia viva" di mente esterna (un omuncolo) gli "infonde" la capacità di "computare" ed esso è perciò del tutto privo di «causazione intenzionale intrinseca.»
Un computer per arrivare a imitare il calcolo umano e superarlo deve raggiungere livelli di astrazione incompatibili con la biologia del cervello, astrazione peraltro estranea anche ai meccanismi neurali considerati "fisici"
478. In realtà i sistemi neurali producono processi elettrochimici specifici quanto semplici ed è l‟insieme di miliardi d‟essi che fa una mente, non qualche algoritmo astratto che cerca di imitare il mentale facendosi ancora più astratto e quindi allontanandosi ulteriormente dalla biologia. Tuttavia Searle fa una distinzione tra il calcolatore meccanico (quello reale) e il calcolatore umano ipotizzato da Turing:Il calcolatore meccanico, invece, fa parte di un sistema globale che, in virtù della presenza di un omuncolo/osservatore, è a sua volta sia causale sia logico: logico perché l‟omuncolo dà un‟interpretazione dei processi che hanno luogo all‟interno del calcolatore, causale perché l‟hardware della macchina fa sì che tali processi abbiano luogo. Al contrario, le operazioni neurofisiologiche del cervello, cieche, brute, non coscienti, non soddisfano queste condizioni.
479L‟energia mette in moto la macchina e l‟omuncolo ne fa una macchina logica, ma elettricità + macchina + logica non fanno un cervello, perché senza energia "dall‟esterno" la macchina non lavora e senza logica esterna (programma) la macchina è un magnifico idiota. Poi una precisazione:
Il cervello, diversamente dal calcolatore umano [di Turing], non può implementare algoritmi intenzionalmente e coscientemente; tuttavia, diversamente dal calcolatore meccanico, non può nemmeno implementarli in maniera non cosciente, perché ciò richiederebbe la presenza di un omuncolo in grado di attribuire agli eventi fisici del cervello un‟interpretazione computazionale. Il massimo che possiamo chiedere al cervello è presentare una configurazione di eventi formalmente simile al programma implementato dal calcolatore meccanico, configurazione che, tuttavia, non ha di per sé alcun potere causale e dunque non spiega nulla.
480480 Ibidem.
481
Ivi, p.240.482 Ibidem.
483
Ivi, p.241484
Ivi, p.241485 Ibidem.
486
Ivi, p.244.Il Nostro più avanti torna sull‟astrazione contrapposta alla concretezza:
Le informazioni elaborate dal calcolatore vengono codificate da un agente in una forma compatibile con i circuiti elettronici della macchina, secondo una sintassi implementabile, ad esempio attraverso livelli differenti di tensione elettrica. Compiuta questa operazione il calcolatore attraverserà una serie di stati elettrici successivi che l‟agente potrà interpretare sia in termini sintattici che in termini semantici; né la sintassi né la semantica, tuttavia, saranno comunque intrinseche all‟hardware del sistema, ma dipenderanno interamente dalle interpretazioni fornite dall‟agente. Le caratteristiche fisiche del sistema, d‟altra parte, non hanno alcun rilievo se non nella misura in cui permettono l‟implementazione dell‟algoritmo. Il calcolatore alla fine produrrà un output fisico – per esempio una stampa dei risultati ottenuti dall‟esecuzione dell‟algoritmo – che l‟osservatore potrà, ancora una volta, interpretare in termini sia sintattici che semantici.
481La
macchina informatica resta irrimediabilmente "etero-fondata" ed "etero-diretta", mentre la macchina biologica è molto di più che endo-determinata ed endo-diretta, è "direttrice" di tutto un organismo animale in ogni sua parte e non implica alcun osservatore:Al contrario, nessuno dei processi neurobiologici che avvengono all‟interno del cervello (per quanto possano essere ovviamente descritti da un punto di vista esterno) è relativo a un osservatore, né d‟altra parte possiamo negare rilievo alla specificità della neurofisiologia cerebrale.
482Anche a livello sensorio non c‟è analogia tra computer e cervello, l‟esperienza visiva è nel cervello impatto di fotoni su recettori retinici che scatenano una serie di reazioni elettrochimiche a conclusione delle quali c‟è "esperienza visiva" di qualcosa di
intenzionato. Il computer si limita a simulare processi visivi per astrazione meccanicistica:Le informazioni elaborate dal cervello sono sempre relative a una specifica modalità, sia essa la visione, l‟udito o il tatto, mentre i modelli computazionali dei processi cognitivi non fanno che produrre, in base a determinati insieme di simboli di imput, altrettanti insieme di simboli di output.
483I sensi animali non hanno nulla a che fare coi sensori computazionali, la mente "vive" mentre il computer è "morto" senza qualche
omuncolo esterno che lo faccia lavorare.Le macchine sono in grado di elaborare solo materie prime informazionali che noi gli cacciamo dentro ed «È falso affermare che il cervello è un sistema per l‟elaborazione di informazioni.»
484, né i simboli né le sintassi concernono la fisica. Gli elaboratori non fanno nulla da soli, neppure la computazione «che dev‟essere loro attribuita» 485 Nel capitolo decimo (La ricerca autentica) si torna all‟esperienza cosciente:Con il termine "coscienza", d‟altronde, non intendo riferirmi alla soggettività passiva della tradizione cartesiana, ma a tutte le forme assunte volta per volta dalla nostra vita cosciente: lottare, fuggire, nutrirsi, fornicare, ma anche guidare la macchina, leggere libri oppure, perché no, grattarsi.
486Come si vede Searle conferisce alla parola
coscienza molto di più che "l‟esser coscienti", per cui non è solo precondizione dell‟agire intenzionale ma l‟agire stesso. Non siamo d‟accordo su tale estensione ontologica anche più avanti ribadita: «Studiare la mente significa prima di tutto studiare la coscienza, così come studiare la biologia significa in primo luogo studiare la vita.» 487487
Ivi, p.245488 Ibidem
489
Ivi, p.246.490 Ibidem.
491
Ivi, p.255.492
Ivi, p.257.493
Ivi, p.259.494
Ivi, p.263.Dopo aver sostenuto che a suo avviso le conseguenze della rivoluzione darwiniana non sono ancora state «comprese sino in fondo»
488 in Nostro va sul funzionale premettendo che «Nelle nostre teste non c‟è altro che il cervello, con tutte le sue circonvoluzioni, e la coscienza, multicolore e varia.» 489 quale suo esito evolutivo. I cognitivisti, dunque, hanno «una concezione predarwiniana del funzionamento del cervello.» 490 equivocando sull‟intenzionalità vista in modo teleologico e meccanicistico. Essi continuano a ragionare "per livelli", falsi in quanto descritti «secondo i nostri interessi.» 491 Il cuore, osserva il Nostro, deve pompare il sangue non produrre "battiti cardiaci" poiché ha "relazioni causali" col corpo. Perciò:Avendo rinunciato a credere nell‟esistenza di un‟ampia classe di fenomeni mentali in linea di principio inaccessibili alla coscienza, siamo finalmente pronti a trattare il cervello come un organo qualsiasi che, come ogni altro, ammette uno o più livelli di descrizione funzionale e
può essere descritto come se effettuasse elaborazioni di informazioni o implementasse programmi di computazione. Tuttavia esso si distingue in realtà dagli altri organi per la propria capacità di provocare e sostenere pensieri coscienti, esperienze, azioni, ricordi ecc. 492La mente è una sorta di macchina "dell‟esperienza esistenziale", ma un‟esperienza che secondo Searle è sempre "conscia", poiché o l‟inconscio è meramente neurobiologico o evolve in coscienza. Da parte dei cognitivisti invece (ancora allusione a Fodor) «si postula l‟esistenza di una rappresentazione mentale inconscia profonda.» Inoltre:
Da un punto di vista epistemico, l‟esistenza dello schema comportamentale viene considerata come una prova dell‟esistenza della rappresentazione. Da un punto di vista causale, si ritiene che l‟esistenza della rappresentazione spieghi l‟esistenza dello schema comportamentale.
493Ma entrambe le assunzioni presuppongono l‟esistenza di un sorta di "ontologia del profondo" che non esiste affatto, come non esistono "grammatiche universali" del linguaggio (Chomsky) né della visione. Infine:
Non basta decidere di trattare l‟attribuzione di regole e principi alla stregua dell‟intenzionalità
come-se; gli stati intenzionali come-se, non essendo reali, non hanno infatti alcun potere causale e dunque non spiegano nulla. Il problema dell‟intenzionalità come-se non sta nel suo carattere ubiquitario, ma nel fatto che la sua identificazione, lungi dal fornire una spiegazione causale, non fa che riproporre quegli stessi problemi che l‟attribuzione dell‟intenzionalità reale voleva risolvere. 4944.3 Hubert Dreyfus
Hubert Dreyfus ha una posizione particolare nel panorama contemporaneo degli studi sulla mente che non condividiamo, che ha molti riferimenti a Heidegger e Michel Foucault. A parte ciò il filosofo americano fa analisi lucidissima del mentale nel suo
What Computers can’t do del 1972, di cui ci occuperemo utilizzando la versione francese (Intelligence artificielle. Mythes et limites, 1984). Che l‟intelligenza artificiale sia un mito alla moda è ormai evidente dopo il cinquantennale suo imperversare in coniugazione con l‟innatismo linguistico di Chomsky, il panfisiologismo dei Churchland o dei Damasio ed epigoni. Egli prende di mira soprattutto il computazionalismo vedendolo come interpretazione mortificante non solo per la mente, ma anche per il corpo che la supporta. Egli ha insegnato dal 1960 al 1968 ha al MIT, quel tempio della tecnologia informatica che ha dato il via ai gloriosi destini dell‟intelligenza artificiale ed è lì che ha potuto formarsi una chiara idea di che cosa erroneamente la fondi e l‟alimenti. Saltando le parti preliminari del libro arriviamo là dove l‟autore afferma:Segnaliamo un primo dettaglio per indicare che il riconoscimento, da parte dell‟uomo come degli animali, è radicalmente differente da quello di un riconoscimento automatico: si osserva infatti una relativa tolleranza a cambiamenti di orientamento o delle dimensioni, alle differenti distorsioni, ai gradi di acquisizione o di precisione, al superfluo dello sfondo. Uno dei primi approcci dell‟intelligenza artificiale è stato di cercare di ricondurre la forma da riconoscere entro norme prestabilite, poi confrontarla con una serie di modelli per vederne le corrispondenze.
Gli automatismi meccanicistici delle macchine che imitano la mente hanno ben poco a veder col funzionamento di essa:
Nella mente dell‟uomo, per contro, il riconoscimento di forme pare avvenire praticamente senza considerare variazioni di dimensione o di orientamento, com‟è il caso dei difetti e delle lacune nell‟immagine. Quali che siano certi fattori, nella percezione umana essi danno luogo a una sorta di definizione (la brillantezza o le dimensioni apparenti dell‟oggetto restano costanti e noi le percepiamo in segnali corrispondenti sulla retina) sicché appare chiaro che noi non abbiamo alcun bisogno di definire a fondo l‟oggetto percepito e né di eliminarne aspetti ingannevoli: noi lo percepiamo per quel che è (sia che sia di sbieco, incompleto, gigantesco o minuscolo ecc.) nello stesso istante in cui l‟abbiamo identificato.
495495
H.Dreyfus, Intelligence artificielle. Mythes et limites, Paris, Flammarion 1984, p.77.496
Ivi, pp.87-88497
Ivi, p.88.Cose che sappiamo bene e che restano al cuore dell‟incompatibilità tra una mente artificiale e una mente animale, tra ciò che fanno i chip e i microprocessori e ciò che fanno i neuroni con dendriti, sinapsi e neurotrasmettitori. Il Nostro sviluppa la sua critica in modo sistematico, confutando analiticamente uno per uno quelli che vede come i quattro falsi
postulati della IA: il biologico, lo psicologico, l‟epistemologico e l‟ontologico.Dreyfus ricorda che la mente umana riconosce le forme anche quando «semplicemente esse si intrecciano in un groviglio complesso di analogie»
496. Aggiunge:Se si volesse mettere a punto un sistema cognitivo paragonabile alla mente umana esso dovrebbe: 1) distinguere, in tutte le forme possibili, le caratteristiche essenziali da elementi accessori; 2) utilizzare indicazioni che stanno ai margini dell‟operare cosciente; 3) essere in grado di tenere conto del contesto; 4) percepire a quale tipologia appartiene ciò che individua e rapportarlo a un esemplare-tipo.
497Le menti artificiali non fanno niente di tutto questo e non vanno oltre l‟identificazione di figure alfanumeriche. Un centinaio di pagine confutano tutti gli assunti classici dell‟intelligenza artificiale prima di giungere al
postulato epistemologico secondo il quale l‟intelligenza sarebbe "formalizzabile" e quindi riproducibile. Il fatto è che un cervello biologico "non formalizza" l‟informazione non è non è nemmeno evidente quale sia la natura dell‟intelligenza umana. Il postulato biologico nasce dal falso assunto che il cervello possa funzionare come un centraletelefonica a impulsi, dove anche i neuroni emetterebbero segnali di tipo elettrico di
sì o no. L‟AI ha assimilato tali presunti segnali-base a dei bit di informazione, per concludere su un‟analogia 498 che è priva di fondamento:498
Ivi, p.195.499
Ivi, p.199.500
Ivi, p.201.501
Ivi, pp.205-206.502
Ivi, p.207.503
Ivi, p.208.504
Ivi, pp.215-216.Non si può trarre dai dati dell‟esperienza a tutt‟oggi noti sul cervello umano alcuna deduzione sulla possibilità di creare un‟ intelligenza artificiale. Al contrario, è accertata la
differenza tra l‟organizzazione cerebrale, fortemente interattiva, e quella della macchina, di carattere non-interattivo. È chiaro come i fatti dell‟esperienza, nella misura in cui siano pertinenti alla biologia, non inducono neanche un po‟ a pensare che a partire dai calcolatori si possa produrre dell‟intelligenza. 499Non meno inconsistente il
postulato psicologico, che suppone un "livello" della mente (quello di una "ragione pura"?) al quale essa "elaborerebbe informazioni" secondo razionalità 500. Il Nostro sottolinea l‟uso equivoco del termine "informazione" quale generatore di un prima confusione epistemica, poiché suppone che l‟informazione cerebrale sia informatica. La seconda confusione nasce dalla fatto che si vede la mente funzionare come un "programma":Queste due confusioni, l‟amalgama di due significati della parola
informazione e lo spostamento insidioso da "calcolatore" a "calcolatore numerico a programma euristico" si congiungono nel sofisma che consiste, a partire dalla constatazione che il cervello trasforma ciò che riceve, per concludere affrettatamente che l‟intelligenza (sia essa a livello del cervello o della mente) proceda a colpo sicuro attraverso una serie di operazioni discontinue. 501Si tratta più o meno della tesi di Fodor relativa alle procedure che la sua
mente modulare seguirebbe per elaborare informazione. Altro equivoco che il computer "simulerebbe" il cervello umano perché l‟uno e l‟altro a partire da certi dati in entrata produrrebbero gli stessi dati in uscita 502. Ma è tesi «priva di contenuti mentali e non dice nulla su "come funziona" realmente la mente» perché si dovrebbe poter disporre di una descrizione e di una rappresentazione reale di tale lavoro 503.Poco più avanti, dopo aver esaminato le tesi di diversi computazionalisti, valutandone l‟inconsistenza o la scarsa significatività, egli aggiunge:
Nessun fatto d‟esperienza, nessuna conferma esterna del postulato psicologico. In realtà, gli stessi esperimenti portati avanti per tentare di dimostrare che la mente umana funziona come un computer ci dicono, anche quando il postulato sia posto in anticipo come indiscutibile, che empiricamente o meno l‟ipotesi non è sostenibile. Questo tipo molto particolare di confusione metodologia è proprio delle simulazioni cognitive, malgrado ciò un buon numero di ricercatori dell‟intelligenza artificiale confidano nella fondatezza dei loro programmi euristici e nello stesso considerano meri accidenti, di cui non tener conto, gli scogli incontrati quali possibili segnali di una falsa pista.
504Veniamo ora al
postulato epistemologico dell‟IA, quello che presuppone che la mente animale lavori in modo da "formalizzare" informazine. Dreyfus osserva:Consideriamo i pianeti, mica risolvono equazioni differenziali per effettuare il loro periplo intorno al sole. Non si può quasi dire che
seguano alcuna regola; il loro comportamento non obbedisce a leggi, e per capirlo non c‟è alcun bisogno di ricorrere a espressioni formali (eventuali equazioni differenziali) che descrivano tale comportamento come un movimento corrispondente a una regola data. Prendiamo una altro esempio. Il ciclista, sulla sua bicicletta si accontenta di spostarsi coi piedi per evitare di cadere. Ciò non impedisce che si possa esprimere il contenuto intelligibile del suo comportamento con la regola seguente: descrivere coi piedi degli archi di curva dove la curvatura sia inversamente proporzionale al quadrato della velocità. Il ciclista, a colpo sicuro, non segue consciamente alcuna regola, e nulla ci fa pensare che la segua inconsciamente. Tuttavia, è chiara la sua competenza, ovvero ciò che fa. Non vi è alcuna spiegazione per come esegue realmente il suo compito. In altre parole, una formula può indicarci ciò che capita,obiettivamente, quando andiamo in bicicletta, ma non può dirci nulla di ciò che capita nel nostro cervello o nella nostra mente mentre compiamo quell‟azione.
505505
Ivi, pp.236-237.506
Ivi, p.237.507
Ibidem.508
Ivi, p.245.509
L.Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi 1974, p.56510
Ivi, pp.56-57.511
H.Dreyfus, Intelligence artificielle. Mythes et limites, cit., p.257.512
Ivi, pp.257-258.Nessun postulato matematizzabile è "coerente" con l‟andare in bicicletta se non astraendone. Astrattamente si può costruire un‟equazione con variabili
ad hoc tali da spiegare perché e come un corpo umano faccia avanzare una bicicletta. Tuttavia:Esiste una differenza sottile ma capitale tra il postulato psicologico e quello epistemologico. Entrambi riposano sull‟idea platonica che capire una cosa significhi formalizzarla; ma i sostenitori del postulato psicologico (i ricercatori che fanno simulazioni cognitive) partono dal principio che le regole che servono a esprimere formalmente un comportamento sono
esattamente le stesse regole che producono il comportamento. Mentre i partigiani del postulato epistemologico (i ricercatori della I.A.) si accontentano di affermare che le condotte consapevoli possono essere espresse sotto forma di regole formali, e che tali regole, quali che siano, possono in seguito servire a far riprodurre lo stesso comportamento da un computer. 506Il postulato epistemologico è dunque più moderato di quello psicologico e meno vulnerabile, ma in ogni caso non dice un bel nulla di ciò che "capita" nella mente ma di un suo "ideale" platonico formale e astratto, privo di legami con la realtà
507.Il
credo dell‟IA è che il mondo sia retto da una logica di tipo umano (è la sostanza delle religioni!) e che la mente "a un certo livello" esegua formalizzazione numerica di tipo simbolico (del tipo: o 0, o 1) per fornire una rappresentazione del mondo logico-matematica 508. La linguistica di Chomsky poi ha portato acqua al mulino dei computazionalisti con l‟ipotesi di regole grammaticali "innate" secondo un formalismo platonico che creerebbe il linguaggio. Ma già Wittgenstein aveva affermato in Ricerche filosofiche: «[84] Non possiamo anche immaginare una regola che governi l‟applicazione delle regole? E un dubbio, che quella regola rimuova, e così via?» 509 E inoltre: «[85]Una regola sta lì come un indicatore stradale […] Dunque posso dire che, dopo tutto, l‟indicatore stradale non lascia adito a dubbi. O piuttosto: qualche volta lascia adito a dubbi, qualche volta no. E questa, ormai, non è più una proposizione filosofica, ma una proposizione empirica.» 510. Dreyfus nota:Ma Wittgenstein, per respingere l‟affermazione secondo la quale il linguaggio sarebbe un calcolo, non si accontenta di fondare il suo ragionamento su una descrizione fenomenologica della maniera con cui ci serviamo del linguaggio, in apparenza senza seguire alcuna regola. Il suo argomentare più forte è di natura dialettica e consiste nel mettere in evidenza una regressione all‟infinito.
511Secondo il Nostro, Wittgenstein, che pure ha messo in crisi la credenza nell‟esistenza di regole astratte e assolute, non ha però colto il nocciolo del problema:
L‟idea che dopo tutto si possano sempre infrangere le regole e poi le super-regole è solo una nostra impressione. Potremmo sbagliarci. Il problema è sapere se si può pensare di poter mai capire la totalità di un comportamento umano sotto forma di regole. […] Per ottenere un quadro completo di tutto ciò di cui un essere umano dev‟essere capace per parlare e comprendere una lingua, non basta disporre di regole di grammatica e di semantica; bisognerebbe ancora disporre di altre regole che permettano l‟identificazione del contesto nel quale le regole primarie devono essere applicate. In altre parole, ci vorrebbero regole per identificare la situazione, le intenzioni di quelli che prendono la parola, ecc.
512Dal momento che l‟informatica è retta da regole anche la linguistica è basata su regole? Pare proprio di no:
Ma il forte rischio è allora di aver bisogno di altre regole per spiegare come si applicano le regole, secondo quanto tenderebbe a suggerire il punto di vista intellettualistico e ne deriva una regressione all‟infinito. Orbene, si dà il fatto che noi riusciamo a usare il linguaggio e ciò significa che quella regressione, per l‟uomo, non fa problema. Affinché l‟I.A. sia possibile, ciò dovrebbe essere possibile anche per la macchina.
513513
Ivi, p.258.514
Ivi, p.259.515
Ivi, p.267.516
Ivi, pp.268-269517
H.Dreyfus, La filosofia della mente, in: AaVv, Cervelli che parlano, a cura di E.Carli, Milano, Paravia Bruno Mondadori 2003, p.93.518
Ivi, pp.98-99Per poter dire che il computer sia un‟"intelligenza" bisognerebbe che fosse in grado di cogliere non solo il significato delle parole, ma le intenzioni che le fanno pronunciare e il contesto in cui vengono pronunciate. In realtà il computer non fa che elaborare dati autoreferenziali: «Una volta messi in macchina i dati, tutti i processi che ne derivano si conformano a regole, ma per la lettura dei dati la macchina reagisce direttamente ai dettagli ben determinati dal suo proprio contesto»
514 L‟ovvia deduzione è che non si può far passare per mentale la sua simulazione computeristica a partire da regole linguistiche, ammesso che siano innate e quindi "fisse".A proposito del
postulato ontologico il Nostro, dopo aver considerato una serie di affermazioni di Minsky, dimostra che sono quelle di di Platone e che il modo di vedere idealistico è ancora così radicato nella cultura contemporanea che "pare" funzionare "da sé" 515. Da notare che l‟intellettualismo che s„ispira a Platone e l‟empirismo che s‟ispira a Hume dicono sulla mente cose simili:Le due scuole, l‟empirista e l‟intellettualista, convergono e si fondono nell‟atomismo logico di Russell e questa nozione si esprime in tutta la sua pienezza in Wittgenstein quando, nel suo
Tractatus, definisce il mondo come un sistema di atomi di eventi che è possibile esprimere sotto forma di proposizioni logiche indipendenti. L‟affermazione ontologica appare lì nella sua formulazione più pura, condizione necessaria di tutta la ricerca dell‟I.A., sicché i ricercatori continuano a pensare che il mondo si possa rappresentare sotto forma di un sistema di descrizioni fortemente strutturate, dove le descrizioni esse stesse sono costruite a partire da elementi primi. Così, insieme, la filosofia e la tecnica, nella loro accettazione degli elementi primi continuano ad affermare apertamente l‟esistenza dell‟assoluto che perseguiva Platone: un mondo nel quale è garantita la chiarezza, la certezza e l‟intelligenza di tutto; un mondo di strutture di dati, di teorie della decisione e dell‟automatizzazione. 516A questo punto emerge il fondamento esistenzialista del pensiero di Dreyfus, che evoca il
pensiero calcolante contro cui già si scagliava Heidegger (L’essenza del fondamento) trovando eco nel pregiudizio del mondo di Merleau-Ponty (Fenomenologia della percezione). Essi sono visti come i campioni ante litteram del rifiuto di considerare oggettivabile la mente dell‟uomo. Esaurita la pars destruens il Nostro passa alla pars construens, ovvero a "un‟altra visione delle cose", che copre tutta la Terza Parte del libro.Dreyfus ha rilasciato nel 2003 un‟intervista ad Eddy Carli dell‟Università di Firenze dandoci una sintesi del suo punto di vista da cui emerge che per lui l‟intelligenza artificiale è destinata al fallimento
517. Heidegger per lui è stato il primo a intravedere l‟approccio logicizzante non porta da nessuna parte, perché l‟uomo interagisce col mondo e "lo incontra" soltanto rinunciando alla logica razionalistica che lo "strumentalizza". L‟incontro col mondo avviene a un livello basico che non richiede né intenzionalità né coscienza, sicché Husserl è rimasto fermo a Cartesio e Heidegger è andato oltre 518. Aggiunge:Heidegger rifiuta i termini mentalistici della fenomenologia e proponendo un‟ontologia dell‟esserci introduce il termine
Verhalten, comportamento, per riferirsi alla direzionalità verso qualcosa, proprio per distinguerlo dall‟intenzionalitàdella fenomenologia. […] Il comportamento, o intenzionalità, non si riferisce soltanto agli atti della coscienza, ma all‟attività dell‟uomo in generale. L‟intenzionalità viene da Heidegger attribuita non alla
coscienza, ma al Dasein [l‟esserci]. 519519
Ivi, p.102.520
Ivi, p.103.521 Ibidem.
522
Ivi, pp.103-104.523
Ivi, p.104.524
H.Dreyfus, Intelligence artificielle. Mythes et limites, cit., p.331Heidegger sarebbe riuscito a riscattare l‟astrattezza razionalistica di Husserl concretizzando il rapporto uomo-mondo dell‟
esserci. La frattura Husserl/Heidegger si ha allorché il secondo butta via il cartesianesimo che permea il primo, diventando in tal modo l‟antesignano degli anti-logicisti e anti-computazionalisti del XX secolo 520.Anche noi siamo anti-logicisti e anti-computazionalisti e interessati al
primo Heidegger, ma sicuramente anti-heideggeriani per la sua svolta spiritualistica del 1936. Ma sentiamo ancora Dreyfus sull‟AI:I computer sono programmati come sistemi fisici simbolici, cioè utilizzano regole e modelli matematici, ma non hanno nessuna capacità in senso proprio. La nostra "famigliarità" con il mondo non consiste semplicemente nell‟elaborare regole, ma è caratterizzata piuttosto dalla nostra capacità di rispondere alle diverse situazioni nel modo appropriato: non è possibile formalizzare la conoscenza del senso comune.
521Condividiamo, ma l‟espressione
senso comune qui va intesa come "modalità fisico-psichica di approccio al mondo" (mentre spesso la si assimila a buon senso). Poi una considerazione importante:I fatti e le regole sono di per sé privi di senso: siamo noi che diamo loro una rilevanza specifica, che diversamente non avrebbero, attribuendo predicati di un certo genere. Tuttavia, i predicati sono di per se stessi ancora più insensati dei fatti cui si riferiscono, e, paradossalmente, nel caso dei computer, più sono i fatti e le capacità operazionali ad essi attribuiti, maggiore è la difficoltà per il computer di calcolare con esattezza la rilevanza specifica di una particolare situazione. 522
Dunque il computer, essendo autoreferenziale, più si sviluppa e più si allontana dalla realtà. Ma ciò è corretto solo relativamente ai computer
seriali, poiché nei paralleli qualche passo avanti c‟è stato, anche se macchine logico-matematiche a energia elettrica non possono simulare cervelli biologici.La questione dirimente sta nel fatto che un computer non ha
collocazione relazionale (in termini heideggeriani e dreyfusiani "non è situato"). Il Nostro nota giustamente che «per riprodurre il contesto umano il computer dovrebbe essere in grado di "essere in una situazione".» 523, cioè collocato relazionalmente. Non lo è mai anche perché relazioni e fatti reali sono in gran parte casuali e "fuori programma", mentre esso nasce da una programmazione deterministica. Nessun animale può sapere a priori se fattori normalmente insignificanti possano per caso diventarlo, mentre il computer non prevede ciò e in quanto non-situato nella realtà non è in grado di reagire in un contesto di eventi a struttura aperta, cosa che ogni animale fa correntemente:I problemi a struttura aperta, a differenza dei giochi e dei test, sollevano tre tipi di difficoltà; prima di pensare di risolverli occorre determinare: 1) quali fatti potrebbero concernere la questione; 2) quali fatti concernono effettivamente la questione; 3) tra i fatti che concernono la questione quali sono essenziali e quali accessori. 524
Le strutture aperte del mondo reale richiedono che il pensante valuti le variabili in gioco e il loro ruolo, ma ciò non è ancora sufficiente:
Sottolineiamo subito che, per una situazione data, non tutti i fatti presenti entrano nella categoria di quelli che potrebbero concernere la questione. Così come essi non fanno parte della situazione. Per esempio, nel gioco degli
scacchi il peso dei pezzi non ha niente a che fare con la situazione. Finché si tratta di giocare, il peso dei pezzi non interviene per nulla, sicché la questione della sua pertinenza e della sua importanza relativa non si pone. In termini generali, decidere che certi fatti sono pertinenti e altri no, che alcuni sono essenziali e altri no, si stenta a credere che possa essere il prendere un blocco di gettoni da un pila di essi e lasciare gli altri al loro posto. Ciò che ritenuto essenziale dipende strettamente da ciò che è ritenuto accessorio e viceversa, e il discrimine non può avvenire in anticipo, indipendentemente da un problema preciso, né indipendentemente da una fase ben precisa di un problema ben preciso. 525
525
Ibidem,526
Ivi, pp.331-332.527
Ivi, pp.332-333.528
Ivi, p.333529
Ivi, p.335.In una situazione reale, vi è sempre un insieme di variabili alcune delle quali essenziali per ciò che stiamo facendo e altre no, ma nel momento in cui si deve passare all‟azione occorre capire che cosa è importante e che cosa no:
Allora, dal momento che la pertinenza dei fatti non è un assoluto ma dipende dalle intenzioni umane, tutti i fatti immaginabili possono diventare pertinenti in una situazione o un‟altra. Per esempio, per un fabbricante di pezzi degli scacchi il peso di essi potrebbe esser un fattore da prendere in considerazione (ancorché, verosimilmente, sia qualcosa di cui tener poco conto e ancor meno fattore essenziale). Questo stretto legame tra pertinenza e situazione opera in due sensi: in una situazione, quale che sia, un numero indefinito di fattori potrebbero entrare nel conto, e un numero altrettanto indefinito non ha niente a che fare con la questione. Ma un computer, per il fatto che non si trova
all’interno di una situazione, è costretto a trattare tutti i fattori, sistematicamente, perché potrebbero concernere la questione. 526Un animale
collocato in un ecosistema, con cui è in relazione costitutiva, non ha bisogno di fare calcoli per stabilire cosa fare perché egli è "già" sia adattato che collocato. Quand‟anche fosse possibile ridurre l‟universo dei possibili a pertinenze sicure per una situazione data, questo in ogni caso potrebbe farlo il programmatore (l‟homunculus) ma mai il computer. Il sistema corse dei cavalli è quasi chiuso eppure è già enorme il numero delle variabili che possono concernerlo. Se non vogliamo scommettere a caso si dovrà almeno tener conto dell‟età del cavallo, della validità del fantino, delle performance passate, del tipo di competizione, degli altri competitori, del tipo di fondo, se piove o fa sole. Aggiunge il Nostro:Se l‟intelligenza artificiale decidesse di affrontare quest‟attività umana, occorrerebbe fornire alla macchina conoscenze di medicina veterinaria, più qualche nozione sui comportamenti delle persone che possono non esser d‟accordo [il fantino o altri] col loro principale e così via. Il problema nasce da come gestire tale immenso magazzino di dati.
527E ancora:
Ma se capitasse alla macchina di dover esaminare esplicitamente, una a uno, fino all‟ultimo, tutti i fattori aventi la possibilità d‟essere pertinenti, per determinare quali considerare e quali ignorare, non verrebbe mai a capo dei calcoli necessari per una sola corsa. D‟altra parte, se per venire a capo dei suoi calcoli, dovesse sistematicamente eliminare un certo numero di fattori, alcuni dei quali rischierebbero di essere pertinenti, riuscirebbe a fare scommesse molto peggiori di quelle di un soggetto che fosse a conoscenza delle informazioni eliminate per caso.
528Dreyfus si dilunga ancora a spiegare come qualsiasi fosse l‟espediente escogitato la macchina non sarebbe mai in grado di far previsioni migliori di quelle che fa qualsiasi scommettitore sulle corse dei cavalli.
Il nostro cervello è cablato dall‟evoluzione e dall‟esperienza per gestire un intreccio di relazioni gigantesco e siamo chiamati a scegliere il da farsi in un mondo che è «casa nostra»
529. Dreyfus cita Essere e tempo allorché Heidegger (Capitolo II, § 17) parla di come l‟autista segnala con le frecce di direzione dove andrà, aggiungendo: «Anche gli altri automobilisti, e soprattutto essi, fanno uso di questo mezzo, regolando su di esso la propria marcia. Questo segno è intramondanamenteutilizzabile nell‟ambito dei mezzi di circolazione e delle regole del traffico.»
530 Aveva ragione, poiché nell‟attenzione che mettiamo a ciò che facciamo o nella percezione di ciò che vediamo od udiamo, la nostra mente è già collocata nell‟accadibile. Nota Dreyfus:530
M.Heidegger, Essere e tempo, Milano, Longanesi 1976, p.106.531
H.Dreyfus, Intelligence artificielle. Mythes et limites, cit., p.342.532
Ivi, p.343533
Ivi, pp.346-347.534
Ivi, p.391Quando siamo "a casa nostra" nel mondo, gli oggetti dotati di senso rispetto all‟ambiente del quale viviamo, sono incapsulati nel loro contesto di riferimenti, non costituiscono affatto
un modello del mondo immagazzinato nel nostro cervello: essi sono quel mondo. 531La mente è parte del complesso di relazioni che dipendono direttamente dal fatto d‟esistere "vivendo di mondo". Ancora:
I miei progetti personali, come i miei ricordi, sono inscritti negli oggetti che mi circondano, assolutamente allo stesso titolo dei fini che si danno pubblicamente gli uomini. I miei ricordi sono inscritti nell‟aspetto famigliare di questa poltrona. I miei progetti e le mie paure sono incorporanti in anticipo nell‟esperienza che io ho di certi oggetti, di quelli che mi attirano come di quelli che cerco di evitare.
532Si qui una concezione olistica che si rifà allo spiritualismo di Heidegger e che va fuori rotta rispetto al mentale, perché incorpora erroneamente in uno stesso
medium pensieri ed oggetti di pensiero. Non a caso si scaglia contro Neisser, colpevole secondo lui di aver "scisso" l‟operazione percettiva dal mondo che deve percepire 533.Nell‟ultimo capitolo del libro Dreyfus riassume, aiutandosi anche con una puntigliosa tabulazione esplicativa di funzioni cognitive, ciò che la IA non potrà mai fare. Seguendo ancora Heidegger egli chiama
postulato metafisico dei cognitivisti «il tentativo di trattare il contesto o lo sfondo come un oggetto in sé, dotato di un proprio insieme di caratteristiche descrittive scelte preliminarmente. Questa convinzione […] è un assioma che si ritrova in tutta la nostra tradizione filosofica.» 534 Noi invece pensiamo che la tradizione filosofica (o meglio filosofale) sia strapiena di assiomi indifendibili, ma non certo nel considerare noi e il mondo ontologicamente distinti. Dreyfus sostiene molte cose giuste nella sua pars destruens per concludere disastrosamente la sua pars construens e ciò perché le sue conclusioni derivano dal secondo Heidegger, quello mistico.4.4 Ken Richardson
Le basi di partenza delle riflessioni di Ken Richardson sono incentrate sul concetto di intelligenza, sul come considerarla e ai guasti di concezioni errate di essa. È esponente di un indeterminismo che si oppone all‟idea che il cervello si costruisca su istruzioni del genoma. Sostiene poi che la "quantificazione-misurazione" dell‟intelligenza sia compito troppo complesso per essere affrontato in modo semplicistico e riduzionista. Il
quoziente di intelligenza (QI), nei modi in cui si è definito nel XX secolo, da un punto di vista epistemico ha prodotto molti danni e su esso si è costruito un mondo di valori fittizio. Il QI valuta solo una "modalità dell‟intelligenza" che si coniuga con la prontezza d‟intuito e d‟analisi e pensiamo che in tali test potrebbe funzionare meglio l‟intelletto della ragione, poiché il primo lavora "d‟intuito" e la ragione "per analisi" e questa richiede tempi che i test del QI non permettono. La velocità di risposta nei test dei QI premia le intelligenze veloci ma punisce quelle lente e riflessive.Questo il problema che si è posto Richardson in
The making of Intelligence (tradotto in italiano con Che cos’è l’intelligenza) del 1999, con una critica serrata alla tesi di un cerebrale "adattamento pregresso" risalente a centinaia di miglia di anni fa come "fatto compiuto e strutturante". Tesi che contiene due errori capitali, il primo è di pensare che l‟intelligenza sia "risposta" all‟ambiente "definita", il secondo di pensare il cervello come un «insieme di proprietà mentali stabilite» in passato, quindi innate. Da qui l‟idea che la mente sia fatta di «moduli» relativamente fissi 535. Un‟affermazione e tre domande:535
K.Richardson, Che cos’è l’intelligenza, Torino, Einaudi 1999, pp.14-16536
Ivi, p.18537
Ivi, p.21.538
Ivi, p.5.539
Ivi, p.57.540
Ivi, pp.69-72.Un neurone può ricevere contemporaneamente decine di migliaia di segnali da altri neuroni. Può questa interconnessione rivelare qualcosa riguardo alla natura dell‟intelligenza? Qualche circuito si differenzia trasformandosi in un circuito specializzato in cui è possibile localizzare i processi dell‟intelligenza? Si può davvero affermare che l‟intelligenza sta nel cervello?
536È messo a fuoco il problema centrale dell‟indagine sul mentale, che vede l‟equivoco di fantasticare di strutture cerebrali risalenti all‟
homo sapiens primitivo perché esse sarebbero incapaci di gestire l‟esistenza dell‟homo technologicus moderno. Dal momento che così non è se ne evince che i moduli fissi non esistono, né potrebbero adeguarsi all‟enorme flusso di informazioni e segnali nell‟unità di tempo. Anche per questo noi vediamo le mappe strutturali come massimamente plastiche e mutevoli, modellate dall‟esperienza e solo in piccola parte pre-formate dal genoma. Il Nostro accetta solo in parte la tersi di Jean Piaget d‟un‟età evolutiva durante la quale si crea epigeneticamente un cervello ad adattamento dinamico e preferisce quella di Semenovic Vygotsky, che vede l‟epigenesi del cervello infantile molto influenzata «dalla natura delle relazioni sociali e dagli "strumenti" sociali e tecnici mediante i quali vengono organizzate nella particolare cultura del bambino.» 537 Per Vygotsky la cultura è più importante della natura.Tornando al QI Richardson ci ricorda che da 1959 in poi i tentativi di miglioramento dei test QI suggerivano non più pochi criteri di valutazione ma una quarantina (J.P.Guilford), per arrivare negli anni ‟90 a considerare più di settanta differenti "capacità mentali" (John B. Carrol)
538. Il fattore emotivo infatti è determinante nel peggiorare le risposte e l‟insicurezza e la paura di sbagliare sono determinanti:I ricercatori non hanno individuato alcuna relazione tra il rendimento nella gestione del sistema e il QI misurato e hanno concluso che le situazioni "reali" comportano una complessità di struttura del problema, e quindi di ragionamento, che non è rispecchiato nei test per il QI. Altre indagini, comunque, hanno scoperto che un altro fattore, la fiducia in se stessi, è fortemente correlato al rendimento nella soluzione di problemi complessi.
539Per affrontare problemi complessi occorre sicurezza, ma qui possiamo domandarci: gli emotivi sono sempre anche degli insicuri? Pare che certe decisioni importanti richiedano il supporto di un‟emozione come "spinta a decidere" (lo abbiamo visto in Damasio).
Richardson pensa che il guardare all‟intelligenza come un fattore biologico dipendente da geni più o meno "buoni" è sbagliato, essa ha una probabile base biologica ma dipende dall‟ambiente e dalla cultura
540:In effetti, non sappiamo nulla dei geni che hanno a che fare con l‟intelligenza (e la cosa non ci sorprende, dato che gli studiosi non sanno con certezza che cosa sia l‟intelligenza). Tutto ciò che sappiamo per certo è
che rari cambiamenti, o mutazioni, di certi geni particolari possono sconvolgere l‟intelligenza, evidentemente in virtù del fatto che sconvolgono il sistema nel suo complesso.
541541
Ivi, pp.75-76542
Ivi, p.84543
Ivi, pp.96-97544
Ivi, p.98.545
Ivi, pp.113-114.L‟intelligenza è compromessa non solo da lesioni in aree specifiche e dal punto di vista della
mente plurintegrata tutte le otto funzioni concorrono a determinarla, nessuna esclusa, neppure la psiche che non è propriamente un‟organizzazione cognitiva. Con la nostra partizione del mentale in sostrutture, infrastrutture e organizzazioni lo pensiamo sempre in evoluzione per interazioni multiple e fluttuanti. L‟intelligenza è un processo come lo è la coscienza (già lo diceva James) e fantasticare di "geni dell‟intelligenza" per il rendimento intellettivo è una sciocchezza. Richardson ci ricorda i sapiens hanno oltre il 99% di geni in comune, il che va contro una differenza genetica tra persone super-intelligenti e quelle super-imbecilli. Tirare in ballo l‟eredità genetica per trattare dell‟intelligenza (anche relativamente ai gemelli monozigoti e dizigoti) è fuorviante:Il motivo è che i geni interagiscono tra loro e interagiscono con l‟ambiente con effetti non deterministici, di modo che è probabile che l‟esperienza di altri ambienti (e delle interazioni che ne conseguono) oltre a quelli campionati per calcolare la stima in questione [del QI] renda quest‟ultima completamente sbagliata. Il consenso, ancora una volta, indica quanto si contraddicono gli investigatori in questo settore. Quando cercano di ottenere le stime dell‟ereditabilità, devono presumere che non esistano interazioni. Quando segnalano le limitazioni delle stime dell‟ereditabilità, danno grande rilievo alla loro esistenza! Non riesco davvero a capire perché non si rendano conto anche delle implicazioni più serie di tale riconoscimento, vale a dire del fatto che se l‟ereditabilità non può predire "ciò che dovrebbe essere", per esempio gli effetti di condizioni modificate o di possibili interventi, allora è in ogni caso scientificamente inutile.
542Il problema secondo noi è che molti utilizzano il concetto di evoluzione in modo errato, tradendo con ciò sia Darwin e sia gli sviluppi corretti del darwinismo, "reificando" cose che di evoluzionistico non hanno nulla. Richardson scrive giustamente:
Il desiderio di aver la botte piena e la moglie ubriaca appellandosi a misteriose entità reificate prodotte dai geni è un po‟ una caratteristica della psicologia evoluzionistica [non di tutta, diciamo noi!]. Così, benché oggi l‟idea dei vincoli sia molto popolare, ancora non se n‟è identificato neanche uno (oltre alle ipotetiche "tendenze all‟attenzione" e ad altre "predisposizioni). […] Di fatto non vi sono prove empiriche a favore di moduli o dei vincoli in relazione a qualsiasi tipo di intelligenza umana.
543Idee teoriche e astratte presenti anche in certe tesi sul linguaggio sulla base di supposte unità elementari, i fonemi, non identificabili in modo fisso perché soggetti a diversissime «configurazioni di valori » e da «numerosissime variabili» 544.
L‟inquinamento cognitivo di tale
teorismo logicistico è purtroppo legato al loro successo di semplicizzazioni da appaiare a quelle della metafisica. Nota il Nostro:Infine, vale la pensa di sottolineare come la macchina-mente del modello computazionale sia un sistema caratterizzato da un‟obbedienza servile, adatto a esigenze ambientali fisse, e non sia affatto un‟intelligenza attiva. È una macchina "decognitivizzata", un parallelo idealistico dell‟addetto alla produzione privato di diritti cognitivi, delle "gerarchie di dominio lungo le linee automatiche", per citare le parole di John Shotter. È davvero impressionante come le descrizioni di Pinker delle gerarchie di demoni ottusi ricordino i rigidi rapporti di produzione ideali in una fabbrica, di uno stabilimento o di un ufficio.
545Il problema nasce dal non capire che il cervello produce mente e questa è un "prodotto configurazionale" estremamente complesso e mutevole, legato agli stati del corpo, alla buona o cattiva salute, all‟ambiente, ai ruoli, alle situazioni, la più parte delle quali frutto del caso. La stessa
necessità invocata dalle metafisiche la si ritrova perfettamente nei modelli mentali deterministiciproposti dai neurofisiologi riduzionisti ma soprattutto dai logici computazionalisti, i primi eredi dei meccanicismi sette-ottocenteschi, i secondi del platonismo (Platone non finisce mai di far danni!)
Richardson pensa a una mente che risponde sì all‟adattamento e alla selezione naturale in quanto il cervello è macchina biologica, ma che risponde perlopiù a sollecitazioni esogene:
Il altre parole, l‟adattamento alle varianti per selezione naturale è, esso stesso, un meccanismo per "inseguire" il cambiamento ambientale. Ma inseguire il cambiamento mediante la selezione naturale è essenzialmente una regolazione transgenerazionale: non può cambiare la forma di un individuo nella generazione presente, ma soltanto le forme che sopravviveranno, e la frequenza con cui ciò avverrà nella generazione successiva. Per tali ragioni il meccanismo può affrontare soltanto condizioni che variano con estrema gradualità e lentezza (relativamente al tempo necessario per la riproduzione della generazione successiva).
546546
Ivi, pp.125-126547
Ivi, p.126.548
Ivi, p.128.549
Ivi, p.131.550
F.Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo, Torino, Bollati Boringhieri 1998, pp.43-46.Dunque l‟«inseguimento» del mutamento ambientale sarebbe impossibile se la mente funzionasse come una macchina:
La selezione naturale come meccanismo adattativo non può fare granché riguardo ai cambiamenti che avvengono più velocemente; così è, per esempio, qualsiasi cambiamento significativo che si realizzi tra la generazione di genitori e quella della prole o qualsiasi cambiamento che costituisca una minaccia per l‟esistenza nell‟arco della vita di un individuo. Affrontare questo genere di cambiamenti richiede altro, e precisamente regolazioni intragenerazionali; la mia tesi è che il seme di ogni tipo di intelligenza sta proprio in queste regolazioni.
547La tesi è corretta, ma il Nostro tace del fatto che il passaggio dai genitori ai figli va soggetto a una lotteria genetica, dove nulla c‟è di predeterminato, sicché il
caso agisce a tutti i livelli evolutivi: nell‟incontro tra genomi genitoriali, nel rimescolamento della metà genica di ognuno, nei successivi adattamenti durante lo sviluppo del fenotipo. Egli ggiunge:Un‟altra ragione per metter in dubbio un semplice modello "istruttivo" dell‟azione dei geni è puramente logistica. Per fare un esempio, la trascrizione non regolata di tutti i geni in un colpo solo darebbe luogo a un blocco produttivo. Alcuni prodotti debbono esser disponibili prima di altri, ma non prima del necessario. È riconosciuto da molto tempo che il coinvolgimento dei geni necessita di una sincronizzazione intricata, che probabilmente si basa su un meccanismo di feedback e su segnali provenienti da molti altri fattori, compresi i prodotti già formati.
548L‟istrutttivismo riduzionistico ha fatto il suo tempo, malgrado ciò esso continua a riemergere col suo carico deterministico. Il determinismo, pur smentito ai vari livelli dell‟essere, continua ad affascinare i cercatori di certezze i quali devono credere o in un Dio-Volontà o in un Dio-Necessità pur camuffandolo sotto connotazioni materialistiche o criptandolo in palingenesi logico-dialettiche oscure. Richardson ci ricorda la possibilità di morfogenesi che determinano una «flessibilità regolata» e nessuna rigidità deterministica
549. A questo proposito ricordiamo i casi della drosofila, il moscerino della frutta, oggetto privilegiato degli studi di genetica e molto studiato da François Jacob. Ali e zampe raddoppiate, antenne sopra gli occhi, zampe al posto delle antenne e così via, fanno saltare ogni supposto "progetto di sviluppo" deterministico 550, poiché nei laboratori non si fa altro che copiare i mutamenti genetici in natura. Richardson da parte sua osserva:Lo sviluppo, non più visto come un prodotto passivo dei geni e dell‟ambiente, è stato spostato al centro della scena e considerato a buon diritto come un insieme di interazioni determinanti. […] Un‟indicazione si ha dal fatto che fino al 90% dei geni può avere una funzione regolatrice (vale a dire, soltanto il 10% dei geni è strutturale) e che fino al 90%
della struttura di un gene tipico ha una funzione regolatrice (in altre parole reagisce a segnali regolatori provenienti da qualche altra parte), mentre soltanto il 10% codifica per le proteine che contribuiscono a dare la forma del corpo. 551
551
K.Richardson, Che cos’è l’intelligenza, cit., pp133-134.552
Ivi, pp.141-142.553
Ivi, p.154.554
Ivi, p.154.555
Ivi, pp.174-180.556
Ivi, pp.181-183.557
Ivi, p.185.558
Ivi, p.186.559
Ivi, pp.232-236.L‟idea che i geni progettino e dirigano singolarmente operazioni costruttive è falso, semmai sono le infinite interazioni di un farsi
strada facendo.Oltre alle stupefacenti possibilità somatiche dei moscerini esperimenti sui furetti hanno mostrato che è possibile che si sviluppino facoltà visive in quella parte della corteccia deputata a quelle uditive
552. Richardson sottolinea che la covariazione è al centro dei frutti cerebrali e che le strutture di covariazione (o iperstrutture) sono protagoniste nel formarsi delle funzioni mentali mente 553 ed esse corrispondono grosso modo a ciò che noi abbiamo chiamato mappe strutturali. agiunge:Una rappresentazione corrente di un oggetto o di un evento è quindi una costruzione edificata sulla base dell‟esperienza precedente, un risultato dell‟interazione tra lo schema di covariazione nell‟imput corrente e quello che si ha nella rappresentazione interna dell‟oggetto o evento corrispondente.
554Il Nostro dà grande importanza alla "intelligenza sociale" a suo dire piuttosto trascurata in Occidente, mentre la cooperazione umana è potente molla di sviluppo del mentale
555. Da ciò la rilettura di Vygotsky connessa a studi recenti, per concludere che le «attività cognitive isolate» sono molto rare e che normalmente implicano le relazioni sociali, rappresentate per un bambino anche da un biberon, da un cucchiaio o da una sedia 556:Quindi l‟interazioni sociale e tutte le capacità di generalizzazione procedono di pari passo e l‟una presuppone l‟altra: le maggiori capacità di generalizzazione diventano possibili soltanto con lo sviluppo dell‟interazione sociale. Incoraggiando la formazione dei concetti, quindi, le regolazioni sociali modificano radicalmente le regolazioni cognitive e il processo libera poteri cognitivi enormi a mano a mano che i concetti si estendono in vaste reti di conoscenza.
557La socialità è importante nei processi di covariazione, anche se non ne siamo coscienti, e:
Tutto il progresso dell‟intelligenza umana, dal punto di vista storico e nello sviluppo dell‟individuo, consiste nella scoperta di un dato dominio di un nuovo strato di covariazione che interagisce con quelli già rappresentati e li condiziona.
558Egli sembra non conoscere Edelman (quanto meno non lo cita mai), ma arriva per vie differenti a conclusioni simili. L‟
interazione di nuovi strati di covariazione è ciò che Edelman chiama rientro connessionale e che noi abbiamo assunto a base delle dinamiche della mente plurintegrata.Richardson è convinto, e noi con lui, che nella formazione del mentale sia molto più importante la
cultura della natura. Questa secolare contrapposizione ha oscillato a lungo ma oggi pende a favore della prima ed egli propone anche un ripensamento dei metodi dell‟istruzione che tenga più conto di "come" funziona la mente del discente 559 e ciò vale anche per l‟organizzazione delle attività lavorative. Conclude:Tutto ciò suggerisce che nessuno può raggiungere un grosso risultato in un‟area qualsiasi del sapere senza essere immerso nelle profonde condizioni culturali e storiche da cui esso è condizionato e che determinano la forma e la
struttura di quell‟area nel periodo in questione. Senza la capacità di reagire a tale struttura, le attività cognitive dell‟individuo saranno sempre limitate alla riproduzione routinaria di alcuni suoi aspetti limitati, più che fornire contributi originali ch sviluppano trasformano l‟area e se stessi nel corso del processo.
560560
Ivi, p.240.PARTE TERZA
Pluralità di funzioni e di integrazioni. Rientri connessionali
VI. Un frutto del caso e della selezione neurale
6.1 Premessa
In quest‟indagine sul mentale ribadiamo che la vera filosofia è
amore del conoscere a-posteriori e l‟amore del sapere a-priori tipico della teologia cultuale (la religione) e di quella filosofale (la metafisica). Anche qui assumeremo come primo criterio euristico la datità sperimentale offertaci dalla ricerca neurobiologia, ma come secondo quello dell‟effettualità dei fenomeni mentali in quanto tali. Su tutto ciò il riferimento costante all‟evoluzionismo darwiniano quale guida di ogni indagine sul biologico, col caso che provoca mutazioni e la selezione che ratifica o no l‟adattamento. I cervelli degli animali sono fatti da neuroni e da loro appendici come dendriti e sinapsi o correlati molecolari come neurotrasmettitori e recettori sempre in evoluzione. Evoluzione che è un susseguirsi ininterrotto di peirasi, adattamenti e selezioni. casualità che creano nuove forme di vita ed eliminazioni per insufficienza adattativa. I neuroni sono le cellule più soggette a mutazione e selezione, come mutevoli e precari sono i loro assemblaggi, i loro raggruppamenti. le loro mappe, le loro configurazioni.A che cosa serve (o non serve) la mente? Domanda non peregrina di fronte a quelli che la vedono semplicisticamente migliorativa "a fini di sopravvivenza", poiché ciò è solo in parte corretto. L‟ontogenesi mira all‟adulto in grado di procreare, dopodiché l‟animale, ai fini biologici, diventa inutile. L‟
homo sapiens è uscito in parte da questa logica e il non più fecondo, pur privato di ragion d‟essere "per la specie", ne conserva una "per se stesso", Anzi, questa seconda ragion d‟essere non solo caratterizza i non più fecondi ma anche i prefencondi e gli infecondi: essi "valgono" come menti individuali. Questo è il tema centrale di ogni indagine seria sul mentale. L‟uomo però è animale sociale, può il per se stesso a favore del per il gruppo e c‟è una dialettica tra il sé e il noi che segna l‟esistenza. Non sappiamo se l‟enorme sviluppo della neocorteccia abbia favorito l‟insorgere del per sé o se sia stata la sua comparsa a incrementare la neocorteccia. Una mutazione casuale fa nascere dal vecchio qualcosa di nuovo e questo retroagisce (feedback) sul vecchio mutandolo. Esattamente ciò che avviene con le mappe mentali, continuamente ristrutturate da ogni nuova esperienza, pensiero, emozione, sentimento.Ciò significa forse che i cervelli umani segnano un allontanamento dalle leggi biologiche comuni agli altri animali? Orbene, col mentale siamo entrati in un area "epifenomenica" in cui compaiono sensibilità percettive ed elaborative per cui l‟animale uomo non sta più lavorando solo "per la vita" ma spesso "per altro". In questo "altro" trovano posto sia il credere, sia l‟inventare, sia il conoscere, sia l‟amare e il compatire. Per quanto l‟idea della
mente plurintegrata sia nata molti anni fa e si sia giovata nei suoi sviluppi dell‟apporto del pensiero di altri abbiamo deciso in questo capitolo di fornire una breve rassegna di cinque personaggi ai quali siamo grati. Si tratta di tre scienziati puri (Edelman, LeDoux e Linden), di uno scienziato filosofo (Boncinelli) e di uno psicologo (Donald), ma tutti legati a una concezione evoluzionistica del cervello e tutti scettici sul fisiologismo e avversari del computazionalismo. Diremo subito che Edelman tra i cinque è l‟unico che ha elaborato una compiuta teoria della mente, la Teoria della Selezione dei Gruppi Neuronali (TSGN e in inglese GNST), più spesso chiamata darwinismo neurale. Questa teoria analizza su ampia scala il cervello umano per come abbia assunto funzioni mentali per successive mutazioni e selezioni tra gruppi neurali. Noi assumiamo come validi i tre principi su cui si basa: 1°, la selezione dei gruppi neurali durante lo sviluppo del feto; 2°, la selezione esperienziale durante il corso della vita; 3°, ilrientro, il processo interattivo tra mappe cerebrali differenti
561. Ci distingue da Edelman uno spiccato distacco da certe sue tendenze deterministe che però sono irrilevanti ai fini teorici561
G.Edelman, Sulla materia della mente, Milano, Adelphi 1993, pp.130-138.562
Ivi, p.37.563
Ivi, p.39.564
Ivi, p.47.565
Ivi, pp.49-50.566
Ivi, p.54.6.2 Gerald Edelman e il darwinismo neurale
A dispetto del bizzarro utilizzo da parte di Edelman di alcuni termini che nel linguaggio comune hanno significati differenti da quelli che appioppa loro, egli resta il neurobiologo al quale siamo più legati seppur con qualche
distinguo. Iniziamo da un testo chiave come Bright Air, Brilliant fire. On the Matter of the Mind, del 1992, in cui egli riconsidera e approfondisce i suoi studi precedenti. In quanto al cervello:È materia del tutto normale, costituita cioè da elementi chimici quali il carbonio, l‟idrogeno, l‟azoto, lo zolfo, il fosforo e da alcuni metalli presenti in tracce. Quindi non c‟è nulla, nella composizione essenziale del cervello, che possa offrirci un indizio sulla natura delle proprietà mentali. Quel che c‟è di speciale è la sua organizzazione.
562Materia ordinaria dunque, che però fa cose strabilianti grazie all‟organizzazione di neuroni di tipo differente, con prolungamenti, appendici, ramificazioni, connessioni, molecole attive tutti differenti e dove «un pezzettino di cervello grande come la capocchia di un grosso fiammifero contiene circa un miliardo di connessioni.»
563Dal punto di vista anatomico il cervello si costruisce dall‟embrione epigeneticamente all‟adulto, strutturandosi in mappe che si specializzano funzionalmente. Ciò avviene in modo differenziale e dinamico e «le connessioni cambiano e si riformano»:
I principi che governano questi cambiamenti sono epigenetici, nel senso che gli eventi-chiave si verificano solo se alcuni determinati eventi hanno avuto già luogo. Si può quindi trarne una conclusione di grande importanza: i geni dell‟animale non prefissano in modo preciso le connessioni tra cellule.
564Lo sviluppo del cervello non è "istruito" se non per la successione di alcuni eventi-chiave, per il resto tutto avviene sotto il segno della variabilità, della contingenza. Aggiunge il Nostro:
Ciò non sorprende data la natura stocastica (statisticamente variabile) delle forze che governano lo sviluppo e cioè dei processi cellulari quali la divisione, il movimento e la morte delle cellule: in alcune regioni del sistema nervoso in sviluppo fino al 70% dei neuroni muore prima che la struttura di quella regione sia completata! In generale, pertanto, non possono esistere connessioni determinate in modo unico. 565
La parte più importante di un cervello, quella connessionale delle sinapsi, è totalmente indeterministica, sicché anche i gemelli monozigoti hanno cervelli "unici". Non basta, le mappe cerebrali sono instabili e variano col tempo e la percezione implica sempre l‟attività congiunta di più mappe e una molteplicità di «sottoprocessi paralleli»
566Edelman identifica l‟intenzionalità con la biologicità e quest‟asserzione segna lo iato tra la mente artificiale e il cervello, essa ha nell‟
intenzionalità e nella volontà le sostrutture che si sono auto-assemblate, mentre il computer dipende dal programmatore. I pensieri cambiano pensando e i sentimenti cambiano sentendo, ma sempre in riferimento a qualcosa di intenzionato, per questo «la differenza più grande tra gli oggetti intenzionali e quelli non intenzionali è che i primi sono entitàbiologiche.»
567 Ma «la sola presenza di cellule nervose non sembra sufficiente» a produrre il mentale, poiché esse devono presentare «una specifica morfologia.» 568 e la morfologia ha delle basi topobiologiche. Una sorta di dramma di vita e morte caratterizza i neuroni e la topobiologia (teorizzata dal Nostro nel 1988), e la dinamica del cervello implica localizzazioni successive:567
Ivi, p.61.568
Ivi, p.62.569
Ivi, p.105.570
Ivi, p.111.571
Ivi, pp.113-114.572
Ivi, p.117.573
Ivi, p.118.574
Ivi, p.119575
Ivi, pp.119-128.Si osservino le caratteristiche principali del nostro dramma: è topobiologico, cioè quel che accade dipende da dove accade e, affinché si verifichi un evento in un certo luogo, occorre che in precedenza si siano verificati altri eventi in altri luoghi; ma è anche intrinsecamente dinamico, plastico e variabile al livello delle sue unità fondamentali, le cellule. È impossibile trovare un‟identica configurazione di cellule nervose, nella stessa posizione e nello stesso momento, persino in due gemelli in due gemelli geneticamente identici. Tuttavia il quadro globale è specie-specifico, poiché i vincoli
globali cui sono sottoposti i geni sono caratteristici di una specie. Gli eventi descritti sono di natura selettiva: si tratta della selezione di alcune configurazioni di cellule da una massa variabile di cellule in base a criteri topobiologici. Ed è proprio ciò che accade nel caso del sistema nervoso. Da una parte la selezione garantisce l‟esistenza di configurazioni comuni a tutti gli esemplari di una specie, dall‟altra porta a una diversità individuale al livello delle più minute reti neurali. 569Gli eventi topobiologici sono dunque indeterministici e generano grandi differenze morfologiche quantunque alcuni processi locali si verifichino secondo un ordine temporale.
Sul rapporto calcolatori/cervelli si legge: «La visione oggettivistica del mondo è, nella migliore delle ipotesi, incompleta e, nella peggiore, del tutto sbagliata. Il cervello non è un calcolatore e il mondo non è un nastro magnetico.»
570. L‟incompatibilità è strutturale e processuale:In qualche misura, la migrazione e la morte delle cellule sono eventi stocastici, che hanno conseguenze imprevedibili al livello delle singole cellule. Questi processi statistici fanno sì che a differenza dei calcolatori, ogni cervello sia necessariamente unico […] I circuiti del cervello non assomigliano ad alcun altro circuito di tipo conosciuto. Le arborizzazioni dei neuroni si sovrappongono tra loro e si ramificano in una miriade di modi diversi. Lo scambio di segnali tra i neuroni non è affine a ciò che avviene in un calcolatore o in una centrale telefonica; assomiglia piuttosto all‟enorme aggregato di interazioni caratteristiche di una giungla. […] Il cervello contiene una molteplicità di mappe che interagiscono senza alcun supervisore e che tuttavia rendono unitaria e coesa la scena percettiva.
571Il cervello è cosa così complessa che la metafora della giungla è appropriata. Casualità e differenziazione caratterizzano l‟uno e l‟altra..
Edelman ci ricorda che il pensare evoluzionistico è in termini di popolazioni e che l‟"errore" non è negativo, come già sosteneva Mayr è la realtà stessa del biologico e l‟essenza di ciò "che evolve"
572. Aggiungeremmo solo che la selezione non opera solo su popolazioni di neuroni ma all‟interno di essi, eliminando sinapsi e creandone altre, eliminando dendriti e creandone altri. Si tratta quindi di una doppia selezione, a livello di popolazione e a livello individuale. Il Nostro vede il riconoscimento a base del «continuo adattamento o unione adattativa tra gli elementi di un dominio fisico e le novità che si presentano tra gli elementi di un altro dominio fisico più o meno indipendentemente dal primo.» 573 Precisa: «Tali sistemi selettivi, che operano in un corpo per la durata della vita, si chiamano processi selettivi somatici. Si ha quindi un sistema selettivo evolutivo che seleziona un sistema selettivo somatico!» 574 e il riconoscimento legherebbe l‟evoluzione al comportamento del sistema immunitario 575. Passa a descrivere la sua teoria del darwinismo neurale (o per esteso Teoria della Selezione dei Gruppi Neuronali = TSGN), dove il riconoscimento agiscecome un
"incontro" adattativo che non implica alcuna istruzione. Mutazione casuale e selezione adattativa sono gli unici agenti reali. 576.576
Ivi, p.129.577
Ivi, p.130.578
Ivi, p.131.579
Ivi, pp.132-133.580
Ivi, pp.133-134.581
Ivi, p.134.582 Ibidem.
Il calcolatore e il cervello sono incompatibili perché il primo opera in base a
etero-istruzioni e il secondo ad auto-variazioni 577 ponendo i fondamenti della TSGN:Partendo dall‟ipotesi che le funzioni cerebrali si formino secondo un processo selettivo, dobbiamo essere in grado di conciliare la variabilità strutturale e funzionale del cervello con la necessità di spiegare la sua capacità di categorizzare. A questo scopo ci occorre una teoria che presenti alcune caratteristiche indispensabili: deve concordare con i dati dell‟evoluzione e dello sviluppo; deve rendere conto della natura adattativa delle risposte alle situazioni nuove; deve mostrare come le funzioni cerebrali crescano in armonia con le funzioni del corpo, seguendone i cambiamenti dovuti alla crescita e all‟esperienza; deve render conto dell‟esistenza delle mappe cerebrali, della loro funzionalità e variabilità; deve spiegare come si arrivi a una risposta integrata partendo da una molteplicità di mappe e come da queste si giunga alla generalizzazione delle risposte percettive anche in assenza del linguaggio. Infine, una teoria siffatta deve render conto della comparsa, nel corso dell‟evoluzione, delle varie forme di categorizzazione percettiva e concettuale, della memoria e della coscienza.
578Da ciò tre principi evolutivi: a) la selezione neurale nella fase dello sviluppo (produttrice del
repertorio primario delle mappe funzionali); b) la selezione esperienziale (produttrice del repertorio secondario); c) il rientro di segnali tra le diverse mappe funzionali 579. Ne derivano tre processi in parallelo il più importante dei quali appare il terzo come fautore di trasformazione e complessità. Qualche dettaglio:Secondo il primo principio, selezione nella fase di sviluppo, i processi primari di sviluppo portano alla formazione delle caratteristiche anatomiche di una data specie. I livelli e le ramificazioni più sottili di questa anatomia sono, necessariamente, di un‟estrema variabilità. Le cause sono la regolazione dinamica delle CAM e delle SAM, la variabilità stocastica dei movimenti, dell‟estensione dei prolungamenti e della morte delle cellule durante lo sviluppo, e l‟accoppiamento, dipendente dall‟attività delle connessioni che è imposto alle diramazioni dei neuroni (neuriti) nella fase in cui esplorano una ragione cerebrale in sviluppo. L‟intero processo si basa sulla selezione e coinvolge popolazioni di neuroni impegnate in una
competizione topobiologica. Si definisce repertorio primario una popolazione variabile di gruppi di neuroni in una data regione del cervello, incluse le reti di neuroni che emergono attraverso processi di selezione somatica. Il codice genetico non fornisce uno schema preciso e dettagliato per arrivare alla formazione di questi repertori, ma piuttosto impone un insieme di vincoli al processo di selezione. 580Questa prima fase è diretta dai due gruppi di proteine CAM (
cell adhesion molecule) e SAM (substrate adhesion molecule) ed avviene per schemi accrescitivi senza che però ci sia qualche "da farsi" ma solo vincolai "a non fare" l‟incompatibili con lo sviluppo stesso.La
selezione esperienziale opera nel flusso dell‟esistere e dell‟esperire il mondo, percependosi come sé in rapporto ad altro:Il secondo principio della TSGN illustra un altro meccanismo di selezione che, in generale, non implica mutamenti delle configurazioni anatomiche: si suppone che, nel corso delle esperienze di comportamento, specifici processi biochimici rafforzino o indeboliscano in modo selettivo le connessioni sinaptiche. Questo meccanismo, che sta alle della memoria e di un certo numero di altre funzioni, "ritaglia" effettivamente una rete anatomica, mediante la selezione, una varietà di
circuiti attivi (con sinapsi rafforzate). Quest‟insieme di circuiti funzionali varianti si chiama repertorio secondario. 581Il sovrapporsi e intersecarsi di repertori formativi anche in cervelli già formati dà luogo a «germinazioni» di nuovi prolungamenti e nuove sinapsi.» 582
Il
rientro ((rentry)), il terzo principio della TSGN, è un "ritorno" di segnali sulle proprie tracce per creare nuove connessioni ed segna il passaggio dal cerebrale al mentale con l‟intersezione-integrazione di mappe:Questa è forse l‟ipotesi più importante proposta dalla teoria, in quanto sta alla base del modo in cui le aree cerebrali che emergono nel corso dell‟evoluzione si coordinano tra loro per dar luogo a nuove funzioni. Per espletare tali funzioni, i repertori primari e secondari devono formare mappe; queste sono collegate da connessioni a parallelismo massiccio e operanti nei due sensi. […] La segnalazione rientrante avviene lungo queste connessioni: ciò significa che, quando vengono selezionati alcuni gruppi di neuroni di una mappa, possono essere selezionati contemporaneamente altri gruppi di neuroni appartenenti ad altre mappe, diverse ma connesse alla prima dal meccanismo del rientro. Grazie alla segnalazione rientrante e al rafforzamento, in un certo intervallo di tempo, delle interconnessioni tra mappe, si ottengono quindi la correlazione e il coordinamento di questi eventi di selezione.
583583
Ivi, pp.135-137.584
G.M.Edelman – G.Tononi, Un universo di coscienza, Torino, Einaudi 2002, p.58.585
G.Edelman, Sulla materia della mente, cit., pp.138-139.586
Ivi, p.139.587 Ibidem.
Il rientro promuove l‟insorgere di nuovi pensieri, di nuovi sentimenti e di nuovi comportamenti, attiva le memorie in tutta la loro complessità. Vediamo come Edelman (con Giulio Tononi) riformula il concetto di
rientro nel 2000:Si tratta di uno scambio in atto, ricorsivo, di segnali in parallelo tra aree cerebrali reciprocamente connesse, uno scambio che coordina incessantemente nello spazio e nel tempo le attività delle loro mappe. Il rientro, a differenza dalla retroazione, implica molte vie in parallelo e non possiede associata una specifica funzione istruttiva di errore. Il rientro modifica invece gli eventi selettivi e le correlazioni dei segnali tra aree, ed è essenziale per sincronizzare e coordinare le loro reciproche funzioni. 584
Un aspetto fondamentale della TSGN è che l‟unità di selezione non è il singolo neurone bensì il
gruppo funzionale di neuroni. La ragione:I singoli neuroni o eccitano o inibiscono gli altri neuroni, mentre gruppi costituiti da entrambi i tipi di neuroni possono sia eccitare che inibire. Durante la formazione del repertorio primario, neuroni adiacenti tendono a connettersi in modo più estensivo, formando circuiti neurali nei quali il rapporto tra i due diversi tipi di neurone è variabile; in tal modo l‟attività dei neuroni in gruppo diventa riccamente collaborativa. […] Durante la formazione dei repertori secondari, il rafforzamento delle sinapsi
all’interno di queste arborizzazioni può selezionare gruppi di neuroni adiacenti e così produrre alterazioni nella frontiera del gruppo che hanno dimensioni inferiori a quelle delle arborizzazioni. In sintesi, si può dire che, in generale, nessun neurone viene selezionato singolarmente e isolatamente, che non ci sono connessioni rientranti tra un singolo neurone in una mappa e un altro singolo neurone in un‟altra mappa e che nessun neurone esibisce singolarmente quelle caratteristiche che mostra in un gruppo. 585Altro elemento importante è la
categorizzazione, che Edelman vede «incorporata nel sistema nervoso» ma sulla base di "campionamenti" percettivi che separano le diverse caratteristiche dell‟oggetto 586. Leggiamo:Si può spiegare in che modo possa avvenire la categorizzazione rifacendosi all‟attività di quella che ho definito "copia di classificazione" nel cervello: un‟unità minima composta da due mappe di gruppi neuronici, mappe funzionalmente distinte e connesse mediante rientro. Ciascuna mappa riceve
indipendentemente segnali da altre mappe o dal mondo esterno. Entro un certo periodo di tempo la segnalazione rientrante rafforza la connessione tra alcune combinazioni attive di gruppi di neuroni nelle due mappe; ciò si realizza mediante il rafforzamento e l‟indebolimento sia delle sinapsi all‟interno dei gruppi di ciascuna mappa sia delle connessioni con le fibre rientranti. 587Il rientro collega mappe anche quando captano dall‟esterno segnali indipendenti provenienti dal sistema visivo o dal tatto. Da interazioni semplici di due mappe si passa a interazioni di molte mappe che favoriscono l‟affinamento selettivo:
Questa proprietà del rientro consente ciò che ho definito sintesi ricorsiva: quel che accade non è soltanto che gli eventi si correlano topograficamente su diverse mappe senza un supervisore, ma anche che nel tempo emergono
nuove proprietà selettive, attraverso rientri successivi e ricorsivi delle mappe. 588588
Ivi, p.141.589 Ibidem.
590 Ibidem.
591
Ivi, p.142.592
Ivi, pp.143-144.593
Ivi, p.147.594 Ibidem.
595
Ivi, p.155.596
Ivi, p.160.Il rientro quale propulsore di complessità che implementa le strutture selettive stesse.
Quando i segnali di più mappe si incontrano hanno luogo modificazioni sensomotorie e ciò genera una «struttura di ordine superiore chiamata
mappa globale.» 589 Vediamo che cos‟è:Questa è una struttura dinamica composta da mappe locali (sia motorie che sensoriali) connesse da rientro multiplo e in grado di interagire con porzioni del cervello non organizzate a mappe. Tra queste vi sono parti di strutture specializzate come l‟ippocampo, i gangli basali e il cervelletto.
590Inoltre: «A causa di perturbazioni a diversi livelli, una mappa globale può ricombinarsi in maniera differente, disfarsi o essere sostituita da un‟altra mappa globale.»
591 Dunque esse si fanno e disfanno evolvendo ed adeguandosi alle esigenze dell‟organismo, quindi:La categorizzazione avviene sempre secondo
criteri di valore che regolano le funzioni corporee come il battito cardiaco, la respirazione, le risposte sessuali e quelle dell‟alimentazione, le funzioni endocrine, le reazioni del sistema autonomo. La categorizzazione si rivela nei comportamenti che soddisfano in maniera adeguata i requisiti (selezionati nel corso dell‟evoluzione) dei sistemi fisiologici da cui la vita dipende. 592Il
valore edelmanniano è l‟utile, l‟adeguato, il conforme ai fini dell‟esistenza dell‟animale:Secondo la TSGN le forze che guidano il comportamento di un animale sono quindi configurazioni di valori, selezionate per via evolutiva, che aiutano il cervello e il corpo a mantenere le condizioni necessarie alla vita. Questi sistemi vengono detti
omeostati e sono le associazioni tra moto e campionamento dei segnali sensoriali (da cui deriva il comportamento) a modificare i livelli omeostatici. 593Categorizzazioni contingenti e specie-specifiche quelle indotte dai
valori. In sostanza: «La categorizzazione non si identifica con il valore; piuttosto si può dire che essa si basa su valori.» 594Il cervello, come il sistema immunitario, è
somatico selettivo, si sviluppa in base a vincoli spaziali e crea mappe neurali strutturali insieme a sotto-sistemi capaci di creare, a loro volta, ulteriori mappe più specifiche 595. La mente plurintegrata come modello filosofico assume la TSGN come modello neurobiologico, anch‟essa teorizza la configurazione evolutiva di mappe neurali strutturali e vede nei rientri i principali motori evolutivi. Ricordiamo che molte mappe sono costantemente chiamate dalla percezione a lanciare schemi di riferimento che essa muta sicché il rientro retroagisce sulle mappe stesse. Oltre ai tre principi citati (selezione di sviluppo, selezione di esperienza, rientro) vi è un‟altra triade operativa: 1° la categorizzazione percettiva; 2° la memoria; 3° l‟apprendimento. La categorizzazione e la memoria evolvono e l‟apprendimento dipende dall‟una e dall‟altra. La memoria ha una base biochimica che varia con le sinapsi e da ciò:Sotto l‟influenza di contesti che cambiano in continuazione, anch‟esso [il cervello] cambia; nel contempo cambiano anche la struttura e la dinamica delle popolazioni neurali coinvolte nella categorizzazione originaria. […] Poiché le categorie percettive non sono immutabili e il comportamento dell‟animale le fa variare, secondo questa concezione la memoria deriva da un processo di
ricategorizzazione. 596Ma la memoria è precaria perché le continue associazioni e riassociazioni di segnali e stimoli la modificano:
A differenza della memoria di un calcolatore, la memoria cerebrale è inesatta, ma è anche capace di alti livelli di generalizzazione. L‟associazione, l‟inesattezza e la generalizzazione derivano tutte dal fatto che la natura della categorizzazione percettiva (che è una delle basi di partenza della memoria) è probabilistica. Così, non sorprende che due individui diversi abbiano ricordi diversi e ne facciano un uso così diverso.
597597
Ivi, pp.161-162.598
Ivi, p.163.599
Ivi, p.169.600
Ivi, pp.169-170.601
Ivi, p.171.602
Ivi, p.174.603
Ivi, p.174.Ci sono persone dotate o che si aiutano con tecniche mnemoniche che hanno memorie migliori, ma quella
a lungo termine resta inaffidabile. Ciò che Edelman qui non ci dice è però che oltre all‟incertezze generate dalle continue ricategorizzazioni la memoria patisce, già nella fase di formazione del ricordo, l‟influenza dell‟emotività.Nell‟elaborazione del ricordo, afferma il Nostro, la corteccia «è collegata a tre strutture che ho denominato "organi di successione", proprio perché hanno a che fare con l‟ordinamento dei segnali provenienti dal cervello. Ognuna concerne una diversa scala e un diverso aspetto dell‟ordinamento.»
598 La prima struttura memorizzatrice è il cervelletto e concerne i movimenti, la successione di essi e le loro sincronizzazioni. La seconda sono i gangli basali, che pianificano i movimenti e selezionano le risposte motorie ai differenti stimoli. Infine l‟ippocampo, collegato con mesencefalo e ipotalamo ed implicato dai centri piacere/dolore, coniuga la memoria a breve termine con quella a lungo termine. Relativamente alla concettualizzazione Edelman sostiene che non è vero che implichi il il linguaggio, poiché un‟idea non è necessariamente discorsiva:Le capacità concettuali si sviluppano, nell‟evoluzione, molto prima del linguaggio. Per quanto dipendano dalla percezione e dalla memoria, è il cervello che le
compone a partire da elementi che contribuiscono entrambe le funzioni. […] La concettualizzazione implica una mescolanza di relazioni concernenti il mondo esterno, i ricordi e il comportamento passato. 599La concettualizzazione deriva anche da mappe "della propria attività" andando così oltre gli effetti della la percezione eso-indotta con la creazione di
mappe di tipi di mappe. 600 Epi-mappe endocreate che stimolano in maniera ricorsiva altre mappe con nuove combinazioni di relazioni e categorie 601.Edelman sostiene che la
coscienza primaria è un presente ricordato e che è sempre intenzionale: «coscienza di, o riguardo a, cose ed eventi; è anche legata in qualche misura alla volizione.» 602. Noi invece distinguiamo volontà da intenzionalità e mentre egli si limita a citare l‟intenzionalità come ingrediente della coscienza e la volontà come ingrediente aggiuntivo, noi vediamo le due sostrutture quali come punti di partenza evolutivi per la nascita di memoria e coscienza, le infrastrutture. Il Nostro distingue due tipi di coscienza che chiama quella elementare primaria (noi pure) e quella complessa di ordine superiore (noi secondaria):La prima è lo stato di consapevolezza mentale delle cose del mondo, in cui si hanno immagini mentali del presente; ma non si accompagna affatto alla sensazione di essere una persona con un passato e un futuro. È ciò di cui sono presumibilmente dotati alcuni animali senza linguaggio né semantica. La coscienza di ordine superiore, invece, comporta il riconoscimento da parte di un soggetto raziocinante dei propri atti e dei propri sentimenti; incorpora un modello dell‟identità personale, del passato e del futuro, oltre al modello del presente. Rivela una consapevolezza diretta, la consapevolezza non inferenziale, o immediata, di episodi mentali senza il coinvolgimento di organi di senso o di recettori. È ciò che abbiamo noi, esseri umani, in aggiunta alla coscienza primaria: siamo coscienti di essere coscienti.
603Pensiamo immaginabile un processo a un certo stadio del quale una
coscienza del mondo esterno si può contrapporre a una coscienza di sé come "altro dal mondo", per quanto la mente nel suo complesso tenda a coniugarle in un noi col mondo. E tuttavia, "di ritorno", il noi col mondo può sempre ridiventare mondo di fronte a me nettamente distinto dall‟io, ma questo non è ancora individualità, consapevolezza della propria unicità rispetto alla generalità che nasce nell‟idema, a cui fanno capo la sfera degli affetti, dei sentimenti etici, di quelli estetici e degli entusiasmi della conoscenza e della scoperta.La
coscienza primaria secondo Edelman nasce da due insiemi di regioni cerebrali differenti. La prima è costituita dal tronco encefalico e dal sistema limbico, la seconda dal sistema talamo-corticale che riceve segnali sensoriali e li traduce in comandi ai muscoli volontari. Evolutivamente il sistema talamo-corticale è più recente del sistema troncoencefalico-limbico e si è sviluppato per adattarsi a situazioni più complesse, sapendo categorizzare oggetti e fatti a fini di apprendimento 604:604
Ivi, pp.182-184.605
Ivi, p.184.606
Ivi, pp.184-185.607
Ivi, pp.185-186.608
Ivi, pp.187-189.609
Ivi, p.190.Se la corteccia si occupa della categorizzazione del mondo e il sistema troncoencefalico-limbico dei valori (o di regolare l‟adeguamento dei valori a schemi fisiologici selezionati per via evolutiva), allora si può considerare l‟apprendimento come il mezzo attraverso il quale avviene la categorizzazione, sullo sfondo di un insieme di valori, con il risultato di un comportamento che si modifica in maniera adattativa.
605L‟apprendimento non richiede coscienza infatti riguarda animali che non rivelano comportamenti coscienti, emergendo questi solo con la
secondaria. Edelman preferisce al termine di rappresentazione quello di scena:Per scena intendo un insieme, ordinato spazialmente e temporalmente, di caratterizzazioni di eventi conosciuti e non conosciuti,
alcuni legati ad altri eventi della scena da connessioni fisiche o causali e altri senza legami di questo tipo. La capacità di costruire una scena offre il vantaggio di mettere in relazione eventi nuovi con eventi che possono essere stati importanti per l‟apprendimento nel passato, per quanto nel mondo esterno possa mancare ogni collegamento causale. Cosa ancora più importante, la relazione si può stabilire in base alle necessità dei sistemi di valore del singolo animale. In questo modo l‟importanza relativa di un evento è determinata non solo dalla sua posizione e dalla sua energia nel mondo reale, ma anche dal valore relativo che gli è stata assegnato nella storia passata dell‟individuo, in conseguenza dell‟apprendimento. È stato lo sviluppo evolutivo della capacità di creare scene a portare alla comparsa della coscienza primaria. 606Questo primo livello cosciente riguarda il mondo e lo stare in esso ed è frutto evolutivo di tre capacità: 1
a, quella di concettualizzare; 2a, quella di memoria "d‟associazione valore-categoria"; 3a, quella rientrante 607. La coscienza primaria non è ancora individuale e intenzionale per quanto generatrice di segnali che intrecciano gli esogeni e gli endogeni 608. I suoi limiti:Essa manca della
nozione esplicita o del concetto di un sé personale e non procura la capacità di modellare il passato e il futuro come parti di una scena correlata. Un animale dotato di coscienza primaria vede la stanza così come un raggio di sole la illumina; solo ciò che è all‟interno del raggio è esplicitamene nel presente ricordato, tutto il resto è buio. Ciò non significa che un animale dotato di coscienza primaria non possa essere dotato di una memoria a lungo termine e agire sulla base di questa; evidentemente può, ma in generale non può essere consapevole di tale memoria né pianificare il proprio futuro spingendosi molto in là nel tempo sulla base di essa. 609La coscienza primaria sta e, giusta la metafora del raggio di sole, coglie solo una flagranza senza sfondi (il passato) e senza orizzonti (il futuro). Il discrimine tra animali con coscienza primaria e
senza si lega alla corteccia, perciò i serpenti (in certe condizioni di temperatura) dovrebbero averla, le aragoste no. Se è così la coscienza primaria è apparsa circa trecento milioni di anni fa. 610.
610
Ivi, p.191-192.611
Ivi, p.195.612
Ivi, pp.197-198.613
Ivi, p.198614
Ivi, pp.200-201.615
Ivi, p.202.616
Ivi, p.203.617
Ivi, p.204.La
coscienza di ordine superiore secondo il Nostro precede la comparsa del linguaggio ed è fuori luogo «qualsiasi idea di dispositivi d‟acquisizione del linguaggio programmati geneticamente.» 611. Il linguaggio nasce quando diventa fisiologicamente possibile emettere suoni articolati e ciò si verifica con l‟apparire della postura eretta e il mutamento della base craniale:Questo fornì la base morfologica per lo sviluppo di un particolare anatomico che caratterizza gli esseri umani: il tratto o spazio sopralaringeo. Nei bambini questo tratto arriva al completo sviluppo quando la laringe è discesa. (Affinché un essere umano non soffochi quando mangia, si deve chiudere una fessura detta epiglottide; a differenza di quanto accade in altri animali, per gli esseri umani emettere fonemi e contemporaneamente deglutire può risultare catastrofico). All‟interno di un tale sviluppo evolutivo emersero le pieghe ventricolari del tratto vocale; la selezione interessò poi la lingua, il palato e i denti, per conseguire un controllo più completo del flusso d‟aria sulle corde vocali, il che a sua volta consente di produrre suoni articolati, i fonemi.
612Dunque è un mutamento fisiologico che ha permesso i suoni articolati e i seguito la composizione di parole e la loro organizzazione sintattica. Contemporaneamente comparvero nell‟emisfero sinistro a due aree del linguaggio, quella di Broca e quella di Wernicke, che non solo permisero la produzione e la categorizzazione delle parole, ma anche un nuovo tipo di memoria in grado di
ricategorizzare i fonemi e la loro successione, mentre i verbi arrivarono in seguito 613.Il
rientro ha avuto ruolo anche nella nascita e nell‟elaborazione del linguaggio per la semantica, che precede la sintassi e per la nuova di memoria, che «fa sì che il livello fonologico, quello semantico e quello sintattico interagiscano in maniera diretta e anche indiretta attraverso i circuiti rientranti che si formano tra queste aree della parola e quelle aree asservite alla memoria di associazioni valore-categoria.» 614 Da l‟ampliamento della concettualizzazione e insieme di elaborare, rifinire, collegare, creare e ricordare un gran numero di concetti nuovi. Aggiunge Edelman:Non corrisponde a verità che i centri del linguaggio "contengano" concetti o che i concetti "derivino" dalla facoltà della parola. Il significato emerge dall‟interazione tra la memoria di associazione valore-categoria e l‟attività
combinata delle arre concettuali e di quelle della parola. 615Per quanto la parola abbia favorito l‟evoluzione del cervello essa non era indispensabile alla comunicazione, che può avvenire anche avrebbe potuto avvenire anche a gesti come dimostra il linguaggio di muti, né esiste alcuna grammatica universale poiché la sintassi si forma per epigenesi. È il rientro che permette, a partire da un numero finito di parole, di costruire un numero quasi infinito di frasi
616 e la coscienza superiore-secondarie è «essere coscienti d‟essere coscienti», possedendo un modello per il passato e uno per il futuro. Repertori «in grado di categorizzare i processi della stessa coscienza primaria; ciò si realizza in gran parte grazie a mezzi simbolici, per confronto e per ricompensa nell‟ambito della comunicazione sociale e dell‟apprendimento.» 617 Inoltre:L‟individuo in questo modo si libera dalla schiavitù di uno schema temporale legato al momento o dagli eventi in corso che accadono in tempo reale. Il presente ricordato [la coscienza primaria] si colloca entro un quadro di riferimento che contiene il passato e il futuro. […] In questo modo diventa possibile una vita interiore basata sulla comparsa del
linguaggio all‟interno di una comunità; essa è legata a strutture percettive e concettuali, ma è altamente individuale (di fatto ha caratteristiche del tutto soggettive) e presenta anche un legame assai intimo con l‟affetto e la ricompensa.
618618
Ivi, p.206.619
Ivi, pp.214-215.620
Ivi, p.216.621 Ibidem.
622
Ivi, p.217.623
Ivi, p.230.624
Ivi, p.231.625
Ivi, p.233.La comparsa della coscienza secondaria è avvenuta rapidamente e le due coscienze, se pur differenti, sono percepite come un‟unità. Relativamente all‟attenzione e all‟inconscio Edelman nota: «Io posso non essere consapevole di ciò che ho dimenticato e rimosso, o di fattori inconsci che guidano il mio comportamento, e tuttavia mi sento come se il processo della coscienza fosse un tutto unico, almeno quando sto bene.» Ma, dal momento che una coscienza unitaria non esiste
619 perché la mistica della coscienza, «desiderio di una spiegazione universale, della conservazione della coscienza, come esperienza individuale, tempo senza fine?» 620. Spiega:Un sé umano cosciente si forma, in un modo che è piuttosto paradossale, grazie alle interazioni di natura sociale, e tuttavia è stato selezionato nel corso dell‟evoluzione principalmente per realizzare gli obiettivi di ciascun individuo biologico e soddisfarne le esigenze; dato tutto ciò forse non sorprende che, in quanto individui, si desideri una spiegazione che la scienza non può dare. Forse non sorprende neanche che si desideri l‟immortalità. Ma la nostra incapacità, come scienziati, di fornire una spiegazione della coscienza individuale non è più misteriosa della incapacità di spiegare perché c‟è qualcosa e non il nulla. Quando si è soli con la propria mente, il mistero sta nell‟immaginare com‟è che sorge proprio quella particolare mente rispetto alla propria storia personale. Siamo chiusi in se stessi.
621Per aprire la coscienza a un approccio scientifico bisognerebbe poter «costruire un artefatto dotato di strutture e di esperienze tali da consentirgli di diventare cosciente e di possedere il linguaggio» , ma i tentativi falliscono tutti perché la mente è frutto interattivo di un numero gigantesco dui funzioni differenti
622. Dal capitolo XIV si entra nell‟argomento specifico del mentale:È giunto il momento di una nuova concezione del mentale, di un modello neuroscientifico della mente. Quello che qui si propone è nuovo perché si basa, senza tentennamenti, sulla fisica e sulla biologia. Si basa anche sui concetti di morfologia evolutiva [topobiologici] e di selezione e rifiuta l‟idea che per spiegare la mente basti una descrizione sintattica delle rappresentazioni e delle operazioni mentali [cognitivismo computazionale]. Non sono il primo ad avere opinioni simili, ma nessuno le ha unificate in una sola teoria a base evoluzionistica, che colleghi l‟embriologia, la morfologia, la fisiologia e la psicologia.
623Trattare della mente in modo concreto significa tener conto del suo pluralismo strutturale e funzionale, cioè di «parecchi livelli di organizzazione e parecchi cicli interattivi»:
Il cervello, che dà origine alla mente, è un sistema complesso per antonomasia e la sua conformazione lo rende più simile a una giungla che a un calcolatore. […] Il risultato è un oggetto delicatissimo, caratterizzato da una molteplicità di livelli e di cicli interni. Dai geni alle proteine, dalle cellule allo sviluppo ordinato, dall‟attività elettrica all‟emissione dei neurotrasmettitori, dagli strati sensoriale alle mappe, dalla forma alla funzione e al comportamento, e dalla comunicazione sociale di nuovo indietro a qualsiasi di questi livelli.
624Il cervello può creare la mente e i suoi fenomeni perché, soprattutto nella corteccia (la parte evolutivamente più recente), «è un produttore di correlazioni», cioè «correla le proprietà dei segnali alle scene, dando origine alla coscienza [primaria].» La coscienza
primaria è base funzionale nei processi della secondaria e noi viviamo contemporaneamente a più livelli, essendo essa è « potente forza-guida» 625. Il cervello:A differenza di un calcolatore non ha una memoria replicativa, ha una storia ed è guidato da valori; forma categorie in base a criteri interni e a vincoli che agiscono su molte scale diverse, non mediante un programma costruito secondo una sintassi. […] La concezione cognitivistica della mente, basata su rappresentazioni computazionali e algoritmiche, non poggia su basi solide.
626626
Ivi, p.236.627
Ivi, p.248.628
Ivi, pp.249-250.629
Ivi, pp.251-252.630
Ivi, p.252631
J.Le Doux, Il sé sinaptico, Milano, RaffaelloCortina 2002, p.4.632
Ivi, p.8.633
Ivi, p.11.634
Ivi, pp.16-17635
Ivi, p.17.Secondo Edelman la biologia spiega la mente e la TSGN si basa su «selezione e variabilità nella fase di sviluppo, selezione sinaptica, accrescimento differenziale dei sistemi rientranti.». Non sono necessarie altre ipotesi
627. Il suo è dunque un realismo condizionato, dove «si deve riconoscere la possibilità che il modo in cui siamo costituiti, come prodotto di una morfologia evolutiva, limiti il nostro pensiero.» 628 Ma noi siamo "storia":La scienza è emersa nell‟ambito della storia e tenta di descrivere, con una certezza di gran lunga superiore, i confini del mondo, i vincoli che agiscono su di esso e le leggi fisiche alle quali ubbidisce. Ma tali leggi non possono sostituire la storia o i percorsi effettivi della vita degli individui. Un insieme di leggi non può sostituire l‟esperienza e non equivale di certo a un insieme di eventi. Le leggi non potranno mai descrivere l‟esperienza nella sua totalità o rimpiazzare la storia o gli eventi che si succedono nel corso effettivo dell‟esistenza dei singoli. Gli eventi sono caratterizzati da una densità che nessuna descrizione scientifica può rendere; inoltre essi sono indeterminati a livello microscopico e, stando alla nostra teoria, in una certa misura anche a quello macroscopico.
629Inoltre:
Tutto ciò potrebbe sembrare un tentativo di limitare
a priori le potenzialità della descrizione scientifica. Nulla del genere; sto solo rilevando che la scienza, anche se riuscirà a reintegrare la mente nella natura, non sarà mai in grado di descrivere in modo adeguato l‟esperienza individuale o storica. La scienza, tuttavia, dà una descrizione soddisfacente (di fatto, la migliore) dei vincoli che limitano l‟esperienza. 6306.3 Joseph LeDoux e la struttura del mentale
LeDoux offre il suo grande rigore scientifico nel darci nel suo saggio del 2002
Synaptic Self. How Our Brains Become Who We Are un‟analisi puntuale ed esaustiva di come dalle funzioni neurali-sinaptiche emerga un sé: «il tuo Sé, l‟essenza di quello che tu sei, rispecchia i pattern di interconnettività tra neuroni nel tuo cervello.» 631 A partire dunque dalle sinapsi nasce l‟identità di ognuno di noi: l‟individualità. I geni creano un embrione di individualità «sintetizzando proteine che determinano il modo in cui i neuroni si collegano gli uni con gli altri.» ma sono le sinapsi a farci ciò che siamo 632. Un‟emozione come la paura può ben nascere nell‟amigdala ma le sinapsi delle sue mappe evolvono solo provando paure 633. L‟esperienza del vivere ci fa ciò che siamo e il problema euristico per LeDoux è capire «quello che siamo» aldilà della nostra coscienza, nell‟inconscio 634. La coscienza complessa, quella del sé, è frutto evolutivo recente e l‟attività inconscia è «la regola, piuttosto che l‟eccezione.» 635 Il Nostro prende le distanze dai cognitivisti come Dennett che pensano all‟esistenza di un sé minimo elementare e di un sé narrativo complesso affermando: «la scienza cognitiva è una scienza che interessa solo una parte della mente – la partecognitiva – e non l‟interezza della mente.»
636. Orbene, la parte che essa ignora per riduzionismo o le sfugge per insipienza è proprio ciò che caratterizza non già la "generalità di sé omologhi" ma la "specificità di sé unici e irripetibili:636
Ivi, p.34.637 Ibidem.
638
Ivi, p.44.639
Ivi, p.45.640
Ivi, p.52.641
Ivi, p.65.642 Ibidem.
643
Ivi, p.66.644
Ivi, p.67.La mente descritta dalla scienza cognitiva è in grado, per esempio, di giocare perfettamente a scacchi, e può persino essere programmata per barare. Ma non è afflitta dal senso di colpa quando bara, o distratta dall‟amore, dalla rabbia o dalla paura. Né è automotivata da una vena competitiva oppure dall‟invidia e dalla compassione.
637I computazionalisti si sono inventati un cervello-macchina che non esiste, ma cercano di dimostrarci che si occupano seriamente di percezione, d memoria e di pensiero, purtroppo speculano senza aver capito il
mentale.L‟operare congiunto di percezione, memoria e pensiero è un
sé che il Nostro vede come «la totalità di ciò che un organismo è fisicamente, biologicamente, psicologicamente, socialmente e culturalmente.» 638 Necessario quindi esaminare «in che modo gli apparati cerebrali sottesi a pensiero, emozione e motivazione (la trilogia mentale) si sviluppino sotto l‟influenza della natura e della cultura.» 639 L‟individualità non è riferibile al cervello generico: «La chiave dell‟individualità, pertanto, non deve essere reperita nell‟organizzazione globale del cervello, ma nella regolazione delle reti sottostanti.» 640 La base è neurofisiologica, con processi elettrochimici, neurotrasmettitori e differenze di potenziale, ma «Il rilascio di molecole di neurotrasmettitore dal terminale presinaptico è un mezzo non un fine. Lo scopo è quello di generare una risposta elettrica nella cellula postsinaptica.» 641 L‟azione è cumulativa:L‟arrivo di un neurotrasmettitore da un solo terminale presinaptico non è generalmente sufficiente per produrre un potenziale d‟azione nella cellula postsinaptica. Solo se questa è bersagliata di molecole neurotrasmettitoriali da molti terminali presinaptici, all‟incirca contemporaneamente – cioè nel giro di qualche millisecondo – ne risulterà un potenziale d‟azione.
642Il potenziale d‟azione è come una tempesta elettrica determinata dal fatto che l‟assone è una tubo- pila, dove l‟interno è catodo (-) e l‟esterno anodo (+)
generando potenziale d‟azione e alternandolo con la propagazione della scarica 643:La sequenza completa della comunicazione tra neuroni è quindi solitamente elettrica-chimica-elettrica: segnali
elettrici, che discendono negli assoni, vengono convertiti in messaggi chimici, che concorrono a scatenare segnali elettrici nella cellula successiva. Esistono anche sinapsi attraverso cui la comunicazione tra i siti presinaptico e postsinaptico è puramente elettrica, ma la trasmissione anche chimica è la forma più comune. Pertanto, molto di ciò che il cervello fa implica una codifica dell‟esperienza da elettrica a chimica a elettrica. Per quanto possa essere difficile da immaginarsi, le conversazioni elettrochimiche tra neuroni rendono possibili tutte le meravigliose (e a volte terribili) realizzazioni della mente umana. La vostra esatta comprensione di siffatto funzionamento è, essa stessa, un evento elettrochimico. 644Dunque proteine e bassissimi potenziali elettrici prodotti chimicamente, dunque la chimica è base funzionale del cervello, sicché c‟è un abisso tra una macchina biologica "a umido" e una macchina informatica "a secco". Nota il Nostro: «Le sostanze chimiche si diffondono e le scariche si
propagano costantemente, sia durante lo stato di veglia sia durante il sonno, quando si è assorti e quando si è annoiati. In ogni istante miliardi di sinapsi sono attive.» 645
645
Ivi, p.68.646
Ivi, p.134.647
Ivi, p.264.648
Ivi, p.265.649
Ivi, p.268.650 Ibidem.
651
Ivi, p.273Le sinapsi, questi minuscoli interstizi attraverso i quali viaggiano i neurotrasmettitori nascono e muoiono, ma la morte le coglie se sono inattive e la nascita è perlopiù il frutto di una nuova esperienza. Osserva LeDoux:
Apprendimento e sviluppo sono due facce della stessa medaglia. Non possiamo apprendere prima di possedere delle sinapsi. E non appena le sinapsi cominciano a formarsi, sulla base di istruzioni intrinseche, sono suscettibili di essere influenzate dalle nostre esperienze del mondo esterno. I geni, l‟ambiente, la selezione, l‟istruzione, l‟apprendimento, tutto contribuisce alla strutturazione del cervello e alla formazione del Sé emergente attraverso la connessione delle sinapsi. Sebbene alla fine l‟estesa plasticità presente in età precoce si arresti, le nostre sinapsi non cessano di modificarsi, ma restano impercettibilmente suscettibili di cambiamento per mezzo dell‟esperienza.
646Saltiamo una lunga parte prettamente tecnica del saggio per giungere alla distinzione che LeDoux fa tra
cognizione e coscienza. L‟essere mentalmente impegnati nella lettura di un giornale è esemplare:Trascurate le altre cose che accadono attorno a voi. Ma se succede qualcosa di significativo in sottofondo, come il suono del vostro nome, smettete di leggere e vi voltate verso la persona che vi ha chiamato. Sebbene la vostra mente cosciente stesse ignorando qualsiasi cosa a parte i segnali visivi sul giornale, il vostro cervello no. Gli imput da altri sistemi sensoriali hanno continuato a essere attivamente processati, altrimenti l‟articolazione del vostro nome non avrebbe potuto interrompervi. Pertanto, cognizione e coscienza non sono la stessa cosa.
647In realtà, siccome «i processi esecutivi lavorano dietro le quinte»
648, molte aree del cervello e contemporaneamente producono uno stato mentale sulla base di stimoli neurali dinamicamente "integrati", ed anche la semplice percezione d‟un oggetto è un processo d‟assemblaggio di stimoli. Nota: «All‟assemblaggio provvede, almeno in parte, il trasferimento delle informazioni dalle regioni di processamento specifico alle aree che integrano le informazioni.» 649, per cui:L‟esperienza cosciente di uno stimolo sensoriale non è semplicemente un‟esperienza sensoriale. Generalmente esperiamo gli stimoli come delle cose significative piuttosto che come delle sensazioni grezze. […] Dal momento che le regioni prefrontali ricevono imput convergenti da circuiti sensoriali, mnestici, emozionali e motivazionali, si crede che siano capaci di compiere il complesso genere di integrazione delle informazioni (assemblaggio) che deve verificarsi nel cervello durante un‟esperienza cosciente.
650Il problema che si pongono anche i neurofisiologi, in rapporto ai fenomeni coscienti, è di spiegare quale ruolo abbia la
memoria di lavoro e se essa sia importante per generare coscienza. Molti pensano che la coscienza emerga da processi assai più complessi, implicanti molti circuiti neurali differenti. Ma anche la memoria di lavoro usa il linguaggio:Il linguaggio altera radicalmente la capacità del cervello di confrontare, contrapporre, discriminare e associare in tempo reale, e du usare queste informazioni per guidare il pensiero e il
problem-solving. La differenza tra avere memoria di lavoro non verbale e avere sia la memoria di lavoro verbale sia quella non verbale è enorme per come funziona il sistema cognitivo. 651Ciò che siamo per LeDoux è soprattutto
emozione (cioè psiche) e questo è concetto assolutamente centrale per la comprensione della mente, poiché le emozioni che accompagnano le esperienze e gli apprendimenti sono tonalità del vissuto.Per Daniel Kahneman le emozioni sono «un riflesso imperfetto di quanto è stato effettivamente esperito.» e «le persone tendono a ricordare come si sentivano alla fine di un episodio emotivo, più che il modo in cui hanno fatto esperienza dell‟intera vicenda.»
652. Riprendendo una tesi di Frederic Charles Bartlett (Remembering, 1932) aggiunge:652
Ivi, p.280.653
Ivi, p.281.654
Ivi, pp.307-308.655
Ivi, p.328.656
Ivi, p.333.657
Ivi, p.359.658 Ibidem.
659
Ivi, p.360.Le memorie sono costruzioni assemblate al momento del recupero e l‟informazione immagazzinata durante l‟esperienza originale è solo uno degli elementi usati nella costruzione; ulteriori contributi includono l‟informazione già immagazzinata nel cervello, come pure ciò che la persona sente o vede e che memorizza in seguito, dopo l‟esperienza.
653Il ricordo, in quanto emozionale, è sempre sospettabile; utile in certi casi ma sviante in altri. La paura, l‟emozione più importante, falsifica la realtà e «Il condizionamento alla paura mediato dall‟amigdala, come ho detto più volte, è una forma di apprendimento implicita, che non comporta l‟intervento della coscienza.»
654Stranamente LeDoux ignora il concetto di
intenzionalità ma lo sostituisce con la motivazione, per cui «gli obiettivi indirizzano l‟azione» e sono agenti "incentivanti" dell‟agire stesso 655. La teoria degli incentivi si presenta come alternativa alla teoria delle pulsioni, ma quelli nascono fuori e queste dentro 656. La trilogia mentale (cognizione, emozione e motivazione) si basa sulla terza:Una mente non è, come la scienza cognitiva ha tradizionalmente ipotizzato, semplicemente come una macchina pensante. È piuttosto un
sistema integrato che include, nei termini più generali possibili, reti sinaptiche dedite a funzioni cognitive, emozionali e motivazionali. Cosa ancora più importante, implica interazioni fra reti coinvolte in differenti aspetti della vita mentale. Spesso le cose cui prestiamo attenzione e che ricordiamo sono quelle per noi importanti. In simili situazioni l‟elaborazione cognitiva sarà accompagnata da un arousal emotivo. 657Impariamo pe4lopiù in modo esperienziale e non didattico, l‟emozione altera dal più al meno situazioni ed oggetti. Essendo l‟esperienza cognitiva motivata:
Dobbiamo tenere a mente l‟obbiettivo anche quando dobbiamo operare delle deviazioni. Ma il sistema deve anche essere "resettato" se lungo la strada spunta un obiettivo più importante. Ciò richiede la riallocazione di risorse cognitive, motive e motivazionali, e aggiustamenti all‟interno e tra i sistemi di elaborazione che lo compongono.
658La nostra mente fluttua tra conscio e inconscio:
Molto di ciò che noi umani facciamo è influenzato da processi che esulano dalla consapevolezza. La coscienza è importante, ma lo sono altrettanto i processi sottostanti di tipo cognitivo, emotivo e motivazionale che sono all‟opera inconsciamente.
659LeDoux riconosce la maggior utilità dei computer paralleli rispetto a quelli seriali per imitare la mente. Un computer parallelo costituito da molte unità di processamento non esegue serie uniche di
calcoli in sequenza ma più serie in parallelo a seconda del numero dei processori. Ma sia parallelismo che potenze enormi lasciano l‟abisso immutato:
Anche il cervello alle volte è stato descritto come un computer in parallelo, anche se in realtà funziona in modo diverso da un congegno multiprocessore in formato standardizzato. Il cervello è organizzato in processori (sistemi neurali) e funzionano in modo indipendente l‟uno dall‟altro (almeno in certa misura). Poiché ognuno di questi sistemi ha una specifica funzione operativa, diversi tipi di compiti possono essere eseguiti dal cervello simultaneamente, ossia in parallelo. È quest‟architettura che vi permette di masticare una gomma e passeggiare per strada, dirigervi verso la vostra destinazione mentre vi sentite felici e ripetete mentalmente il numero di telefono che un vostro amico vi ha dato un isolato più indietro, tutto mentre la vostra postura si mantiene eretta, la pressione del sangue si tiene a un livello di sicurezza, il ritmo della vostra respirazione è regolato dal bisogno di ossigeno imposto da tutte le attività in cui siete impegnati.
660660
Ivi, p.420.661
Ivi, p.421.662
Ivi, p.422.663
Ivi, p.425Frutti straordinari dell‟evoluzione comportano riduzioni e limitazioni. Per esempio l‟
homo sapiens ha la percezione delle relazioni spaziale non più in entrambi gli emisferi ma solo più nel destro, poiché il sinistro ha assunto compiti differenti 661. Un computer parallelo può evolvere solo se un omuncolo "da fuori" lo modifica, mentre il cervello si automodifica e dunque si autocrea e si autoseleziona. L‟enorme numero e la grande differenziazione delle mappe sono coinvolti: «nella funzione sensoriale, nel controllo motorio, nell‟emozione, nella motivazione, nell‟arousal, nella regolazione viscerale, nonché nel pensiero, nel ragionamento, nei processi decisionali.» 662A proposito della differenza abissale tra il cervello e le sue imitazioni informatiche LeDoux conclude:
I sistemi cerebrali, in altre parole, non sono stati progettati prevalentemente come dispositivi mnestici, la plasticità non costituisce la loro principale attribuzione funzionale. Sono stati progettati, invece, per la realizzazione di vari compiti, come l‟elaborazione di suoni o di immagini, la localizzazione del cibo, del pericolo o dei partner sessuali, il controllo delle azioni e così via. La plasticità è semplicemente una caratteristica che li aiuta a far meglio il loro lavoro.
6636.4 David Linden: imperfezione e casualità del mentale
Siamo già ricorsi a Davide Linden al § 1.1 per la chiarezza con la quale è capace di esporre i fondamenti della neurofisiologia, ora lo riprendiamo per vedere più in dettaglio l‟originalità della sua riflessione teorica. Da tempo studioso della memoria ha licenziato nel 2007 un saggio molto importante dal titolo
The Casual Mind; lo giudichiamo tale poiché nel novero dei neurofisiologi ci risulta essere l‟unico che sottolinea come l‟evoluzione del cervello avvenga in gran parte a caso. La causalità lineare dell‟istruzione genetica opera infatti in modo determinante solo nella fase prenatale, per poi lasciar posto alla causalità intricata delle mutazioni e delle differenziazioni casuali. Linden sin dall‟introduzione evidenzia l‟errore epistemologico di guardare al cervello come «uno strumento ben congegnato, un mezzo ottimizzato, il culmine assoluto della progettazione», mentre ciò :È in assoluto un‟assurdità. Per nessun motivo il cervello è progettato in maniera perfetta: è un organo del tutto caotico e raffazzonato, che, in modo sorprendente e nonostante i suoi difetti, riesce a svolgere un numero di operazioni impressionante. Ma mentre il suo funzionamento complessivo è impressionante, la sua conformazione non lo è affatto. Ancora più importante: la struttura bizzarra e inefficiente del cervello e delle su parti costitutive è fondamentale per
l‟esperienza umana. La particolare consistenza delle nostre sensazioni, percezioni e azioni deriva, in gran parte, dal fatto che il cervello non è una macchina ottimizzata per la risoluzione più efficiente dei problemi, ma al contrario un misterioso agglomerato di soluzioni ad hoc, accumulate nel giro di milioni d‟anni di storia evolutiva.
664664
D.Linden, La mente casuale, Torino, Centro Scientifico Editore 2009, p.4.665
Ivi, p.8.666
Ivi, pp.71-72.667
Ivi, p.72.Un significativo attacco alla persistente idea, metafisica e fantasiosa, di una perfezione funzionale del cervello, ma così importante per il pensiero religioso-metafisico (come lo fu il geocentrismo) che si vuole la mente umana copia della mente divina, sia essa Volontà o Necessità. Prosegue Linden all‟inizio del primo capitolo:
Il cervello non è il più innovativo computer multiuso. Non è stato congegnato in un unico atto creativo, da un genio, su un pezzo di carta bianca. Al contrario, è una struttura peculiare che riflette milioni di storia evolutiva. In molti casi il cervello ha adottato soluzioni a problemi particolari nel passato più remoto, che hanno superato i secoli e sono state riutilizzate per altri scopi o hanno gravemente limitato le possibilità di cambiamento. Nelle parole di un pioniere della biologia molecolare, François Jacob: «L‟evoluzione ripara, non costruisce dal nulla.». Ciò che più conta è che questo punto di vista non sfida solo la nozione di cervello ottimizzato. Piuttosto il riconoscimento della bizzarra struttura del cervello può fornire diverse prospettive sugli aspetti più profondi e più specificamente
umani dell‟esperienza, sia nel comportamento di tutti i giorni sia in caso di lesioni o malattia. 665Il richiamo all‟esperienza umana nei suoi aspetti emozionali e sentimentali è quanto mai opportuna, perché stabilisce un parallelo tra l‟indeterminazione delle esperienze esistenziali e quella della struttura del cervello e del suo funzionamento.
L‟imperfezione in realtà è presente già nelle funzioni più elementari come quelle sensorie. I sistemi sensori sono risultati da un coacervo di processi peiratici per tentativi ed aggiustamenti:
Ciò che spero di riuscire a spiegare in questo capitolo è che l‟immagine che abbiamo dei nostri sensi, che siano cioè messaggeri affidabili e indipendenti, ma anche dominanti e invasivi, è semplicemente falsa. I nostri sensi non sono stati costruiti per fornirci un‟immagine "accurata" del mondo esterno. Piuttosto, nel corso di milioni d‟anni di riparazioni evolutive, essi sono stati progettati per individuare e perfino esagerare alcuni aspetti e caratteristiche del mondo sensoriale e per ignorarne altri. I nostri cervelli elaborano l‟intero mondo sensoriale insieme alle emozioni per creare una versione verosimile e senza soluzioni di continuità dell‟esperienza che produce senso.
666Dunque i nostri sensi sono utili non in quanto "registratori puri" della realtà ma in quanto "registratori-aggiustatori", eliminano il superfluo, accentuano l‟importante e aggiustando il tutto in funzione di una continuità percettiva utile alla sopravvivenza. Prosegue:
I nostri sensi scelgono accuratamente ed elaborano alcuni aspetti del mondo esterno affinché noi li prendiamo in considerazione. Inoltre, non possiamo vivere l‟esperienza del mondo secondo una modalità esclusivamente sensoriale, perché in molti casi, dal momento in cui siamo consapevoli dell‟informazione sensoriale, essa si è già profondamente intrecciata con le emozioni e con le azioni che abbiamo pianificato. In parole povere: nel mondo sensoriale i nostri cervelli confondono i dati.
667A partire dall‟approssimazione dei dati, della loro incompletezza, degli aggiustamenti, delle interazioni con le emozioni e i sentimenti, se ne può concludere che la mera analisi sensoria praticata con gli strumenti della neurofisiologia è quanto meno manchevole.
Quattro i criteri evolutivi nel formarsi del cervello posti da Linden, il riciclaggio, la sovrapposizione, l‟eliminazione dell‟inutile e l‟implementazione funzionale che ne aumenta il volume:
Il cervello umano non si sviluppa mai dal nulla, piuttosto, come abbiamo visto, le nuove cognizioni vengono semplicemente sovrapposte a quelle evoluzionisticamente più vecchie già presenti. Ciò significa che il cervello deve crescere di volume di pari passo con l‟acquisizione di nuove funzionalità. Ancora più importante: il cervello è costituito
da neuroni che, nella loro conformazione, non sono sostanzialmente cambiati dai tempi delle meduse preistoriche. La conseguenza è che i neuroni sono lenti, permeabili, inaffidabili e hanno un raggio di segnalazione gravemente limitato. 668
668
Ivi, p.126.669 Ibidem.
670
Ivi, p.186.671
Ivi, p.187.672
Ivi, pp.188-189.673
Ivi, p.203.Ciò che qui si rimarca è che non sono tanto i nostri neuroni ad essere differenti da quelli delle meduse, quanto le loro differenze e quelle degli annessi e connessi, le molecole neurotrasmettitrici e quelle recettrici, i dendriti e le loro spine, le sinapsi nelle loro varietà e modalità funzionali:
Quindi, l‟unico modo per costruire un sofisticato sistema di calcolo in un cervello composto da parti così elementari è stato dar vita a un formidabile sistema di 100 miliardi di neuroni e 500 mila miliardi di sinapsi strettamente interconnessi tra loro. […] Per dare vista a una rete così vasta e deve entrare in gioco la regola, guidata dall‟esperienza, dell‟"usalo o buttalo" valida nel sistema di interconnessione.
669Abbiamo già richiamato l‟attenzione sul fatto che la mente umana non è solo una buona analizzatrice (grazie alla ragione) ma soprattutto una grande affabulatrice (grazie alla psiche). Per quanto la cultura dell‟ultimo secolo si sia molto arricchita di informazione scientifica, la maggior parte delle persone si affida all‟affabulatorio, al fantasioso e al mitizzante. Linden aggiunge: «Cercherò di convincervi che il nostro cervello è diventato particolarmente adatto alla creazione di storie coerenti e prive di lacune e che questa propensione alla creazione narrativa è parte di ciò che dispone gli uomini al pensiero religioso.»
670 Egli vede conferma di quest‟enorme capacità affabulatoria per esempio nelle persone affette da amnesia, che non ricordando "inventano" attraverso la confabulazione interiore: «In quasi tutti i casi, anche gli amnesiaci, credono nelle loro confabulazioni e giurerebbero sulle loro verità. La confabulazione nei casi di amnesia anterograda non è un processo sottoposto a controllo volontario.» 671 È dunque inconsapevolmente che ci inventiamo delle nozioni per dar senso e compiutezza alla nostra weltanschauung, a ciò che pensiamo d‟essere, al nostro vissuto pregresso.Il "dare senso" anche a ciò che non ne ha è un‟irrefrenabile tendenza affabulativa che non si limita affatto alla futilità e allo svago, ma anzi permea profondamente le questioni esistenziali e ancor più la speculazione metafisica, che è tutta "fabbricazione di senso" su base affabulatoria ma sotto forme logico-dialettiche." La funzione affabulatoria c‟è anche durante il sonno e anzi nella fase REM è attivissima:
Perché facciamo sogni
narrativi? Se lo scopo alla base di questo tipo di sogni è il consolidamento/integrazione della memoria, allora perché non percepiamo nei sogni solo sequenze isolate o flash di memoria, anziché una storia articolata e illogica? La risposta è che la funzione narrativa della corteccia sinistra non può essere disattivata, neppure durante il sonno. 672Il cervello umano è dunque predisposto evolutivamente, per ragioni "utilitarie", a inventare narrazioni "finalizzate a dare un senso al non-senso", per conseguire omeostasi psichica e gratificazione esistenziale. I miti che hanno fondano etnie e religioni sono i frutti più preziosi e valorizzati della
fantasia. Essendo il nostro cervello inadeguato nell‟accedere alla realtà vi rimedia inventandosela:Non bisogna credere che abbiamo la facoltà di pensare e di provare emozioni
nonostante la conformazione inefficiente del cervello, così com‟è stata modellata dai corsi e ricorsi della storia evolutiva. Piuttosto, siamo dotati di queste facoltà grazie a quella storia. 673Ciò significa che il nostro cervello, contrariamente a ciò che molti pensano, non si è formato per
conoscere, ma piuttosto per credere a favole utili a determinare omeostasi psichica ancorché si presentino sotto forma di equazioni matematiche. La conoscenza crea dunque sempre conflitti con la tendenza della psiche "a dar senso".6.5 Edoardo Boncinelli, il cervello e l’esistenzialità
Boncinelli nasce come fisico nucleare e diventa poi biologo, genetista e neurofisiologo, ma alla scienza accompagna vasti interessi umanistici ed è studioso e divulgatore eclettico, attento alla dimensione esistenziale. Ciò detto non sempre siamo d‟accordo con lui, a cominciare dall‟errore semantico di utilizzare gli aggettivi "fenomenologico" o "fenomenologica" per indicare una certa parte della mente e stati mentali come i sentimenti e le emozioni. Tale utilizzo è errato perché evoca la fenomenologia husserliana, che non ha nulla a che fare con la sfera dell‟
esistenziale. Consideriamo Il cervello, la mente e l’anima del 1999, dove troviamo una precisazione importante sulla quantizzazione degli impulsi nervosi. Se nella fisica noi abbiamo dei "pacchetti di energia" (quanti) nel cervello abbiamo dei "pacchetti d‟impulso" nel propagarsi dei segnali:Questa propagazione è praticamente senza perdite, poiché un impulsi si crea o non si crea, ma quando si crea può avere solo certe caratteristiche standard. Strada facendo l‟impulso non si attenua come un qualsiasi altro conduttore. Tutto quello che può succede è che al massimo può andare perduto qualche impulso, ma sempre in maniera discreta, cioè discontinua. Possono arrivare infatti 20 impulsi o 21 impulsi ma non 20,3 o 20,7 e soprattutto quelli che giungono a destinazione sono assolutamente tutti dello stesso tipo.
674674
E.Boncinelli, Il cervello, la mente e l’anima, Milano, Mondadori 1999, p.91.675
Ivi, p.112.676
Ivi, p.235.677
Ivi, pp.237-238.Gli impulsi generano ciò che il Nostro chiama
neurostati a livello basale, fasi iniziali e di bassa complessità, cui seguono psicostati nelle fasi finali ad alta complessità a livello della corteccia, 675. Abbiamo qualche dubbio che nel cervello tutto avvenga sempre dal semplice (cerebrale) al complesso (mentale) e che strada facendo elementi semplici d‟informazione si assemblino diventando complessi. Sebbene il flusso dei segnali sia univoco non lo sono le interazioni, sicché la direzione del segnale tra neurone e neurone può ben essere lineare, ma tra gruppi e gruppi di neuroni (pensiamo a Edelman) è più verosimile che ci sia multidirezionalità e magari circolarità, considerato che i rientri possono essere molteplici nell‟unità di tempo. Ma Boncinelli aggiunge:In un determinato individuo e in un determinato momento, a un neurostato corrisponde uno psicostato, ma lo stesso psicostato può corrispondere a molti, o moltissimi, neurostati diversi. Da un certo punto di vista ciò è scontato. Noi non sappiamo dire quanti psicostati possano esistere nella nostra mente, non fosse altro perché non sappiamo bene che cosa siano, ma intuiamo che il loro numero non può essere altissimo. Non ci sarebbero infatti abbastanza strumenti interpretativi. Non sappiamo dire neppure quanti possano essere i neurostati concepibili, ma è facile supporre che saranno in numero incredibilmente alto. Se consideriamo anche solo le configurazione delle singole sinapsi il loro numero è impressionante. 676
Boncinelli più avanti afferma: «Così uno psicostato ne può determinare o influenzare un altro e può produrre o modificare uno o più neurostati. C‟è un‟influenza cioè del nervoso sul mentale, ma anche del mentale sul mentale e del mentale sul nervoso.»
677 È ovvio pensare che ciò avvenga, ma vediamo come un po‟ vago l‟uso di verbi come determinare, influenzare, produrre, modificareriferita a
stati che non si capisce bene dove incidano se non si parla anche di mappe sulle quali possono agire ma anche esserne agiti. Occorre poi anche specificare quali siano i soggetti dei verbi di cui sopra, che non ci pare possano stati ma piuttosto funzioni che a volte si coniugano e a volte no.Noi pensiamo riduttivo pensare solo all‟interazione tra
stati e non a quelle a monte e a valle di essi: le funzioni che li generano (sostrutture, infrastrutture, organizzazioni. Non siamo in grado di identificare le mappe, né dove siano e come siano, siamo però in grado di capire che non ci sono interazioni senza interattori, molti e differenti, ma caratterizzati da un esistenza non così fugace com‟è quella degli stati. Boncinelli è per noi è un referente importante, che ci ha suggerito molti spunti interessanti, ma a nostro avviso egli non coniuga in modo chiaro la neurofisiologia alla psicologia e non indica neppure chiaramente ciò che le lega e ciò che le divide. Noi pensiamo che le organizzazioni (sia come risultanti dell‟interazione di mappe quanto loro generatrici) siano effettualmente evidenti reali nel nostro vissuto e vadano distinte. La ragione non produce emozioni ma ragionamenti e calcoli, poiché altrimenti sarebbe la psiche, e la psiche non può produrre ragionamenti e calcoli sennò sarebbe la ragione. Continuare a parlare della mente come una fantomatica unità che produce psicostati generici, non ci pare molto utile per capire che cosa sia la mente.Nel passare al
ragionamento e alla razionalità Boncinelli passa in rassegna abusati concetti computazionalisti dove la mente è vista come un software supportato da un hardware. Per lui la IA porterebbe in sé un paradosso computazionale molto utile: «Il paradosso deriva dalla constatazione che lo studio del computer come modello di certe funzioni mentali da un lato ci è servito a comprendere come la mente funziona, ma da un altro ci è servito a capire come la mente non funziona.» 678 Ne dubitiamo molto. Tutt‟al più la IA ci potrebbe dire qualcosa su come funziona quella ragione che ha creato i congegni produttori di IA, ma resta il fatto che un produttore di IA né ha paura di sbagliare, né spera di far giusto, né ha dubbi, né ha frustrazioni o entusiasmi. Orbene, la ragione di un uomo lavora sempre con altre funzioni, quelle che producono intuizioni, emozioni e sentimenti e che non sanno fare ragionamenti e calcoli. Boncinelli divide sì la mente in computazionale e fenomenologica, ma con l‟affermazione vista sopra lascia pensare che il modo di computare della mente animale sia assimilabile a quello della mente artificiale, il che non è, perché il nostro cervello non ragiona a 1 e 0.678
Ivi, p.246.679
Ivi, p.279.Nel fare la distinzione tra
mente computazionale e mente fenomenologica (quella esistenziale) tuttavia si chiarisce la priorità della seconda rispetto alla prima:La nostra mente fenomenologica, con la sua ricchezza di contenuti squisitamente soggettivi e privati, è infatti un
prius logico rispetto alla mente computazionale, un dato esperienziale immediato di cui ciascuno di noi ha conoscenza diretta e il larga misura immediata. 679La parte
esistenziale della mente, che noi identifichiamo con l‟idema, è vista qui come prioritaria rispetto ad ogni altra funzione mentale, anche perché si manifesta come «conoscenza diretta». Ma se nella mente umana l‟esistenzialità è un prius rispetto alla computazione, com‟è possibile sostenere che l‟informatica sia di aiuto per capirla? Si tratta di un‟aporia che Boncinelli non risolve. Ma ha comunque ragione nel vedere in essa la parte più pregnante, presente e importante del vivere reale e quotidiano dell‟homo sapiens, fatto di speranze e paure, emozioni e di sentimenti. Evoca Husserl, ma dimostra anche di non averlo studiato abbastanza, poiché nelle (Meditazioni cartesiane, §15) egli contrappone all‟io "ingenuamente interessato a mondo" e al sé l‟io fenomenologico che ne sta "al di sopra", come spettatore disinteressato, fatto di razionalità pura (proprio ciò che sarebbe l‟IA!) La riduzione eidetica che consegue all‟epoché, permette all‟io fenomenologico di mettere tra parentesi la realtà (compresa quella del proprio corpo) per accedere alle "essenze".Malgrado l‟"equivoco husserlista" Boncinelli ha una visione molto chiara della mente esistenziale e aggiunge:
Il fatto è che la nostra mente fenomenologica, e non ha senso parlare di una mente fenomenologica che non sia la nostra, coincide con il nostro mondo interiore, fatto di ricordi, sensazioni, emozioni e sentimenti che hanno un sapore e una valenza tutt‟affatto personali. Questa rappresenta il nostro vissuto personale e privato e il nostro modo di vedere e di vivere il mondo.
680680
Ibidem.681
Ivi, p.281.682
M.Donald, L’evoluzione della mente, Milano, Garzanti 2004, pp.10-11.682
Ivi, p.12.684
Ivi, p.18.685
Ivi, p.23.Il che è poi esattamente il contrario di ciò che intendeva Husserl. Più avanti però riafferma giustamente che tale mente fenomenologica (esistenziale) «è intrinsecamente insondabile». Poi definisce l‟anima alla maniera antica, come il soffio vivificante che dà un‟esistenza sia al corpo che alla mente:
Possiamo insomma definire l‟anima come il risultato della sintesi dell‟aspetto computazionale e di quello fenomenologico della mente e contenente anche una provincia necessariamente cosciente e accessibile all‟introspezione. In questo senso il concetto di anima comprende quello di mente e abbiamo già visto che , se è ragionevole assumere che la mente risieda nel nostro cervello, possiamo anche vedere l‟anima come potenzialmente coincidente con una parte rilevante del nostro corpo.
6816.6 Merlin Donald e la simbolizzazione
Tra la pletora degli psicologi che si occupano della mente Donald ci pare l‟unico che coniuga la sperimentazione con la riflessione teorica in chiave evoluzionistica. Da
Origin of the Modern Mind, del 1991:L‟essenza della mia ipotesi è che la mente dell‟uomo attuale si sia evoluta da quella dei primati attraverso una serie di grandi adattamenti, ognuno dei quali portò alla comparsa di una nuovo sistema rappresentativo. Ciascun nuovo sistema di rappresentazione successivo si è conservato intatto nell‟architettura neurale attuale: la nostra mente è quindi un mosaico delle vestigia cognitive dei primi stadi dell‟evoluzione umana. Tali vestigia evocano il principio evoluzionistico della conservazione delle prime conquiste e, almeno in teoria, sono paragonabili a molti dei nostri comportamenti residuali, come digrignare i denti per la rabbia o "ululare" per il dolore.
682Il cervello si implementa "sovrapponendo" parti e genera delle
rappresentazioni tra le quali le simboliche sono le più evolute, sicché «il nostro apparato di rappresentazione ha in qualche modo intuito l‟utilità dei simboli e li ha inventati dal nulla: in natura non esistevano simboli cui ispirarsi.».Anche la computazione è simbolica, ma non rappresentazionale né "esperienziale", solo "procedurale". Il computer non esperimenta, non crea, "sa" ciò ci ha messo dentro un programmatore, la mente esperimenta, crea simboli e "pensa". Donald si domanda: «come ha potuto l‟uomo con la sua eredità non simbolica di mammifero, arrivare a rappresentare il proprio sapere in forma simbolica?»
683 La cultura è "rappresentazionale" e la mente ne è creatrice e fruitrice, sorprende la rapidità con cui la cultura cambia in quanto l‟unicità dell‟uomo sta «non tanto nella capacità di linguaggio quanto in quella di produrre rapidi mutamenti culturali.» 684 e «le culture ristrutturano la mente, non solo in termini di contenuti specifici, palesemente determinati dalla cultura, ma anche nella sua organizzazione neurale fondamentale.» 685. Questa è pluralistica:Dunque, nel tipico modello neurofisiologico non vi è alcun elaboratore centrale di tipo fodoriano, ma vi sono solitamente parecchie regioni funzionali centrali che riescono a produrre l‟illusione di un accesso universale a imput mnestici e percettivi. Tuttavia ciascun aspetto del pensiero è l‟output di un particolare meccanismo.
686686
Ivi, p.71.687
Ivi, p.74688
Ivi, p.106.689
Ivi, pp.123-124.690
Ivi, p.178.691
Ivi, pp.179-180..692
Ivi, p,193693
Ivi, p.203.694
Ivi, pp.203-204.695
Ivi, p.205696
Ivi, pp.205-206.Meccanismi rispondenti a tre caratteristiche: «l‟encefalizzazione (dimensioni cerebrali), la localizzazione del linguaggio e la lateralizzazione (appartenenza all‟uno o all‟altro emisfero) delle funzioni cerebrali.»
687.Donald sottolinea che le funzioni cognitive sono "dissociabili" e "lateralizzabili" senza comandi centralizzati
688 e le aree del linguaggio sono nell‟emisfero sinistro per caso, come l‟emissione di suoni articolati è diventata possibile per ragioni morfologiche. Ci ricorda, evocando Philip Lieberman, che è la curvatura della base cranica a far sì che l‟uomo parli, poiché l‟angolo formato dai vari muscoli faringei è funzione di tale curvatura:Nell‟uomo il tratto vocale è caratterizzato dalla posizione estremamente bassa della laringe e alta della faringe, che forma un angolo retto con la cavità orale. La lunghezza del palato molle e la discesa della lingua e della laringe sono caratteri peculiari dell‟uomo attuale. […] La bocca dei primati, lunga e stretta, è occupata quasi completamente dalla lingua. Nell‟uomo, l‟adattamento centrale alla vocalizzazione è la posizione bassa della laringe, che lascia spazio per un complesso apparato vocale sopralaringeo capace di produrre una varietà di suoni molto maggiore.
689La morfologia ha preceduto la fonazione e questa ha permesso di trasformare i gesti in suoni.
Siccome il cervello fabbrica rappresentazioni il Nostro pensa ma Donald a una
strategia di rappresentazione: «L‟uomo biologicamente moderno, a quanto sembra, ha nella memoria numerosi nuovi sistemi di rappresentazione e il loro sviluppo potrebbe essere costituito da processi centrali sottostanti alla nostra evoluzione culturale dalle antropomorfe.» 690 I due principali tipi di memoria sono la procedurale, concernente l‟azione, e quella episodica, concernente il ricordo, ed esse «coinvolgono meccanismi neurali differenti» 691. La episodica costruisce "storie" e le comunica, ma l‟espressione verbale è tardiva: «La nostra cultura, in effetti, racchiude tuttora le vestigia della cultura mimica, nello stesso modo in cui quelle della mente mimica sono racchiuse nell‟architettura complessiva della mente dell‟uomo attuale.» 692 Il linguaggio verbale non è indispensabile:Quantunque preceda logicamente il linguaggio, la rappresentazione mimica presenta caratteristiche che vengono considerate essenziali per il linguaggio stesso e che di conseguenza hanno preparato il terreno per la successiva comparsa del linguaggio verbale. Fra le importanti proprietà di singoli atti mimici vi sono l‟intenzionalità, il generativismo, la comunicatività, il riferimento, l‟endogenesi e l‟abilità di modellare un numero illimitato di oggetti.
693L‟
intenzionalità non è linguistica perché c‟è già nel neonato che non parla ma indica col dito e il generativismo infantile "scompone" le azioni motorie in elementi-base da "ricombinare" poi in maniera differente 694. Il linguaggio mimico ha riferimento e «l‟atto rappresentativo dev‟essere distinto dal suo referente.», sicché anche i bambini distinguono un evento vero dalla sua riproduzione o simulazione. 695 L‟endogenesi mimica è abilità di modellare un numero illimitato di oggetti mimabili per rappresentarseli 696, perciò è più antica e più "biologica:La logica della biologia evoluzionistica ci offre un‟altra ottima ragione per anteporre la mimica al linguaggio nella successione evolutiva. Ogni cambiamento o variazione necessita di uno scenario appropriato che ne possa esaltare i vantaggi adattativi, pena l‟insuccesso degli individui portatori della variazione.
697697
Ivi, p.236.698
Ivi, p.237.699
Ivi, pp.238-239.700
Ivi, p.254.701
M.Donald, L’evoluzione della mente, cit., pp.255-258.Mimica come socializzatrice,dunque, ben prima del linguaggio:
La cultura mimica ebbe un successo pratico con la manifattura di strumenti e con attività socialmente coordinate quali la caccia, la gestione di accampamenti stagionali, l‟uso controllato del fuoco. Ma la sua massima importanza risiede nel modellamento collettivo, e quindi nella strutturazione, della stessa società ominide. La cultura mimica fu un adattamento stabile e riuscito, una strategia di sopravvivenza attuato dagli ominidi per più di un milione d‟anni.
698La mimica ha fondato la comunicazione e il viso dei bipedi
homo, con tendini, nervi e muscoli della faccia e delle mani ne sono stati gli strumenti fino alla discesa della laringe cha permesso l‟emissione di suoni articolati. Il linguaggio parlato oltre alle suo infinite possibilità espressive ha liberato i muscoli facciali e degli arti superiori dai gesti, sicché noi possiamo parlare nell‟immobilità o nel contempo fare lavori manuali complessi. Gli studi di Eibl-Eibesfeldt hanno dimostrato come i popoli arcaici residuali usino un linguaggio gestuale strutturato di cui c‟è ancora traccia anche in noi e uso deliberato. Noi siamo in grado di fare un‟affermazione e nel contempo demolirne la validità con un espressione degli occhi o della bocca, si può enunciare un ordine in modo duro e stentoreo ma con la mimica facciale lasciar capire che è uno scherzo.I mezzi comunicazionali vanno guardati evoluzionisticamente e non strutturalisticamente, le tecniche comunicative dall‟
australopithecus al sapiens sono mutate moltissimo e in poco tempo (appena un milione di anni), non pensare che sia stata la mimica a fondare la comunicazione verbale per Donald è errore imperdonabile per. Egli nota:Al pari degli adattamenti cognitivi precedenti, il linguaggio venne innestato su una cultura e su un‟architettura cognitiva preesistenti. Presumibilmente esso non si sostituì a ciò che già funzionava bene, ma si sviluppò in risposta a nuove pressioni selettive. Il linguaggio faceva parte di un adattamento culturale complessivo e di una più ampia architettura cognitiva. Dal punto di vista della scienza cognitiva, la sua essenza risiede nei modi in cui esso cambia le fondamentale strutture della mente.
699Le «nuove pressioni selettive» sono quelle infraspecifiche di un mondo creato dall‟uomo che ha finito per dimenticarsi ricoprire la realtà col pensante manto dei miti affabulatori, e da ciò il diventare dominatore della natura e in qualche caso suo carnefice.
L‟arco temporale dell‟antropizzazione invasiva va grosso modo dai 300.000 anni fa, con l‟estinzione l‟
erectus, sino a 50.000 anni fa quando il sapiens si è fatto sapiens sapiens. La differenza tra partenza ed arrivo è enorme:Mentre la rappresentazione mimica era limitata a episodi concreti, il pensiero metaforico è in grado di effettuare una comparazione incrociata degli episodi, derivandone principi generali e contenuti tematici. […] L‟uomo biologicamente moderno sviluppò il linguaggio in risposta alla pressante necessità di migliorare il proprio apparato concettuale, e non viceversa.
700Un apparato poco epistemico e molto affabulatore, creatore di miti assai più che di vera conoscenza, con un linguaggio dove il comando e la preghiera erano gli estremi dell‟autoreferenzialità, definendosi una circolarità uomo-uomo che mette in mora la natura.
Il Nostro ci ricorda che l‟uomo crea "simboli" assai più che"cose"
701 e rileva che «il linguaggio verbale coinvolse un complesso insieme di mutamenti, di cui le capacità verbali furono solo unaparte.»
702. Individua sei cambiamenti prodotti dalla parola: 1°, un meccanismo vocomotorio per il controllo dell‟espressione linguistica con abbassamento della laringe, elasticizzazione della glottide, modificazioni della lingua e della cavità orale; 2°, un adattamento uditivo in grado di distinguere tra "oggetti uditivi" ed "eventi uditivi"; 3° la nascita di un "loop articolatorio" (un circuito "di ritorno") dotato d‟un magazzino fonologico pronto all‟uso per la reiterazione vocale e subvocale; 4°, la creazione di un grosso repertorio vocale con decine di migliaia di unità-suono da mettere in memoria procedurale; 5°, una nuova capacità "di definizione" descrittiva e sintattica; 6°, una modellizzazione integrata atta ad analizzare il discorso nelle sue forme, nei suoi contenuti e nei suoi simboli 703.702
Ivi, p.279703 Ibidem.
704
Ivi, p.322.705 Ibidem.
706
C.Tamagnone, L’illuminismo e la rinascita dell’ateismo filosofico, Firenze, Clinamen 2008, pp.9-501.707
M.Donald, L’evoluzione della mente, cit., pp.365-366.708
K.S. Lashey, Alla ricerca dell’engramma, in: AaVv, La fisica della mente, Torino, Boringhieri 1969, pp.80-116.709
M.Donald, L’evoluzione della mente, cit., p.366-367.Assolutamente dominante noi vediamo l‟affabulazione, con copiosi parti della fantasia e la loro trasformazione in metafore "inventando" un
mondo dell’uomo che produce "invenzione del mondo" a proprio uso e consumo, in senso mitico ancor più che tecnologico: la realtà fisica diventa quella che si accorda con la verità mitica. Solo con enorme fatica e da non più quattro secoli (con Francesco Bacone e Galileo Galilei) il "mondo inventato" ha cominciato ad essere gradualmente sostituito da un "mondo osservato" e scientificamente analizzato e Donald sembra pensarla come noi relativamente ai guasti del pensiero mitico:Il primo passo in qualsiasi sviluppo della teoria [scientifica] è sempre antimitico: cose ed eventi debbono essere privati dei loro precedenti significati mitici prima di poter essere assoggettati a quella che definiamo un‟analisi teoretica "oggettiva". Di fatto il concetto di "oggettività" è proprio questo: un processo di demitizzazione.
704 […] A quanto sembra il passaggio da una modalità prevalentemente narrativa a una modalità prevalentemente analitica o teoretica ha richiesto una dilacerante trasformazione culturale. 705Una lacerazione culturale che si è evidenziata nel XVIII secolo con l‟Illuminismo, in parte poi tradita nel XIX per il ritorno mitico religioso espresso dal Romanticismo intrecciato equivocamente con l‟Idealismo
706. La cultura mitico-religiosa anche è così potente e pervasiva che c‟è da chiedersi se le moltitudini ne siano schiave o se siano le loro psichi ad averne bisogno come nutrimento omeostatico.Donald fa una distinzione tra memoria biologica (endogena) e memoria simbolica (esogena) e sostiene che accumuliamo esperienze reali ma nel contempo le cancelliamo con un potente apparato che è il
Sistema di Immagazzinamento Simbolico Esterno (SISE), per cui: «Il più importante locus della conoscenza immagazzinata è fuori, non entro i confini della memoria biologica.» 707 Se la memoria biologica di Karl Lashey creava engrammi 708 quella simbolica di Donald crea esogrammi quali elementi del SISE:Sia gli engrammi che gli esogrammi conservano tracce di esperienze passate che è possibile richiamare e utilizzare per future interpretazioni del mondo. Analogamente, esogrammi ed engrammi sono interpretabili solo dalla mente del singolo individuo, che deve fornire la base referenziale per la comprensione di quanto è stato registrato nella memoria. Gli esogrammi, tuttavia, sono intrinsecamente molto diversi dagli engrammi. Mentre questi ultimi sono dispositivi incorporati e geneticamente limitati dal formato e dalla capacità del sistema nervoso centrale dell‟uomo, gli esogrammi sono teoricamente illimitati nel formato e nella capacità. Gli engrammi non sono permanenti e nel migliore dei casi durano soltanto quanto la vita dell‟individuo, mentre è possibile fare in modo che un esogramma sia permanente e che sopravviva all‟individuo e a volte a intere civiltà.
709Gli esogrammi hanno un potere espansivo che gli engrammi non hanno:
A differenza degli engrammi, i sistemi di immagazzinamento degli esogrammi sono espandibili all‟infinito e si prestano a qualsivoglia sistema d‟accesso, di confronto incrociato fra indici, di catalogazione e di organizzazione. Essi presentano anche la massima flessibilità e possono essere riformattati infinite volte per essere utilizzati in una varietà di mezzi oppure possono essere specificamente progettati per gli scopi più diversi. Per queste ragioni un sistema cognitivo contenente esogrammi avrà proprietà di memoria molto diverse da quelle di un sistema puramente biologico. La più importante caratteristica degli esogrammi come dispositivo di immagazzinamento è la loro costante capacità di migliorare. Gli esogrammi sono
manufatti, e più precisamente sono invenzioni simboliche sottoposte a più riprese a esami, test e perfezionamenti. […] Solo negli elaborati sistemi esografici, come i resoconti storici tramandati in forma scritta o i teoremi della matematica o della fisica, si possono cristallizzare nel tempo i prodotti del pensiero, così che in futuro possano essere esaminati, modificati e nuovamente immagazzinati in un processo ripetitivo di perfezionamento. 710710 Ivi, pp.367-368.
711
Ivi, p.368712
Ivi, p.372713
Ivi, pp.374-375.714
Ivi, p.375.715
Ivi, p.385.La conclusione del passaggio è un po‟ equivoca, perché nella categoria mette insieme i simboli e le acquisizioni scientifiche, che non sono
invenzioni, ma scoperte. Sicuri manufatti sono le invenzioni simboliche od ontologiche la cui sopravvivenza dipende esclusivamente dalla "forza" di produrre credenza contro conoscenza. In questo senso gli esogrammi ricordano i memi di Dawkins. Non solo, le idee epistemicamente sbagliate spariscono in tempi brevi e non sono perfezionabili né rielaborabili, le idee metafisiche, al contrario, non spariscono mai o rivivono palingeneticamente in nuove forme.Il Nostro enfatizza però l‟
esogramma sino a renderlo sostenibile, poiché include ciò che dovrebbe escludere. Tanto più che ammette: «La loro posizione nella gerarchia di richiamo e i mezzi per accedere agli esogrammi stessi è una questione di design, in cui una convenzione viene stabilita del tutto arbitrariamente.» Aggiunge:Nell‟uomo attuale la memoria semantica ha una struttura molto fluida ma, come abbiamo già osservato, è probabile che essa sia parzialmente dovuta all‟influenza del sistema di immagazzinamento simbolico esterno, per cui la cultura tende a ristrutturare la memoria biologica dell‟individuo a propria immagine.
711La cultura crea simboli e li inculca mutando la memoria biologica in simbolica e i concetti relativi vanno a formare quel magazzino di idee convenzionali che è il SISE. Gli esogrammi hanno «mutato il ruolo della memoria biologica in diversi modi»
712 e ne sono derivate mappe mentali simbolizzanti per ridurre la realtà naturale "a propria misura". La memoria biologica quindi è piegata a quella simbolica ed è costretta ad usare «codici tematici» e «classificazioni tematiche» 713 che essa le impone. Oggi vediamo però l‟«espansione elettronica del SISE»:Attualmente molte materie scolastiche hanno in realtà lo scopo di insegnare a gestire la propria memoria: mappe, indicatori e puntatori sono tre termini mutuati dal gergo dei computer che ci aiutano a comprendere che cosa gli studenti debbano imparare. La mappa del SISE è la sua struttura complessiva: ponendo gli studenti dinanzi a una così ampia varietà di campi a livello di voci, li si familiarizza con la geografia generale della conoscenza contenuta nel SISE. Gli indicatori sono marcatori delle priorità che addestrano la memoria biologica a cogliere l‟importanza relativa di diversi item e differenti vie di accesso.
714Emerge qui un certo minimalismo teorico dei processi mnemonici che pare emarginare i fattori esistenziali.
Noi pensiamo che la memoria
a breve termine (che è anche d’uso, di lavoro, procedurale) abbia titoli per essere considerata biologica, invece Donald la vede esogena e immagina un Campo di Memoria Esterna (CME): «un circuito essenzialmente esterno per processi di pensiero organizzati, che non possiede un equivalente nella memoria biologica.» 715 Prosegue:Il processo di pensiero in sé non potrebbe aver luogo in una di queste aree tradizionali della memoria di lavoro. Gli algoritmi del pensiero come la subroutine e i comandi del linguaggio assemblatore sottostanti ai programmi di più alto livello coinvolgono diverse funzioni separate, eseguite in sequenza, ciascun stadio delle quali richiede una propria arena mentale. Le specifiche funzioni che sostengono un particolare tipo di pensiero variano secondo il compito. 716
716
Ivi, pp.385-386.717
Ivi, p.386.718
Ivi, p.388719
Ivi, p.389.720
Ivi, p.390.721
Ivi, p.413.722 Ibidem.
723
Ivi, pp.413-414.La memoria di lavoro non opera scansioni né decodifiche e né controlla atti come lo scrivere. Resta la possibilità che essa «sostenga la costruzione di un commento orale-narrativo» dei processi comportamentali del prendere appunti e abbozzare spiegazioni 717.
Alla base dell‟invenzione della scrittura il Nostro vede CME e SISE e gli sviluppi della scienza e della tecnologia avrebbero preceduto gli sviluppi della scrittura: «La scrittura e il simbolismo grafico in generale giunsero sulla scena molto dopo molto dopo alcuni dei più importanti sviluppi concettuali.»
718 e «le prime invenzioni furono pragmatiche» e senza che fosse necessaria la scrittura. Lo divenne quando l‟organizzazione sociale impose delle «registrazioni» e da quel momento «la quantità dei dispositivi simbolici visivi iniziò a moltiplicarsi» 719. Con lo sviluppo del SISE:La mente umana iniziò a riflettere sui contenuti delle proprie rappresentazioni, a modificarle e ad affinarle. L‟uomo si allontanò da un tipo di ragionamento e di
problem solving immediato e pragmatico per avviarsi verso l‟applicazione della proprie capacità alle rappresentazioni simboliche permanenti contenute nelle fonti della memoria esterna. 720La memoria
esterna, non-biologica, sia nel CME che nel SISE divenne protagonista ed elettronica e digitalizzazione l‟hanno potenziata:Tutte le forme umane di rappresentazione, dalla nostra antichissima esperienza episodica alla mimica e al linguaggio verbale fino alle più recenti capacità visuografiche, sono ora perfezionabili ed espandibili con l‟aiuto di mezzi elettronici. La mente dell‟uomo attuale è dunque una mente ibrida, una combinazione altamente plastica di tutti i precedenti elementi dell‟evoluzione cognitiva umana, permutati, combinati e ricombinati.
721Ibridazione del cervello del
sapiens che ha aperto un netto solco con quello dei suoi cugini:Finora la crescita del sistema della memoria esterna è stata molto più rapida dell‟espansione della memoria biologica e non è eccessivo affermare che noi siamo indissolubilmente legati alla nostra grande invenzione, in una simbiosi cognitiva che non trova altri esempi in natura. La memoria esterna è il pozzo della conoscenza da cui noi attingiamo, la forza motrice della nostra incessante capacità inventiva e innovativa, la fonte di ispirazione in cui le innovazioni che si succedono trovano scopo e orientamento e in cui noi custodiamo le nostre acquisizioni cognitive.
722Il SISE donaldiano è un magazzino di nozioni extrabiologiche malgrado il quale è stato possibile coniugare realtà e simbologia:
Quando i dispositivi della memoria esterna furono presenti e quando la nuova architettura cognitiva comprese un circuito della memoria esterna illimitatamente espandibile e perfezionabile, erano state gettate delle fondamenta delle future strutture teoretiche. Dobbiamo dunque ammettere il seguente corollario: nessuna spiegazione della capacità umana di pensiero che ignori la simbiosi tra memoria biologica e memoria esterna può essere considerata soddisfacente. Parimenti non può essere accettata alcuna spiegazione che non sia in grado di stabilire in modo convincente l‟ordine storico in cui l‟invenzione simbolica si sviluppò.
723Ma "quanto" l‟esterno-simbolico si integra con l‟interno-biologico? Il Nostro evoca «canali mentali al contempo rappresentativi e paralleli in grado di elaborare il mondo congiuntamente.»
724 Le rappresentazioni, infatti, non appartengono tutte a una stessa categoria immaginifica, ma a molte, tra cui quelle adattative dell‟organismo all‟ecosistema, quelle sociologiche, quelle affettive, quelle esistenziali, quelle simbolico-mitico-religiose, quelle simbolico-tecnologiche, quelle simbolico-scientifiche, quelle simbolico-artistiche. Tutte interagiscono in parallelo e alla fine i vantaggi non mancano:724
Ivi, p.414.725
Ivi, p.415.La memoria di lavoro diventa un campo [CME] del magazzino esterno liberamente accessibile [SISE] condiviso e spiccatamente selettivo. I singoli individui costruiscono e scambiano commenti narrativi e si muovono con facilità all‟interno della comune struttura mimica. E alla fine il sofisticato prodotto dello scambio verrà sviluppato, elaborato e immagazzinato all‟esterno.
725Le comunità odierne non si reggerebbero più sulla condivisione di una
weltanschauung su base mitica? Ne dubitiamo.VII. La mente plurintegrata
7.1 Introduzione e generalità
Ciò che noi diciamo
da filosofi delle funzioni mentali non è neurofisiologico, anche perché che i neurofisiologi individuino le emozioni nel sistema limbico, il linguaggio e la logica nell‟emisfero sinistro, la fantasia e la creatività in quello destro, non è rilevante per l‟indagine funzionale che andiamo conducendo. Ricordiamo che il nostro modello consta di quattro funzioni arcaiche e fondamentali (2 sostrutture e 2 infrastrutture), di un organizzazione più importante e più antica, la psiche, di una un po‟ più tarda, l‟intelletto, ed infine delle recentissime e meno importanti ragione ed idema. Questa plurifunzionalità integrata nasce dal continuo evolversi e differenziarsi (in gran parte casuale) di mappe e circuiti cerebrali più o meno sinergici. In proposito osservavamo:Ma vediamo allora nel dettaglio come stanno le cose. Il corpo ha trovato nelle attività citate soluzioni adeguate e sufficienti, ancorché lontane dall'evitare la sofferenza, il degrado fisico e psichico, la morte. La mente invece ha trovato soluzioni molto parziali alle esigenze dei suoi quattro componenti, poiché non ha potuto in alcun modo mettere fine agli assalti dell‟ignoto, all'incertezza dell'avvenire, alla relatività della conoscenza e ai cogenti limiti posti dalla necessità della
materia che ci costituisce e nella quale siamo immersi. Una delle ragioni sta certamente nel fatto che gli organi corporei possono avere sì bisogni differenziati, ma essi sono in ogni caso univoci, mentre le organizzazioni funzionali della mente hanno esigenze differenti e talvolta antitetiche non sempre facilmente conciliabili. Si potrebbero allora ipotizzare frequenti e inavvertibili conflitti a livello inconscio della psiche con la ragione e l‟intelletto oppure dell‟idema con la psiche e la ragione, tali da determinare dei sotterranei stati dissociativi, avvertibili soltanto come un momentaneo o persistente disagio, non imputabile a situazioni o fatti chiaramente oggettivabili. 726726
C.Tamagnone, Necessità e libertà, cit., pp.85-86727
B.Knutson, G.Loewenstwein e altri, Neural Prediction of Purchases, in: Neuron, 53/2007, pp.147-156.728
J.Lehrer, Come decidiamo, Torino, Codice 2009, p.166.A partire da quest‟idea della possibile conflittualità delle
organizzazioni si abbiamo cercato di capire come tale differenziazione funzionale possa però offrirsi come un‟unità pensante-senziente di nome mente. Le organizzazioni, nell‟interagire tra loro e con le altre funzioni, danno luogo a una plurintegrazione che però fluttua, è di volta in volta differente, sia per le organizzazioni coinvolte, la loro forza, il momento, il contesto.Recentemente alcuni ricercatori americani hanno svolto un‟indagine-esperimento tra un certo numero di studenti alle prese con la decisione d‟acquisto di un oggetto di consumo. Ebbene, anche in un caso come questo, di totale irrilevanza esistenziale, sono emersi conflitti mentali non trascurabili
727 di cui dà conto Jonah Leher in termini neurofisiologici in Come decidiamo:Mentre lo studente decideva se comprare o meno una cosa, gli scienziati ne visualizzavano l‟attività cerebrale. E scoprirono che quando il soggetto vedeva un prodotto, il suo
nucleus accumbens (NAcc) si accendeva. L‟NAcc è un componente cruciale del circuito dopaminergico della ricompensa, e l‟intensità della sua attivazione è un riflesso del desiderio per l‟oggetto. […] Ma poi arrivava il prezzo. Quando il soggetto dell‟esperimento vedeva il costo del prodotto, l‟insula e la corteccia prefrontale si attivavano. L‟insula scatena dei sentimenti avversivi ed è stimolata da cose come l‟astinenza da nicotina e le immagini di persone che soffrono. In generale cerchiamo di evitare tutto ciò che eccita la nostra insula. E questo include la spesa di danaro. 728Su questa base:
Gli scienziati ipotizzarono che la corteccia prefrontale si attivasse perché quest‟area razionale stava facendo i suoi calcoli, così da stabilire se il prodotto fosse un buon affare. Durante, l‟esperimento la corteccia prefrontale si attivava soprattutto quando il costo dell‟articolo era significativamente più basso del normale. […] Se la negatività dell‟insula superava le sensazioni positive generate dal NAcc, allora il soggetto sceglieva di non comprare l‟articolo. Quando invece l‟NAcc era più attivo dell‟insula o la corteccia prefrontale era convinta di avere di fronte un buon affare, il prodotto in questione diventava irresistibile. Il dolore della spesa non era paragonabile alla gioia di possedere qualcosa
di nuovo. […] L‟emozione che sentite più intensamente, qualunque essa sia, detta le vostre decisioni d‟acquisto. È come un tiro alla fune emozionale.
729729
Ivi, p.167730
Ivi, p.174.731
Ivi, pp.174-175.Scopo dell‟esperimento constatare se, in base alle reazioni dei soggetti, fosse possibile prevedere che cosa avrebbero acquistato (e quasi sempre i ricercatori lo avevano capito). Siamo di fronte a un caso estremamente semplice di conflitto mentale, ma che lascia immaginare cosa capita nei casi complessi.
La ricerca ci dice anche che la corteccia prefrontale, considerata area "della ragione", si attivava quando il costo dell‟articolo era molto basso indipendentemente da ogni altra considerazione: ciò è contro la ragione! La scelta del basso prezzo è abbastanza spesso vittoria dell‟irrazionalità, razionalità ci sarebbe stata solo nel caso che il soggetto fosse già perfettamente informato sulle qualità dell‟oggetto, il che non era. Buona parte delle nostre decisioni sono frutto della
psiche non della ragione, ed anche le localizzazioni tanto care ai neurofisiologi vanno prese con cautela. Se i conflitti tra organizzazioni (nell‟esempio tra ragione e psiche) si generano in aree contigue o identiche già per decisioni banali, sicuramente si allargheranno di fronte a problemi più complessi come quelli che concernono l‟esistenzialità.L‟
esistenzialità si lega in buona parte a una weltanschauung quale orizzonte di riferimento dove va a collocarsi una mente, esso può essere metafisico o antimetafisico, ovvero religioso o ateo. Una weltanschauung può essere definita o indefinita, certa o incerta, soddisfacente o insoddisfacente, consolatoria o inquietante, gratificante o desolante. Ciò dipende da più fattori, dal patrimonio genetico, dall‟imprinting infantile, dall‟educazione, dal vissuto esperienziale e dalle credenze acquisite (o inculcate?). La cultura scientifica tende a rendere molto più complesse le nostre mappe strutturali e ciò significa che non diventa più facile vivere ma semmai più difficile (problemi economici a parte). I conflitti interiori diventano più probabili nella misura in cui le organizzazioni minori (intelletto, ragione e idema) non si allineano alla psiche. Lo stesso Lehrer (sicuramente seguace di Damasio) più avanti nota:Sentirsi sicuri è una bella sensazione: la certezza è confortante. Questo desiderio di avere sempre ragione è un pericoloso effetto collaterale della presenza di tante aree cerebrali dentro la testa. Il pluralismo neurale è una virtù preziosa – la mente umana non può analizzare qualsiasi problema da svariati punti di vista – ma ci rende anche insicuri. Non sappiamo mai a quale area cerebrale dobbiamo obbedire. Non è facile prendere una decisione quando nella nostra mente ci sono tutte queste parti in competizione.
730A parte il «prendere una decisione» che parrebbe qui venire da un
io quale "spettatore" (mentre invece ne è attore), si coglie qui un‟evocazione del pluralismo funzionale.Che «il fascino della certezza sia radicato nel cervello» è perché la psiche è l‟organizzazione dominante e la certezza è la condizione prima della sua omeostasi. Lehrer ci ricorda che lo
split brain (il cervello diviso), prodotto dall‟asportazione del corpo calloso che collega i due emisferi, ha conseguenze importanti e cita un esperimento di Michael Gazzaniga riportato ne Il cervello sociale:Ai due emisferi vengono mostrate velocemente delle immagini […] Per esempio il campo visivo destro vede l‟immagine di una zampa di gallina e il campo visivo sinistro vede la foto di un vialetto innevato. Al paziente vengono quindi mostrate altre immagini tra cui scegliere quella più pertinente alla precedente. In preda a un‟indecisione tragicomica, le mani del paziente con
split-brain indicano due oggetti diversi. La mano destra indica una gallina (associata alla zampa vista nell‟emisfero sinistro) mentre la sinistra sceglie un badile (l‟emisfero destro vuole spalare il vialetto). 731I due emisferi scollegati "vedono differente" ma i pazienti giustificano il veduto elaborando una rappresentazione plausibile e completa di ciò che hanno visto. Uno ha risposto: «Ah, è facile. La zampa di gallina va con la gallina e ci vuole il badile per pulire il pollaio.» Ma nessun pollaio era
stata mostrato! Egli coniugando badile e gallina concludeva che il pollaio "doveva esserci". Non solo i due emisferi vedono differente, ma anche che le mappe strutturali che stanno di qua e di là non hanno più alcuna possibilità di "integrarsi" dopo lo
split mancando il ponte informazionale del corpo calloso. Eppure le mappe restano perfettamente funzionanti, ma non più integrate. Il cervello "si mappa pluralisticamente e per integrazione" assemblando neuroni in moltissimi modi differenti, poi, esperendo vita, si modificano ognuna per proprio conto entro gruppi funzionali organizzati, che "lavorano insieme" a volte sì e a volte no.L‟aggettivo
plurintegrata è inclusivo di plurifunzionale. Delle otto funzioni che abbiamo individuato quattro sono in comune con altri mammiferi: le due sostrutture (intenzionalità e volontà) e le due infrastrutture (coscienza e memoria), evolutivamente apparse un po‟ più tardi. Le prime due caratterizzano animali dalle lumache in su, le altre due mammiferi di grossa taglia e specialmente primati. Le ultime quattro, le organizzazioni, sono tipiche dell‟homo sapiens. Interagenti tra loro e con le altre quattro formano mappe che emettono schemi in occasione di attività percettive. Questi però possono essere modificati dai percetti e rientrare nelle mappe per aggiornarle, potendo quindi esser visti come "alimento" delle mappe che costituiscono un‟organizzazione. Le informazione sono bidirezionali, vanno e vengono, stabiliscono riferimenti e confronti in processi di andata e ritorno con alternanze esogeno-endogeno..In termini informatici potremmo dire che gli imput sono
effettuali nella percezione prima, si confrontano con gli output nello schema dopo, e questo, rientrando, può retroagire sulle mappe per modificarle. Il concetto di rientro e quello di integrazione sono due pilastri nello studio del mentale. Konrad Lorenz nel capitolo VII (Le radici del pensiero concettuale) del suo L’altra faccia dello specchio, intitolava il § 1 proprio Le funzioni parziali integrate, sostenendo:Come abbiamo già avuto occasione di dire il sistema superiore è così poco deducibile dai sistemi parziali inferiori preesistenti quanto un animale superiore lo è lo è dai suoi progenitori più evoluti. Meno ancora è possibile però dedurre dalla conoscenza delle funzioni parziali quelle nuove prestazioni, destinate a fare veramente epoca, che sono derivate, come proprietà sistemiche specifiche, dall‟unità prodottasi in conseguenza della loro integrazione: le facoltà del pensiero concettuale e del linguaggio discorsivo, dell‟accumulazione di sapere sovra individuale, della previsione delle conseguenza delle proprie azioni e, con ciò, dall‟elaborazione di una morale responsabile.
732732
K.Lorenz, L’altra faccia dello specchio, cit.pp.196-197.733
E.Boncinelli, Il male, cit., p.39.La mente si è formata per
accumulo di funzioni parziali poi integrate in una mente plurintegrata analizzabile solo in parte nelle "funzioni parziali" perché noi percepiamo di solito sintesi intellettiva tramite la coscienza. La mente non è unitaria se non per metafora e già a livello sostrutturale sappiamo bene che cosa siano l‟intenzionalità e la volontà nel nostro approccio a un oggetto esterno. Così come sappiamo perfettamente che la coscienza (nel senso di consapevolezza) è strumento per conoscere sé e il mondo ed integrare quello in questo, si devono inoltre distinguere i comportamenti reattivi, istintuali e irrazionali, da quelli intellettivi e razionali.Le funzioni della nostra mente lavorano in direzioni differenti che possono avvicinasi o allontanarsi e in questo caso ci sono conflitti che ignoriamo ma dei quali percepiamo come effetti disagio, irritazione e stress. A questo proposito è interessante un‟osservazione di Boncinelli, anche se lui chiama genericamente
istinti ciò che noi chiamiamo psiche:Non è che non abbiamo istinti, in sostanza, ma questi sono costretti quasi sempre a fare i conti con l „azione bloccante o inibente della corteccia e quello che noi osserviamo è sempre solo il risultato finale di tale negoziazione, come capita, del resto, con ogni moto che viene dal profondo del nostro essere.
733Egli qui pensa all‟inconscio freudiano e vede come "profonda" la base istintuale che è nella psiche. In realtà la «negoziazione» di cui egli parla, vede più spesso la psiche inibire le decisioni razionali piuttosto che la ragione inibire gli istinti.
Le altre tre organizzazioni sono deboli, poiché l‟
intelletto concerne le nostre capacità d‟intuito e d‟immaginazione, la ragione la logica e il calcolo, l‟idema gli affetti e i sentimenti, tutte facoltà che poco concorrono a darci sicurezza e gratificazione. L‟ultima è la più specificamente umana e la più inutile, si identifica con gli stati d‟animo in cui esperiamo abmozioni estetiche, etiche, gnoretiche e infine dhianasiche, quelle concernenti la comunione con la natura in un abbraccio panico. La mente plurintegrata si connette al pluralismo ontologico e al dualismo antropico reale. Il primo avanza l‟insostenibilità della tesi che la materia sia l‟unica realtà, perché esperiamo stati d‟animo non riducibili ad essa. Il referente di ciò lo vediamo in ciò che abbiamo chiamato aiteria, di cui facciamo esperienza con l‟idema. Il dualismo esperienziale umano (già trattato a suo tempo in Necessità e libertà) significa che mentre la materia "ci necessita" e pone limiti e vincoli, l‟aiteria ci rende liberi da essa e ci offre nuovi orizzonti. E tuttavia, a scanso di equivoci di marca metafisica, l‟aiteria non è affatto una meta-materia, né una sub-materia e né una sur-materia, ma qualcosa che ci ricorda ciò che è stato chiamato spirito non in senso metafisico.Vediamo l‟
aiteria, ontologicamente, come una sorta di infra-materia, alla materia compresente e immanente, al margine di essa; possiamo pensare che i componenti della materia abbiano una sorta di alone di aiteria che li avvolge senza ridurvisi. L‟aiteria "riveste" ma anche " abita" e "sta dentro" gli oggetti e i fenomeni come un "inquilino" e tuttavia, onticamente, l‟aiteria (esattamente come la materia) non esiste. È solo la parola insiemale con cui indichiamo la pluralità degli aiteri che permettono di nominarla, così come la materia è fatta di materie, cioè di cose e fenomeni. D‟altra parte il linguaggio spesso serve solo ad intenderci, non a concettualizzare. La mente plurintegrata ha altri padri oltre a chi scrive, ma il referente principale resta Gerald Edelman Ci si può domandare il perché di un ennesimo modello della mente che va ad aggiungersi alla pletora di quelli sfornati nell‟ultimo mezzo secolo da filosofi, psicologi e neuroscienziati in quel magazzino concettuale che chiamiamo scienze cognitive. Il nostro intento è di fornire una visione pluralistica e dinamica della mente che renda comprensibili le modalità con cui lavora.Non pensiamo affatto che le funzioni mentali siano slegate alla corporeità, non solo c‟è assoluta contiguità mente-corpo ma vasto e reciproco coinvolgimento, basti pensare a come un certo sentimento possa modificare i tratti del viso, il colore della pelle, la postura, ecc. Il modello da noi proposto assume a proprio fondamento non tanto la
causalità dei fenomeni mentali (sempre molto dubbia) quanto la loro effettualità (quasi sempre evidente), cioè i modi con cui ognuno di noi avverte i fenomeni mentali come esistenza reale. Alla base dei fenomeni mentali c‟è la percezione nelle sue varie forme, attraverso i cinque sensi presi singolarmente e coniugati, senza dimenticare che le funzioni sensorie più elementari sono nate nel cervello dei rettili e che il rettiliano è progenitore di quello degli uccelli e del nostro. I rettili infatti hanno già volontà e intenzionalità sostrutturali come noi, ma le sostrutture non fanno una mente. Perché ci sia esistenza, accumulo d‟esperienza, deduzione dei dove, come, che cosa e perché esistiamo in un mondo, ci vogliono infrastrutture più evolute, una memoria pluralistica e una coscienza che fornisca prima il senso del sé e poi un‟individualità.È verosimile che la
coscienza (la primaria) sia apparsa molto più tardi della memoria nell‟evoluzione del cervello animale, mentre la secondaria appare solo con l‟homo sapiens grazie all‟integrazione dapprima con la sola psiche, poi anche con l‟intelletto e infine con la ragione e l‟idema. Possiamo immaginare un flusso diffusivo con le infrastrutture che permeano le mappe delle organizzazioni in una globalità mentale dominata dalla psiche, verosimilmente già presente nell‟homo erectus. Nell‟australopithecus non è improbabile lo sdoppiamento in un istinto reattivo (che avrebbe poi portato alla psiche) e di un istinto intuitivo quale antesignano di un molto più tardo intelletto (sicuramente presente nell‟erectus. Le due ultime organizzazioni sono poco importanti, ma significative per la qualità del pensare e del sentire del sapiens moderno. Della ragione, produttrice di pensieri e coniugazioni di pensieri di tipo analitico, computazionale, induttivo e deduttivo, non c‟è molto da dire. L‟idema, come nucleo dell‟individualità, è cosa più difficile da definire: è insieme di sensibilità, tutte umane, concernenti l‟etica, l‟estetica, la scoperta e la conoscenza fini a se stesse, l‟empatia con la natura. Essa è come un‟antenna protesa oltre la materia,capace di captare i segnali di un secondo
reale (l‟unico su di noi "effettuale") tra i molti reali che ipotizziamo.Vi sono alcuni concetti storicamente associati a quello di mente. Iniziamo dal
pensiero, molto abusato dai metafisici. Orbene, esso riguarda la mente in generale quindi a tutte le otto funzioni, e qualcosa di pensante forse c‟è persino nella pancia. Le sostrutture pensano per quanto a livello elementare, poiché sia il volere e sia l‟intenzionalità trovano espressione compiuta solo nel pensiero. Anche una rana probabilmente pensa prima di saltare nell‟acqua o di uscirne. Il linguaggio come comunicazione discorsiva è implicato in almeno sei delle otto funzioni, non nelle sostrutture perché per intenzionare un atto, dirigerlo su un oggetto preciso, così come voler qualcosa o dare il via! per un‟azione non è necessario né formularlo né comunicarlo. Altro termine è desiderio, esso è una forma molto evoluta e complessa della volontà primordiale come lo è anche l‟attenzione. In quanto a ciò che è chiamato intelligenza, pensiamo la si possa vedere come la risultante dell‟interazione-integrazione tra le quattro organizzazioni.Edelman e Tononi nel loro
Un universo di coscienza affermano che l‟integrazione e la differenziazione sono i due aspetti salienti del mentale e il rientro è il fenomeno più importante per l‟implementazione delle mappe e scrivono: «Le attività neurali sottese alla coscienza possono esser integrate e al contempo differenziate attraverso interazioni rientranti lungo le fibre reciproche che connettono le regioni del cervello.» 734 Più avanti: «La variabilità è fondamentale per la differenziazione e la varietà degli stati di coscienza.» 735 Al capitolo 10° del libro essi si soffermano a lungo sul concetto di integrazione in connessione con quello di rientro, scrivendo che l‟integrazione è aggregazione funzionale e che un aggregato funzionale, in quanto integrato, non può più essere completamente scomposto «in componenti indipendenti o quasi indipendenti.» 736 Ciò significa che i prodotti della plurintegrazione sono "storici" e in quanto tali irripetibili, ma anche che l‟evoluzione della coscienza secondaria è una complessificazione che richiede l‟integrazione con funzioni mentali evolutivamente più recenti.734
G.M.Edelman – G.Tononi, Un universo di coscienza, cit., p.74.735
Ivi, p.98.736
Ivi, p.147.7.2 Dagli istinti alle organizzazioni agli stati mentali
Domandiamoci come possano essere comparse nell‟uomo quelle caratteristiche mentali che lo qualificano come
pensante e senziente. Abbiamo visto che evolutivamente, una volta definite le sostrutture e poi tardi le infrastrutture (già esistenti in tutti gli animali superiori), sia cominciata la lunga marcia verso la mente umana, l‟unica a possedere anche la ragione e l‟idema, caratterizzanti il pensiero analitico e la sensibilità intuitiva che accede all‟aiteria. La creatività della psiche, molto potente, va tenuta distinta da quella dell‟idema, molto più debole, ma che si rafforza molto concentrando l‟operatività in canali specifici, come quelli dell‟estetica e dell‟etica. E tuttavia non è fuori luogo immaginare che per alcuni versi la creatività psichica, la fantasia, sia stata coinvolta nell‟immaginazione intellettiva e, molto più tardi nella comparsa del sé. Nel momento in cui ogni homo sapiens ha iniziato a pensarsi come unicità all‟interno di un noi, è comparso quel senso dell‟individualità che ci contraddistingue e di cui l‟idema è nucleo profondo. Ma la stazione di partenza delle organizzazioni mentali umane resta l‟istinto animale, reattivo ed intellettivo. Dal primo è nata la psiche, dal secondo, ma più tardi, l‟intelletto.A differenza della psiche, che vediamo come l‟evoluto dell‟istinto reattivo con l‟intelletto quale evoluto dell‟istinto intellettivo, pensiamo la ragione e l‟idema come delle emergenze casuali, comparse molto più tardi. Il
rientro, modificante e implementante, ha cambiato il cervello istintivo e lo ha portato a produrre le ultime due organizzazioni. Ma per feedback sono cambiate volontà e l‟intenzionalità, che già caratterizzavano il gatto o l‟orango ma che nell‟uomo diventano qualcosa didifferente. Contestualmente le memorie assumono nuove funzioni differenziandosi, poi, molto più tardi, l‟apparire della
coscienza secondaria integra con ragione ed.Sia la ragione che l‟idema, per alcuni versi opponibili, sono il "di più" del mentale umano, niente affatto indispensabile all‟esistenza; anzi, largamente superfluo. Ci sono persino buone ragioni di pensare che in qualche misura possano essere dannose a livello biologico. Quel che è certo è che la mente umana per la natura è stata disastrosa, l‟incremento demografico e l‟azione distruttiva è valso all‟uomo l‟epiteto di "erbaccia" del pianeta appioppatagli dalla biologa Lynn Margulis. L‟attività sconsiderata e autoreferenziale dell‟uomo sugli ecosistemi è frutto di una mente "eccedente" la logica biologica. Il pianeta è stato "devastato" da essa anche per il mitico
crescete e moltiplicatevi. Con tale viatico l‟uomo per nutrire il proprio incremento numerico ha cominciato col distruggere oltre il 90 % delle foreste per far posto a campi coltivati e allevamenti, sterminando i mammiferi predatori-selettori per assicurarsi i frutti dell‟addomesticamento di "macchine da carne". Selezionate e ibridate all‟infinito tali macchine sono polli, tacchini, maiali, bovini, ecc. "inventati" dall‟uomo e "macchinizzati" nel più totale disprezzo.Per indicare le situazioni funzionali della mente è utile l‟espressione di
stato mentale, già usata in passato sia da filosofi che da fisiologi, e da William James in riferimento alla coscienza, un processo fatto da stati mentali coscienti. Lo stato mentale non è sempre fuggevole ma può sussistere per qualche tempo. Secondo James ogni esperienza umana è fatta da un certo tipo di io e scrive in The Principles of Psychology del 1890 che l‟io non è altro che un "nome di posizione", con un "qui", un "questo" e un "adesso". Realtà contestuale esperibile come molti stati mentali tra loro molto differenti pur appartenendo allo stesso soggetto 737. Il flusso di coscienza per James è fatto da molti sub-universi di realtà, ognuno dei quali ha caratteristiche differenti. La relazione tra il nostro io momentaneo e un evento esperienziale che concerna il conoscere scientifico, la mitologia, l‟arte o la religione può dar luogo a differenti sub-universi di realtà. Non esiste "un" mondo, ma "molti" per come sono percepiti ed esperiti; così non esiste alcun io ma un flusso di io 738.737
W.James, Principi di psicologia, Milano, Società Editrice Libraria 1905, p. 183-184.738
Ivi, pp.644-646.739
J.-P. Changeux – P.Ricoeur, La natura e la regola, Milano, RaffaelloCortina 1999, p.72.Il
fluire lo percepiamo nel vissuto individuale come frutto flusso di stati discreti che ci appare come un continuum coscienziale. Su questo tema sono importanti gli studi di Pierre Changeux, la cui teoria del mentale e tangente a quella di Edelman, poiché anche il suo è un darwinismo neurale, ma a nostro parere meno chiaro e convincente. Changeux enuncia una Teoria epigenetica dell’evoluzione neurale di cui troviamo elementi in sue affermazione dal lungo dialogo con Paul Ricoeur di cui si dà conto in La nature et la règle del 1998. Essendo la sua una concezione materialistica della mente, gli stati mentali sono sempre "fisici":I comportamenti studiati possono essere comportamenti espliciti nel mondo ma anche stati mentali "impliciti", che non si manifestano immediatamente attraverso un comportamento che interessa le cose del mondo. Uno dei grandi progressi delle neuroscienze è quello di permettere l‟accesso a ciò che non si manifesta necessariamente attraverso un comportamento esterno. Laddove finora si usava la parola "percepito" o "concepito" o "vissuto", si può ormai parlare di stato mentale in termini fisici.
739Lo sganciamento dello
stato dal comportamento è punto importante, ma se è vero che perlopiù è il secondo a produrre il primo, può accadere che un comportamento inconscio determini una stato non voluto. Essendo tutto ciò "fisico" per Changeux mente e cervello sono la stessa cosa.7.3 Funzioni mentali tra reattività e creatività
Il concetto di
funzione mentale è fondamentale e lo useremo spesso per indicare non solo le otto che abbiamo individuato, ma anche le loro estensioni-evoluzioni formanti mappe, le vere "produttrici" della mente. Essa è a tre livelli evolutivi, quello delle sostrutture, quello delle infrastrutture, quello delle organizzazioni; ma in tutto ciò, lo ripetiamo, non c‟è nulla di strutturale ma di configurazionale-occasionali. La mente può considerarsi strutturata solo a un livello topologico ed elementare di funzioni-base cerebrali, caratterizzate da operatività ripetitiva e ancora lontane dal pensare ed agire. Le otto funzioni, per quanto apparse nel tempo (prima le sostrutture poi le infrastrutture quindi le organizzazioni) hanno retroagito, sicché funzioni primarie come le sostrutture hanno raggiunto nella mente dell‟uomo una complessità imparagonabile con quella degli altri mammiferi e solo in parte con quella dei primati.Il quadro funzionale che proponiamo è filosofico e non neurofisiologico. Ma la mente è un oggetto biologico reale e quindi ontico e la filosofia, come depositaria dell‟
ontologia, la scienza dell’essere reale, è chiamata ad occuparsi della realtà effettuale delle funzioni mentali in quanto determinanti l‟esistenzialità umana. Abbiamo visto che la psiche domina, essa si caratterizza per appetitività e grande creatività, ma specialmente per reattività a ciò che ne perturbative l‟omeostasi Ma dove finisce la reattività e dove comincia la creatività del mentale? Vediamo, la volontà è la sostruttura che afferma in prima istanza la voglia d‟esistere e in seconda l‟egoismo di un io rispetto alla generalità dei non-io. Ciò implica una reazione nei confronti del "non pertinente" e tale reattività è spesso inconsapevoli, poiché il mantenimento dello status quo non implica coscienza di ciò che stiamo pensando e facendo.La psiche a livello mentale è omologa al sistema immunitario a livello somatico, entrambi difensori di un
sé costituito rispetto al non-sé. Il non-sé immunitario è lo "straniero" all‟ organismo, il "famigliare" è per ciò stesso "proprio". Come si sa Edelman ha ricevuto nel 1972 il Premio Nobel per i suoi studi sul sistema immunitario, ma qui porremo attenzione a un testo dell‟immunologo francese Jean Claude Ameisen, che si è occupato molto di apoptosi. Egli scrive:Dopo la nascita, la sopravvivenza del bambino, poi dell‟adulto, dipenderà dalla capacità di ogni linfocita T di distinguere tra le proteine fabbricate dal corpo – il sé – e che non devono trasformare le cellule del sistema immunitario in attaccanti, e le proteine che appartengono a microbi - il non-sé – e che devono scatenare la battaglia. La nostra sopravvivenza in quanto individui dipende, per tutta la durata dell‟esistenza, dalla capacità del nostro sistema immunitario di accettare, tollerare, non attaccare il sé, l‟esposizione permanente della nostra identità.
740740
J.C.Ameisen, Al cuore della vita, Milano, Feltrinelli 2001, p.46I linfociti T sono quelli selezionati dal timo come idonei ad uccidere e mangiare elementi estranei, preservare il nostro corpo e garantirne l‟omeostasi e sono espressione primaria del sé rispetto alla secondaria della
psiche. Come mai, si domanda Ameisen, dal momento che i linfociti T nell‟embrione si sono formati in gran parte per caso, poi riconoscono per necessità che non devono nuocere? La risposta sta nel fatto che i linfociti T hanno imparato a riconoscere il non-sé per attivarsi e il sé per starsene tranquilli: essi ignorano ogni espressione del "nostro" corpo. L‟unicità della mente riflette quella del corpo e l‟uno si specchia nell‟altra "riconoscendosi vicendevolmente". Il conflitto non è mai tra corpo e mente ma sempre tra funzioni differenti della mente. La conservazione del nostro corpo si basa sul fatto che i linfociti T sono inerti al sé somatico attivandosi alla presenza d‟un non-sé che non conoscono. Nati per caso essi diventano sentinelle ad intrusi che, altresì per caso, si sono introdotti nel nostro esistere, ma sono i sopravvissuti di una selezione crudele. Precisa Ameisen:Così durante il loro viaggio di tre giorni nel timo muore circa il novantanove per cento delle decine di miliardi di linfociti i cui recettori hanno dimostrato di rispondere troppo bene al sé o, al contrario, di essere del tutto incapaci di
rispondere ad esso. Il timo è un cimitero in cui scompare per sempre la quasi-totalità dell‟immensa diversità dei linfociti nata con l‟esplorazione aleatoria nel campo dei possibili.
741741
Ivi, p.48742
Ivi, p.50.743
Ivi, p.51744 Ibidem.
745
Ivi, p.55I linfociti sopravvissuti, quelli che hanno superato l‟esame del
sé e del non-sé somatici, diventano dei vagabondi del nostro corpo in attesa di attivarsi contro intrusioni di non-sé:Ciascuno dei linfociti T che percorrono e proteggono il nostro corpo ha potuto sopravvivere solo perché si è dimostrato capace di fissare, debolmente, una particella del sé. Ciò che definisce, prima di tutto, il nostro sistema immunitario, è la sua capacità di "riconoscere", giorno per giorno, la nostra identità.
742Le cellule staminali che, a vario titolo e ruolo, si differenziano per costruire un corpo hanno anche creato anche quest‟esercito di consorelle quali sentinelle del corpo, che appena riconoscono un intruso incominciano a moltiplicarsi per divorarlo. In un certo senso il linfocita T non reagisce perché "conosce" l‟attaccante, al contrario, perché non lo conosce non avendolo mai incontrato prima. Vediamo ora come, filosoficamente, Ameisen interpreti l‟attività immunitaria:
La grande efficacia delle nostre difese contro l‟universo sempre cangiante dei microbi non è il risultato né di un confronto precedente con questo universo né di un‟istruzione preliminare sulla natura di esso. Il non-sé si incarna come un‟alterazione aleatoria discreta, unica, del sé, che l‟intrusione di un microbo sovrappone improvvisamente alla nostra identità. Se l‟esercito dei linfociti è capace di rispondere alla maggior parte delle variazioni infinite che il non-sé realizza sul tema del sé, lo si deve al fatto che ciascuna di queste variazioni realizza una dissonanza particolare sulla linea melodica del sé, l‟unica che il nostro sistema immunitario conosca e di cui porti, ancorata in sé, dalla nascita, la memoria.
743I linfociti "hanno memorizzato" tutte le forme strutturali attraverso le quali si costituisce il
sé somatico per quanto arruolati casualmente. Prosegue il Nostro:Così, è facendo appello al caso che arruoliamo l‟immenso esercito di linfociti che ci permetterà, più tardi, di proiettarci nell‟incognito e di far fronte all‟imprevedibile. Ogni linfocita avvia allora un dialogo con le cellule che lo circondano, rivelando così la nostra identità. Da questo dialogo nascono i segnali che determinano la vita o la morte. E potranno sopravvivere soltanto i linfociti che avranno dato prova sia di non minacciare il nostro corpo sia di poter essere, un giorno, forse, capaci di difenderlo. Ed è a partire da un fenomeno analogo, in cui il caso e la morte svolgono un ruolo essenziale, che si costruisce, nel corpo embrionale, la complessità del nostro cervello.
744Per proteggerci, che siano linfociti o neuroni psichici, occorre che tali cellule essi imparino a conoscere il
sé, somatico i primi e mentale i secondi. Esiste una quantità di "apprendimenti" che neppure sospettiamo, ma che mettono in guardia verso ciò che non si inscrive nell‟ambito del proprio o conosciuto:L‟apprendimento del sé è la base sulla quale si costruiscono sia il nostro sistema immunitario sia il nostro cervello. Ed è su questa base che si imprimerà, sin dalla nascita, un‟immagine particolare, unica e cangiante, delle nostre interazioni con l‟ambiente esterno particolare in cui, per caso, abbiamo visto la luce. Da ciascuno di questi incontri precoci con l‟universo che ci circonda, da ciascuna delle dissonanze sulla linea melodica dl sé, nascerà una memoria singolare, un‟impronta persistente, che modificherà le nostre risposte in occasione di un incontro successivo.
745Il
sé si costruisce sulla base di incontri casuali con l‟ambiente e poco per programma genetico ed essendo una "concrezione cellulare", man mano che il bambino cresce essa si definisce nelle sue funzioni. A fine adolescenza, quantomeno sotto il profilo somatico e in parte sotto quello psichico, c‟è già un sé abbastanza definito. Resta il fatto che:Il nostro sistema immunitario e il nostro cervello, i custodi della nostra identità e della nostra memoria, sono sistemi aperti, pronti a inscrivere in sé una rappresentazione dell‟ambiente esterno in cui siamo immersi, a rispondere a essa sempre più prontamente, per mettendoci di adattarci ad essa. E, tra le forme infinitamente variate che può assumere il non-sé, di proiettarci in quella che ci circonda, qui e ora, nel luogo e nell‟istante della nostra nascita, per integrarla in noi, come un‟immagine speculare della nostra identità.
746746
Ivi, pp.55-56.747
Ivi, p.56748 Ibidem.
Ognuno di noi è gettato nel mondo per caso poiché casuale è l‟incontro tra un uovo e un certo spermatozoo in un certo momento, casuale la ricombinazione genetica, casuale l‟incontro con un certo ambiente in cui dobbiamo vivere fuori del corpo di nostra madre, casuali le esperienze che faremo. Lo sviluppo è in piccola parte per determinazione genetica e in gran parte per per epigenesi. Prosegue Ameisen:
L‟immensa quantità di informazioni genetiche dettagliate che sarebbero necessarie a una predeterminazione precisa ed esaustiva del nostro sistema immunitario (formato da diverse centinaia di milioni di recettori differenti) e del nostro cervello (costituito da quasi un milione di miliardi di connessioni) supera di gran lunga le informazioni contenute nell‟insieme dei libri della biblioteca di nostri geni.
747Il programma genetico non è altro che la traccia iniziale del cammino che miliardi di miliardi di cellule faranno per costruirci in una coniugazione di due identità, quella somatica e quella mentale. Doppia identità creata in gran parte attraverso
causalità intricate (dal caso) e in piccola parte da causalità lineari (dalla necessità del programma genetico). Ancora il Nostro:Lo sviluppo dell‟embrione non fa che seguire le grandi linee di uno scenario la cui realizzazione dipenderà, in gran parte, dal caso. I recettori del nostro sistema immunitario sono prodotti da combinazioni aleatorie; i circuiti del nostro sistema nervoso nascono da un viaggio di neuroni verso territori sconosciuti incontro a nuovi partner. La realizzazione di quello che chiamiamo un "programma" di sviluppo poggia su un numero ridotto di regole di auto-organizzazione semplici ma drastiche, che comportano un meccanismo di correzione spietato: la natura del dialogo che ogni cellula stabilirà con le cellule che la circondano ne determina la sopravvivenza o la morte.
748I linfociti garantiscono l‟integrità somatica e funzioni cerebrali che mantengono l‟isotermia, il ritmo cardiaco, la respirazione, ecc. Per quanto essi siano coinvolti anche nella protezione del nostro equilibrio cerebrale sono in gran parte inerti rispetto ai fenomeni mentali. La
psiche è conservatrice d‟equilibrio nella misura in cui i suoi neuroni e le sue sinapsi creano mappe psichiche, le quali, a differenza della mutevolezza di quelle dell‟intelletto, della ragione e dell‟idema, dopo l‟adolescenza diventano relativamente stabili. Dunque è grazie a tale stabilità che la psiche può costruisce uno scenario definito del sé in rapporto al mondo, che crea omeostasi interna di cui è "conservatrice e gestrice". Funzione definente e stabilizzante assunta nel corso di milioni d‟anni d‟evoluzione dei primati "atterrati", la psiche domina gli homo forse fin dall‟erectus. D‟altra parte l‟uomo primitivo non poteva permettersi dubbi sul fatto che il Sole e la Luna fossero divinità e con essi l‟acqua, la pioggia, il vento, e la psiche glieli garantiva. ecc. Ogni dubbio sul naturale e il soprannaturale, tra l‟uomo e il non-uomo, tra il sacro e il profano, tra ciò che unisce e ciò che disgrega, tra ciò che dà vita e ciò che la distrugge, era eliminato dalla credenza nel divino che la psiche crea e difende. Ci voleva anche reazione contro idea turbative della weltanschauung mitico-religiosa, guida indispensabile per sopravvivere in un mondo ostile e la psiche ha assicurato tutto ciò per millenni..7.4 Il sé, l’io e l’idema
Quello che ci accingiamo ad affrontare è uno degli intrichi terminologici più insidiosi, avendo l‟utilizzo dei termini
sé ed io, isolatamente o con suffissi o preposizioni, recato grande confusione negli studi filosofici e psicologici. Il mondo indiano non buddhista vede un sé globale ed olistico nell‟Ātman col significato di anima del mondo, mentre il sé individuale o anima umana si dice jīvātman o semplicemente jīva, eccetto nel Shamkhya dove la jīva è chiamata purusha (che però nei Veda indicava l‟uomo-mondo primitivo). In ambito europeo il concetto di sé fa la sua comparsa nel „700 in Germania col Pietismo come anima cristiana e dall‟Idealismo nel senso antico di soffio vitale. Sarà Jung a rilanciarlo come psiche globale. Altre interpretazioni più recenti in Heinz Hartmann, Erik Erikson e Heinz Kohut. Il concetto di io come coscienza individuale è implicito in Cartesio ma appare in Locke come identità umana d‟anima e corpo. Egli scrive:Poiché suppongo non sia l‟idea di un essere pensante e razionale quella che da sola costituisce l‟idea di uomo nel senso dei più: bensì di un corpo che abbia quella data forma, unito a quell‟essere; e se tale sia l‟idea di un uomo, la stessa successione delle sue parti corporee che non si dissipano tutte in una volta deve, in aggiunta a quel medesimo spirito immateriale, contribuire a costituire l‟identità di quell‟uomo.
749749
J.Locke, Saggio sull’intelligenza umana, Roma-Bari, Laterza 2006, vol. I, p.371.750
Ibidem.751
I.Kant, Critica della ragion pura, Bari, Laterza 1965, pp.325-326.Si pensa a uno «spirito immateriale» coniugato col corpo, mentre la coscienza ratifica l‟esistenza di un
io: «Poiché, la consapevolezza sempre accompagnando il pensiero, ed essendo quello che fa sì che ciascuno sia ciò che egli chiama se stesso e in tal modo distingua se stesso da tutte le altre cose pensanti, in ciò solo consiste l‟identità personale.» 750 Dunque l‟io esiste come corpo + coscienza ma si rivela in questa.Kant ritorna al concetto dell‟io come pensiero e scrive: «Io, come pensante, sono un oggetto del senso interno e mi chiamo anima. Ciò che è oggetto del senso esterno si dice corpo. […] Infatti, questa percezione interna non è altro che la semplice appercezione "Io penso"»
751. Il concetto di Io (Ich) in Fichte assume poi connotazioni trascendentali di "creatore della realtà assoluto e infinito" (Wissenschaftselehre, III, 5), cioè Dio. Schelling lo fonderà col Dio di Spinoza e altrettanto farà Hegel, che però negherà la distinzione Io/Non-Io, fasi di un processo storico necessitato verso l‟Assoluto (Wissenschaft der Logik, I, 1). Totalmente differente l‟io di Kierkergaard, il quale ritorna all‟uomo e lo vede come "io problematico", uscendo dai dogmatismi idealistici e facendone una precarietà in balia dell‟angoscia del vivere (la malattia mortale). Siccome l‟io sta nel flusso fallimentare di ogni suo progetto anch‟esso è flusso esistenziale precario. L‟io non è un‟unità ma soltanto un "rapporto angoscioso" con Dio.Per Kierkegaard l‟esistere umano è una "possibilità" che deve fare i conti con l‟assedio dell‟angoscia come
Sygdommen til Døden, ovvero malattia verso la morte (riteniamo impropria la usuale traduzione di malattia mortale). Ma egli è anche "rapporto dell‟io col mondo" e la disperazione che deriva da tale malattia è ciò fa dell‟io anche "un rapporto che si rapporta a se stesso" e che è "ritorno su se stesso del rapporto." Questa concezione un po‟ contorta è però importante perché significa l‟abbandono della posizione idealista, una nuova visione dell‟io come precarietà che si fa giorno per giorno giocando con le possibilità. Perciò l‟io è "sintesi di necessità e libertà", sicché: «Alla fine, è come se tutto fosse possibile, ed è proprio questo il momento in cui l‟abisso ha ingoiato l‟io.» (Sygdommen til Døden, I, C, A, b). Per il credente Kierkegaard siccome Dio è "la Possibilità di tutte le possibilità", per sfuggire alla disperazione l‟unica strada è quella di affidarsi a Lui nella preghiera.Anche Nietzsche vede l‟
io come un intreccio indefinito di spinte differenti e talvolta contrastanti, ma ne intravvede il superamento in una "volontà pura", nell‟oltre-uomo (l‟Über-Mensch). Heidegger pensa un io in stretto rapporto col suo mondo in un legame indissolubile di integrazione:non esiste alcun‟
io senza il suo mondo quale oggetto della cura. L‟io deve curarsi del mondo poiché esiste "con esso" come esserci. Scrive:L‟io non è semplicemente un "io penso", ma un "io penso qualcosa". […] L‟assunzione dell‟"io penso qualcosa‟‟ non può ricevere una determinazione adeguata se il "qualcosa" resta indeterminato. Se invece il qualcosa è inteso come l‟
ente intramondano, allora porta con sé inespresso il presupposto del mondo. […] Nel "dire-io" si esprime l‟esserci come essere-nel-mondo. […] Ma l‟autointerpretazione quotidiana ha la tendenza a comprendersi a partire dal "mondo" di cui si prende cura. […] L‟io è l‟ente che si è "essendo nel mondo". L‟esser-già-in-un-mondo come essere presso-l‟utilizzabile-intramondano è però, cooriginariamente, un "avanti-a-sé". 752752
M.Heidegger, Essere e tempo, Milano, Longanesi 1976, pp.386-387.753
J.Laplanche – J.B.Pontalis, Enciclopedia della psicanalisi, vol. I., Bari, Laterza 1974, p.252.La filosofia di Heidegger espressa con
Essere e tempo e prima del 1936 (quando diventerà una teologia filosofale spiritualistica) concepisce un io integrato nel proprio "intorno" (Umwelt) e che non è semplicemente auto-coscienza ma coscienza-di-con-un-mondo. Anche Merleau-Ponty dice qualcosa di simile (Phenoménologie de la perception, Gallimard 1945, p.466) quando afferma: «La prima verità è sì che "io penso", ma a condizione che s‟intenda con ciò che "io sono a me stesso stando nel mondo"». L‟esistenzialismo di Kierkegaard è religioso e quelli di Heidegger e di Merleau-Ponty derivano dalla fenomenologia husserliana. Non abbiamo preso in considerazione Sartre perché secondo ha un concezione teorica e totalmente astratta dell‟individualità, vista come coscienza trans-fenomenica separata dal mondo fisico.Una svolta nella concezione dell‟
io, portato in ambito neuropsicologico, è data da Freud con la tripartizione della psiche globale in io, super-io e inconscio (Einführung in die Psychoanalyse, 1917). Da psichiatra egli sposta dalla filosofia alla psicanalisi l‟indagine sull‟io e nel 1923, con la cosiddetta seconda topica, l‟inconscio diventa Es perdendo alcuni caratteri dell‟inconscio del „17. Per Freud l‟io o Ego (seconda topica) è un‟istanza, come lo sono il Super-io e l‟Es, ma la seconda è anche censura interiore con cui fare i conti. L‟io-Ego è solo parte dell‟apparato psichico globale, all‟interno del quale i termini sistema, sottostruttura o istanza diventano intercambiabili quali parti topico-dinamiche, mentre il sé non è da Freud definito. Vediamo brevemente come due studiosi di Freud, Jean Laplanche e Jean-Baptiste Pontalis, vedono l‟io freudiano:Dal punto di vita topico l‟Io è in una relazione di dipendenza nei confronti sia delle rivendicazioni dell‟Es che degli imperativi del Super-io e delle esigenze della realtà. Sebbene egli si ponga come mediatore, incaricato di tutelare gli interessi della totalità della persona, la sua autonomia è molto relativa.
753L‟io è come preso in una tenaglia con da una parte il
Super-io, sorta di "inquisitore sociale" che lo costringe a sottomettersi alle tradizioni e alle convenzioni del contesto d‟appartenenza, dall‟altra un‟Es pulsionale. Nella visione freudiana l‟io-Ego è una parte della mente (psiche generale) stretta tra la tirannia delle pulsioni che vengono dal profondo e da quella delle imposizioni sociali conseguenti ai propri ruoli. Parte debole impegnata faticosamente a conciliare le esigenze dell‟Es e del Super-io.Jung nell‟intento di dare una svolta radicale alla psicanalisi (da materialistica a spiritualistica) riprende il concetto di
sé (includendovi l‟inconscio) e gli subordina l‟io. Egli deduce il concetto di Sé dalla filosofia indiana ma vi integra il concetto di Selbst del Pietismo, includendo quello di jīvātman come espressione individuale dell‟Ātman. Concetto espresso al meglio nel sistema Vedānta di Shankara (V sec.), col Brahman (il principio cosmico) incluso nell‟Ātman. Inclusione già prevista dalle prime Upanishad (IX-VIII sec.a.c) come la Chāndogya (VI, 8, 6-7), dove si legge: «Quando muori la parola rientra nella mente e la mente rientra nel respiro vitale, il soffio vitale rientra nel calore e questi rientra nella suprema divinità. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l'universo è costituito di essa, essa è la realtà di tutto, essa è l' Ātman.». È dunque chiaro da dove nasce nel Timeo platonico l‟idea di un‟anima del mondo (μεγάλη ψυχή) da cui discende ogni anima individuali (ψυχή).Il
Sé di Jung si colloca in un filone idealistico tutto germanico (il verbo atmen = respirare e il sostantivo Atmung = respirazione hanno la stessa radice del sanscrito Ātman). Inoltre egli concepisce un Allgemein Selbst come un Absolut-Geist che si rifà ad Agrippa di Nettesheim (appassionato di alchimia aveva studiato a lungo anche Paracelso), ma anche a Fichte, Schelling e Hegel. Jung in sostanza de-materializza la psiche di Freud per ri-spiritualizzarla in una visione idealistico-olistica dove il Sé è molto più vasto e profondo dell‟io, visto quasi come una "coscienza usurpatrice" di un regno dell‟oltre, un regno dello spirito, che si esprime nell‟inconscio. Noi saremmo fatti dunque di coscienza + inconscio, mentre: « Il Sé non è soltanto il centro, ma anche l‟intero perimetro che abbraccia coscienza e inconscio insieme; è il centro di questa totalità, così come l‟Io è il centro della mente cosciente.» 754 Jung scriverà anche: «Il Sé non è mai collocato in luogo e al posto di Dio, può essere però il ricettacolo della grazia divina.» 755754
U.Galimberti, Enciclopedia di psicologia, voce: Sé, Torino, UTET 1999, p.948.755
E.Rochedieu, Jung, Milano, Accademia 1972, p.87756
Ivi, pp.76-77.757
H.Kohut, La ricerca del sé, Torino, Boringhieri 1982, pp.72-81.758
Ivi, pp.132-162.759
Ivi, p.164.Per capire meglio il suo punto di vista affidiamoci alle parole di Edmond Rochedieu, un suo studioso, che scrive:
Come abbiamo più volte notato, la psiche [per Jung] è divisa in due campi uniti e insieme divergenti, la coscienza e l‟inconscio. L‟io, centro della coscienza, è una realtà psichica dotata di quella forza creativa che noi chiamiamo volontà: esso partecipa a questi due campi che, come sappiamo, si compensano l‟un l‟altro. […] Ora, questa coscienza non si crea da sola, ma emana da profondità sconosciute, è come un bambino che quotidianamente rinasce dal seno materno dell‟inconscio. D‟altra parte la coscienza stessa non è se non la coscienza dell‟io: essa non congloba la totalità della persona.
756Per Jung l‟individuo è minuscola parte di una totalità olistica immateriale della realtà che ha origine in «profondità sconosciute». La psiche individuale si lega a un corpo ma possiede una
sovra individualità; l‟io cosciente gestisce la vita corrente ma è nello stesso incluso in una totalità inconscia e misteriosa che lo trascende.Il padre del pragmatismo psicologico William James riporta il
sé al supporto corporeo e lo vede come nucleo centrale, ma dinamico e fluttuante, dei mutamenti sia somatici che psichici, suddiviso in sé materiale, sé sociale e sé spirituale. Con James il sé è totalità esperienziale del soggetto stesso quale autoesperienza. Va tenuta presente l‟ambiguità semantica del sé: il Soi francese è oggetto del pensarsi come il self inglese è l‟oggetto dell‟autoconsapevolezza, mentre il Selbst tedesco è una entità tutta interiore. Più recenti concezioni del sé tendono a conferirgli più ampiezza dell‟io: Heinz Kohut (1913-1981) ne fa il centro della mente (Sé nucleare coeso). La sua ricerca è interna alla psicanalisi e il suo contributo teorico si esprime in una tematizzazione del sé che Freud aveva trascurato, mentre Melanie Klein l‟aveva sviluppato nei suoi studi sulla mente infantile. Kohut confuta ogni concezione del mentale di tipo topico e propone una psicologia "delle relazioni" mirata a una teoria di tipo strutturale 757. Secondo lui un sé sano possiede un narcisismo "integrato", mentre un sé malato genera un "sé grandioso" 758 non-integrato e aggressivo simile al borderline: il sé è centro del mentale naturale e integrato, oppure è patologico, «indebolito e difettoso» 759.Abbiamo introdotto l‟argomento con qualche cenno storico concernente la filosofia e la psicanalisi, passiamo ora ad occuparci dell‟aspetto neurobiologico iniziando da Joseph LeDoux, il quale vede il
sé come il prodotto d‟un cervello "contestualizzato":Dal mio punto di vista il sé rappresenta la totalità di ciò che un organismo è fisicamente, biologicamente, psicologicamente, socialmente e culturalmente. Sebbene sia un‟unità non è unitario. Comprende cose che conosciamo e cose che possiamo non sapere, cose che gli altri sanno su di noi e che noi ignoriamo. Include attributi che esprimiamo o
nascondiamo, e qualcuno che, semplicemente, non richiamiamo. Accoglie ciò che ci piacerebbe essere come pure quello che ci auguriamo di non diventare mai. 760
760
J.Le Doux, Il sé sinaptico, cit., p.44.761
Ibidem.762
Ivi, p.68.763
E.Boncinelli, Io sono, tu sei, cit., p.148.764 Ibidem.
Questa visione complessa di una pluralità "componentistica" va nella direzione da noi assunta, cogliendo anche l‟elemento conflittuale tra componenti differenti nei termini seguenti:
Il fatto che tutti gli aspetti del Sé non siano generalmente evidenti simultaneamente, e che aspetti differenti possano rivelarsi contraddittori, può dar l‟impressione di costituire un problema disperatamente complesso. Tuttavia, ciò significa semplicemente che componenti diverse del Sé riflettono il funzionamento di diversi sistemi cerebrali. Che possono essere sincronici oppure no.
761L‟idea di «componenti diverse del Sé, [che] riflettono il funzionamento di diversi sistemi cerebrali» è concettualmente vicina alla
mente plurintegrata. A determinare il sé ledouxiano sono le sinapsi, mentre «Un circuito è un gruppo di neuroni collegati insieme da connessioni sinaptiche. Un sistema è un circuito complesso, che svolge una qualche funzione specifica.» 762 Per la mente plurintegrata i circuiti sono configurazioni e i sistemi sono mappe.Vediamo ora come Edoardo Boncinelli affronta il problema dell‟individuazione, osservando:
Dal punto di vista psicologico ed esistenziale, anzi, la contemplazione del particolare e dell‟individuale è per noi la cosa di gran lunga più importante. È la ragione a tendere al generale privilegiando gli aspetti comuni delle cose. Il sentimento predilige invece il particolare e investe gli individui di valenze e sensi diversi e più tangibili.
763Non siamo d‟accordo con una ragione "generalizzante" a meno che la si intenda come "categorizzante", ma indubbiamente "s-generalizzante" è l‟idema, come lo sono i sentimenti, sempre generalizzabili in termini letterari, cioè "per un pubblico", mai in termini individuali. S‟aggiunga che la ragione con le sue astrazioni ha poche valenze esistenziali, alcune ne hanno la psiche e l‟intelletto, molte l‟idema. Boncinelli vede una dicotomia pascaliana:
Siamo qui al cospetto di un insanabile contrasto tra ragione e sentimento. La prima si sforza di fare astrazione dalle differenze individuali, è cioè "disindividuale" o meglio "transindividuale"; il secondo ha bisogno di rivolgersi a oggetti particolari investendoli di significati individuali. La prima incarna una ragione essenzialmente strumentale, il secondo corrisponde a una ragione idiopoietica, vale a dire identificante e individualizzante.
764A parte il bisticcio del doppio uso della parola
ragione nell‟ultimo passaggio e dell‟attribuire solamente strumentalità alla razionalità, esistenzialmente, nel vissuto reale, siamo realmente di fronte a una dualità esperienziale in base alla quale, a suo tempo, abbiamo formulato il dualismo antropico reale. Non cogliere tale dualità e ostinarsi ad abborracciare delle unità o fantasiose o ideologiche è segno di ottusità, spesso da parte di persone che fanno della razionalità un feticcio da innalzare e del sentimento un fantoccio di cui sbarazzarsi. Ma non meno erroneo è il mescolare, come fa Damasio, il biologico e l‟esistenziale e trarne un composto che non spiega nulla..Boncinelli pone l‟individualità a tre livelli:
consapevolezza come livello-base, autocoscienza come livello intermedio e coscienza fenomenica (cioè esistenziale) a livello profondo. Ricordando che noi chiamiamo coscienza la consapevolezza, l‟autocoscienza sé e la coscienza fenomenica io, vediamo invece il suo punto di vista:Esiste poi una
autocoscienza, esplicitabile e condivisa dalla maggior parte degli esseri umani adulti. […] Esiste infine una coscienza fenomenica, accessibile soltanto mediante l‟introspezione e intrinsecamente incomunicabile. Gli esseriumani hanno sensazione, emozioni e sentimenti assolutamente privati e accessibili attraverso l‟introspezione. […] È una proprietà di un solo soggetto: io.
765765
Ivi, p.161.766
E.Boncinelli, Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell’anima, cit., p.127767
J.Bruner, la mente a più dimensioni, cit., pp.88-89768
G.Edelman, Sulla materia della mente, cit., p.233769
Ivi, p.234.770
V.S.Ramachandran, Che cosa sappiamo della mente, cit., p.97771
Ivi, p.98.Quest‟
io non è un‟entità, ma, come autocoscienza, «una collezione di atomi di presente». Ciò fa pensare a una configurazione fluttuante ma resta lontano dall‟idema, per quanto sia nei suoi dintorni come una periferia. Con una metafora citologica noi potremmo che l‟io è il citoplasma che avvolge il nucleo (l‟idema) e la membrana permeabile che contiene e limita il citoplasma è il sé. Il sé è il rivestimento esteriore, pubblico, dell‟individualità, ovvero la persona.Nel 2003 Boncinelli è tornato sull‟argomento in un libro dedicato al tempo biologico e psicologico dove l‟
autocoscienza è esplicitabile e condivisa, sottintendendo: "da altre autocoscienze". Anche per noi il sé umano è omologo a tutti gli altri sé umani, ma l‟autocoscienza di Boncinelli è anche "comunitaria" attraverso esplicitabilità e condivisione. Essa è quindi socialità prima che individualità, corrispondente al concetto di persona che abbiamo sempre distinto da quello di individualità. Afferma il Nostro che la coscienza fenomenica «ha una particolare coloritura cognitivo–affettiva dei miei stati di coscienza. Al momento non è neppure chiaro se tale facoltà è assolutamente necessaria per il funzionamento della mente.» 766 Ed infatti non lo è affatto! L‟individualità è esistenziale, inutile ai fini biologici e adattativi.Jerome Bruner coglie nella storia individuale e nella possibilità di narrarla una prima condizione dell‟
io e nella transazione linguistica, cioè nel comunicare con altri, una seconda. Il suo referente Lev Vygotsky, padre della visione biologico-culturale della psiche, per cui: «l‟uomo è soggetto al gioco dialettico tra natura e storia, tra le qualità che possiede come creatura delle biologia e quelle che gli appartengono come prodotto della cultura.» 767 L‟individualità è così ridotta a mera forma dell‟incontro tra biologia e cultura, ma poco importante rispetto alla socialità. Una visione prettamente biologica è invece quella di Edelman, che pur sottolineando il fatto che «Noi viviamo contemporaneamente su diversi livelli.» 768 scrive:La teoria della coscienza suppone che per edificare una scienza della mente siano sufficienti i principi della fisica e dell‟evoluzione, integrati dalle ipotesi della TSGN [Teoria della Selezione di Gruppi Neuronici]. Si ricordi, comunque, che non è possibile formulare una teoria scientifica anche di una sola mente reale, non più di quanto sia possibile un resoconto scientifico di tutti gli eventi storici del mondo.
769L‟opinione di uno dei più grandi biologi del XX secolo circa l‟unicità di una mente "reale" individuale mette in mora l‟identità mente-cervello, sicché l‟idea di "spiegare scientificamente" la mente è assurda come lo sarebbe «un resoconto scientifico di tutti gli eventi storici del mondo».
Il concetto di
sé sostenuto da Vilayanur Ramachandran è interessante perché lo vede "pluralistico", costituito da cinque facoltà: l‟impressione di continuità, l‟idea di unità e coerenza, la corporeità, la facoltà di azione volontaria, la capacità di riflessione 770. La lunga esperienza sulle patologie mentali gli fa dire:La malattia mentale perturba uno o più aspetti del sé ed è per questo che non ritengo il sé un‟entità unitaria, bensì un insieme di varie componenti. Come nel caso dei termini "amore "o " felicità", usiamo un‟unica parola per indicare una pluralità di fenomeni.
771Poco più avanti:
Sempre tenendo presenti le mie osservazioni, ossia che il sé è definito da attributi come la continuità, l‟unità, la corporeità, la facoltà di azione volontaria, non si può escludere che la scienza spieghi ciascun attributo volta per volta in termini di biochimica del cervello. A quel punto il problema della natura del sé svanirebbe, o almeno verrebbe relegato in secondo piano, e accadrebbe ciò che è già avvenuto con lo "spirito vitale" e la "vita", intorno a cui gli scienziati hanno da tempo cessato di interrogarsi.
772772 Ibidem.
773
G.M.Edelman – G.Tononi, Un universo di coscienza, Torino, Einaudi 2002, p.56.774
Ibidem.775
D.Merlin, L’evoluzione della mente, cit., pp.439-440.776
Ivi, p.440.Il ragionamento di Ramachandran è il seguente: siccome il
sé individuale è un "composto" non possiede realtà. Ma a questo punto di reale, non solo nella mente ma anche nel cervello, non ci sarebbe più nulla all‟infuori dei neuroni! Ma anche l‟amigdala o l‟ippocampo sono dei "composti", e anche le mappe sono dei "composti"!Edelman e Tononi insistono sull‟unicità individuale non solo della mente ma anche del cervello che la produce:
Noi possiamo sì descrivere in termini generali la configurazione
complessiva delle connessioni di una determinata area cerebrale, ma la variabilità microscopica del cervello nelle ramificazioni più fini dei suoi neuroni è enorme. Per questo ogni cervello è significativamente unico. 773Gli studi neurofisiologici possono accedere alla «configurazione
complessiva» di un cervello, ovvero alla sua generalità cerebrale, mai alla sua specificità mentale. La ragione sta nel fatto che un cervello individuale è mente e ogni mente ha storia:Vi è un principio organizzativo emergente dal ritratto che stiamo costruendo: ogni cervello ha impresse in sé, e in modo irripetibile, le conseguenze della propria storia di sviluppo e di esperienze. Domani, ad esempio, alcune connessioni sinaptiche del nostro cervello non saranno esattamente le stesse di oggi. Alcune cellule avranno retratto i loro prolungamenti; altre ne avranno estesi di nuovi; e altre cellule poi moriranno. 774
Per quanto Edelman abbia sempre ribadito la mutevolezza delle configurazioni neurali e il ruolo storico dell‟esperienza vissuta nel plasmare l‟individualità, Merlin Donald pensa che concede troppo all‟«idea che nell‟uomo siano presenti modelli uniformi di localizzazione delle funzioni superiori.» Per lui le localizzazioni vanno abbandonate del tutto, perché «il grado di uniformità fra individui che è stato assunto dalla neuropsicologia potrebbe non esistere affatto nelle regioni corticali terziarie.». Aggiunge:
Questo concetto potrebbe essere denominato
principio di singolarità: ciascun cervello umano sviluppa un‟organizzazione funzionale sua propria a livello rappresentativo. Ciò può compromettere seriamente l‟ottimizzazione delle strategie della ricerca neuropsicologica e come minimo rappresenta un persuasivo argomento a favore dell‟approccio secondo cui ogni caso è a sé stante. Le regioni cerebrali più caratteristicamente umane – in particolare le due grandi espansioni del lobo frontale e della parte anteriore del lobo temporale – sono probabilmente le più classiche strutture neurologiche esistenti in natura, e sono in grado di assumere forme diverse. Esse sono altamente configurabili e riconfigurabili, perché le loro risorse sono attribuite su base competitiva alle numerose vie di imput ad esse afferenti. 775Il
principio di singolarità rimprovera alla neurofisiologia di essere troppo "fisica" e troppo poco "evoluzionistica". Ancora:Di fatto, la struttura fisica della mente è diventata sempre meno fissa col progredire dell‟evoluzione neocorticale. Ciò lascia spazio non solo ai tipi di riconfigurazione radicale introdotti dalla letteratura ma anche (presumibilmente) a più ampie differenze fra i cervelli degli esseri umani di quanto sia possibile fra gli altri primati e a un‟ulteriore, e forse fondamentale, ristrutturazione cognitiva.
776La plasticità della neocorteccia è dunque dirimente e mal compresa perché considerata alla stessa stregua delle parti funzionali del cervello sottostanti ed interne, evolutivamente molto più antiche.
Per quanto il punto di vista di Donald sia tangente alla
mente plurintegrata dal punto di vista evolutivo e pluralistico, dà poca importanza alla "integrazione" tra funzioni vecchie e nuove. Orbene, non è che quanto Beethoven componeva la sua nona sinfonia ed Einstein intravvedeva la relatività del mondo fisico la loro neocorteccia lavorasse indipendentemente dal talamo, dall‟ippocampo o dall‟amigdala. L‟emozione di scoprire un accordo nuovo o un‟equazione nuova, di sbagliare un accordo o un passaggio operazionale, erano certamente intercalati agli entusiasmi della creazione e della conoscenza. Per questo noi sosteniamo che, nel mentale, la massima "differenziazione" implica anche massima "integrazione".Il concetto di
individualità non ha mai riscosso molta attenzione né in filosofia né in psicologia, forse perché lo si è sempre coniugato coll‟individualismo, dandogli quindi una connotazione negativa. Lo abbiamo proposto in Necessità e libertà come pilastro del dualismo antropico reale, indicandolo come contrapposto a totalità e generalità poiché essa è la realtà che ci concerne direttamente e che si esprime attraverso otto funzioni mentali integrate, una delle quali, l‟idema, ne è nucleo. L‟idema è dunque la nucleità dell‟individualità di ogni essere umano e il porla permette di dare al sé un significato più generale e non intimo, come si conviene a un pronome personale generico, quasi sempre preceduto da preposizioni (a sé, davanti a sé, in sé, di per sé, ecc.) Su piano neurologico potremmo dire che l‟individualità non è fatta da neuroni, ma piuttosto dai dendriti e dalle sinapsi, sono infatti essi che "individualizzano" un cervello.Senza insistere troppo a lungo sull‟uso dei due termini
io e sé, presenti in contesti filosofici e psicologici differenti e con differenti accezioni, cercheremo ora di ridefinirli alla luce della mente plurintegrata. Per ora diremo che, a grandi linee, l‟io e il sé sono stati usati perlopiù per indicare l‟entità caratterizzante un individuo. Il sé è quello che ha avuto il destino confusionante più infausto e potremmo definirlo, per usare vecchi termini, un‟autocoscienza tipica dell‟animale uomo. Dovendo ritradurre il termine secondo la mente plurintegrata potremmo chiamarla una "coscienza arricchita", ma non ancora individualizzabile. La coscienza, come infrastruttura mentale che funziona, per dirla in modo figurato, come la rete stradale dell‟esperire mentale, trova nel sé (o autocoscienza) l‟arricchimento di traffico che si verifica attorno al centro-città (l‟individualità). Il sé costituisce il traffico tutt‟intorno ma non accede al centro-città.VIII. Sostrutture
8.1 Introduzione
A questo punto del discorso il lettore si sarà già fatta un‟idea di che cosa sia la
mente plurintegrata, i componenti e le funzioni, ora entriamo più nel dettaglio, anche se non mancheranno repetita che speriamo iuvantes. Ricordiamo che le sostrutture, quali strutture-di-sostegno, sono alla base del mentale e sono direttamente connesse ai sistemi sensoriali e a quelli motori, e che sono poi coevolute con tutte le altre funzioni, principalmente le infrastrutture, modificandosi ed affinandosi sino a caratterizzare le volizioni umanane in genere. È importante tenere distinta la volizione, come volontà integrata con le altre funzioni e principalmente con l‟intenzionalità, dalla volontà pura "ad esistere". Mentre l‟intenzionalità è "direzionalità" la volontà è solo "impulso". Funzioni basali del mentale le sostrutture sono anche le stazioni di partenza per ogni successiva evoluzione del cervello. E a tal proposito distinguiamo rigorosamente l‟evoluzione dalla selezione, spesso sovrapposte: l‟evoluzione è processo "dinamico" quasi interamente casuale, la selezione è test "statico" che valuta l‟adattamento, eliminando sia il non-adattabile che il non-più-adattato. Essa è guardiano dell‟evoluzione e suo notaio, barriera da superare per vivere, ma per nulla motore della vita. Sono le mutazioni casuali ad esserlo.A rigore, non esiste nessuna evoluzione, piuttosto miliardi di miliardi di mutazioni nell‟unità di tempo. Essa è solo il nominale "fenomeno generale" con cui indichiamo il trasformarsi del vivente. In quanto alla selezione nota giustamente Rose:
Il difetto di cui soffre la celebre metafora della selezione naturale è la sua implicazione che gli organismi sono entità passive, sballottate di qua e di là dal cambiamento ambientale, anziché giocatori attivi nel forgiare il proprio destino. In secondo luogo, la selezione, non è in grado di prevedere il cambiamento futuro; si tratta di un processo sensibile unicamente al qui e ora. 777
777
S.Rose, Il cervello del ventunesimo secolo, Torino, Codice 2005, p.27.778
C.Tamagnone, Dal nulla al divenire della pluralità,. cit., pp.245-265.La selezione si limita a registrare lo stato dell‟ecosistema in cui un‟entità vivente vorrebbe sussistere e in ragione di ciò selezionarne l‟adattamento o il disadattamento, lasciandola sussistere od eliminandola. Le
sostrutture mentali hanno passato lo sbarramento come adatte e sono quel primo livello di un mentale che ci accomuna agli altri primati, ma il loro funzionare nell‟homo sapiens "in integrazione" con le altre funzioni ne ha fatto qualcosa di differente, specificamente umano.8.2 L’intenzionalità e la motivazione
L‟
intenzionalità è stata vista nella storia della filosofia strettamente collegata agli atti cognitivi, sorta di vettorialità del conoscere verso cose dotate di significato, riferimento di un segno a un designato, ciò almeno sino al tardo medioevo. Il termine cadde poi nell‟oblio finché Franz Brentano nel 1874 lo rilanciava come fondamento dei fenomeni psichici sia concernenti oggetti reali che irreali, ma nel 1911 questi secondi li escluse. Deriva peggiorativa secondo noi, poiché l‟intenzionalità è all‟opera anche nei parti della fantasia ed escluderla significa ridurla a un pensiero fondante il reale, dal più al meno ciò che già sosteneva Hegel. Ma molto peggio doveva fare Husserl, partendo dall‟intenzionalità per inventarsi una fantomatica «realtà effettiva» (reale Wirklichkeit) in base alla quale fabbricare una "scienza della scienza" (Wissenschaftlehre) 778 che èmetafisica purissima. Non meglio le interpretazione linguistiche dell‟intenzionalità della seconda metà del 900, il modularismo mentalistico di Fodor e le fantasie bio-informatiche di Dennett.
Questa zavorra ha pesato nell‟interpretazione del mentale, per fortuna che Searle (
Intentionality, 1983) ha riportato il concetto sulla strada giusta. Per noi l‟intenzionalità concerne il cervello animale in genere ed è modalità fondamentale del comportamento e della messa in atto di ogni attività utile alla sopravvivenza, intenzionando sempre a qualcosa di definito e reale. L‟intenzionalità umana è differente poiché ha nella psiche la funzione dominante e questa è affabulatoria e creatrice di fantasie, da ciò l‟ipostatizzazione del fantastico-ideale solidificato per vie logiche in reale e questo è un problema gnoseologico gigantesco e di non facile soluzione. Ormai la cultura è così inquinata dalla metafisica che è difficile mondarla.L‟
intenzionalità, per noi, costituisce insieme alla volontà il livello più elementare del formarsi del pensiero. Jean-Pierre Changeux invece non la pensa come un fattore-base del funzionamento della mente ma frutto di elaborazioni più complesse di carattere secondario e scrive: «Altre funzioni più integrate faranno intervenire livelli di organizzazione più elevati che includono la corteccia prefrontale per la pianificazione dei comportamenti, l‟intenzionalità.» 779 La nostra impressione è che Changeux confonda l‟intenzionalità con la volitività e la veda quindi ad un livello elaborativo più elevato, mentre essa è da considerarsi a livello basale. Egli ci offre comunque considerazioni interessanti non tanto sull‟intenzionalità in sé, quanto nelle sue proiezioni cognitive e d‟azione:779
J.-P. Changeux – P.Ricoeur, La natura e la regola, cit., p.85.780
Ivi, pp.164-165.781
J.-P. Changeux, L’uomo di verità, Milano, Feltrinelli 2003, p.37.La genesi delle intenzioni e la loro attualizzazione in programmi d‟azione si interpreta nel quadro di un modello di stile proiettivo del funzionamento del cervello. L‟attività intenzionale si manifesta in permanenza nel soggetto desto. Essa s‟innesta su un‟attività "emotiva" di base, essenziale alla sopravivenza dell‟organismo, la motivazione. L‟intenzione dominante a un dato momento corrisponde a una specie di pianificazione generale formale, di rappresentazione stabile a livello gerarchico superiore, che riunisce intenzioni e programmi più ristretti e più "concreti" pur lasciando a questi ultimi una certa "libertà nella loro attualizzazione.
780Il proiettarsi dell‟
intenzionalità in un progetto d‟azione genera un‟intenzione che non è più solo "diretta a qualcosa" ma a "fare e conseguire qualcosa": una motivazione. In un testo più recente, L’homme de veritè, del 2002, Changeux torna sull‟argomento:Oltre che per l‟"apertura" del sistema nervoso, il cervello si caratterizza per quello che ho chiamato la sua "motivazione": il cervello non funziona come una macchina che elabora passivamente informazioni provenienti dall‟esterno. Opera anche in senso contrario, come produttore di rappresentazioni che vengono proiettate sul mondo esterno. L‟attività spontanea di insiemi specializzati di neuroni spinge l‟organismo a esplorare e a sperimentare continuamente l‟ambiente fisico, sociale e culturale, a cogliere le risposte e a confrontarle con quanto ha in memoria.
781La
motivazione si configura pertanto come un‟evoluzione dell‟intenzionalità dalla pura direzione dell‟impegno energetico verso un oggetto ad un complesso di motivi per indirizzarsi ad esso, anche sulla base di ciò che di esso si ricorda per rapporti precedenti. Ricordiamo che per LeDoux la motivazione è una delle componenti, col pensiero e l‟emozione della trilogia mentale, ovvero delle principali caratteristiche fenomeniche della mente (si veda § 6.3).8.3 La volontà e la carica vitale
Della
volontà pensiamo di aver già detto l‟importante, essa è funzione molto antica e pensiamo abbia preceduto evolutivamente l‟intenzionalità. In seguito deve aver accompagnato elaborazioni percettive e motorie piuttosto stereotipate, quelle che chiamiamo istintuali ed ereditatefilogeneticamente. Ma la
volontà, oltre che volontà di vita a livello elementare e volontà di perseguire dei fini a livello complesso interagendo con la psiche, "non-vuole" qualcosa? Orbene, la volontà in interazione con la psiche "non vuole perdere" e ciò è reso dall‟espressione loss adversion. Gli psicologi sperimentali hanno coniato quest‟espressione per indicare il fatto che in generale la psiche umana interagente con la volontà non-vuole sconfitte. A nessuno di noi uomini "piace perdere" e le perdite pesano molto più della vincite a parità di valore e significato. Daniel Kahnemann e Amos Tversky 782 pensano di aver dimostrato che la perdita e la sconfitta producono, in termini di intensità, un influenza psichica doppia rispetto al piacere di vincita o di successo.782
D.Kahneman – A.Tversky, Prospect Theory: An Analysis of Decision under Risk, in: Econometrica, 47, pp.263-291.Le persone in buone condizioni di salute psico-fisica hanno "voglia di vivere" come espressione fondamentale della
volontà, questa voglia in Necessità e libertà l‟abbiamo chiamata carica vitale, senso di pienezza di vita in integrazione col mondo. L‟analogia con la quantità di energia delle comuni batterie è voluta, ma se questa si misura in volt la carica vitale non è misurabile. L‟espressione è convenzionale ma ci è parsa efficace per indicare l‟ "energia di vita" e la "risultante energetica" del flusso degli stati mentali dell‟esistenza, fatta di esistentività e di esistenzialità. Una dualità esperienziale sulla quale s‟innestano di volta in volta funzioni diverse della mente e non sempre concorrenti a un‟esperienza coerente. L‟orizzonte esperienziale dualistico richiede anche una ridefinizione dei termini di "vita" e di "esistenza", poiché se c‟è sinergia funzionale tra corpo e mente in generale, all‟interno di essa le organizzazioni possono polarizzare l‟esperienza, perlopiù sulla psiche e di rado su ragione o idema. La carica vitale può essere perciò visto anche come effetto energetico "verso l‟esistere" delle interazioni mentali.La concettualizzazione della maggiore o minore "voglia di vivere" espressa come carica vitale alta o bassa, può aiutarci a capire il nostro rapporto con l‟esistenza. Quasi dovuto il richiamo alla
volontà teorizzata da Schopenhauer, anche se egli la vedeva come generale e noi come individuale. Per noi essa è sempre e soltanto individuale come spinta al vivere, voler esserci nel mondo. La volontà (di vivere) si esprime in carica vitale ed entrambe sono coevolute nel desiderio di realizzarsi nel mondo. La prima è "fondamento" biologico, la seconda indicatore e il terzo disposizione individuale. Ogni vivente è espressione di vita, concorrente ad essa e causa/effetto di un sé che si proietta oltre il mero vivere; in realtà in vita "già c‟è" senza averla voluta, ma vuole mantenerla per esserci. Ogni essere umano in vita prima o poi cerca il "senso" del suo esistere ed allora è la carica vitale che fornisce l‟energia per trovarlo indipendentemente dal tipo di weltanschauung instaurata. La diminuzione della carica vitale è molto pericolosa, perché genera un effetto di decompressione/compressione che svuota l‟individuo e insieme lo grava di un peso di vivere che lo comprime e lo paralizza. La diminuzione può condurre a una forma di "annullamento" del volere e in caduta libera verso un metaforico nulla che non permette "ricaricabilità". Il senso di vuoto + peso è depressione.La depressione è una grave malattia all‟insorgere della quale possono concorrere predisposizioni ereditarie, esperienze negative protratte e cattiva ricaptazione della serotonina, con gradienti di gravità e con vertice la
nichilìa, la voglia di non esserci. Il nichilitico spesso è suicida perché la sua carica vitale è ormai nulla e non è più motivato ad esistere. Il doppio effetto depressivo è dato da svuotamento e compressione, ma spesso i neurologi guardano solo al primo, mentre secondo noi solo se vista come a doppio effetto si capisce come si presenta la depressione grave, l‟esperienza dell‟assedio del "nulla" o nichilìa. Assediato dal nulla il depresso grave assiste impotente al chiudersi di tutte le porte e allo spegnersi a poco a poco di tutte le fonti di luce, fino a trovarsi immerso in un metaforico carcere pneumatico/iperbarico dove l‟unico modo di non patirlo è il cessare d‟esistere. Il mezzo farmacologico è essenziale per riuscire a togliere tale assedio, ma vediamo utile anche una via d‟uscita filosofica, per quanto la filosofia sia molto utile a prevenire il male, ma poco a curarlo se è in atto.Quanto il
nichilitico esce dal tunnel deve rideterminate le coordinate e riguadagnare carica vitale. Sappiamo che le credenze religiose e i modelli interpretativi metafisici del mondo e della vitaaiutano a star lontani dalla
nichilìa. Ciò perché offrono weltanschauungen forti in quanto definite, con l‟apertura di orizzonti escatologici o di appartenenza a un Tutto olistico significante, che sono sempre molto attraenti. Una weltanschauung metafisico-religiosa di solito offre dalla A alla Z tutte le risposte alle domande che travagliano la coscienza dell‟uomo: quel che siamo, perché siamo, dove andiamo. La filosofia non ha questa forza né tali risorse esplicative e gratificanti, poiché più che dare risposte pone problemi e avanza ipotesi. Speriamo con la mente plurintegrata di poter offrire anche noi qualche valenza esistenziali per un miglior uso delle facoltà mentali e con esso aprire nuovi orizzonti.8.4 L’attenzione e la concentrazione
Fattore primario dell‟approccio cognitivo a un oggetto è un co-prodotto dell‟intenzionalità e della volontà che si affaccia alla coscienza quale
attenzione volontaria o concentrazione. Non siamo mai consapevoli dell‟intenzionalità e neppure della volontà, ma riusciamo ad esserlo dell‟attenzione perché implica una scelta e uno sforzo di cui siamo coscienti. Vi è tuttavia anche un‟intenzionalità involontaria, che genera memoria implicita e va ad alimentare l‟inconscio. Sentiamo Eric Kandel sull‟argomento:L‟attenzione involontaria è supportata da processi neurali automatici, ed è evidente soprattutto nella memoria implicita. Nel condizionamento classico, ad esempio, gli animali imparano ad associare due stimoli se, e soltanto se, lo stimolo condizionato è rilevante o sorprendente. L‟attenzione involontaria è attivata da una proprietà del mondo esterno, cioè dallo stimolo, ed è catturata, secondo James
783, da «cose grandi, cose luminose, da quelle che si muovono e dal sangue.». L‟attenzione volontaria, invece, come stare attenti alla strada e al traffico mentre si guida, è una caratteristica specifica della memoria esplicita e sorge dal bisogno interno di elaborare degli stimoli che non sono automaticamente rilevanti. 784783 Le intuizioni di William James sul funzionamento della mente hanno ricevuto dalla metà del XX secolo una rinnovata attenzione non tanto dagli psicologi, ma proprio dai neurofisiologi
784 E.
Kandel, Alla ricerca della memoria, Torino, Codice 2007, p.290.785
G.Edelman, Sulla materia della mente, cit., p.220.Kandel sottolinea il fatto che l‟attenzione involontaria è l‟effetto di una situazione esterna o di alcuni oggetti di essa che stimolano il cervello, mentre quella volontaria è il frutto di una "scelta" dell‟oggetto da attenzionare e da una "decisione" di farlo.
Questione non secondaria del nostro rapporto col "percepibile" è quello dell‟ampiezza e dell‟intensità del rapporto. Prendendo ad esempio la vista, in quanto senso più utilizzato, è evidente che l‟ampiezza della visione rende più difficile l‟intensità percettiva, quindi quanto più vediamo e tanto più la nostra visione rischia d‟essere superficiale; quanto più restringiamo il campo tanto più aumentano le possibilità di conoscere a fondo. Se c‟è attenzione c‟è sforzo e la concentrazione indica la focalizzazione dello sforzo su qualcosa, ma mettersi davanti a un fiore e studiarlo in ogni dettaglio strutturale, guardare a quel fiore contestualizzandolo su uno sfondo o semplicemente "goderselo" sono azioni differenti. Per non perderci in sottigliezze tratteremo comunque dell‟attenzione come un sinonimo di concentrazione.
Il rapporto tra attenzione e coscienza ha attratto molto gli studiosi della mente. L‟attenzione e un "filtraggio" del plesso percezionale o è un "direzionamento" comportamentale, come pensa Edelman. Egli scrive: «l‟attenzione conferisce al comportamento una componente direzionale e modula le capacità di reazione all‟ambiente.»
785 Siccome l‟attenzione l‟esercitano tutti gli animali e perlopiù "d‟istinto" in base a mappe neurali esistenti, dobbiamo pensare invece che nell‟uomo i meccanismi siano più sofisticati? Le sostrutture umane sono più evolute, sicché la volontà e l‟intenzionalità, sinergicamente, possono farsi volizione e concentrazione. Ancora Edelman:Dell‟attenzione è interessante considerare la fragilità. Com‟è che l‟attenzione cosciente è così stretta, capace di solito di concentrarsi solo su un obiettivo alla volta al massimo due? La teoria motoria, secondo la quale l‟attenzione sorge da necessità evolutive, suggerisce una risposta: programmi e piani motori sono più o meno esclusivi (nel senso che non ammettono azioni contraddittorie simultanee). Per di più, dato che ogni mappa globale coinvolge una grande quantità di tessuti nervosi, è verosimile che possano esser attive contemporaneamente solo poche mappe complesse senza che si ingenerino interferenze tra loro.
786786
Ivi, p.223.787
M.Donald, L’evoluzione della mente, cit., p.430.788
Ivi, pp.430-431.Quello dell‟interferenza è un problema cruciale per l‟attenzione, ma se Edelman ha ragione, nell‟atto percettivo il cervello in un certo senso "sceglie" le poche mappe che possono lavorare insieme senza disturbarsi per l‟ottenimento di una percezione attenzionata.
Merlin Donald, relativamente all‟attenzione, ci mette in guardia dai rischi che i mezzi moderni di comunicazione di massa comportano, fino al punto di vedere un vero danno mentale permanente per chi fin dall‟infanzia vi si assoggetti per tempi troppo lunghi. Questo fatto non è nuovo e già nella prima metà del Novecento sia la radio che il cinema hanno prodotto guasti coscienziali. Sia il regime nazista che quello fascista, ma anche quello sovietico e maoista, hanno largamente utilizzato sia la radio che il cinema come strumenti di manipolazione delle coscienze. Osserva Donald:
Nei media controllati – come la televisione, dove la durata di ogni scena è calibrata al secondo – ben di rado si permette che la coscienza dello spettatore divaghi o rallenti. Essa viene pilotata da uno stato all‟altro a bordo di un ottovolante ben programmato, il cui controllo è interamente esterno. L‟uomo ha pochissimi mezzi di difesa da simili espedienti.
787Nel momento in cui ci si mette davanti a uno schermo tv, e ciò specialmente per i bambini, si rinuncia alla capacità di portare attenzione secondo volizione: è piuttosto lo schermo "a portarci" dove e come vuole. Da ciò la necessità di un "controllo dell‟attenzione" per evitare di cederla al dispositivo uditivo-visivo che ci cattura e ci soggioga, pilotando l‟attenzione a suo uso. Ancora il Nostro:
Il grado in cui uno spettatore televisivo – oppure il lettore di qualsiasi mezzo di comunicazione esterno – cede il controllo dell‟attenzione al dispositivo dipende dal suo atteggiamento più o meno attivo e critico. L‟importante differenza tra la comprensione attiva e la comprensione passiva del materiale simbolico esterno è nel locus primario del controllo. Un atteggiamento attivo e critico, e tutte le capacità espressive, anche quelle direttamente dipendenti dal CME [
Campo di Memoria Esterna], restano sotto il controllo attenzionale interno. 788La nostra libertà attenzionale si esprime quindi nella volontà di concentrare lo sforzo intellettivo su certi oggetti e non su altri, essa viene rinunciata se si abdica alla volitività individuale finendo in balia d‟un sistema eteronomo di oggetti
ad hoc che catturano la nostra attenzione per fascinazione comunicativa. Se quanto sopra è cruciale per una società iper-comunicativa e massificata, che impone idee, modelli, aspettative, desideri ecc., non si deve neppure dimenticare che il plagio delle coscienze esiste da ben prima che esistessero i mezzi di comunicazione di massa.Vediamo ora come Changeux vede l‟attenzione, correlandola strettamente alla coscienza, alle
prerappresentazioni e allo spazio di lavoro cosciente:Questa formulazione nuova si situa nella linea dei modelli neuronali evocati più sopra per render conto dei compiti di risposta ritardata che attivano la corteccia prefrontale (Dehaene e Changeux, 1989, 1991 e 1997). Ma sono state avanzate molte altre ipotesi strutturali nuove. D‟altra parte, quella delle basi neuronali dello spazio di lavoro, cioè dello "spazio di lavoro neuronale", differisce dall‟approccio alquanto astratto e fondato sulla complessità cui si ispira la concezione della coscienza proposta da Giulio Tononi e Gerald Edelman (Tononi e Edelman, 1998). Essa si allontana anche dal riduzionismo un po‟ ingenuo secondo il quale le onde di 40 Hz sarebbero i veri e propri correlati della coscienza, come hanno suggerito Francis Crick e Christof Koch. La nostra ipotesi mira innanzitutto a costruire
architetture neuronali essenziali – necessariamente molto semplici, ma realistiche – capaci di realizzare compiti cognitivi simili a quelli del test di Stroop poc‟anzi menzionato (Dehaene, Kerszberg e Changeux, 1998).
789789
J.-P. Changeux, L’uomo di verità, cit., p.91.790
Ibidem.791
Ivi, p.93.792
Ivi, p.95.793 Ibidem.
794
Ivi, p.96.795 Ibidem.
Secondo Changeux il cervello si costituirebbe di due "spazi" computazionali principali, il primo è una
rete di elaborazione in parallelo di sottosistemi neurali in competizione ch‟egli come «elaboratori primari sensoriali, elaboratori motori, memorie a lungo termine tali da includere le basi di dati semantici, l‟io, i dati autobiografici e personali, i sistemi attenzionali e di valutazione comprendenti la motivazione, le ricompense e, in linea generale, le emozioni.» 790 Il secondo è uno spazio di lavoro globale di neuroni corticali eccitatori ad assone lungo per poter stabilire connessioni a una certa distanza 791. Quando c‟è un compito cosciente che richiede sforzo e attenzione i neuroni di tale spazio si attiverebbero spontaneamente e contemporaneamente, formando strutture spazio-temporali mutevoli, «una sorta di pre-rappresentazioni globali.» 792 Esse «potrebbero creare interconnessioni reciproche tra molteplici elaboratori cerebrali, modulate da segnali d‟attenzione e di vigilanza selezionate da segnali di ricompensa.» 793 Dunque attenzione e vigilanza si attiverebbero soltanto se ci sono segnali di ricompensa, ovvero una certa gradevolezza o soddisfazione nel metterli in atto.Il Nostro prosegue precisando che un
prerappresentazione che si faccia globale all‟interno dello spazio di lavoro può restare attivata oppure «riattualizzata o sostituita, attraverso un processo per prove ed errori, da un‟altra combinazione discreta di neuroni dello spazio di lavoro.» L‟attenzione sarebbe un processo circolare il quale, andando dalle prerappresentazioni ai percepiti e ritornandovi per reinvestire nuovamente i percepiti, potrebbe potenziarsi o meno attraverso un processo di neuroselezione epigenetica a breve termine per variazione e selezione di neuroni afferenti lo spazio di lavoro 794. Da ciò:I circuiti dell‟attenzione svolgono un ruolo essenziale nel comportamento esplorativo e nella ricerca per prove ed errori di ricompense nei contatti con il mondo esterno. Essi hanno conseguenze notevoli per la sopravvivenza di una specie animale, nella misura in cui contribuiscono alla selezione e all‟amplificazione di un canale d‟ingresso pertinente in determinate circostanze critiche (Posner e Petersen 1990). Nel quadro del modello neuronale dello spazio di lavoro, i circuiti dell‟attenzione potrebbero giocare un ruolo cruciale supplementare nella produzione spontanea e nella selezione delle rappresentazioni dello spazio di lavoro a partire dai ricordi a lungo termine.
795IX. Infrastrutture
9.1 Il flusso informativo, coscienziale e mnemonico
L‟integrazione delle sostrutture con le infrastrutture genera la funzione primaria della captazione dell‟informazione sia esogena che endogena e del comportamento che ne consegue. La forma più elementare di ciò è il modo con cui un organismo unicellulare riesca ad "andare al cibo". Affinché ciò avvenga è necessario che ci sia un segnale in arrivo e la sua ricezione, dopo di che scatta il movimento verso di esso, un‟operazione detta
tropismo. Quando in un liquido in cui nuotano dei batteri si immerge un sottile tubo contenente una soluzione di glucosio essi si raccolgono intorno alla bocca di esso. Questo moto elementare indica che i batteri avvertono la presenza di cibo e vanno verso esso; ma tale risposta è il risultato di più fattori. Nota Rose:In primo luogo è necessario che la cellula sia in grado di avvertire la presenza di cibo. Nel più semplice dei casi il cibo è una fonte di prodotti chimici appetibili, magari zuccheri o amminoacidi, benché possa trattarsi anche di prodotti metabolici di scarto secreti da un altro organismo. Infatti non è necessario che la molecola sia edibile di per sé, ma che essa sia in grado di indicare la presenza di altre molecole che possono essere metabolizzate, ovvero, purché agisca come segnale. […] Ma i segnali sono tali solo se vi è un‟entità ricevente in grado di interpretare il messaggio da essi veicolato. Le membrane cellulari sono costellate di proteine dotate di una struttura adatta a renderle capaci di intrappolare e legare specifiche molecole segnalatrici fluttuanti nelle loro vicinanze e quindi di leggere il loro messaggio.
796796
S.Rose, Il cervello del ventunesimo secolo, Torino, Codice 2005, p.32797
Ivi, p.46.798
Ivi, p.47.L‟esistenza del segnale è fattore primario, poi la
captazione ed elaborazione di esso, che nel caso di un unicellulare coincidono. Va sottolineato che siamo di fronte a un processo di carattere puramente chimico e ciò ci permette di capire perché il proto-cervello si è evoluto su base chimica a cui si è aggiunta a posteriori quella elettrica implementandolo.Anche tale processo molto elementare implica comunque già forme di
volontà e intenzionalità, poiché la prima si esprime come "voler mangiare" e la seconda come "direzione al cibo". A un livello evolutivo più elevato Rose ci invita a considerare il Caenorhabditis elegans, un verme nematode lungo 1 mm. costituito da 959 cellule somatiche e 302 neuroni. In esso i neuroni sono già concentrati nella testa ed ognuno di essi ha un ruolo; orbene, essi usano molti degli stessi neurotrasmettitori dei cervelli dei mammiferi 797. Interessante anche il fatto che questi esseri molto semplici possano vivere sia isolati che in compagnia, il che dimostra che le risposte individuali all‟ambiente non sono univoche. Osserva Rose che se con così pochi neuroni e sinapsi i Caenorhabditis elegans differenziano il comportamento, significa che i loro singoli sistemi nervosi già forniscono programmi e piani d‟azione in risposta all‟ambiente, «ma è importante che questi piani siano flessibili e che possano essere modificati dall‟esperienza, i sistemi nervosi hanno in sé questa capacità a uno stadio primitivo.» 798. Dunque i cervello elementari possono già auto-modificarsi in base al vissuto e crearsi mappe che poi aggiornano.Il passaggio ai grandi cervelli ha richiesto profonde trasformazioni in molti e differenti centri nervosi, inoltre la concentrazione dell‟energia e dello smistamento dei messaggi entro un contenitore-protettore: il cranio. È questa scatola ossea che racchiude la fabbrica dei flussi informativi, sempre confrontati con mappature già presenti che emettono schemi motori che possono
rientrare per modificarle. Ma, ricorda Rose, nel cervello non ci sono "sale di comando", e precisa:Si tratta di un organismo plurale, ma che normalmente opera in maniera integrata. Come un simile organo possa essere raggiunto, come divenga possibile questo
e pluribus unum, così diverso dal sistema di gangli semi-indipendenti che costituisce il sistema nervoso degli insetti, è una domanda centrale che ritornerà assiduamente nei prossimi capitoli. 799799
Ivi, p.53.800
Ivi, p.54.801 Ibidem.
802
S.Rose, La fabbrica della memoria, Milano, Garzanti 1994, p.163803
Ivi, pp.204-205.Solo a partire dalla consapevolezza della pluralità dei componenti è possibile spiegare un flusso informativo gigantesco in ingresso selezionato ed elaborato in linguaggio elettro-chimico. Come sono i "cavi" (gli assoni) che portano i segnali evitando che s‟indeboliscano strada facendo, né si incrocino o si sovrappongano? Sono rivestiti di mielina quale "isolante" prodotta dalla
glia o nevroglia (la conservatrice-manutentrice dei neuroni) :Un modo è di ricoprire ciascun assone con uno strato lipidico isolante, tipo i rivestimenti in plastica dei fili elettrici. Questo lipide è chiamato mielina; di color bianco e di consistenza piuttosto viscosa, essa costituisce la cosiddetta "sostanza bianca" del cervello, così denominata in opposizione alla "sostanza grigia" formata da corpi neuronali e dendriti densamente impaccati (in realtà ricca di sangue e pertanto di colore rosato piuttosto che grigio).
800La
glia è solitamente ignorata dall‟informazione grossolana e sommaria sul cervello, mentre è importantissima:La mielina viene sintetizzata da cellule specializzate che formano parte del sistema nervoso ma sono distinte dai neuroni. Di queste cellule, chiamate cellule gliali, esistono diversi tipi. Oltre a quelle che producono mielina, ve ne sono altre che circondano i neuroni all‟interno della sostanza grigia, portando loro le sostanze nutritive provenienti dal sangue e aiutandoli a eliminare i materiali di scarto.
801Troviamo qui confermato che il cervello è quel che è grazie a un
lavoro di collaborazione tra cellule, ognuna delle quali, dal momento che mangia e scarta, va considerata già un‟unità vivente a tutti gli effetti. Ancora Rose in un altro saggio risalente al 1992, a titolo The Making of Memory:Il cervello come sistema fisiologico è in uno stato costante di flusso cellulare e chimico. I neuroni in attività sono straordinariamente affamati di glucosio e ossigeno, e il ricco flusso sanguigno del cervello è chiamato a incanalarli un momento dopo l‟altro nei luoghi dove la richiesta è maggiore. L‟attività dei neuroni è elettrica, e la corrente generata biologicamente scorre attraverso il cervello in configurazioni le quali sono al tempo stesso regolari e variate come le onde del mare.
802Tutte le cellule generano sulla superficie esterna della membrana una carica elettrica detta
potenziale di membrana e la differenza di potenziale si genera nel citoplasma, dove ci sono pochi ioni potassio (K+) e molti ioni sodio (Na+) insieme a ioni cloro (Cl-). Sull‟esterno della membrana gli ioni sodio sono invece pochi e molti quelli potassio; in media la differenza di potenziale tra interno ed esterno è di circa -70 millivolt. Le cellule nervose sono solo un po‟ più complicate e ricordiamo cosa vi capita:Esse si differenziano invece dalle altre cellule nelle proprietà uniche delle loro membrane cellulari, in quanto la loro membrana è
eccitabile: ciò significa che in risposta a un segnale, come una piccola fluttuazione locale nella concentrazione degli ioni da una parte e dall‟altra della membrana, questa può diventare rapidamente permeabile agli ioni che si trovano al suo esterno. Gli ioni sodio entrano e la membrana diventa depolarizzata, passando da un potenziale negativo di 70 millivolt a un potenziale positivo che può raggiungere 40 millivolt. Questo mutamento dà origine a un‟onda di attività elettrica che percorre la membrana del neurone: un‟onda chiamata potenziale d’azione, che in pochi millisecondi passa dal corpo della cellula lungo l‟assone fino alla sinapsi. Il potenziale d‟azione serve a sua volta alla sinapsi come un segnale per liberare neurotrasmettitori, i quali attivano la risposta in neuroni adiacenti. 803Il
potenziale di membrana nei neuroni si lega all‟eccitabilità di essa e alla capacità permeante degli ioni sodio.Le percezioni, e più in generale le esperienze, possono memorizzarsi e condensarsi in memorie di vario tipo e Rose fissa alcuni criteri euristici. 1°, la formazione dei ricordi implica mutamenti in quantità e sostanza oppure nei ritmi di produzione e ricambio; 2°, la formazione del ricordo non è immediata ma richiede tempo; 3°, se non c‟è formazione di ricordi, ciò significa che le nostra attività o emozioni non producono mutamenti strutturali e biochimici; 4°, se si inibiscono mutamenti cellulari e biochimici, si inibisce il ricordo; 5°, l‟asportazione chirurgica di parti del cervello in cui avvengono fenomeni biochimici e cellulari altera la formazione dei ricordi; 6°, se c‟è mutamento neuronale si presume esserci mutamento nei meccanismi di risposta e nella formazione dei ricordi
804. Dunque, secondo Rose, una traccia mnestica (o engramma) per formarsi dovrebbe rispondere ai sei criteri citati al fine di creare processi elaborativi e mnemonici in modo corretto.804
Ivi, pp.253-260.La valutazione dello spazio e del tempo è qualcosa che accompagna ogni momento della nostra vita e noi sappiamo benissimo senza pensarci troppo se siamo immersi nell‟
estraneità o nella familiarità, Il dove siamo (o meglio, il dove ci sentiamo) è spazialità esistenziale che concorre a determinare tensione o rilassamento. La temporalità è più complicata, poiché noi uomini moderni ci muoviamo nei nostri ruoli, impegni, aspettative e programmi rispetto a qualcosa di astratto com‟è il tempo cronologico, di cui siamo coscienti attraverso misuratori che danno valori numerici in ore, minuti e secondi. Nel nostro mondo tecnologico le attività sono scandite perlopiù secondo questo, ma ogni persona ne sente anche un altro, non dato da numeri ma da emozioni e sentimenti. Il tempo della coscienza non è quello dell‟orologio e ciò era già stato evidenziato da Plotino, da Sant‟Agostino e da Bergson; i primi due parlando di tempo dell’anima, il terzo di durata di coscienza. Indipendentemente da come lo si chiami il tempo vissuto non coincide con quello misurato, questo è oggettivo, fuori di noi, inerte alle nostre manipolazioni, con esso noi possiamo ricostruire il passato cosmologico, geologico, storico, della durata in vita di un insetto, di un batterio, di una cellula, i tempi del decadimento radioattivo di un isotopo.Piaccia o non piaccia il tempo dell‟orologio l‟unico affidabile, l‟unico che ci dice una verità sulle trasformazioni temporali che concernono sia la materia morta che quella viva. Ma, dal punto di vita del mentale, che cosa significa e che utilità ha? Serve a temporalizzare l‟esistenza degli enti esistenti attorno a noi, delle cellule in noi e del nostro sopravvivere nel tempo, ovvero quando siamo nati, che età abbiamo, ecc. Possiamo facilmente presumere che sia la ragione, preposta al calcolo, ad avvalersi maggiormente del tempo misurato. Però la misurazione del tempo (Bergson la chiamava
tempo spazializzato) non riguarda l‟esistenzialità libera ma semmai i suoi vincoli, poiché condizioni situazioni e ruoli impongono di tener conto dell‟orologio, mentre i pensieri e sentimenti, quelli che fanno il tempo vissuto, non lo fanno. Noi uomini della modernità siamo sempre più sottoposti al tempo misurato nello scandire e organizzare il nostro esistere ma il tempo vissuto non è stato cassato, semmai solo imbrigliato.Il tempo vissuto è esistenziale, riguarda non la ragione ma le altre tre organizzazioni, per ognuna delle quali il "vivere il tempo" avviene in maniera differente, salvo poi sintetizzarsi nella nostra coscienza in una certa risultante unitaria. La psiche percepisce un
tempo reazionale ed emozionale, l‟intelletto un tempo intuizionale, l‟idema un tempo abmozionale: la risultante è il tempo esistenziale che va a costituire il vissuto reale soggettivo. È questo tempo a scandire il sentirci di fronte a un bel tramonto, mentre è improbabile che ci si metta a seguire le successioni formali e cromatiche di un cielo da tramontante a tramontato per misurare la durata della fase. Il tempo esistenziale è mio o tuo, non nostro, né si può dire che io abbia il mio tempo, perché in realtà quel tempo sono io stesso che accado mentre esso accade. La memorizzazione di un esperienza è atemporale, ma le infrastrutture funzionano in maniera molto differente anche rispetto al tempo: probabilmente la memoria tenderà a comprimerlo e la coscienza a dilatarlo. Quando io cercherò di ricordare qualcosa non so affatto che cosa ne salterà fuori, dal momento che nella memorizzazionesono state coinvolte una pluralità di funzioni. Ma essendo integrate è possibile che abbiano rilasciato di concerto nei diversi siti delle memorie delle
risultanti d’integrazione.Quando noi ricordiamo non abbiamo alcuna garanzia che il
ricordato sia coerente col vissuto se non nel caso, molto raro, che sia stata la ragione a registrarlo per analisi e non l‟intelletto per sintesi. Ma anche in questo caso sono stati tali e tanti i fattori in gioco che il ricordo potrà essere più esatto sotto il profilo analitico, ma probabilmente molto povero di dettagli emotivi. Al contrario, se la ragione era inoperante o comunque sovrastata dalla psiche, noi avremo un ricordo di tipo emozionale. Se l‟intelletto (oltre che produrre la sintesi di un "avvenuto) avrà anche avuto un ruolo importante noi avremo arricchito l‟evento di contenuti "di scoperta", poiché ogni accadimento non è mai uguale a se stesso e l‟intelletto coglie sempre cose nuove. Infine, se l‟azione dell‟idema è stata più forte di quella della psiche ed riuscita a disattivare la ragione e ad attenuare l‟intelletto, è possibile che il ricordo assuma coloriture tali da farne un evento abmozionale.9.2 Le memorie e le loro funzionalità
Le memorie ci permettono di compiere atti ripetitivi con poco sforzo e di collegare il passato al presente. Si tratta di funzioni neurali simili ma distinte, concernenti sia il memorizzare relazioni e fatti, sia procedure, sia atti automatici. Tre i modi d‟operare: 1°, eseguire azioni abitudinarie in maniera automatica e ripetitiva; 2°, tenere a mente per poco tempo una forma o una scena, un successione di suoni o rumori, una parola o una breve frase, un numero di conto o di telefono; 3°, memorizzare cose complesse ed estese come letture, discorsi, formule, scene, episodi, situazioni, ecc. Quest‟ultimo è il tipo di memoria che ci fa "avere ricordi" di carattere descrittivo-narrativo e ci permette di riconoscerci come
individui con un passato, un presente e un futuro. È con la memoria a lungo termine che emerge individualità in quanto storia, esperienza e progetto. Va da sé che il 1° tipo di memoria ci accomuna a tutti gli altri animali, in buona parte il 2°, ma non il 3°.Memorizzare i fatti della nostra esperienza passata tuttavia non porterebbe a vera
individualità, se non ci fosse stata e ci fosse la coscienza secondaria a qualificarli. Ciò che occorre sottolineare preliminarmente è che le memorie non immagazzinano, ma creano procedure automatiche (quella di lavoro) o corrispondenze, riferimenti e percorsi di richiamo (quella a lungo termine). Fattori spaziali, temporali ed emotivi, con processi estremamente complessa sia in entrata che in uscita ne fanno la complessità. La memoria risente (come la coscienza) dello stato mentale generale, dell‟umore del qui-ora-come in cui ci troviamo quando entra in gioco il memorizzare. Ci ricorda Boncinelli che «non sappiamo come e dove sono conservati i nostri ricordi» 805 perché non è in "posti" ma forma "reti" di riferimenti e rimandi. Né la memoria funziona "a comando", ma secondo logiche complesse in gran parte sconosciute.805
E.Boncinelli, Come nascono le idee, cit., p.19.La memoria "lavorerebbe" perlopiù per aiutarci a vivere meglio e facilitare i compiti a cui siamo chiamati, talvolta alimenta paure, incubi, rancori. Dal punto di vista terminologico la memoria di
1° tipo è detta di lavoro; quella di 2° tipo, a breve termine; quella di 3° tipo a lungo termine. La seconda si conserva per pochi minuti, a meno che percependola come utile in futuro, non la si trasformi più o meno volutamente nella terza. Nella mente plurintegrata per memoria come infrastruttura si intende solo l‟insieme delle memorie di 1° e 2° tipo. Ogni memoria complessa è di 3° tipo ed è frutto di interazioni con le organizzazioni già "in entrata", formando percorsi rammemorativi molto complessi. Quando c‟è emersione spontanea o richiamo volontario del ricordo, si mettono in moto percorsi ricostruttivi a loro volta influenzati dalle organizzazioni. La memorizzazioni di 3° tipo non sono più solo infrastrutturali ma coniugate con le organizzazioni. Sono queste a farci begli o brutti scherzi.Le memorie
a lungo termine, a differenza di quelle di lavoro e a breve, possono diventare perciò "creative", ed è per questo che le emozioni psichiche, ma anche le abmozioni idemali, possono falsare i ricordi. La materia prima del memorizzato, spesso già falsata in ingresso per l‟emozione o per la carenza di dati oggettivi, può essere ulteriormente modificata nella fase di emersione-richiamo, diventando causa di stati mentali quasi incoerenti con l‟esperienza vissuta, diventando degli "elaborati" a rapporto incerto. La distinzione che abbiamo fatto tra stato mentale ed emozione è motivata dal fatto che l‟emozione è temporanea mentre lo stato mentale tende a prolungarsi nel tempo. La memoria gioca un ruolo fondamentale in entrambi, ma è anche "giocata da essi". La memoria lunga prende forma in molti modi ma riguarda quasi sempre situazioni e fatti percepito come importante per la vita o cognitivamente interessanti, ma può essere anche l‟involontaria fissazione mnemonica di un esperienza traumatica..La terza memoria qualcuno la suddivide in
semantica, conoscitiva, episodica e sentimentale, altri in dichiarativa- esplicita e in emozionale-implicita, però è sempre difficile dire dove finisca una e inizi un‟altra, essendo sempre plurintegrata. In ogni caso è la più vulnerabile, incerta, confusa e lacunosa. Dagli anni ‟80 sono state avviate ricerche per capire "come" avvenga l‟emersione e il richiamo e come siano possibili fenomeni di "integrazione in uscita" per ricostruire un ricordo in forma compiuta. Tali ricerche si limitano però a fatti univoci, simboli, parole, immagini; mai a ricordi complessi. La distinzione tra esplicita ed implicita è posta da Eric Kandel, che proprio per i suoi studi sulla memoria ha avuto il Nobel. Egli localizza la funzionalità di quella esplicita principalmente nella corteccia prefrontale e nell‟ippocampo e poi a quattro aree mnestiche tre delle quali contigue (memoria motoria, m. somatosensoriale e m. uditiva), più una isolata occipitale (m. visiva). La memoria implicita avrebbe i suoi centri nel cervelletto, nell‟amigdala e nel cosiddetto corpo striato adiacente al talamo 806. A proposito della memoria di lavoro:806 E.
Kandel, Alla ricerca della memoria, cit, p.120.807
Ivi, p.122.808
J.Le Doux, Il sé sinaptico, Milano, cit., p.149.809
Ivi, p.149.Molte esperienze di apprendimento si avvalgono della memoria sia esplicita che implicita. Imparare ad andare in bicicletta all‟inizio richiede un‟attenzione consapevole al proprio corpo e alla bicicletta, ma poi il pedalare diventa un‟attività motoria automatica e inconscia.
807Due domande s‟impongono: 1
a, in quale misura il conscio può farsi inconscio e viceversa? In quali forme e misure l‟inconscio potrebbe influire, o addirittura fa parte, della coscienza secondaria, evoluta e integrata con le altre funzioni mentali? LeDoux sostiene che le memorie esplicite o dichiarative legate all‟apprendimento interessino i sistemi corticali, ma che è l‟ippocampo a «dirigere i processi »:Per esempio, la creazione di una memoria per una scena visiva implica il trasferimento della percezione dalla corteccia visiva alle aree corticali paraippocampali, quindi nei circuiti ippocampali. Il segnale processato, la memoria, è quindi retroattivamente inviato, per mezzo delle aree paraippocampali, alla corteccia visiva. 808
Si tratta di quei percorsi di andata-ritorno dei segnali a cui abbiamo accennato più volte e che chiamiamo con Edelman
rientri. Ancora:Quando alcuni aspetti della situazione-stimolo ricorrono, l‟ippocampo partecipa al ripristino del pattern di attivazione corticale occorso durante l‟esperienza originaria. Ogni ripristino cambia leggermente le sinapsi corticali. Dal momento ch le situazioni dipendono dall‟ippocampo, danni all‟ippocampo incidono sulle memorie recenti, ma non su quelle di vecchia data, che sono già state consolidate nella corteccia. Le vecchie memorie sono il risultato dell‟accumulo di cambiamenti sinaptici nella corteccia quale risultato di molteplici riattuazioni della memoria. Il lento ritmo di cambiamento della corteccia evita che l‟acquisizione di nuova conoscenza interferisca con i vecchi ricordi corticali. Di fatto, la rappresentazione corticale diventa autosufficiente. Allora la memoria diventa indipendente dall‟ippocampo.
809È qui evidenziata la "divisione del lavoro" implicata nel pluralismo funzionale, ma essa non è mai definita. Seppure l‟ippocampo funga da porta d‟ingresso anche altre aree partecipano, sicché danni ad esso, entro certi limiti, sono compensati dal lavoro di altre aree.
810810
Ivi, pp.149-159.811
G.M.Edelman – G.Tononi, Un universo di coscienza, cit., p.129.812
G.M.Edelman, Più grande del cielo, Torino, Einaudi 2004, p.43.813
Ivi, p.75.814
D.L. Schacter, Alla ricerca della memoria, Torino, Einaudi 2001, pp.XII-XIII.815
Ivi, p.XIV.816
Ivi, p.XV.817
Ivi, p.XVI.818
Ivi, p.5.Soffermiamoci ancora su quell‟
Universo di coscienza firmato da Edelman e Tononi di cui ci siamo già occupati per mettere a fuoco la coscienza primaria (che Edelman chiama presente ricordato) in rapporto alla memoria:La capacità di un animale di collegare eventi e segnali del mondo, che siamo causalmente correlati o meramente contemporanei, e poi, mediante il rientro con il sistema di memoria valore-categoria, di costruire una scena correlata alla propria storia appresa, è a fondamento dell‟emergenza della coscienza primaria. […] L‟interazione del sistema di memoria con la percezione in atto si verifica in frazioni di secondo, in una sorta di auto elevazione: ciò che è percettivamente nuovo può essere incorporato immediatamente nella memoria, frutto di categorizzazioni precedenti. La capacità di costruire una scena cosciente è la facoltà di creare, in frazioni di secondo, un presente ricordato.
811La coscienza primaria "riattualizza" il passato nel presente. Nel suo
Più grande del cielo del 2004 Edelman distingue le memorie in quattro classi: 1a a lungo termine; 2a a breve termine o di lavoro; 3a procedurale; 4° episodica, ma aggiunge «probabilmente esistono molti altri sistemi di memoria oltre a quelli descritti. Inoltre, resta ancora molto da fare per scoprire le interazioni tra i vari sistemi di memoria.» 812 Più avanti ci ricorda:L‟ippocampo, come si è visto, si occupa della conversione della memoria a breve termine in memoria a lungo termine interagendo con la corteccia cerebrale. Dopo l‟asportazione bilaterale dell‟ippocampo, la formazione di ricordi episodici diventa impossibile, anche se tutti quelli precedenti alla lesione rimangono intatti.
813Questo piccolo elemento del cervello ha pertanto un‟importanza enorme ai fini della funzione mnestica.
Per darci una linea esplicativo-informativa univoca seguiamo ora un saggio (
Searching for Memory) che uno specialista della memoria, Daniel Schacter, ha pubblicato nel 1996. Iniziamo col vedere perché la memoria è importante:Un animale che vive di foraggio, in grado di ricordare dove ha trovato il cibo, ha maggiori possibilità di sopravvivenza rispetto a un altro con una capacità di rievocazione meno accurata; un indigeno della giungla che riconosce subito le impronte di un pericoloso predatore si salverà più facilmente di un altro con dei processi di riconoscimento più lenti e nebulosi. 814
La memoria dunque si connette strettamente alla possibilità di sopravvivenza assai prima che come fattore di pensiero e sentimento. 815
La memorizzazione è una funzione con percorsi complessi che poggia su sistemi distinti separabili anche fisicamente, ognuno di quali «dipende da una particolare costellazione di reti cerebrali»
816. Va inoltre sottolineato che i ricordi non si fissano ogni volta ex novo ma "si confrontano" con mappe esistenti, sicché: «Le conoscenze preesistenti influenzano notevolmente la codifica e l‟immagazzinamento dei nuovi ricorsi, contribuendo in tal modo alla natura, alla composizione e alla qualità di quanto ricorderemo in quel momento.» 817 Dopo di che il richiamo di un ricordo è «un viaggio mentale nel tempo» 818 che produce lo scenario di un fatto pregresso più o meno attendibile o decisamente falsato. Ciò dipende sia dall‟umore, sia dall‟attenzione e siadall‟importanza che gli avevamo dato, ma in parte anche dai tipi dei circuiti che si attivano per riprodurre il ricordo.
Schacter sostiene che la chiarezza e la compiutezza dei ricordi dipende dal tipo di
codifica elaborativa con cui li fissiamo, che si esprime nella modalità con cui una nuova informazione o un nuovo fatto si integra con un plafond preesistente e mappato 819. Il memorizzare è dunque un processo dinamico col "costruiamo ricordi" che non sono mai definiti come dei monogrammi ma piuttosto degli engrammi 820. Un monogramma come un simbolo sarà rafforzato da informazioni aggiuntive per estensione engrammatica:819
Ivi, pp.33-36.820
Ivi, p.47.821
Ivi, p.49.822
Ivi, p.53823
Ivi, p.73Gli engrammi sono cambiamenti transitori o permanenti nel cervello che derivano dalla codifica di un‟esperienza. Secondo i neuroscienziati il cervello registra un evento rafforzando in essi le connessioni tra gruppi di neuroni che partecipano alla codifica dell‟esperienza. Un tipico avvenimento della vita di tutti i giorni si compone di tante visioni, suoni, azioni, parole. Aree diverse del cervello analizzano questi aspetti multiformi di un evento. Di conseguenza i neuroni collocati in diverse zone del cervello sviluppano tra loro una forte connessione. Il nuovo modello di connessioni costituisce la registrazione cerebrale dell‟evento, l‟engramma. […] Mentre leggete queste parole il vostro cervello contiene migliaia, forse milioni di engrammi. Se favoriti dalle circostanze questi modelli di connessioni possono ridestarsi per contribuire al ricordo esplicito, ma in qualunque altro momento sono inattivi.
821Ne emergono due cose: la prima è che la memoria (per quanto se ne diano localizzazioni) è ubiquitaria, infatti noi l‟abbiamo definita un‟infrastruttura. La seconda è che un ricordo non è registrato nel cervello come tale ma come "rete" di rimandi. Il recupero dipende dagli indizi che emergono o che riusciamo a trovare. Relativamente all‟
elaborazione:A parità di condizioni, la codifica elaborativa produce livelli più elevati di ricordo esplicito rispetto a quella non elaborativa, probabilmente perché una codifica ricca e complessa è accessibile a una vasta gamma di indizi di recupero, mentre una superficiale, più ridotta, può esser ricavata soltanto grazie a qualche indizio perfettamente corrispondente. 822
Il ricordo è dunque dato da un
percorso che dipende da indizi. Se c‟è stata codifica, ovvero schematizzazione procedurale, anche indizi non pertinenti funzionano; se non c‟è stata codifica funzionano solo indizi pertinenti. La definizione dei percorsi e le codifiche dei dati sono i due fattori principali su cui si basano da sempre le tecniche mnemoniche, note già dal „400 e continuamente aggiornate.Un fattore importante è l‟
ambiente di recupero. Tutti noi abbiamo sperimentato la formulazione di un intenzione di fare o cercare qualcosa in una stanza e poi di spostarci in un'altra e non ricordarcene più. Ma tornando nel luogo dove è stata formulata l‟intenzione spesso diventa possibile recuperarla con indizi meramente spaziali, ma recuperando i quali si recupera l‟engramma. Gli indizi sono importanti specialmente per le esperienze. Nota Schacter:Ora che l‟engramma dell‟evento è una fonte di informazione impoverita occorrerà una notevole dose di indizi di recupero per suscitare il ricordo dell‟episodio e le proprietà dell‟indizio stesso potrebbero essere determinanti nel dare forma all‟esperienza rievocativa del ricordante.
823Ci vogliono indizi perché la
memoria secondaria è sottoposta a un processo selettivo legato all‟"uso". Il dimenticare o no (a parte il fatto che un dimenticato oggi può essere un ricordato domani) dipende in buona parte da tale selezione:L‟oblio, per quanto spesso frustrante, è una caratteristica di adattamento della memoria. Non occorre ricordare tutto quello che ci capita; probabilmente è meglio dimenticare gli engrammi che non utilizziamo mai. Il cognitivista Jon
Anderson ha sostenuto in maniera convincente che l‟oblio è una risposta economica alle richieste avanzate alla memoria dall‟ambiente in cui viviamo. Meglio dimenticare le esperienze di poco conto che infarcire la mente di tutti gli eventi che possono verificarsi, casomai volessimo ricordarcene un giorno o l‟altro.
824824
Ivi, p.77.825
Ivi, p.102.826
Ivi, p.132.827
Ivi, p.138.828
Ivi, p.156.Crediamo di poter dire che il criterio biologico generale secondo cui
è l’uso che fa la funzione è applicabile anche al ricordo, ma ci sono anche fenomeni di distorsione poiché la codifica e l‟engramma non sono creati dalla memoria da sola, ma da interazioni con le organizzazioni. La memoria nel costruire l‟engramma ha interagito con la psiche o con l‟intelletto o con la ragione o con tutti e tre: quanto maggiore la complessità tanto più vulnerabile il ricordo. Il punto di vista di Schacter:È dunque chiaro che i processi di codifica possono introdurre un grado di distorsione nei ricordi. La conoscenza pregressa, che spesso collabora alla costruzione delle codifiche elaborative, può a volte insinuarsi nei nuovi ricordi, guastandoli. Questo genere d‟influenza risulta una caratteristica naturale di molti modelli di reti neurali mnestiche. Questi modelli contengono engrammi immagazzinati come modelli di attività sovrapposti. Ciò significa che i nuovi ricordi sono destinati a subire l‟influenza dei vecchi, che li espone al fenomeno relativamente comune della distorsione.
825La tesi della "sovrapposizione nuovo/vecchio" non manca di plausibilità, ma non convince. Parlare di «reti neurali mnestiche» quale tipo "particolare" di reti neurali ci pare azzardato, poiché vediamo difficile l‟esistenza di reti "apposite", delegate a ricordare. La distorsione è più facile e più difficile il ricordo quanto più questo è "sporco", ovvero con un
engramma prodotto da più funzioni differenti interagenti con la memoria. All‟interazione memoria-organizzazioni, che si dà sia in uscita che in entrata, il negativo a noi non pare tanto la sovrapposizione "nuovo su vecchio", ma il "tempo trascorso" e la conseguente "perdita d‟indizi". Indizi che possono essere di natura psichica, intellettiva, razionale o idemale; ma la complessità compromette un ricordo "pulito". Il Nostro:La fragilità della memoria è in parte attribuibile al fatto che un compito apparentemente agevole come ricordare il cosa, il dove e il quando del nostro passato dipende da sottili interazioni fra diversi processi di cui abbiamo solo una vaga idea e che possiamo controllare ben poco. 826
No, le interazioni non sono "sottili", bensì pesanti e decisive. Le distorsioni ci sono non per ipotetici "processi" ma unicamente per le interazioni nella memorizzazione e nel recupero, se esse sono copiose il ricordo è "sporco" già all‟origine. Tuttavia, la mente non è insieme anarchico di funzioni e molti fattori che potrebbero sporcare il ricordo sono eliminati "in corso d‟opera".
Schacter suddivide la
memoria a lungo termine in cinque memorie, ma su due livelli, uno "qualitativo" e uno "modale". Al primo tipo appartengono la episodica, la semantica e la procedurale, al secondo la esplicita e la implicita. Il livello qualitativo concerne rispettivamente episodi vissuti, associazioni concettuali e capacità 827, il modale indica nella esplicita (chiamata da altri dichiarativa) il modo del ricordare conscio e nella implicita il modo inconscio in cui si è engrammata in ingresso (da ciò la difficoltà d‟emersione). Al livello qualitativo numerosi casi clinici dimostrerebbero che la memoria episodica è la più vulnerabile, mentre quella semantica riuscirebbe a preservarsi meglio 828.La memoria
implicita, alla quale Schacter dedica un intero capitolo, è legata all‟inconscio e quindi poco utilizzabile, ma non del tutto, peraltro anche pazienti amnesici possono apprendere e memorizzare. D‟altra parte anche la memoria di lavoro è inconscia e lo è pure quella che Schacter chiama procedurale. Se c‟è un fare e un ricordare inconscio perché non ne abbiamo fatto una terzainfrastruttura? Orbene, perché l‟
inconscio è carenza di coscienza e non una non-coscienza, però è elemento effettuale del mentale, riconoscibile e analizzabile, quindi va trattato a parte .L„avvio all‟emersione" dei
ricordi impliciti Schacter lo chiama priming. Esperimenti dimostrano che essendo la memoria implicita inconscia l‟amnesico tende negarne l‟esistenza o a dichiarare quando ricorda di aver "tirato a indovinare". Dunque la coscienza "non riconosce" la memoria implicita in quanto "altro" 829, e ci sono persino casi di "plagio in buona fede" dipendenti dal fatto che si è udito chiaramente qualcosa, ma poi finito nell‟inconscio. Ed allora un bel giorno quel qualcosa emerge, ma non come "ricordato" bensì come "creato". È noto il caso del beatle George Harrison, a cui venne in mente nel ‟69 un bel motivo che diventa My Sweet Lord; se non ché quel motivo era lo stesso d‟una canzone del ‟62 a titolo He’s so fine e che egli aveva evidentemente udito ma senza conservarne coscienza. Capitò persino a Freud quando, comunicando al collega Wihhelm Fliess l‟idea che "ogni persona sia fondamentalmente bisessuale", di dover ammettere che era stato proprio lui a comunicargli l‟idea due anni prima 830.829
Ivi, p.175.830
Ivi, p.176.831
Ivi, p.200.832
D.Linden, La mente casuale, cit., pp.110-111.Schacter spiega che la memoria implicita non avrebbe alcun rapporto con l‟
inconscio-es di Freud:Il mondo della memoria implicita rivelato dalle neuroscienze cognitive è nettamente diverso dall‟inconscio freudiano. Nella visione di Freud i ricordi inconsci sono entità dinamiche in lotta contro le forze della repressione; frutto di precise esperienze che si riferiscono ai conflitti e ai desideri più profondi. I ricordi impliciti da me considerati sono ben più prosaici, una naturale conseguenza di attività quotidiane quali la percezione, la comprensione e l‟azione. I sistemi che espletano queste funzioni cambiano spesso, magari solo di poco, mentre sono all‟opera.
831Osservazione corretta, l‟enfatizzazione da parte di Freud del conflitto
inconscio/super-io era un punto debole della psicanalisi, resta il fatto che l‟inconscio è una realtà e che è stato lui ad evidenziarla in modo netto. Che poi questa realtà sia in conflitto con una morale sociale che tenterebbe a reprimerla ci sembra secondario. La psicanalisi ha fatto certamente il suo tempo, ma non bisogna buttare il bambino con l’acqua sporca.L‟indagine neurofisiologica sulle funzioni mnestiche ha visto negli ultimi decenni molti progressi, scoprendo mutevolezze, potenziamenti e indebolimenti. Ogni neurone porta circa 5000 sinapsi e attraverso queste i neurotrasmettitori migrano da sponda a sponda di essa (distanza 20-40 nanometri) per raggiungere i recettori dei dendriti postsinaptici e rilasciare informazione chimica. È dunque già nelle sinapsi che può crearsi della memoria:
La memoria a breve termine comporta cambiamenti della funzione e della struttura delle sinapsi esistenti, ma quella a lungo termine può portare alla creazione di nuove ramificazioni di dendriti e assoni. Le piccole spine che ricoprono i dendriti sono strutture particolarmente sensibili alle nuove informazioni dovute all‟esperienza. […] Hanno scoperto che, nel giro di 30 giorni, circa il 25% delle spine dendritiche scompare o si riforma. A livello microscopico, le sinapsi del cervello non sono statiche, ma crescono, si trasformano, muoiono e nascono di nuovo, e questo dinamismo strutturale risulta fondamentale per lo stoccaggio della memoria.
832Abbiamo già visto che nell‟operatività del cervello ci sono giri e rigiri, avanzate e ritorni, uscite e rientri, nascite e morti. Questo scenario ci conferma l‟impossibilità di cogliere in esso alcuna
causalità lineare (deterministica) ma solo causalità intricata (indeterministica).Per quanto la ricerca troverà nuovi strumenti d‟indagine è improbabile che sarà mai possibile "entrare" nelle memorie molto complesse, anche per l‟impossibilità di accedere di essi alla formazione dei ricordi, alla sensibilità che li colora, alla maniera in cui si trasformano in ragione dell‟invenzione affabulatoria della psiche. Essa toglie o aggiunge particolari ai fatti accaduti o alle sensazioni provate, fa modifiche, arricchisce di significati che non c‟erano, ne censura altri, il tutto per rendere coerente il ricordo con la
weltanschauung. Nota Rose in chiusura del suo La fabbrica della memoria: «Ma la psicologia e la neuroscienza non sostituiranno mai il lavoro altrettanto durodel romanziere o del poeta nell‟esplorazione di questa soggettività, nel ricordo e nella ri-creazione di quel paese straniero che è il passato.»
833833
S.Rose, La fabbrica della memoria, cit., p.394.834 E.
Kandel, Alla ricerca della memoria, Torino, Codice 2007, p.349.9.3 La coscienza primaria e quella secondaria
Per farsi un‟idea di ciò che s‟intenda per coscienza basta pensare al momento di passaggio dal sonno al veglia: esperienza comunissima nella si passa dall‟inconsapevolezza alla consapevolezza di esistere-in-un-mondo. Parliamo ovviamente della forma più elementare di coscienza, la
primaria, mentre la secondaria è un composto che è percepito dalle ideologie metafisiche che come qualcosa di più alto e profondo, più precisamente una voce del divino. Orbene, vede la coscienza per ciò che non è una sciagura storica che ha fatto non pochi danni alla conoscenza. Anche pensare che la coscienza nasca come senso dell‟io è sbagliato, tutt‟al più essa indica la presenza di un sé quale stadio aurorale dell‟io. Altra cosa: chi vede nel sonno REM la presenza di una coscienza, per quanto attenuata, secondo noi sbaglia, perché in esso c‟è il sé ma non l‟io. Coscienza ed io sono attivi solo durante la veglia e debolissimi nel dormiveglia, assenti nel sonno. Coscienza vuol dire vigilanza e l‟esser coscienti appartiene agli stati mentali della veglia e non del sonno. Ciò che nel sonno viene scambiato per accensione della coscienza non è altro che l‟emergere d‟un sè residuale e confuso.Vediamo una definizione di coscienza offertaci da Eric Kandel, nella quale sono coniugate
consapevolezza percettiva e attenzione selettiva:Sostanzialmente nelle persone la coscienza è una consapevolezza di sé, la consapevolezza di esser consapevoli. Si riferisce quindi alla nostra capacità non solo di esperire il piacere e il dolore, ma di prestare attenzione e di riflettere su queste esperienze, e di farlo nel contesto del vissuto corrente e della nostra storia di vita. L‟attenzione consapevole ci permette di tagliare fuori le esperienze estranee e di focalizzare l‟evento cruciale che ci troviamo di fronte, sia esso piacere o dolore, l‟azzurro del cielo, la fredda luce nordica di un dipinto di Vermeer o la bellezza e la pace che possiamo godere in riva al mare.
834Si parla di
secondaria, ma degno di nota è il concetto di "ritaglio" d‟una fetta di realtà, quella che ci concerne e ci coinvolge direttamente, rispetto a una generalità da cui ci chiamiamo fuori; essa ci qualifica, ma proprio perché non è più quella infrastrutturale ma integrata con le organizzazioni. In generale si insiste particolarmente sul suo carattere di "unitarietà", secondo noi ciò comporta due errori. Il primo è vederla definita e chiusa e non invece aperta e diffusa a tutto il mentale. Il secondo, più grave, è che si disgiunge la primaria (o addirittura la si accantona) dalla secondaria per fare di questa un evoluto di quella, non capendo che non di ciò si tratta ma di un integrato con altre funzioni. La coscienza primaria (che Damasio chiama nucleare) quindi, non diventa affatto coscienza secondaria (per Damasio estesa) per evoluzione, né filogenetica e né ontogenetica.Il vedere la coscienza come la "consapevolezza d‟esser consapevoli" e "coscienza di sé" è tollerabile discorsivamente, ma non fa capire come dalla
consapevolezza pura di me e di ciò che accade e mi coinvolge si possa passare alla consapevolezza che io sto dinanzi a ciò che accade sentendomi disgiunto da esso e come unità particolare. La coscienza primaria percepisce un mondo + un sé, ma non ci significa né il sé è né il mondo. Essa ha col mondo una relazione che si traduce in significati di opportunità o pericolo, di cibo o veleno, di vita o di morte, come risposta all‟esistenza del mondo + me o di me + mondo. Questa risposta quasi solo biologica non può trasformarsi "per evoluzione" in una coscienza di sé di fronte al mondo se altre funzioni non la corredano sia di una "concezione del mondo" e sia di "una concezione dell‟io". La coscienza secondaria è frutto della plurintegrazione tra più funzioni di cui la coscienza primaria è solo l‟ingrediente basale.Per farsi un‟idea di quelle che possono essere le "condizioni minime" affinché sorga la consapevolezza del mondo fenomenico in rapporto a noi è interessante considerare gli studi di Francis Crick (lo scopritore con Watson del DNA) e di Christof Koch tra il 1990 e il 2004 (anno della morte di Crick), che hanno si sono posti il problema. Essi hanno chiamato
Neural Correlates of Consciousness (NCC) le unità-base di tale sorgere, giudicandole punto di partenza irrinunciabile, senza definire le quali gli studi sulla coscienza rischiano la non-scientificità. In un‟intervista del 2004 Koch affermava: «È probabile che tutti i diversi aspetti della coscienza – sensoriale, percettivo, introspettivo, emotivo, di auto-coscienza – condividano una o più caratteristiche fondamentali.» 835 e precisava:835
http://www.swif.uniba.it/lei/ai/networks/04/koch_it.pdf p.66.836
Ivi, p.70837
C.Koch, La ricerca della coscienza, Torino, UTET 2007, p.19.Allo stato attuale delle conoscenze, non comprendiamo l‟esatta relazione tra mente e cervello. È evidente che senza cervello non c‟è mente e che ogni mutamento in uno stato mentale è associato a un mutamento nello stato cerebrale. Perciò non vi è dubbio che i due siano fortemente intrecciati. Non è chiaro invece, oggi, se mente e cervello, come qualcuno sostiene, siano le due facce della stessa moneta. I caratteri degli stati cerebrali e quelli degli stati fenomenici sembrano troppo diversi per essere completamente riducibili l‟uno all‟altro. Ho l‟impressione che la loro relazione sia più complessa di quanto tradizionalmente si è ritenuto.
836Questo passaggio dell‟intervista ci permette di tracciare una netta distinzione tra un programma di ricerca minimalista e uno riduzionista. Crick e Koch non pretendono di occuparsi della coscienza
secondaria ma esclusivamente della primaria, anzi dei meccanismi-base neurali di questa. È questa la ragione per cui la ricerca sui correlati neurali della coscienza è interessante e il riduzionismo grossolano non lo è.La coscienza primaria è certamente posseduta da molti animali, ciò su cui si dibatte e se essi percepiscano un
sé. Koch afferma in The Quest of Consciousness:Attualmente non sappiamo in quale misura la percezione cosciente è comune a
tutti gli animali. Probabilmente, la coscienza è correlata in qualche misura alla complessità del sistema nervoso dell‟organismo. Calamari, api, moscerini della frutta e persino vermi nematodi sono all‟altezza di comportamenti piuttosto raffinati. Forse anche loro possiedono un livello di consapevolezza; forse anch‟essi provano dolore, sensazioni di piacere e vedono. 837Si sta parlando di una coscienza
proto-primaria e questa, probabilmente, la si trova anche a bassi livelli evolutivi; resta il fatto che percepire il mondo è condizione preliminare (una pre-coscienza) dell‟evoluzione verso la vera primaria. Essere coscienti è importante, ma "costa". La coscienza consuma molta energia perché "selettiva", mentre molta parte delle azioni animali (anche nostre) ne fa a meno. L‟agire inconsapevole è rapido, proficuo è "a basso costo", ma anche molto rischioso. L‟agire con coscienza primaria è altra cosa, ha un importante "valore aggiunto" ma consuma più energia, la secondaria è un "super-valore aggiunto" poiché coinvolge le organizzazioni, è per questo che consuma molta energia.Le
organizzazioni, come funzioni superiori che il cervello umano si è dato di recente, hanno due conseguenze, la prima è che "fanno costare" in termini energetici e la seconda è che le rappresentazioni io-mondo sono si "ritagli" ma includenti "sfondi", questo le fa complesse e costose. Il concetto di energia psichica posto da Freud mantiene una sua validità anche in riferimento alla coscienza, poiché essa richiede un investimento di energia notevole che si traduce in fatica. In altre parole: la coscienza stanca e in tal senso impegna sino al punto da poterci recare disagio, sicché l‟uomo ormai da molti millenni ha imparato vie e modalità per attenuare tale disagio "uscendo dall‟impegno cosciente" e quindi andando poco o tanto fuori-di-sé. Ciò che è sicuro è che l‟andare fuori-di-sé, sia che sia lo si ottenga con droghe, sia con alcool, o sia con digiuni e pratiche ascetiche è in ogni caso "gradevole". Affinché il fuori-di-sé non diventi rischioso l‟uomo ha trovato il modo di moderarlo con una "inconsapevolezza controllata".Tutti noi sappiamo che l‟alcool etilico è un veleno per il nostro fegato, fatto per elaborare solo acqua o sostanze acquose. Ma ormai da circa diecimila anni con la fermentazione di cereali o uva si producono bevande alcoliche che nella storia dell‟umanità hanno assunto importanza sia esistenziale che culturale. Grandi artisti della storia erano grandi bevitori che alternavamo fasi di incoscienza assoluta, di ebbrezza totale e alienante, a fasi di creatività per "inconsapevolezza controllata". L‟alcool, come molte altre sostanze, "altera" la coscienza, ma se l‟ebbrezza è leggera noi restiamo coscienti e mentalmente attivi, ciò significa investire meno energie per tenerla desta e disporne, per esempio, per "liberare la fantasia". Certo, l‟inconsapevolezza controllata funziona o non-funziona a seconda delle differenti individualità e
formae mentis, ma il perdere "un po‟ di io cosciente" è qualcosa che l‟homo sapiens ha fatto da sempre.Se è piacevole e fors‟anche utile che noi ci prendiamo ogni tanto e consapevolmente delle "ferie dalla coscienza", ciò va nettamente distinto dal farne una modalità del vivere. Gli alcolisti e i tossicodipendenti in generale, ferme restando le differenze patologiche tra i molti tipi di sostanze psicotrope, sono coloro che cercano "la feria continua" dalla coscienza. Essa è oblio di sé ma alla fine anche autodistruzione. Ci si può limitare a bruciare qualche neurone e qualche migliaia di sinapsi una volta, ma bisogna sapere che nel cervello ricostruzioni e rimpiazzi sono lenti e difficili, così come sono lenti e irrimediabili i danni. Quando "si va in feria continua" dalla coscienza non se ne esce più, il cervello, lentamente ma continuamente, si rimpicciolisce, si depotenzia, perde pezzi, anche se di ciò non s‟accorge l‟interessato e neppure i congiunti. Quando ci se ne accorge è tardi. L‟alcolista o il tossicodipendente vanno incontro a una regressione mentale penosa, anche se si ritagliano "nicchie esistenziali" dove le sue risorse mentali potranno parergli sufficienti.
Nella nostra visione la coscienza primaria è considerata qualcosa che può coincidere con la visione minimalista di Crick e Koch, che la vedono generata da
correlati neurali della coscienza (NCC). Siccome solo se questi ci sono la coscienza può emergere si tratta di «scoprire l‟insieme minimo di eventi e di meccanismi neuronali sufficienti, insieme, per uno specifico percetto cosciente.» 838 L‟idea che essi hanno del formarsi degli NCC è di carattere "competitivo", le coalizioni neuronali sono in competizione per imporre ciò che potremmo chiamare il loro "punto di vista percezionale". Koch sostiene che quando non ricordiamo un nome è perché in quel momento il nostro cervello è invaso da nomi "distraenti" in quel momento vincenti, che sopprimono temporaneamente la coalizione neuronale "giusta", quella che permetterebbe l‟affiorare del nome corretto.838
Ivi, p.23839
Ivi, p.33840
Ivi, pp.33-34.841
Ivi, p.113In tale competizione, precisa Koch: «Di solito, sopravvive solo una singola coalizione, quella delle cui proprietà sarete coscienti.»
839 e aggiunge: «Mentre la vostra attenzione vaga da un oggetto al successivo, in un primo tempo vince una coalizione – diventate coscienti del primo oggetto – prima di esser soppressa da una seconda coalizione per cui la vostra mente diventa consapevole del nuovo oggetto.» 840 La tesi è che un NCC si costruisce solo con rappresentazioni neuronali esplicite, mentre informazioni implicite, anche se possono influenzare il comportamento, non creano coscienza. Inoltre: «Una rappresentazione esplicita è una rappresentazione che ha più profondità logica di una implicita perché è in sostanza la somma di tutta l‟informazione implicita.» Date le correlazioni coscienza-esplicità e inconscio-implicità se ne potrebbe dedurre che l‟inconscio-implicito "tendenzialmente" può trasformarsi in conscio-esplicito.Gli NCC sono soggetti a
fattori abilitanti e fattori specifici. Tra i primi vi è un‟adeguata irrorazione sanguigna (senza di essa subentra l‟incoscienza) e il lavoro di sostegno metabolico delle cellule gliali 841. Koch individua nell‟acetilcolina il principale neurotrasmettitore per il funzionamento della coscienza, ma ammette che i neuroni colinergici stanno un po‟ dappertutto. Due vie colinergiche sono però fondamentali, quella che dal tronco encefalico va al talamo e quellache dal prosencefalo basale va al talamo, all‟ippocampo, all‟amigdala e da qui alla corteccia. Spiega:
I meccanismi colinergici fluttuano con il ciclo sonno-veglia. In generale, livelli crescenti di attività dei neuroni colinergici sono associati allo stato di veglia e al sonno REM, mentre livelli decrescenti si verificano durante il sonno non-REM oppure quello a onde lente. Infine, molte patologie neurologiche, i cui sintomi includono disturbi della coscienza - come il morbo di Parkinson, la malattia di Alzheimer e altre forme di demenza - sono associate alla perdita selettiva di neuroni colinergici. 842
842
Ivi, pp.115-116.843
Ivi, pp.116-117.844
Ivi, p.124.845
Ivi, p.125.846
Ivi, p.166.847
Ivi, pp.262-270.848
Ivi, p.271849
Ivi, p.275Ma buona irrorazione sanguigna e buon livello di acetilcolina non sono
fattori abilitanti, è necessario anche che siano attivi i cosiddetti nuclei talamici non specifici, lesi i quali subentra l‟incoscienza, lo stato vegetativo e poi il coma 843. Koch pensa che un NCC in un dato momento è da vedersi come il risultato dell‟«attività di una coalizione di neuroni nella corteccia, nel talamo e nelle strutture associate.» 844 e che l‟informazione portata dall‟NCC tenda a disperdersi nell‟intera corteccia 845. Se ciò è vero sembra avvalorata la tesi principale della mente plurintegrata, cioè il coinvolgimento delle organizzazioni nel produrre coscienza secondaria.Per quanto concerne i
fattori specifici degli NCC il Nostro prende le distanze da Edelman (che tende a vedere la coscienza come una funzione che coinvolge globalmente il cervello) trattando in dettaglio la funzione visiva, ma per concludere che fondamentale ai fini dell‟emergere della coscienza è il rapporto talamo-corteccia 846. Egli passa poi ad occuparsi di Quello che possiamo fare senza essere coscienti (capitolo 12) e la sua analisi è interessante anche se non dice nulla di nuovo rispetto a ciò che già abbiamo appreso dagli esperimenti di Libet. L‟attore di ciò che facciamo inconsapevolmente è per Koch l‟agente zombie che c‟è in ognuno di noi 847. Osserva:Voi afferrate la matita prima di vederla realmente rotolare giù dal tavolo, o allontanate la mano dal fornello caldo prima di percepire il suo calore. Quest‟ultimo punto è importante. Esso infatti smentisce la teoria che allontaniamo di scatto la mano perché sentiamo coscientemente dolore. La retrazione di un arto in seguito a uno stimolo irritante o dannoso è un riflesso spinale: non richiede il cervello. In effetti, gli animali decapitati, e anche le persone paraplegiche, che hanno il midollo spinale inferiore scollegato dl cervello, manifestano questi riflessi di retrazione.
848Ciò che qui viene ribadito è che la
sensazione è momentanea mentre la percezione richiede tempo e che senza percezione non c‟è coscienza:Gli agenti zombie controllano i vostri occhi, le mani, i piedi e la postura, e trasducono rapidamente l‟imput sensoriale in una risposta motoria stereotipata. Essi possono persino scatenante comportamenti aggressivi o sessuali quando subodorano la cosa giusta. Tutti, comunque, aggirano la coscienza.
849Possiamo vedere nella «risposta motoria stereotipata» un meccanismo che sfugge al controllo cosciente, ma che ci risparmia lavoro perché sfrutta un lavoro già fatto. Il problema secondo noi c‟è quando la risposta scatta in uno
stato mentale alterato (SMA) da assunzione di sostanze psicoattive; il soggetto può anche essere cosciente che sta facendo una cosa sbagliata, ma non può evitarla.Per quanto l‟aggiramento della coscienza in meccanismi motori nati da passate elaborazioni sia molto risulti utile come risparmio energetico, non ci sono dubbi sul fatto che il costituirsi della coscienza sia stata per gli animali una novità neurofisiologica utile per giocarsi al meglio la partita nel mondo. Quante più informazioni si riescono ad elaborare sul rapporto
sé/mondo tanto più è facile azzeccare i comportamenti. Il problema è che il nostro cervello è quello di 30.000 anni fa, conla differenza che allora riceveva e doveva elaborare un flusso molto basso d‟informazione. In quelle condizioni più si era coscienti della realtà, più informazioni si avevano, e più e più si era favoriti nella lotta per la sopravvivenza. Oggi è ancora così? Temiamo di no, poiché ormai siamo così "bombardati" continuamente e pervasivamente di nuove informazioni per cui dobbiamo fare uno "sforzo selettivo" sconosciuto ai nostri avi e che fa consumare molta energia perché crea "troppo traffico".
Koch sostiene che il sistema nervoso centrale «soffre per sovraccarico di informazioni»
850, ma pensa a meccanismi che provvederebbero a setacciare l‟utile dall‟inutile, sicché: «Da questa caotica moltitudine solo alcuni privilegiati eventi sensoriali sono trasformati in sensazioni fenomeniche, mentre i restanti ricadono in un limbo esperienziale.» 851 Ora, per quanto egli qui faccia riferimento più che altro a stimoli visivi, un conto è la selezione fisiologica che il nostro cervello ha sempre fatto del mondo esterno e dei suoi accadimenti, altro conto è il flusso abnorme di stimoli, ma soprattutto informazioni, descrizioni, narrazioni, spiegazioni, simboli, allusioni, evocazioni ecc. da elaborare. Siccome il nostro cervello è ancora quello preistorico, dubitiamo che in così breve tempo si siano attivati meccanismi protettivi da sovraccarico informazionale e che noi siamo dal più al meno costantemente stressati. E stressata è la coscienza per quanto molto non-conscio la risparmi, se uno è capace di vedere e sentire "da assente", ma imparare a ignorare la pubblicità è impegno difficile. Tuttavia "a monte" una certa parte di superfluo si può cassata e ciò va "pilotato" senza arrivare ad abolire la tv, limitare le e-mail o non aprire il 90% della posta cartacea che intasa la buca delle lettere..850
Ivi, p.295.851
Ivi, p.296.852
Ivi, p.297853
Ivi, p.298.854
Ivi, p.305.855 Ibidem.
Koch invece afferma che «la consapevolezza avviene all‟interfaccia tra elaborazione sensoriale e pianificazione.»
852 e immagina che le «risposte motorie stereotipate» possano moltiplicarsi per pianificazione automatico-inconsapevole:Poiché gli NCC corrispondono a un‟attività protratta con vaste, ma selettive, proiezioni nel prosencefalo, una volta che un evento è registrato coscientemente diventa disponibile una marea di risorse computazionali e di memoria. In più, i sistemi motori sono pronti a eseguire l‟azione desiderata. La coscienza può perciò gestire i molti compiti del mondo reale incontrati nella vita quotidiana con le loro richieste spesso conflittuali (come orientarsi rapidamente in un contesto non familiare). Ma lo scotto da pagare sono le diverse centinaia di millisecondi prima che un evento sensoriale dia origine alla coscienza, quella frazione di secondo che, nella lotta alla sopravvivenza, può significare la differenza tra la vita e la morte.
853Disponibilità di «una marea di risorse computazionali e di memoria» e « sistemi motori pronti a eseguire l‟azione desiderata»? Tesi un pò "scolastica", con l‟unica differenza che il soggetto primario non visto nella la coscienza ma in ciò che la produce, l‟NCC. Aggiunge più oltre: «Francis [Crick] e io crediamo che [la produzione di significato] avvenga nelle connessioni post-sinaptiche stabilite dalla coalizione vincente, l‟NCC, su altri neuroni esterni a questa associazione.» e ancora: «Il significato associato a un contributo cosciente fa parte dell‟attività post-NCC generata dalla coalizione vincente, i cui membri formano una fitta rete interna, ma stabiliscono contatti anche con elementi esterni.»
854Secondo Koch come fa una certa coalizione a vincere? Ricorre a neuroni "associati" (i «contatti anche con elementi esterni»), che sono
penombra, trama neurale ricca di «rappresentazione esplicite.» 855, cioè riferibili alla memoria esplicita. Vediamo in che cosa consisterebbe:La penombra esprime le varie associazioni del NCC che danno un significato all‟attributo percepito. Fra queste le associazioni passate, le conseguenze attese del NCC, lo sfondo cognitivo e i movimenti (o quantomeno i progetti possibili di movimento associati a neuroni del NCC.
856856
Ivi, p.306857 Ibidem.
858
Ivi, p.308.859
Ivi, p.387.860
Ivi, p.388.861
Ivi, pp.389-390.E tuttavia:
La penombra non è in sé sufficiente per la coscienza, anche se sue parti potrebbero diventare parte del NCC quando quest‟ultimo si sposta. I neuroni interni della penombra che inviano proiezioni di ritorno al NCC potrebbero alimentare la coalizione sottostante. La penombra fornisce al cervello il significato dei nodi essenziali rilevanti: la sua "tendenzialità" (
aboutness). 857Essa non è sufficiente perché per quanto contenga informazioni esse fanno fatica a simbolizzarsi in un
quale. Lo scopo dei qualia sarebbe allora di simbolizzare i percetti:I qualia sono potenti rappresentazioni simboliche di un‟incredibile quantità d‟informazione simultanea associata a un singolo percetto: al suo significato. E sono anche una proprietà peculiare di reti a feedback, a elevato grado di parallelismo, che si sono evolute per rappresentare con efficacia un assalto di dati. Dall‟attività di scarica del NCC per il viola e della penombra associata emerge il quale riferito a questo colore.
858Se un
quale cromatico è un simbolo esso è "vuoto di realtà", dell‟essere fotoni con certe lunghezze d‟onda e frequenze. Il color viola sarebbe "reinventato" o "ricreato" come simbolo del colore fisico, riproponendo un palingenesi del gestaltismo che va in direzione opposta a quella "ecologica" di Gibson e Neisser. Né siamo d‟accordo con i qualia visti come "esperienze private", poiché dal punto di vista esperienziale è irrilevante se il "mio viola" è più tendente al rosso o invece al blu di quanto non sia il tuo, poiché io e tu intendiamo per viola lo stesso colore. Dunque il quale non è "privato", ma semmai molto "approssimativo".Ciò che Crick e Koch sostengono (e non siamo d‟accordo) è che la coscienza sarebbe è un fenomeno temporaneo e non una caratteristica mentale. Nascerebbe da un NCC come "percezione del mondo che stimola la percezione del sé", una somma di eso-percezione ed endo-percezione. A ciò si aggiunge l‟errore di pensare i qualia come caratterizzanti l‟individualità; il che non è, poiché non è affatto vero che 6 miliardi di persone nel mondo vedano sei miliardi di viola differenti di fronte a qualcosa di viola. Inoltre è un po‟ generico sostenere che: «Solo il loro riflesso sensoriale e la ri-rappresentazione nel linguaggio interiore e nell‟immaginazione mentale sono conoscibili direttamente.»
859 Nel fare questo, a nostro parere si commette lo stesso errore dei metafisici di "categorizzare" il pensiero come una realtà definita, mentre noi abbiamo, al plurale, dei pensieri molto differenti con genesi molto differenti e con derive molto differenti, alcune inconsce e altre consce, momentanee o protese nel tempo, indotte da emozioni o razionalizzazioni, paure o progetti, aspettative o timori, desideri o repulsioni, schemi stereotipi o esplorativi, ecc.La coscienza kochiana compone la sua unità producendo «la pianificazione e la scelta tra molteplici svolgimenti d‟azione.»
860 Dunque solo se genera azione c‟è, altrimenti resta NCC derivato da eso-percezione e poiché l‟eso-precezione, il percetto, coalizza neuroni in competizione con altri, il sorgere della coscienza è vittoria di una coalizione su altre in un winner-take-all: chi vince "prende tutto". La corteccia nelle sue regioni sensoriali avrebbe poi dei "nodi" esprimenti l‟aspetto di qualche percetto e «un aspetto non può diventare cosciente a meno che per esso ci sia un nodo essenziale». Ma ciò è insufficiente, occorrono proiezioni e feedback adeguati per superare quella certa soglia di coscienza. Poi sarebbe necessario che il nodo non sia isolato ma faccia parte di una rete, cioè di una coalizione, tale da generare una «attività multifocale in numerosi nodi essenziali, dove ciascuno rappresenta un singolo particolare attributo.» 861 Concezione "sommatoria" (che si esprime anche nel concetto di binding), forzata ma coerente con la speranza che si disporrà un giorno del coscienziometro.Edelman tratta della coscienza in due opere ad essa dedicate, ma già nel 1992 in
Sulla materia della mente osservava:Il concetto freudiano di rimozione si concilia con i modelli della coscienza presentati in questo libro. […] La rimozione, l‟incapacità selettiva di rievocare, sarebbe soggetta a ricategorizzazioni nelle quali i valori intervengono pesantemente. Data la natura sociale della costruzione della coscienza di ordine superiore, dal punto di vista evolutivo sarebbe un vantaggio essere dotati di meccanismi per rimuovere le ricategorizzazioni che minacciano l‟efficacia del concetto di sé.
862862
G.Edelman, Sulla materia della mente, cit,. p.226.863
G.M.Edelman – G.Tononi, Un universo di coscienza, Torino, Einaudi 2002, p.171.864
Ibidem.865
Ivi, p.96.Continue ricategorizzazioni fanno della coscienza un flusso di consapevolezze di vario tipo che si concretizzano in un
io cosciente. Nel 2000 in Un universo di coscienza con Tononi è introdotto il concetto di nucleo dinamico, evidenziando il fatto che i due caratteri fondamentali della coscienza sono l‟integrazione e la differenziazione. Il cervello produce dunque coscienza integrando e differenziando molteplici funzioni in un processo univoco, ma "distribuito" nel cervello e non "concentrato" in qualche area. Il nucleo dinamico implica:1.Un gruppo di neuroni contribuisce direttamente all‟esperienza cosciente solo se fa parte di un aggregato funzionale distribuito che, attraverso interazioni rientranti nel sistema talamo corticale, attiva un‟integrazione elevata nell‟arco di centinaia di millisecondi.
2. Per fondare l‟esperienza cosciente, è essenziale che tale aggregato funzionale sia notevolmente differenziato, come indicano valori elevati di complessità.
863Da tali presupposti due conclusioni, la prima è che non è possibile individuare un‟area cerebrale specifica; la seconda che occorre ipotizzare un circuiti diffusi e mutevoli. Il
nucleo dinamico è così definito:Definiamo "nucleo dinamico" tale aggregato di gruppi neuronali che interagiscono con vigore e possiedono confini funzionali che lo distinguono del resto del cervello in una scala temporale dell‟ordine di frazioni di secondo. Lo definiamo in tal modo per sottolinearne al contempo l‟integrazione e la composizione che muta costantemente. Un nucleo dinamico è perciò un processo e non una cosa o un luogo, ed è definito mediante interazioni neurali, piuttosto che attraverso la localizzazione specifica, gli schemi di connessione o le attività neurali. Anche se avrà un‟estensione spaziale, un nucleo dinamico è in linea di massima spazialmente distribuito, oltreché mutevole per composizione.
864Ci pare che il nucleo dinamico qui descritto evochi le nostre
configurazioni fluttuanti, infatti non solo la coscienza ma tutte le funzioni sono mutevoli e presentano in ogni istante configurazioni differenti nell‟istante successivo.Vediamo come in un saggio uscito nel 2004,
Wider than the Sky (Più grande del cielo), Edelman ci offra dettagli:La coscienza primaria emerge per effetto delle interazioni rientranti fra aree cerebrali che mediano la memoria valore-categoria e aree che mediano la categorizzazione percettiva. Una conseguenza di tali interazioni è la costruzione di una scena. La loro sorgente principale è il nucleo dinamico, quindi hanno bisogno perlopiù del sistema talamocorticale. La complessità del nucleo è enorme; tuttavia, per effetto del rientro dinamico, alcuni di suoi stati degenerati metastabili possono produrre risposte coerenti e la capacità di distinguere varie combinazioni modali in uno spazio dei qualia multidimensionale. Tal capacità discriminativa nell‟ambito di una scena unitaria è proprio ciò che propongo come processo che sottende la coscienza primaria. I qualia sono le discriminazioni implicate da tale processo.
865La sostanza del discorso è la sottolineatura del
rientro. Ma riprendiamo Un universo di coscienza (scritto con Tononi) per riconsiderare l‟impossibilità di "collocare": «La coscienza non è dunque prerogativa di un‟area cerebrale di elezione; i suoi substrati neurali sono ampiamente dispersi nelcosiddetto sistema talamo corticale e nelle sue regioni associate.»
866 Pare certo che l‟integrità del talamo e di quella parte di corteccia che lavora con esso sia una conditio sine qua non affinché ci sia coscienza e «l‟incoscienza si associa a una profonda depressione dell‟attività neurale nella corteccia e anche nel talamo, benché possa riguardare altre aree.» 867866
Ivi, p.44.867
Ivi, p.65.868
Ivi, p.235.869 Ibidem.
870
Ivi, p.260.871
Ivi, p.263.872
G.M.Edelman, Più grande del cielo, cit., p.103.873
Ivi, p.112Abbiamo visto che la coscienza che noi chiamiamo
secondaria Edelman la chiama di ordine superiore vedendola come frutto integrato di linguaggio parlato e socializzazione. Tra le nuove capacità nate da questa coscienza della coscienza c‟è il narrarsi attualizzando il passato, cioè «incoraggiò lo sviluppo di concetti di passato e di futuro, correlati al sé e agli altri.» 868 Dunque:Se la coscienza primaria sposa l‟individuo al tempo reale, la coscienza di ordine superiore consente un divorzio per lo meno temporaneo, reso possibile dalla creazione di concetti di tempo passato e di tempo futuro. Può essere vissuto e ricordato un intero mondo nuovo di intenzionalità, categorizzazione e discriminazione, il preambolo perché fioriscano concetti e pensieri.
869Questa "superiore" coscienza secondaria, che crea concetti, narrazioni e interazioni umane, per quanto avvenga prevalentemente attraverso il linguaggio, non ha in esso la sua causa:
Come i segnali del mondo non sono organizzati come informazione prima di interagire con il cervello, così il linguaggio non è specificato nei termini di una grammatica universale ereditata geneticamente. Dal nostro punto di vista, i concetti precedono il linguaggio, che si sviluppa con modalità epigenetiche per migliorare ulteriormente i nostri scambi concettuali ed emotivi. 870
Il linguaggio ha migliorato i prodotti della mente ma non li ha creati ed anche la
coscienza secondaria, che lo usa molto, si basa su «procedure inconsce» ed il pensiero è «un processo cosciente sovrastante a una struttura profonda di necessari meccanismi non coscienti.» 871Torniamo a
Più grande del cielo per soffermarci sulla "irriducibilità" della coscienza e dello stato soggettivo che rappresenta. Edelman sostiene che è un grave «errore categoriale» il vedere la coscienza come il frutto di una pura «azione neurale» 872 Se ciò vale la coscienza primaria a maggior ragione vale per la secondaria. Egli dice:La coscienza di ordine superiore [
secondaria] si può considerare come un compromesso fra precisione assoluta e ricche possibilità immaginative. La nostra scena cosciente unitaria non è necessariamente veritiera, ma per pianificare e costruire scenari creativi raggiunge un potere maggiore anche quando rinuncia alla precisione. 873Se la coscienza primaria si lega alla sensazione e alla percezione, quindi a fattori oggettivi concernenti il mondo "fuori di noi" in un rapporto
esterno/interno, quella secondaria assume talvolta una rapporto puramente interno/interno, cortocircuitando gli stimoli in un "dentro noi". Sono le quattro organizzazioni (intelletto, ragione, psiche ed idema) che giocano un ruolo essenziale per costruire coscienza secondaria rendendola moto meno affidabile della primaria, tenendo conto che solo intelletto e ragione concorrono al conoscere, mentre la psiche è anti-cognitiva.Damasio espone le sue considerazioni sulla coscienza
primaria (che egli chiama nucleare) in Emozione e coscienza del 1999 e sottolinea giustamente che essa è non-verbale:Necessariamente, i concetti precedono le parole e le frasi sia nell‟evoluzione della specie sia nell‟esperienza quotidiana di ciascuno di noi. Le parole e le frasi degli esseri umani sani di corpo e di mente non nascono dal nulla, non possono
esser la traduzione
de novo di qualcosa che non le precede. Così, quando la mia mente dice "io" o "me", sta traducendo, senza difficoltà e senza sforzo, il concetto non verbale dell‟organismo che è il mio, del sé che è il mio. Se non vi fosse una costruzione del sé nucleare perpetuamente attivata, la mente non potrebbe tradurla come "io" o "me" né con qualsiasi altra parafrasi letteraria nel linguaggio che conosce, quale che sia. Il sé nucleare deve esser presente affinché possa aver luogo la sua traduzione in una parola appropriata. 874874
A.Damasio, Emozione e coscienza, cit., p.225875
Ivi, p.190.876
E.Boncinelli, Io sono, tu sei, Milano, Mondadori 2007, p.74877
E.Boncinelli, Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell’anima, p.116.878
Ivi, pp.116-117879
Ivi, p.117880
Ivi, p.134.881 Ibidem.
Egli giunge a questa conclusione in forza anche dell‟aver posto un
proto-sé quale configurazione neurale fluttuante e magmatica evolvibile nel sé. Mentre questo è stabile il proto-sé «non si trova in un unico posto ed emerge dinamicamente e di continuo da molteplici segnali interagenti che attraversano vari ordini del sistema nervoso.», poiché esso: « non è interprete di alcunché.» 875Boncinelli in
Io sono, tu sei del 2002 ci offre un‟idea di coscienza complessa ed estesa quale secondo livello del mentale:Può darsi che la mia coscienza si identifichi totalmente con il mio cervello e che la sua auto contemplazione sia una cosa sola col mio cervello. La mia coscienza è trasparente a se stessa, quando lo è, perché questo rappresenta un atto unitario solidale con il funzionamento ordinario del mio cervello. Può darsi che non si tratti che di un epifenomeno di una coloritura soggettiva inessenziale, ma ciascuno di noi ci è assai affezionato. 876
Questo tipo di coscienza non è la nostra
infrastruttura, la primaria, piuttosto la secondaria come "configurazione" interagente con psiche ed l‟idema. Una delle funzioni fondamentali della coscienza è il senso del tempo, che implica la definizione di un presente psichico, ma Boncinelli osserva: «si è visto che il presente vissuto non si configura come un confine netto fra il passato che non c‟è più e il futuro che non c‟è ancora.» 877. Propone di parlare di concetto dinamico come «collezione di episodi di vissuto interiore»:Ciascuno di questi episodi è un atomo di tempo interno, racchiuso entro i limiti di una breve finestra temporale dai confini abbastanza sfumati che dura da un decimo di secondo a circa mezzo minuto. Gli eventi vi si materializzano per qualche istante e poi sembrano recedere nel passato. In ciascun atomo di presente noi percepiamo e concepiamo un frammento di realtà che è il risultato dell‟integrazione dei diversi processi di elaborazione dell‟informazione, spesso frammentari, incoerenti, privi di senso, come immagini visive, eventi, ricordi, attese, sfondi e schemi interpretativi.
878La coscienza non è un
continuum ma l‟insieme di atomi coscienziali che si connettono e coagulano. Soltanto se avviene questa coagulazione (Boncinelli la chiama enucleazione) la memoria ricostruisce un certo vissuto 879. In realtà non c‟è solo un ricostruzione ma rielaborazione e quindi possibile allontanamento dal vissuto, Boncinelli teorizza (e su ciò siamo scettici) che pur lavorando in parallelo il cervello ogni tanto "serializzi" per produrre coscienza e ricorda: «Quasi ogni nostra azione è accompagnata da una coloritura emotiva più o meno intensa, e sono prevalentemente le emozioni che ci spingono ad agire in un modo o in una altro.» 880:Questa molteplice coloritura emotiva, virtualmente ineliminabile, costituisce l‟essenza della nostra coscienza fenomenica individuale. Posta in questi termini, non è chiaro se la cosiddetta coscienza fenomenica sia in tutto e per tutto una coscienza
881Infatti non lo è se per
coscienza si intende consapevolezza del sé, la primaria, Più avanti dice che sia gli stimoli sensoriali e sia quelli mnemonici siano «organizzati in gruppi di associazione o di contiguità», poi aggiunge:Ma è anche concepibile che il meccanismo abbia una sua viscosità e alcuni neurostati vengano, per così dire, trascinati passivamente da altri, anche se tutto ciò non sembra avere un‟utilità immediata. […] Molti di questi possono contribuire a quella coloritura cognitiva e affettiva di cui parlavo sopra e che costituisce istante per istante il nostro mondo interiore, cangiante ma continuo. È probabilmente sensato chiamare
inconscio in senso proprio, tanto cognitivo quanto affettivo, questo complesso di neurostati orbitanti, istante per istante, intorno ai vari stati di coscienza. 882882
Ivi, pp.135-136.883 E.
Kandel, Alla ricerca della memoria, cit., p.317.884
Ivi, p.324.Tutto ciò è plausibile, ma è un po‟ "meccanico". La coscienza secondaria è un classico frutto di plurintegrazione senza "alternanze" e "vischiosità", poiché nell‟integrazione gli integranti si confrontano, collaborano o confliggono. La quasi infinita gamma dei nostri stati mentali "fluttuano" sull‟onda di stimoli pluralistici sia esogeni che endogeni.
9.4 I quattro inconsci
L‟
inconscio in generale può essere immaginato metaforicamente come un insieme di caverne buie in un territorio selvoso, dove non si capisce che cosa ci sia loro dentro. Al loro interno ricordi afferenti dei fenomeni mentali differenti unificati dalla caratteristica d‟essere fuori del controllo della coscienza. Secondo Eric Kandel i circuiti inconsci non sono poi così nascosti, dal momento una certa loro localizzazione è possibile:Studi condotti su soggetti umani e sui roditori hanno denotato che i sistemi neurali che immagazzinano ricordi emotivi impliciti inconsci sono diversi rispetto a quelli che generano la memoria di stati emotivi espliciti consci. Un danno all‟amigdala, che è connessa al ricordo della paura, compromette la capacità di produrre una risposta emotiva a seguito della sollecitazione indotta da uno stimolo con valenze emotive. Per contro, un danno all‟ippocampo, che è connesso alla memoria conscia, interferisce con la capacità di ricordare il contesto in cui lo stimolo si è manifestato. Perciò il sistema cognitivo conscio ci offre la scelta tra più azioni, ma i meccanismi di valutazione emotiva inconsci limitano queste opzioni alle poche che sono adeguate alla situazione. Un aspetto interessante di questa concezione è quello di portare lo studio sull‟emozione in linea con gli studi sull‟immagazzinamento mnemonico. Si è ora dimostrato che il richiamo inconscio di ricordi emotivi coinvolge l‟immagazzinamento mnemonico implicito, mentre i ricordi consci di sensazioni coinvolgono l‟immagazzinamento mnemonico esplicito e richiedono quindi l‟ippocampo.
883Coinvolgendo l‟amigdala, "la centrale della paura", se ne può dedurre che l‟inconscio possa essere un "meccanismo di difesa"? Evidenze neurofisiologiche parrebbero confermarlo, evocando la
rimozione freudiana quale meccanismo di spostamento dal conscio all‟inconscio di ciò che attenta all‟integrità dell‟io. Però anche il non-aver-paura o il sentirsi-sicuri di sé sono inconsapevoli e ricerche di Kandel evidenzierebbero il coinvolgimento del corpo striato. Questo è costituito da vari nuclei di neuroni della parte più interna del lobo frontale, implicato nelle sensazioni di rinforzo positivo, ovvero di benessere, tranquillità e sicurezza. Non a caso lo striato si attiva con l‟assunzione di cocaina 884, la quale, com‟è noto, altera la percezione, annulla le inibizioni e rende qualsiasi azione "fattibile".Pensiamo che la concezione di Freud dell‟inconscio non sia più proponibile, egli ha fatto dell‟inconscio (e più tardi dell‟
es) il fulcro della sua ricerca teorica e della sua psicoterapia analitica, col fine di far emergere alla coscienza ciò che cosciente non è, quel "sommerso" caratterizzato perlopiù da desideri repressi: un inconscio emozionale. In realtà l‟inconscio non è unitario ma almeno di quattro tipi: l‟emozionale, il percezionale, l‟operazionale e l‟inibitorio. L‟inconscio percezionale è l‟insieme delle percezioni avvenute in assenza di coscienza di esse, un memorizzato del vissuto che può rimanere latente e inattivo per lungo tempo e riattivarsi all‟improvviso. Il terzo è il più importante per la vita pratica, che non si estrinseca in nozioni né in emozioni ma inautomatismi operativi, quello
operazionale. Esso è la fonte di tutti quegli atti motori e di tutte quelle procedure che mettiamo in atto spontaneamente e meccanicamente senza che la coscienza intervenga in alcun modo. Quest‟inconscio è strettamente legato alla cosiddetta memoria di lavoro (o come la chiamiamo noi operativa), quel tipo di memoria che ci permette di eseguire qualcosa "a richiesta" e in modo automatico. Esso rende possibili, nella totale inconsapevolezza, un numero enorme di azioni più e meno semplici come andare in bicicletta, guidare la macchina, suonare il pianoforte o manovrare un bisturi robotizzato.L‟
inconscio inibitorio, induce un non-fare, al livello elementare di mettere una mano sul fuoco o il piede in un buco, ma molto altro, come l‟evitare zone buie o poco illuminate, star lontani da persone che nel linguaggio e nelle movenze hanno qualcosa di ambiguo o di potenzialmente nocivo. C‟è una vastissima gamma di "azioni evitate" che hanno la loro origine in esperienze pregresse di cui non fummo coscienti, ma che caratterizzano profondamente molti nostri comportamenti inibiti "dall‟interno" senza saper esattamente il perché non-facciamo o evitiamo. È il caso di ricordare che nel nostro cervello i meccanismi inibitori sono numerosissimi, forse quanti gli attivatori, quindi l‟inibizione è componente importante di un back-ground comportamentale che ognuno di noi si forma durante l‟esistenza che si esprime in inibizioni inconsce scarse nei giovani ma abbondanti negli adulti.Lo scopritore dell‟
inconscio operativo può essere considerato lo psicanalista austriaco-americano Heinz Hartmann (1894-1970), uno dei maggiori esponenti della cosiddetta psicologia dell’Io, dove l‟io è considerato istanza psichica primaria a pari titolo dell‟es, deviando dalla traccia freudiana. Egli si occupa particolarmente dei meccanismi di adattamento dell‟individuo alle esigenze di vivere al meglio in un certo contesto, meccanismi adattativi derivanti dall‟interazione organismo–ambiente e che si concretizzano in una capacità operativa complessa e vasta di tipo iterativo. Tale capacità di automatizzazione del comportamento permette risparmio energetico e di converso un surplus energetico a disposizione per azioni non-iterative o nuove, come se ci fosse un "pilota automatico" per una vasta gamma di atti che non richiedono volontà, intenzionalità e coscienza. Leggiamo:L‟io si serve per le sue operazioni degli apparati somatici della motilità, nonché della percezione e del pensiero e giunge ben presto, a scopo di economia, ad automatizzarli. La automatizzazione ha una sua flessibilità e serve strettamente all‟autonomia; infatti non solo gli apparati automatizzati sono i mezzi con cui si esprimono le motivazioni autonome e consentono all‟Io, attraverso un considerevole risparmio di energie, di compire le sue sintesi, ma in più la loro formazione è una garanzia per il mantenimento dell‟autonomia relativa.
885885
H.Hartmann, Ego Psychology and the Problem of Adaptation, New York, International University Press 1958, p.58.In termini generalizzanti l‟
inconscio è dunque ciò che c‟è ma non affiora alla coscienza, rivestendo tuttavia grande importanza per ciò che nasconde, per ciò che rilascia senza che lo chiediamo, per ciò che ci fa facilmente fare o ci impedisce di fare. Ne possiamo dedurre che l‟inconscio è una para-funzione mentale importantissima, ma che non possiamo definire come strutturale alla mente plurintegrata, essendo il ciò che è fuori-struttura.Sin dalle origini della cultura occidentale (ma ancor più in quella orientale) si è riconosciuta l‟esistenza dell‟inconscio, guardandolo o come
assenza-di-coscienza, e quindi negativo ai fini della razionalità, o come porta di accesso al divino. Il sapiente per definizione distribuiva razionalità e debellava l‟inconscio, il poeta usava e distribuiva irrazionalità. Va ammesso che il porre la consapevolezza e la razionalità quali virtù primarie sia stato probabilmente un modello riduttivo di eccellenza umana, che tuttavia ha funzionato piuttosto bene nella ricerca scientifica e filosofica. La consapevolezza, come stimolo e indicazione di percorso, ha permesso alla cultura mediterranea di imporsi sulle altre per quasi tre millenni e il modello culturale occidentale è stato vincente. Suo pregio aver sviluppato il sapere scientifico e tecnologico, ma di non aver tolto nulla alla creatività e alla fantasia. Il sapere scientifico e quello umanistico si sono sviluppati di concerto, e probabilmente il primo non è mai riuscito a fare a meno del secondo per non cadere nell‟aridità.L‟inconscio era stato evocato in senso metafisico nel „600 da Lebniz, che ammetteva l‟esistenza di
percezioni insensibili o piccole percezioni, ma solo con Schelling (System der tranzendentalen Idealismus, IV, F) il termine si dispiegava in tutto il suo spessore metafisico. Doveva essere Schopenhauer a dare una svolta importante al concetto, applicandolo alla sfera della vita in generale, vedendo la volontà di esistere come cieca e inconsapevole (Il mondo come volontà e rappresentazione II, §54). Ciò sino a Freud, che nel 1917 in Introduzione alla psicanalisi sposta il concetto dall‟ontologia alla gnoseologia e lo riferisce alla mente umana con l‟affermazione rivoluzionaria: «I processi psichici sono in se stessi inconsci e quelli coscienti sono solo casi isolati, frazioni della vita psichica totale.» Com‟è noto dal 1923, con la seconda topica, le caratteristiche dell‟inconscio vengono trasferite perlopiù nell‟Es, ma il termine resta per indicare espressioni non solo dell‟Es, ma persino dell‟Io e del Super-Io come loro fattore nascosto 886.886
U.Galimberti, Enciclopedia di psicologia, Milano, Garzanti 1999, p.520887
A.Damasio, Emozione e coscienza, Milano, Adelphi 2000, p.276.888
E.Boncinelli, Il cervello, la mente e l’anima, Milano, Mondadori 1999, p.272.889
C.Tamagnone, Necessità e libertà, Firenze, Clinamen 2004, pp.129-134Gustav Jung spostava il significato di inconscio dall‟individuale al collettivo. Ogni comunità culturale ha i suoi miti e i suoi
archetipi che l‟individuo semplicemente eredita culturalmente ma non elabora. Per Jung esiste ancora un inconscio personale, ma con connotazioni negative, come complessi invalidanti del comportamento sociale. Nel prosieguo del Novecento l‟inconscio è poi diventato preda di teorie diverse tra cui spicca quella strutturalista di Jacques Lacan, per il quale «l‟inconscio ha la sua struttura nel linguaggio», anzi è «desiderio diveniente linguaggio» e lo si ritrova «nei buchi di senso del discorso conscio». Le interpretazione del termine continuano ad esser numerose e se non vale l‟affermazione freudiana che i processi mentali inconsci siano la regola e quelli consci l‟eccezione, indubbiamente la sua presenza nel mentale è ragguardevole e molto importante sotto l‟aspetto esistenziale. Damasio vi include le immagini a cui non badiamo, configurazioni neurali che si perdono, disposizioni latenti ma non realizzate, rimodellamenti neurali ignorati, la segreta saggezza delle tendenze omeostatiche 887.Abbiamo detto che vediamo l‟inconscio non come unitario ma come insieme di
zone buie di tipo differente o per inefficienza di processi percettivi e mnemonici che non danno alla coscienza informazioni o per latenza di essa. Ma vi sono molte dimenticanze "opportune", ciò che Freud chiamava il rimosso. Sentiamo per finire cosa pensa Boncinelli:Se per inconscio si intende tutto ciò che non raggiunge il livello della coscienza, non c‟è dubbio che in noi c‟è un‟intensissima attività inconscia. Il nostro corpo, come quello degli animali, è tutto un fervore di attività a livello delle molecole, degli organelli, delle cellule e dei circuiti cellulari, tra cui spiccano quelli neuronali.
8889.5 Volizione, decisione ed eleuteria
La volizione (volontà consapevole e finalizzata) e la decisione sono due corollari della coscienza secondaria, la quale, per quanto se ne sappia, riguarda anche altri primati. Il concetto cristiano che indica la nostra libertà di decidere porta lo strano nome di
libero arbitrio, dove l‟aggettivo è tautologico rispetto al sostantivo che lo segue, ma così è stato coniato verosimilmente da Sant‟Agostino che vedeva la libertà umana come un dono di Dio. Noi pensiamo invece che la mente dei primati superiori in buona salute, e nello specifico dell‟uomo, sia in grado, in ogni istante e in ogni circostanza di dare o negare un assenso, di fare o non fare qualcosa. Non ha importanza il motivo per il quale si dice sì o no a qualcosa, il fatto importante è che ci sia questa facoltà. Nel linguaggio corrente si parla semplicemente di "libertà di pensiero e d‟azione", ma siccome noi, ontologicamente, abbiamo conferito all‟aiteria la libertà e alla materia la necessità, la libertà dell‟uomo, che, in quanto organismo è soggetto a necessità, l‟abbiamo chiamata eleuteria 889. Mase a suo tempo ne abbiamo fato un elemento dell‟individualità dal punto di vista esistenziale, qui dovremo occuparcene gnoseologicamente e capire perché la nostra mente eserciti
eleuteria volendo e decidendo.Tratteremo ora del
ritardo di coscienza, la grande scoperta di Benjamin Libet, anche se non ha stretta attinenza col tema di questa sezione, perché supporta elementi importanti della volizione, della decisione e dell‟eleuteria. In Mind Time Libet si ribadisce che il cervello è lento (ne abbiamo già parlato nel § 6.4) e da ciò il ritardo percezionale e coscienziale di circa 500 millisecondi rispetto ai nostri atti istintivi. Ciò ha indotto molti deterministi a concludere che siccome la coscienza "sa in ritardo" che una mano s‟è mossa, sarebbe in forse la libertà di volere che la mano si muova, ma Libet la pensa diversamente. Egli ha potuto esperimenti sul cervello di persone in procinto di essere operate in qualche sua parte arrivando alla sua straordinaria scoperta che ha trovato poi numerose conferme. Da quando l‟ha resa pubblica (nel 1970) nessun studioso della mente ha più potuto ignorare il ritardo di coscienza, ma egli ha sempre sostenuto che la libertà umana di volere e di decidere non era in discussione. Conferma la dualità cerebrale/ mentale e dichiara:Come neuroscienziato che ha passato oltre trent‟anni a studiare questi problemi, posso affermare che questi fenomeni soggettivi non sono predicibili a partire dalla conoscenza delle funzioni neurali. È una conclusione cui sono giunto contro quelle che erano le mie posizioni di partenza quando, giovane ricercatore, credevo nel determinismo e nel materialismo. Era prima che cominciassi a studiare i processi cerebrali nell‟esperienza conscia, ricerca che cominciai a quarant‟anni. Non esiste alcuna garanzia che il fenomeno della consapevolezza e dei fenomeni correlati sia spiegabile in termini della fisica che oggi conosciamo.
890890
B.Libet, Mind Time, Milano, RaffaelloCortina 2007, p.9.891
Ibidem.892
Ivi, pp.43-46.893
Ivi, pp.53-57.894
Ivi, p.71.895
Ivi, pp.71-72.Aggiunge poi che: i deterministi come Francis Crick «non sembrano rendersi conto che la loro rigida visione è ancora basata sulla
fede; in realtà non hanno una risposta.» 891 Ripercorrendo i punti importanti della neurofisiologia sperimentale Libet evidenzia la soglia da superare perché ci sia coscienza, avendo scoperto che attraverso il monitoraggio dei potenziali di scarica che la soglia non riguarda l‟intensità (il voltaggio) del segnale ma la sua durata, da qui la necessità d‟avere treni d’impulso di durata oltre 0,5 sec. per l‟emergere della coscienza 892.Il
potenziale evocato (PE) è la risposta cerebrale allo stimolo, ma vi si accompagnano sia fenomeni di mascheramento di un impulso più breve da parte di uno più lungo, sia un rinforzo retroattivo che conserva un ricordo destinato a perdersi 893. La durata è determinante per l‟insorgere dell‟esperienza cosciente, ma c‟è anche un limen (una soglia coscienziale) per impulsi di intensità molto bassa e «La consapevolezza in sé è un fenomeno mentale separato dal contenuto dell‟evento mentale. Il contenuto di un evento può essere rilevato in maniera inconscia, senza consapevolezza dell‟evento.», quindi la coscienza è una risposta a delle quantità e non a delle qualità. Noi incameriamo continuamente informazioni sotto-soglia (subliminali) che vanno a costituire circuiti a cui non abbiamo accesso cosciente.Implica l‟individualità (come matrice della volizione, della decisione e dell‟eleuteria) solo la coscienza
secondaria; la primaria può generare un sé, difficilmente un io e mai un idema. Il ritardo di coscienza, quindi, va approfondito per capire che cosa realmente determini. Gli esperimenti di Libet sulle sensazioni cutanee hanno anche messo in evidenza che le distanze sono importanti e che sollecitazioni al cuoio capelluto arrivano al cervello entro 5-10 msec e ai piedi in 30-40 msec 894. Ma una differenza di 30 msec il soggetto non l‟avverte ed entrambi gli stimoli gli paiono "istantanei", se però uno stimolo è molto forte è avvertito se dura più di 100 msec 895. I potenzialievocati (PE) primari vanno soggetti a latenze variabili tra i 5 e i 40 msec a seconda del luogo stimolato e dell‟intensità dello stimolo
896.896
Ivi, p.73897 Ibidem.
898
Ivi, p.83.899
Ivi, pp.87-89.900
Ivi, p.89.901
Ivi, p.104.902
Ivi, p.110.I 500 msec di ritardo della consapevolezza significa che «Ciò di cui diventiamo consapevoli è già accaduto circa 0,5 sec prima.»
897 Questa realtà si riverbera su distorsioni di contenuto che un soggetto può produrre inconsapevolmente e Libet fa il caso di un uomo molto pudico che vista l‟immagine di una donna nuda potrebbe riferire di non aver visto nulla o qualcos‟altro (e questo era più o meno ciò che già sosteneva Freud). Il soggetto dunque "si protegge" inconsapevolmente da un esperienza visiva che gli è spiacevole o che lo turba e in un certo senso "vuole" che sia così esercitando eleuteria. Il punto importante è che se la consapevolezza dell‟immagine fosse immediata il soggetto "non avrebbe il tempo" di modificarla o rimuoverla, invece può alterare il contenuto.I neuroni sono insensibili, tant‟è vero che un danno al cervello non duole e intervenire su esso non richiede anestesia; stimolare il corpo o il cervello non ha le stesse conseguenze, questo infatti si è evoluto per avvertire ciò che accade al corpo, non a se stesso, da ciò sia il suo sistematico "ritardo" sia che uno stimolo su un certo punto del cervello lo percepiamo sulla zona del corpo neurologicamente corrispondente. S‟aggiunga che l‟apparato sensorio è imperfetto e siamo soggetti a errori percettivi, specialmente visivi; la cosa interessante è che, il cervello "ha il tempo" per correggerli:
I riferimenti soggettivi degli aspetti spaziali e temporali di un evento sensoriale hanno l‟effetto di correggere soggettivamente le distorsioni neurali dell‟evento sensoriale. Le distorsioni sono imposte dal modo in cui i neuroni cerebrali rappresentano l‟evento, nel tempo e nello spazio. Quindi, nella nostra esperienza cosciente di un evento sensoriale, l‟evento sembra avvenire quando si è effettivamente verificato, e non 0,5sec dopo (quando, in effetti, ne siamo diventati consapevoli).
898Le correzioni mentali sono possibili perché c‟è mezzo secondo per farlo, ma anche perché le percezione sono "confrontata" con una mappa cerebrale che le riguarda.
Il primo impulso del treno d‟impulsi produce un
potenziale evocato primario (PE) che colpisce un punto della corteccia sensoriale ma è privo di conseguenze; solo i successivi di 0,5 sec o più si distribuiscono nella corteccia producendo risposta. Quindi ci vuole "distribuzione di stimolo" in tutta la corteccia e ciò indica il passaggio dal cerebrale (confinato) al mentale (diffuso) 899: cerebrale è il "locale-unitario" o "limitato-concluso", mentale il "diffuso-pluralistico" o "esteso–aperto". Dunque «il mentale può mostrare fenomeni non evidenti nel cervello neurale che lo ha prodotto.» 900 e qualsiasi impulso che duri meno di 400-450 msec va nell‟inconscio. Pigiare il pedale del freno di fronte a un ostacolo improvviso implica il riconoscimento della natura dell‟ostacolo, ma non la consapevolezza dell‟atto.Constatato che per diventare coscienti di qualcosa occorre che duri mezzo secondo altrimenti va nell‟inconscio Libet propone una
time-on theory come teoria del tempo di attivazione, basata su due semplici principi: 1°, per la consapevolezza il time-on dev‟essere di mezzo secondo; 2° ciò che dura meno è inconscio, ma potrebbe diventare conscio portando la durata a mezzo secondo 901. Esperimenti hanno confermato che uno stimolo inconscio diventa conscio se lo si protrae, da ciò:È possibile che tutti gli eventi mentali coscienti inizino in effetti come eventi inconsci, prima che appaia una qualsiasi forma di consapevolezza. Possediamo già l‟evidenza sperimentale che questo accade nel caso delle sensazioni corporee, e anche per la consapevolezza, generata internamente, dell‟intenzione di compiere un atto volontario.
902E dunque:
I pensieri di vario tipo, le immaginazioni, gli atteggiamenti, le idee creative, la soluzione di problemi, e così via si sviluppano inizialmente come non coscienti. Tali pensieri inconsci riescono a raggiungere la consapevolezza cosciente di una persona se le attività cerebrali appropriate durano abbastanza a lungo. 903
903 Ibidem.
904 Ibidem.
905
Ivi, p.111906
Ivi, p.115907
Ivi, p.121908
Ivi, pp.132-133.909
Ivi, p.141Quest‟affermazione pare azzardata ma per altro verso tautologica. L‟‟intensità e la durata di un pensiero rispondono all‟importanza che gli attribuiamo ed è dunque con la volizione che noi insistiamo su un pensiero o lo lasciamo cadere, in ogni caso ciò comporta una valutazione e una scelta che sono eleuteria. Il Nostro aggiunge: «Vocalizzare, parlare e scrivere sono azioni che rientrano tutte nella stessa categoria; vengono cioè verosimilmente tutte iniziate in modo non cosciente.»
904 Anche un discorso è preparato inconsciamente:Se il requisito di durata per la consapevolezza fosse richiesto, anche in questo caso, sarebbe evidentemente impossibile pronunciare in modo rapido serie di parole, come facciamo correntemente, se si dovesse diventare coscienti di ogni parola prima di pronunciarla. Quando una parola viene pronunciata in maniera differente rispetto a come avrebbe
coscientemente voluto colui che parla, di solito questi si corregge dopo aver sentito la parola pronunciata. 905Vi è anche da considerare il
flusso discreto della coscienza per quanto la percepiamo come un continuum. La modalità tutto-o-niente delle percezioni fa sì che: «Un esperienza cosciente ha la caratteristica di manifestarsi completamente o di non manifestarsi affatto.» 906 Che un‟informazione subliminale possa influenzare le nostre decisioni è confermato da esperimenti del 1973:Le risposte del soggetto a questi test mostravano un‟influenza di stimoli subliminali precedenti che non avevano prodotto consapevolezza. […] In un primo studio Howard Shevrin aveva fatto passare davanti agli occhi disegni e parole per un tempo così breve (1-2msec) che i soggetti erano completamente inconsapevoli del contenuto di ciò che era stato mostrato. Eppure, test successivi su associazioni di parole mostrarono che questi contenuti subliminali avevano avuto effetto sulle scelte del soggetto nel rispondere ai test; ma il soggetto rimaneva non consapevole di questi effetti. Si hanno resoconti di molti altri test analoghi in cui stimoli verbali subliminali "innescavano" le successive risposte del soggetto.
907I nostri pensieri e le nostre azioni forse sono spesso inconsapevoli ma per volere e decidere ci vuole coscienza: Emergono due domande: 1
a, qual è la conseguenza sulla mente di stimoli "con dei contenuti" ma così brevi da essere inconsci? 2a, se uno stimolo visio-auditivo rapido e "privo di contenuto" (quali i lampi stroboscopici delle discoteche o certi videoclip con suoni martellanti e immagini convulse) che cosa producono? Pensiamo che i primi si limitino a produrre sinapsi potenzialmente ingannatorie, ma che i secondi distruggano quelle buone, esattamente come fanno certe droghe. Musiche martellanti, lampi di luce e videoclip possono renderci incapaci di eleuteria.Dagli anni ‟60 sappiamo che v‟è una "preparazione" che inizia circa 800 msec prima compiamo un‟azione, si tratta del
potenziale di prontezza o potenziale di preparazione (PP), indicante il fatto che prima di agire "controlliamo" ciò che stiamo per fare 908. Esperimenti hanno dimostrato che il PP cambia se il soggetto è chiamato a "programmare" ciò che farà o semplicemente a "farlo"; nel primo caso il PP è tra 0,8 sec e 1 secondo, nel secondo caso è di circa 0,5 sec. In entrambi i casi però solo dopo 200 msec c‟è coscienza; sotto i 200 msec la preparazione è inconscia. Nota Libet, «Un giocatore di tennis che risponde a un servizio con la palla che viaggia a 160 chilometri orari non può attendere di diventare consapevole della sua decisione di agire.» 909 Ma ciò non significache non ci sia volizione, ma che è "in ritardo" su un "già iniziato" inconsciamente, ma il tennista ha sempre il tempo di far abortire l‟azione.
La volizione è pilota di qualcosa che è già "in movimento", ma di cui può ancora controllare velocità e direzione o deciderne l‟arresto:
Questo almeno mostra che una persona può porre il veto a un‟azione attesa entro 100-200 msec dal momento prestabilito per l‟azione. Questi risultati ci portano a considerare in modo diverso il ruolo della volontà cosciente e del libero arbitrio nei processi di volizione che portano a un‟azione. Estrapolando il nostro risultato ad altre azioni motorie volontarie, il libero arbitrio cosciente non dà inizio alle nostre azioni liberamente volontarie. Può invece controllare il risultato o l‟esecuzione attuale dell‟azione. Può consentire all‟azione di continuare, o può metterle il veto, in modo da non farla accadere.
910910
Ivi, p.143.911
Ivi, p.149.912
Ivi, p.150913
Ivi, p.151.914
Ivi, p.171.915
Ivi, p.201.916 Ibidm.
Il cervello (dice scherzosamente Libet) "borbotta" qualcosa che potrebbe diventare decisione ed azione, ma è poi la volontà cosciente che può accogliere il suggerimento e metterlo in atto o annullarlo. A tesi interpretative del PP che vedono poter maturare decisioni anche inconsciamente sulla base di comportamenti precedenti, egli obietta che se così fosse tali decisioni non sarebbero tali
911 e precisa:Il veto cosciente è una funzione di controllo, diversa dal semplice divenire
consapevoli del desiderio di agire. Non esiste un imperativo logico in nessuna teoria della mente-cervello, perfino in quelle dell‟identità, che richieda una specifica attività neurale per proseguire e determinare la natura di una funzione di controllo cosciente. E non esistono evidenze sperimentali contro la possibilità che il processo di controllo possa apparire senza uno specifico sviluppo di processi inconsci precedenti. 912Gli stimoli inconsci "suggeriscono" un‟azione ma "non la decidono", anche in un‟azione abitudinaria e automatica (basata sulla
memoria procedurale) sebbene nove volte su dieci si dica "sì" è sempre possibile dire "no" ed esercitare eleuteria. Sicché «una persona può accettare o rifiutare in modo cosciente il programma preparato dal complesso di tutti i processi cerebrali inconsci precedenti.» 913Problema di fondo è come il mentale nasca dal cerebrale, o come dice Libet, il non-fisico possa nascere dal fisico. Egli propone il concetto di
campo mentale cosciente (CMC) quale «mediatore tra le attività fisiche delle cellule nervose e la comparsa dell‟esperienza soggettiva.» 914, che non rimette affatto in gioco il dualismo cartesiano bensì conferma quello mente/cervello. Resta quel ritardo di 0,5 sec del mentale rispetto al cerebrale, che però fin‟ora è dimostrato solo per le sensazioni corporee. È estensibile? Libet pensa che «evidenze indirette rendano verosimile che ciò sia applicabile anche a tutte le altre modalità sensoriali.» 915 e ciò significa che:C‟è una retrodatazione soggettiva dell‟esperienza che la riporta indietro del tempo fino alla risposta più veloce della corteccia cerebrale. L‟abbiamo chiamata "riferimento soggettivo all‟indietro nel tempo" (
subjective referral backwards in time). Questo ci permette di concepire la consapevolezza del segnale sensoriale quasi immediatamente, mentre in realtà essa non può esser comparsa prima del ritardo richiesto dalla durata di attività neurali adeguate per l‟emergere della consapevolezza. 916La mente si sintonizza col cervello retrodatando la coscienza; è sì creata dal cervello ma vi retroagisce correggendo distorsioni. Il cervello e la mente sono asincroni, ma la seconda "aggiusta" per ottenere sincronismo.
Noi abbiamo definito la coscienza come un‟
infrastruttura mentre l‟inconscio è una carenza, ma esso non è indagabile pur avendo un ruolo enorme nel funzionamento della psiche. Ma (in riferimento a quei famosi 500 msec di ritardo coscienziale) sono sempre possibili emersioni coscienti che coinvolgono l‟intelletto, la ragione e l‟idema. La psiche conserva un sacco di pezzi di inconscio, solo qualcuno di essi può farsi conscio con risultati impensati. Ciò può valere per un idea musicale come per un‟idea matematica:I processi mentali inconsci costituiscono un fatto unico per un dato individuo. Per esempio, un matematico può risolvere un problema in un modo non cosciente, cosa che un‟altra persona non può fare. Può sembrare appropriato quindi considerare la vita mentale di un individuo come appartenente a caratteristiche del Sé di quell‟individuo. Comunque non si può avere accesso esperienziale diretto ai processi mentali inconsci, sebbene tali processi possano influire sul modo in cui coscientemente vediamo noi stessi.
917917
Ivi, p.210.918
J.Le Doux, Il sé sinaptico, cit., p.177919
Ivi, p.197.920
Ivi, p.201.L‟individualità non è fatta solo di consapevolezza ma anche d‟inconscio. Nella dialettica competitiva-integrazione tra la coscienza e le quattro organizzazioni ci sono passaggi dal
sé all‟io e dall‟io all‟individualità espressa dall‟idema, percettrice oltre che della materia anche dell‟aiteria.9.6 Esperire ed apprendere
Nel linguaggio corrente si tende a tener separati l‟esperire e l‟imparare; questa distinzione ha poco senso. L‟apprendere è sempre un "fare esperienza di ..." L‟
homo sapiens però ha una marcia in più, sicché anche il lappone può apprendere con buoni dettagli e approfondimenti che cosa sia il Sahara e il berbero che cosa siano i ghiacci del Polo Nord, semplicemente leggendo. Questo secondo tipo molto evoluto di apprendimento non a caso coinvolge la neocorteccia e le memorizzazioni a lungo termine, ma non dipende solo da capacità personali ma anche da tecniche. Però ciò è estraneo alla nostra indagine per cui ci occuperemo dell‟apprendimento animale in genere e dell‟ homo sapiens lungo i primi 150.000-170.000, prima dell‟invenzione di un linguaggio organizzato e più tardi della scrittura. Iniziamo con gli studi John Garcia e della sua équipe tra il ‟50 e il ‟60 del Novecento. La conditioned taste aversion (CTA) o Garcia effect consiste nel fatto che «ratti sottoposti a un‟iniezione di blando veleno evitavano decisamente l‟ultimo cibo ingerito prima di sentirsi male.», ma: «il rifiuto si sviluppava anche se il malessere si manifestava diverse ore dopo che il cibo era stato consumato.» 918 Il principio pavloviano del legame stimolo/risposta era dunque violato. Esiste un «apprendimento evitante» come sottospecie del più vasto ambito della paura.Un altro fattore degno di nota è quello dell‟
abituazione, un aspetto dell‟apprendimento per cui la reiterazione di uno stesso stimolo induce l‟indebolimento della risposta. Tuttavia sono stati sperimentati metodi artificiali di "potenziamento" perdurante della risposta con alterazione della funzionalità sinaptica, tale potenziamento a lungo termine (PLT) e diventato oggetto di studi numerosi e importanti. Si è scoperto che il PLT implicava interazioni di tipo associativo tra afferenze presinaptiche e neuroni postinaptici ma senza modificazioni di questi 919, tuttavia esso è inibito se si impedisce l‟aumento di calcio nella cellula postsinaptica 920. Questi studi hanno permesso anche di capire che da un punto di vista biologico, la memoria a breve termine e quella a lungo termine si distinguono anche per i loro presupposti chimici oltre che per la loro longevità. Ciò ha permesso, studiando il rilascio e la recezione del glutammato, di fare una distinzione tra un PLT precoce, legato alla memoria a breve termine, e un PLT tardivo, legato alla memoria a lungotermine
921. LeDoux ne conclude che il PLT non sia solo una tecnica per studiare come le esperienze modifichino le sinapsi, ma che sia «il modo con cui le sinapsi si modificano quando si impara.» 922921
Ivi, p.204.922
Ivi, p.216923
G.Edelman, Sulla materia della mente, p.157.Edelman vede l‟apprendimento fortemente condizionato dai
sistemi di valore acquisiti. Dopo averci precisato che «Le tre funzioni fondamentali – categorizzazione, memoria e apprendimento – sono pertanto collegate in modo stretto: l‟ultima dipende dalle altre due», precisa:Ma la categorizzazione percettiva e la memoria, benché siano necessarie all‟apprendimento, non sono sufficienti: è indispensabile anche il collegamento con sistemi di valore mediati da parti del cervello diverse da quelle che effettuano la categorizzazione. La condizione sufficienti per l‟adattamento è fornita dal legame tra le mapper globali e l‟attività dei cosiddetti centri edonici e del sistema limbico, in modo che soddisfi i bisogni omeostatici, appetitivi e di consumo corrispondenti a valori stabiliti nel corso dell‟evoluzione. Queste strutture cerebrali ricche di valori, come l‟ipotalamo e diversi nuclei del mesencefalo, si sono evolute in risposta alle necessità etologiche e alcuni loro circuiti sono specie-specifici.
923Questo discorso di tipo evoluzionistico a carattere generale riferito all‟uomo assume caratteristiche particolari in ragione del fatto che i nostri "valori" non sono solo quelli fissati per via filogenetica ma anche ontogenetica. Ognuno di noi è portatore di valori "acquisiti" con l‟educazione, ma poi modificati dalle esperienze dirette o per altre vie. Ciò è importante per la
weltanschauung a cui ognuno di noi fa riferimento ed usa come valutatrice della validità o meno d‟una nozione o d‟un concetto. È evidente che per un creazionista radicale l‟evoluzionismo è una fandonia, mentre per qualsiasi evoluzionista la Genesi biblica è una bella favola. Dunque sono le weltanschauungen che, spesso in modo inconsapevole, fanno da filtro per l‟apprendimento garantendo l‟omeostasi psichica, la quale richiede che ogni nuova nozione sia in accordo con la personale visione del mondo e coi valori cognitivi che questa impone.X. La mega-organizzazione della psiche
10.1 Il concetto di organizzazione
Le
organizzazioni trovano il loro luogo privilegiato di formazione e lavoro nella corteccia, ma implicano andate/ritorni con tutto il resto del cervello. La neocorteccia (la parte più esterna) si è sviluppata solo nelle ultime centinaia di migliaia d‟anni, sia in termini di volume che di area, ma grazie specialmente alle pieghe che ne aumentano enormemente la superficie attiva. La corteccia è fatta di due emisferi simmetrici collegati dal corpo calloso e con funzionamento chiasmatico (ad incrocio), per cui le funzioni motorie e sensorie della parte destra del corpo stanno nell‟emisfero sinistro e viceversa. Inoltre c‟è "divisione del lavoro" e nell‟emisfero sinistro hanno sede le capacità analitiche e computazionali insieme a quelle linguistiche (e ci sono buoni motivi di dire che la ragione si collochi in esso). Nell‟emisfero destro, intuitivo e creativo, è ragionevole collocare l‟intelletto e l‟idema. Ubiquitaria la psiche, la più grande e potente organizzazione, il cui campo operativo parte dal cervelletto e si sviluppa sino alla neocorteccia.Il funzionamento integrato delle organizzazioni esprime i
fattori intellettivi e ciò che genericamente chiamiamo "intelligenza", anche se i criteri per valutarla sono incerti e paiono estranei il gusto estetico, le istanze etiche e altre facoltà idemali che il quoziente d’intelligenza (QI) ignora. Pensiamo di poter escludere la psiche dai fattori intellettivi primari non già perché essa non concorra all‟intelligenza, ma perché con la sua componente conservativa ostacola l‟acquisizione del nuovo. Essa è produttrice di pulsioni, desideri, gratificazioni, frustrazioni, benessere o malessere, da ricercare o fuggire per proteggere la propria omeostasi, la quale spesso confligge con le aspirazioni cognitive ma potenziali fonti di turbamento. E tuttavia essa è sempre "in gioco", soltanto che non "tira" sempre nelle stesse direzioni delle altre organizzazioni e quando ciò non avviene impone la propria direzione. Un operare di tipo impositivo più che liberatorio, e, per metterla in metafora automobilistica, essa è fattore frenante piuttosto che accelerante.Anche se non strettamente implicata nella nostra ricerca ci corre l‟obbligo di una breve citazione di quella branca della psicologia cognitiva che si occupa delle "modalità" con cui l‟intelligenza si estrinseca in riferimento all‟apprendimento, all‟uso delle capacità, ai ruoli di contesto in vista di socializzazione e successo. Del
quoziente d’intelligenza (il QI) e dell‟abilità mentale o cognitiva abbiamo già trattato al § 5.4, ma esiste anche una valutazione che parte dagli stili mentali o cognitivi o di pensiero. Uno stile come modalità del pensare, del progettare, dell‟agire e del porsi nella comunità umana. Valutazione quindi di carattere eminentemente sociale e pragmatico, che ha fervidi sviluppi negli USA i riferimento a formae mentis, comportamenti, educazione, studi e ruolo sociale.Lo studio degli
stili cognitivi si occupa dei modi in cui si estrinsecano le attività intellettuali sulla base degli obiettivi: 1°, mettere in luce i fattori di differenziazione tra le intelligenze nel loro estrinsecarsi pratico; 2°, cercare se possibile di definire tipologie dei fattori qualificanti che si traducono in risultati tangibili; 3°, valutare la coerenza interna con la quale il pensare, l‟esprimersi e l‟agire si manifestano; 4°, scoprire le difficoltà che incontra uno stile cognitivo solidificato di fronte a variabili nuove o impreviste che richiedano adattamenti e modificazioni. Tra gli studiosi che si occupano da più tempo di questi stili del pensiero c‟è Robert Sternberg, che abbiamo scelto per darne conto nelle forme da lui delineate specialmente in Thinking Styles del 1997. Lo studio degli stili cognitivi secondo Sternberg deve portare a una teoria dell’autogoverno mentale di carattere generale che vale sia per i singoli individui e sia per le comunità organizzate. L‟approccio di lui è di tipo integrato-globale e l‟intelligenza è qualcosa che va oltre gli aspetti puramente cognitivi comprendendo quelli affettivi, emozionali, ambientali e sociali. Apprendere e poi agire di conseguenza significa "governare la mente" essendo consapevoli che discrasie tra noi e le altre persone porteranno difficoltà e insuccessi. Se manca omogeneità stilistica tra docente e discente o tra valutatore e valutato, è probabile che il discente impari poco e che l‟esaminando siasottovalutato. Il fine ottimizzare i punti di forza compensando quelli di debolezza, gestire le proprie facoltà e i propri difetti dandosi un "profilo" migliore possibile..
Sternberg classifica 13
stili cognitivi (cioè forme di intelligenza) di cui diamo cenni telegrafici. Lo s.legislativo si ha in chi ama decidere in totale autonomia con proprie leggi di comportamento. Lo s.esecutivo è di chi tende a sottostare a regole imposte o suggerite da altri. Lo s.giudiziario è di chi valuta le regole esistente e le giudica con spirito critico. Lo s.monarchico è degli egocentrici che amano la propria autosufficienza e impongono ad altri il loro stile. Lo s.gerarchico scala gli obiettivi secondo gerarchie di importanza e valore. Lo s. oligarchico è di chi tende a fare più cose insieme nello stesso tempo e che è sempre a rischio di stress. Lo s. anarchico si caratterizza per l‟estemporaneità di approccio ai problemi e la scarsa sistematicità. Lo s. globale è quello che privilegia la generalità e l‟astrattezza. Lo s. analitico è tipico del pragmatismo e della concretezza. Lo s.interno è quello degli introversi e dei poco socievoli e collaborativi; all‟opposto lo s. esterno, comunica molto, socializza e collabora. Lo s. radicale è quello di chi evade dalle procedure esistenti e dalle convenzioni; lo s. conservatore, al contrario, è di chi si conforma a regole e procedure già esistenti evitando l‟incerto e l‟imprevedibile. Ma che cos‟è uno stile?Uno stile è un modo di pensare preferito. Non è un‟abilità, ma è piuttosto il modo in cui usiamo le abilità che abbiamo. Non abbiamo
uno stile, ma piuttosto un profilo di stili. Le persone possono esser praticamente identiche nelle abilità di cui dispongono eppure avere stili diversissimi. 924924
R.J.Sternberg, Stili di pensiero, Trento, Erickson 1998, p.34.925
Ibidem.926
Ivi, p.35927
Ivi, pp.35-41La non corrispondenza tra abilità e stili implica problemi non indifferenti, poiché il giudicare le persone, sia ai fini didattici che a quelli lavorativi, non è facile:
Ma la società non sempre giudica allo stesso modo persone provviste di identiche abilità. Avviene invece che persone i cui stili si confanno a quelli che ci si aspetta in certe situazioni vengano ritenute dotate di livelli di abilità più alti, nonostante il fatto che nella fattispecie non si tratta di abilità, bensì di congruenza fra gli stili delle persone e i compiti con i quali si confrontano. 925
Secondo Sternberg i criteri a cui affidarsi per giudicare le singole persone e le società sono simili:
Vi sono numerose analogie fra l‟organizzazione del singolo individui e quella della società. Il motivo è che come la società ha bisogno di governare se stessa, allo stesso modo noi abbiamo bisogno di governare noi stessi. Abbiamo bisogno di decidere sulle priorità, come fa un governo. Di allocare le nostre risorse, come fa un governo. Di rispondere ai cambiamenti che si verificano nella società, come fa un governo, allo steso modo come vi sono ostacoli da superare dentro di noi.
926Assunti che ci mettono di fronte a una visione pragmatica della mente, che però suggerisce come soltanto analizzando i modi di pensare che ci dominano e in cui si estrinseca la nostra
personalità (attenzione, non la nostra individualità!) saremo in grado di governarli al meglio. Il Nostro passa poi ad analizzare uno per uno i 13 stili di pensiero suddividendoli in 3 funzioni (legislativa, esecutiva, giudiziaria), in 4 forme (monarchica, gerarchica, oligarchica e anarchica), in 2 livelli (globale e analitico), in due sfere (interna ed esterna) e infine in 2 propensioni (radicale e conservatrice) 927.Evidente che l‟autogoverno implica criteri per giudicare gli stili di pensiero e poi coniugarli. Tra i caratteri più utili la flessibilità:
Se esiste una chiave di adattamento, forse si trova nella flessibilità degli stili. Nessuno ha la fortuna di trovarsi in un ambiente che sostenga sempre i suoi stili preferiti. Più le persone riescono ad essere flessibili, più è probabile che si
adattino meglio alla varietà delle situazioni. […] La flessibilità è preziosa in quasi tutti gli aspetti della vita – nella scuola, nel lavoro, nelle relazioni intime con gli altri e persino nell‟aver a che fare con se stessi.
928928
Ivi, pp.104-105.929
Ivi, pp.105-109.930
Ivi, pp.120-127.931
Secondo l‟antropologo Joāo Zilhāo recenti scoperte di oggetti lavorati e dipinti in Francia e Spagna databili intorno ai 50.000 anni fa, quindi prima dell‟arrivo in Europa dell‟homo sapiens, sono sicuramente neanderthaliani. La vecchia tesi che solo i sapiens producessero oggetti estetici e simbolici sarebbe sfatata (Zilhāo e al., Proceedings of the National Academy of Sciences, gen 2010, Vol.107, 3, pp.1023-1028).Darwin non è citato, ma è chiaro essere l‟
adattamento ciò che fonda il successo, poiché nei sistemi sociali esistono leggi, regole e costumi ai quali ci si deve adeguare gestendosi al meglio. Gli stili sono determinati dall‟eredità genetica, dalla famiglia, dall‟educazione e dagli studi, ma variano e dipendono anche se insegnati o no 929. Se il governo degli stili è in funzione del contesto e la flessibilità mentale che produce adattamento tende a conformarsi, resta il fatto che, a differenza della maggior parte degli altri esseri viventi, l‟animale uomo oltre che rapportarsi all‟ambiente e ai suoi simili ha anche un rapporto con se stesso, cioè col proprio io. Ricordiamo che è il sé (la persona), non l‟io e ancora meno l‟individualità, a rapportarci al sociale, per cui è compito dell‟autogestione del sé individuare le variabili in gioco e agire di conseguenza. 930.Abbiamo dato conto di tale indirizzo di studi che ha per obiettivo di migliorare le
performance sociali e ciò non è in rapporto diretto col nostro lavoro, ma indiretto sì, perché anche la scansione di tali stili di pensiero implica pluralismo interpretativo dei fenomeni mentali. Delle quattro organizzazioni abbiamo dato una scansione evolutiva che vede la psiche come primaria e l‟intelletto come secondario in quanto latore d‟intuizione già ben sviluppata nell‟istinto animale. Esso si è accompagnato alla psiche definendo una mente ominide già in grado di imparare a conoscere intuitivamente sia il proprio corpo e sia l‟ambiente. Più tardive, e quindi terziarie, la ragione e l‟idema, apparse in una fase molto avanzata dell‟ominazione e presumibilmente presenti (almeno la prima) già nel Neanderthal 931. In qualche misura ciò vale anche ontogeneticamente, il bambino infatti, almeno sino ai sette anni circa, nella più parte dei casi non rivela capacità di razionalità o di sensibilità idemale rilevanti. Nell‟infanzia la psiche è già invece molto sviluppata anche se più semplice di quella adulta accompagnata da un intelletto in piena esplosione ma non ancora coniugato con la ragione, che si organizza qualche anno più tardi quasi contemporaneamente all‟idema.10.2 L’esistenza tra credenza e conoscenza
Se l‟esistenza umana è differente da quella di uno scimpanzé (per il 98% geneticamente uguale), ciò può essere sintetizzato in tre facoltà mentali che lo scimpanzé ha scarse o non ha: credenze, conoscenze e sentimenti. Lasciamo per un momento da parte gli ultimi e soffermiamoci sui primi due, quali versanti di un crinale sul quale noi procediamo, con brevi o lunghi percorsi al di qua e aldilà. Crinale che è poi lo stesso che divide la razionalità dall‟irrazionalità; ma questi due termini sono talmente logorati dall‟uso che hanno finito per assumere connotazioni quasi inutilizzabili, se non altro perché sono in troppi a dichiararsi razionalisti e troppo pochi a riconoscersi irrazionalisti. C‟è inoltre un modo di giustificare logicamente l‟irrazionalità, la
razionalizzazione psicogena, a latere di ciò l‟uso improprio dell‟aggettivo epistemico da parte dei logicisti metafisici. Ed è proprio il logicismo metafisico, pretesa "retta conoscenza", massimo responsabile di riduzionismo confusionario. C‟è di più, il logicismo metafisico è decisamente antiscientifico nella misura in cuisvaluta la ricerca, l‟esperimento e l‟induzione a favore di sillogismi astratti. A capo di questa setta di teoristi-logicisti sta Imre Lakatos, un personaggio del quale ci siamo occupati a suo tempo
932. L‟uso arbitrario della logica non solo produce guasti per le conoscenze, ma alimenta il rafforzarsi delle credenze. D‟altra parte, in sé, la logica non è affatto oggettiva bensì solo "meccanica" e come tutte le macchine ci sono modi corretti di usarle e ce sono di sbagliati, opera attraverso meccanismi tautologici che per la conoscenza possono essere utili ma anche molto dannosi se usati male.932
C.Tamagnone, Dal nulla al divenire della pluralità, Firenze, Clinamen 2008, pp.210-215933
L.Festinger, Teoria della dissonanza cognitiva, Milano, FrancoAngeli 2005, p.2934
Ivi, p.9935
Ivi, p.10.936
Ivi, p.11.Rifacendoci al panphlet anticristiano
O si pensa o si crede (1830) di Schopenhauer lo ritraduciamo in un O si conosce o si crede. Ma vi sono dei logici strani, il cui capostipite è Willard Orman Quine, che pensano di aver dimostrato (ovviamente con "logica perfetta e inoppugnabile") che il conoscere in realtà sarebbe un credere. Noi invece ribadiamo la dicotomia conoscere/credere anche se siamo disposti ad ammettere che tra le pieghe della scienza il creduto possa mescolarsi al conosciuto, ma fa poca strada. L‟uomo è più propenso a credere che a conoscere per una ragione evolutiva e una esistenziale, ma entrambe subordinate all‟omeostasi psichica. Ciò che risulta chiaro è che se l‟evoluzione ha premiato la credenza piuttosto che la conoscenza è perché la prima è più utile, appaga e fa risparmiare molta energia mentale. Ma c‟è una differenza più fondamentale tra conoscere e credere: che conoscere non è tanto darsi risposte quanto piuttosto porsi domande. Il credere invece è sempre unicamente risposta.Il credere la vince sempre sul conoscere perché "conviene", fornisce risposte rapide e chiare a basso costo energetico. Possiamo anche guardare alla credenza come un‟utile quanto falsa "scorciatoia al conoscere", essa infatti è "sapienza certa e immediata, profonda e solida", il
creduto è un saputo che si radica nel profondo. Una persona fortemente credente può anche essere un buon biologo e subire attentati alla sua credenza per ciò che via via conosce, ma subordinerà sempre ciò alla fede, magari inconsciamente manipolandolo. La credenza resterà forte e stabile, vis a tergo che lo aiuterà di volta in volta a razionalizzare l‟irrazionale poiché la perdita della credenza sarebbe un vulnus troppo grave all‟integrità della sua psiche. Così la ragione è sottomessa o snaturata e bizantinismi logico-dialettici provvederanno a ratificare la credenza.Nel 1957 lo psicologo americano Leon Festinger (1919-1989) licenziava il saggio
A Theory of Cognitive Dissonance che è un classico sull‟omeostasi psichica. La dissonanza cognitiva parte da due ipotesi, che l‟insorgenza di essa provoca disagio che si cercherà di ridurre e che si eviterà ciò che può favorirla 933. Si manifesta perché: «Una persona può trovarsi di fronte a nuovi eventi o acquisire nozioni nuove che le creano una momentanea dissonanza con le nozioni, opinioni o cognizioni preesistenti.» La dissonanza cognitiva attenta all‟omoeostasi della psiche e questa reagisce per ripristinarla. Se una nuova conoscenza è conforme all‟intelletto e alla ragione ma danneggia la sua omeostasi, la psiche correrà ai ripari manipolando, riducendo o espungendo le conoscenze dissonanti con le credenze solidificate.Festinger sottolinea che la
cognizione non è un‟idea singola ma piuttosto un complesso d‟idee che corrisponde alla nostra percezione della realtà 934, essa ci si offre per esser conosciuta, ma la psiche la combatte. Si oppongono quindi, secondo Festinger, due pressioni, quella a conoscere e quella a credere, con un filtraggio psichico che si protegge dalla "dissonanza" creata dal conoscere. La conoscenza rispetto alla psiche è attinente-consonante oppure non-attinente-dissonante: «Due elementi possono semplicemente non aver nulla a che fare l‟uno con l‟altro.» 935. Ancora: «Due elementi sono dissonanti se per una ragione o per l‟altra sono incongruenti.» 936. La dissonanza cognitiva nasce in modi diversi di cui i principali: 1°, l‟incoerenza logica (e la casualità lo è sempre!); 2°, l‟incoerenza con la cultura acquisita (lo è sempre l‟anti-tradizionale!); 3°, l‟inclusivitào la
non-inclusività in un‟opinione generale consolidata; 4°, l‟incoerenza con le esperienze precedenti 937.937
Ivi, pp.12-13.938
Ivi, pp.16-20.939
Ivi, pp.22-24.940
Ivi, p.25.941
Ivi, pp.31-33.942
Ivi, p.33943
Ivi, pp.33-34.944
Ivi, p.37.945
Ivi, pp.38-42946
Ivi, pp.43-59.947
Ivi, p.76.948
Ivi, p.77-79.949
Ivi, pp.135-140.La riduzione o l‟eliminazione della può avvenire per: 1°, cambiamento di un elemento cognitivo o comportamentale; 2°, mutamento di un elemento cognitivo ambientale; 3°, aggiunta di nuovi elementi cognitivi
938. Ma ciò deve fare i conti con la "resistenza interna" ai cambiamenti, che nasce dalla pena generata dal cambiamento, dalla paura di esserne scombussolati, dalla paura di esserne inadeguati, dalla paura di conseguenze imprevedibili ecc. 939 La resistenza interna misura la grandezza o intensità della dissonanza:Il massimo della dissonanza che può esistere fra due elementi qualsiasi è eguale alla resistenza totale opposta al cambiamento dell‟elemento meno resistente. L‟intensità della dissonanza non può superare quest‟entità perché a questo punto di massima dissonanza possibile l‟elemento meno resistente cambierebbe, eliminando così la dissonanza stessa.
940Ma la messa in atto di una
decisione non sempre può prevedere conseguenze cognitive che appaiono solo a posteriori. Come prenderla? Festinger vede tre modalità: A, che la decisione riguardi alternative completamente negative: B, che implichi due alternative entrambe con aspetti positivi e negativi; C, che ci siano più di due alternative 941. Dopo la decisione si tratta di valutare quanto essa pesi e «L‟importanza della decisione condizionerà la grandezza della dissonanza che esiste dopo che la decisione è stata presa.» 942; però gioca anche «il relativo potere di attrazione che esercita l’alternativa respinta» 943 e c‟è inoltre un‟ulteriore variabile costituita dalla sovrapposizione cognitiva e dal grado in cui si verifica 944.Una volta presa una decisione foriera di dissonanza cognitiva, come la si riduce? 1°, cambiando o revocando la decisione; 2°, agendo sull‟attrazione delle alternative implicate; 3°, trovando un‟accettabile sovrapposizione
945. La via migliore sarebbe di acquisire nuove informazioni sull‟oggetto della decisione tentando di ridurre l‟attrazione delle alternative scartate 946. In caso di acquiescenza forzata, quando siamo costretti a un comportamento pubblico che stride con le nostre convinzioni non vuol dire che le nostre «convinzioni primitive» siano compromesse, ma che abbiamo accettato o subito qualcosa di dissonante, sotto minaccia di punizioni o per la promessa di ricompense speciali 947. In questo caso possiamo rimuovere «la fonte d‟influenza» o rivalutare le nostre opinioni 948. Nel caso di una «esposizione involontaria a un‟informazione» il rimedio passa per un‟indagine sui fatti che ne sono stati causa, ma si può anche cercare di invalidare l‟informazione dissonante. Un accanito fumatore bombardato da informazioni sul fatto che il fumo provoca il cancro al polmone, ma i molti fumatori in buona salute percepiscono dissonanti tali informazioni. Da una ricerca su 585 fumatori è emerso quanto segue:Più la gente fumava più rifiutava di accettare informazioni che avrebbero potuto risultare dissonanti con il fatto di fumare e maggiore era la tendenza a possedere una precisa opinione sul problema. Così fra i fumatori accaniti l‟80% pensava che il rapporto non fosse provato, mentre soltanto il 7% pensava che lo fosse e soltanto il 7% non possedeva un‟opinione precisa.
949Dunque se si vuol continuare a godersi la via migliore è auto-convincersi che l‟informazione non sia attendibile.
Ciò che provoca dissonanza in noi può non provocarla in altri ed allora è importante "quanti" e "quali" siano. Se esistono elementi obiettivi a favore della nostra opinione la dissonanza è bassa e si riduce ulteriormente se altri sono d‟accordo con noi
950, se però c‟è disaccordo bisogna trovare il modo di convincerci di aver ragione. Ciò avviene per tre vie principali: 2a, mutare la nostra opinione; 1a, cercare di far cambiare idea agli altri; 3a, convincerci che gli altri ci sono inferiori cognitivamente 951. Uscendo dal piano personale per andare sul collettivo Festinger considera il fenomeno della «diffusione di "voci"». Se la maggioranza considera il contenuto di esse dissonante con le cognizioni comuni e condivise, saranno messe in atto "contro-voci" che negano la realtà dissonante 952 e si attiva un «proselitismo di massa»:950
Ivi, pp.162-163951
Ivi, pp.164-176.952
Ivi, pp.177-180.953
Ivi, p.182.954
Ivi, pp.211-214955
Ivi, pp.221-224956
Ivi, pp.224-231.957
Ivi, p.232.Evidentemente questo si può fare persuadendo sempre più persone che il proprio sistema di convinzioni è fondato, cioè compiendo un‟azione di proselitismo che raccolga degli adepti; perciò in questi casi ci dovremmo attendere di osservare un proselitismo più o meno su larga scala, con lo scopo di ridurre la dissonanza.
953Il 10° capitolo del libro è dedicato ai fenomeni di massa. Se, per esempio, una persona è pervasa da una persistente paura che è incoerente con un generale "non c‟è niente di cui aver paura". Andrà a caccia di notizie che giustifichino la paura. Il Nostro intravvede la conferma di ciò in un episodio del 1934 testimoniato da cronisti dell‟epoca, allorché, dopo un terremoto a Bihar (India), nelle aree circostanti (senza danni) nel
passa parola si era creata la leggenda che il terremoto fosse stato ovunque terribile e che fossero prossime scosse peggiori. Un diffuso clima di paura lontano dalla realtà, ma manipolata per renderla col clima di paura. Ci furono allora "promotori di paura" annuncianti catastrofi future. Nota il Nostro che negli abitanti di Bihar (danneggiati dal terremoto) non c‟era alcuna dissonanza cognitiva in quanto testimoni diretti, c‟era però dove era ingiustificata, ed è qui che si inventavano notizie false per convincersi che la paura era giusta. 954Il Nostro passa poi ad occuparsi di fatti messianici. Un certo William Miller di Pittsfield nel Massachussets aveva predetto che nel 1843 ci sarebbe stato (in base alla Bibbia) il Secondo Avvento di Cristo. Ne nacque un movimento ecclesiale con assemblee pubbliche e la stampa di un giornale che informava la gente sul perché la profezia si sarebbe avverata. Il 1843 passò e non successe nulla. All‟iniziale smarrimento dei molti adepti si pensò che ci fosse stato un errore di calcolo della data e, paradossalmente, gli adepti aumentarono i delusi (patenti
dissonanza cognitiva) cercavano di convincere altri che il fatto sarebbe accaduto in seguito poiché "non poteva non accadere". Si pensò che ci si dovesse riferire all‟anno ebraico e non al, sicché la data esatta diventava il 21 marzo 1844. Anche questa data andò a vuoto, ma il fervore dei credenti anziché diminuire aumentò e si fissò la data certa al 22 ottobre 1844. Solo dopo questo giorno la fede nel secondo avvento si smorzò di fronte a troppe evidenze contrarie 955. E tuttavia Miller, che morirà nel 1849, riuscirà con altri a fondare il Movimento degli Avventisti cui aderiscono tutt‟ora circa 20.000 persone!Festinger cita una caso simile molto più recente riguardante messaggi divini provenienti dallo spazio
956 per ribadire: «L‟ipotesi di fondo della teoria consiste nella nozione che l‟organismo umano tende a stabilire un‟interna armonia, coerenza e conformità tra le sue opinioni, atteggiamenti, conoscenze e valori.» 957 Allo stesso modo in cui si registrano differenze di pulsione a perseguire l‟omeostasi psichica, così Festinger vede differenze di dissonanza cognitiva:Per alcune persone la dissonanza è una cosa estremamente penosa e intollerabile, mentre ce ne sono altre che sembrano capaci di tollerare un alto grado di dissonanza. Questa variazione nella "tolleranza della dissonanza" sembra esser misurabile in un modo perlomeno grossolano. Le persone con un basso grado di tolleranza per la dissonanza mostreranno maggior disagio in presenza di essa e manifesteranno sforzi maggiori per ridurla di quanto non faranno le persone con un alto grado di tolleranza.
958958
Ivi, p.238.959
L.Wolpert, Sei cose impossibili prima di colazione, Torino, Codice 2008, p.3.960
Ibidem.961
Ivi, p.4.Passiamo ora ad occuparci del già citato Lewis Wolpert, un biologo poi dedicatosi allo studio dei meccanismi della convinzione e della credenza, che col
Six Impossible Things Before Beakfast. The Evolutionary Origins of Belief, uscito nel 2006, ci offre riflessioni interessanti. Grave difetto dell‟opera (colpa anche della traduzione?) sta nel confondere e sovrapporre credenza e convinzione, che nel linguaggio colloquiale sono intercambiabili, ma non in filosofia. Forse il traduttore ha dovuto gestire una semantica incoerente? In inglese conviction è molto usato in campo giuridico dove significa sia convinzione che condanna, differisce da belief (credenza) in quanto ne è forma rafforzativa, infatti conviction = firm belief, cioè credenza ferma, solida, motivata. Nell‟americano moderno quest‟ambiguità è un po‟ ridotta ma rimane. Potremo allora dire che belief tradotto con credenza in italiano richiederebbe una specificazione di "convinzione gnoseologicamente infondata". Fatta questa precisazione leggiamo: «Gli esseri umani hanno un bisogno primario di avere credenze che spiegano eventi importanti della vita ed esse possono essere assolutamente sensate e razionali.» 959 È evidente che qui si sta parlando di convinzioni e non di credenze, sicché l‟esser convinti, ovviamente, non confligge di per se stesso né col buon senso né con la razionalità. In seguito:Esiste un valido motivo per spiegare in termini causali qualunque fenomeno che ci riguardi, un radicato bisogno di organizzare il mondo dal punto di vista cognitivo, tanto il mondo esterno quanto interiore del singolo individuo. È possibile che quest‟imperativo e il meccanismo che utilizza, chiamato "generatore di credenze", si sia evoluto perché essenziale per la sopravvivenza umana e perché estremamente utile per attività quali la ricerca del cibo e la fabbricazione di strumenti, o per evitare il pericolo, diventando poi istintivo.
960Ci pare sbagliato sovrapporre credenze a convinzioni, queste ci vogliono per agire, inoltre, l‟esser convinti di un
conosciuto perché esperito è un a posteriori, mentre un creduto senza esperienza reale è un a priori. Tuttavia, in una mente, anche se alimentata e fondata dalla conoscenza, possono sempre trovare posto convinzioni inverificabili. Se ci viene detto che il sole ha ancora energia, e quindi brillerà, per i prossimi 5 miliardi d‟anni circa, lo prendiamo per buono perché giudichiamo la fonte attendibile. D‟altra parte: «Una caratteristica diffusa delle credenze è che gli esseri umani, quando esaminano le prove riguardanti una certa credenza, tendono a vedere quel che si aspettano di vedere e a trarre conclusioni che si aspettano di trarre.» 961Che si tenda a credere ciò che ci si aspetta è regola generale; se giudico credibile una nozione che proviene da un persona attendibile sarò propenso a pensare attendibile altro che essa affermerà. Se una mente non si forma in base al conoscere e non attua un
dubbio gnoseologico (che non è quello cartesiano né quello humiano!) è più facile che giudichi secondo aspettative e desideri. Un passaggio che ricorda la nostra tesi più volte ribadita che per vivere è più utile il credere che il conoscere:Ma perché è così arduo perdere, modificare o abbandonare le nostre credenze? Penso che possa esistere una spiegazione evoluzionistica: agli inizi dell‟evoluzione umana se le credenze che salvavano la vita non fossero state salde sarebbe stato dannoso. Andando a caccia e fabbricando strumenti, per esempio, sarebbe stato un grande svantaggio cambiare continuamente opinione. E lo sarebbe stato ancora di più in una situazione di pericolo, essendo necessario perseguire
una certa linea di condotta per ottenere la salvezza. Se un individuo credeva che le rocce instabili fossero pericolose, sarebbe stato saggi continuare a crederlo. 962
962
Ivi, p.19.963
Ivi, pp.26-27.964
Ivi, pp.37-40.965
Ivi, p.41.966
Ivi, p.75.967
Ivi, p.77Il discorso però è un po‟ contorto. Si crede che le rocce siano instabili perché qualcuno se n‟è fatto esperienza o perché lo sciamano dice che sono spiriti maligni? Più chiara la seguente osservazione:
L‟incapacità di trovare le cause di eventi e situazioni importanti porta al disagio mentale; quindi esiste una forte tendenza a inventare storie causali che forniscono una spiegazione. L‟ignoranza di cause importanti è intollerabile. Ciò è sensato anche da una prospettiva evoluzionistica, poiché i nostri antenati avevano la necessità di spiegare rapidamente gli eventi anche quando avevano ben poche conoscenze – un ritardo poteva rappresentare un grande svantaggio.
963Ma ciò essenzialmente perché a produrre ritardi è il
dubbio. Se vedo a relativamente breve distanza un predatore, poiché non so se ha appena mangiato o è affamato, devo decidere immediatamente se affrontarlo, se stare immobile o se scappare. Credenza sarebbe se io acriticamente pensassi che la miglior soluzione sia sempre solo una delle tre.L‟inventarsi credenze è nata nell‟uomo molto presto e ciò è deducibile dal fatto che il cervello del bambino è predisposto a causalizzare e a finalizzare tutto ciò che percepisce, magicizzandolo all‟uopo e affabulandolo. Ce lo conferma Wolpert sulla scorta di Piaget: «Nella sequenza normale di sviluppo dei bambini vi è un atteggiamento che viene definito "teleologico", una tendenza a considerare gli oggetti come se fossero progettati per uno scopo.»
964. I bambini tra i sei e i nove anni tendono a "meccanicizzare" il mondo e «Accettano anche le trasformazioni magiche descritte nelle fiabe.» 965 Orbene, si dà il caso che il meccanicismo cosmico di Aristotele, ed ancor più quello di Cartesio, fossero null‟altro che "credenze", favole tanto affascinanti quanto psichicamente efficaci per causare e finalizzare l‟ignoranza della realtà del cosmo.Wolpert ignora il concetto di
mente o lo include in quello di cervello, ciò lo porta ad essere un po‟ generico e ciò si coglie all‟inizio del Capitolo 6, che ha per titolo Credere:Le credenze causali sono nondimeno fondamentali, poiché una delle caratteristiche più importanti della credenza è che viene usata per guidare il comportamento e quindi ha una posizione centrale nella nostra esistenza. La si può considerare come uno strumento di spiegazione. Quando si dice che qualcuno ha una credenza, si pensa di poter ragionevolmente prevedere come essa determinerà il comportamento di quella persona in particolari circostanze. 966
Posta l‟esistenza si dice che "va guidata" dalle
credenze ma si tace delle conoscenze! Orbene, non ci sembra vero che l‟esistenza si possa gestire esclusivamente tramite le credenze e neppure secondo "conoscenze credute"! Ribadiamo che la conoscenza è più un porre domande che fornire risposte e si può anche vivere in modo "problematico", gestendo dubbi e probabilità senza vincolarsi ad alcuna credenza. Può darsi che una parte delle nostre nozioni date per buone si basino su credenze, ma la maggior parte nasce da conoscenze e in ogni caso queste generano convinzioni, non credenze. Il fatto che in base alle convinzioni di una persona se ne possano dedurre i comportamenti è un mero corollario. Ma correttamente Wolpert osserva:Le credenze, una volta acquisite, hanno una sorta di inerzia, nel senso che in linea di massima gli esseri umani preferiscono modificarle il meno possibile. Tendiamo a respingere qualsiasi prova o idea che sia in contraddizione con le nostre credenze del momento, in particolare se ne mina qualcuna fondamentale; questo è noto come "principio di conservatorismo".
967Un‟altra considerazione interessante la troviamo poco oltre a proposito delle differenze funzionali tra i due emisferi:
Alcuni dati indicano che in questo processo entrano in gioco le differenze tra l‟emisfero destro e quello sinistro. Il primo fornisce informazioni al secondo, che è quello che deve formare le credenze e affrontare la dissonanza cognitiva. Possiamo cambiare opinione solo quando le informazioni provenienti dall‟emisfero destro sono più forti delle credenze nutrite nel sinistro. In ogni caso, abbiamo anche la capacità di ingannarci da soli e quindi, per esempio, di avere allo stesso tempo due credenze contraddittorie.
968968 Ibidem.
969
Ivi, p.78970
Ivi, p.105.Se ciò è vero (e in effetti le informazioni visuali nascono nel destro mentre nel sinistro nascono le enunciazioni verbali) le credenze sarebbero perlopiù "linguistiche". L‟anima e gli archetipi junghiani sono creduti in quanto descritti, così come il Dio cristiano è creduto nei termini del catechismo. Ciò ci permette di avanzare l‟ipotesi che il linguaggio verbale, utilissimo strumento di comunicazione e definizione, sia anche il principale produttore di "formulazioni semantiche" che prendono a tutti gli effetti il posto di ciò che evocano. Wolpert accenna al fatto che «Spesso anche i motivi della credenza restano sconosciuti» e che essa «è il risultato dell‟intuizione, anche se vi può essere un certo controllo dei fatti che la riguardano.»
969 Ciò è vero, ma secondo noi significa che le credenze trovano il loro spazio ideale non tanto nei circuiti della coscienza quanto in quelli dell‟inconscio.Una buona dimostrazione che la credenza sia perlopiù inconscia sta nel lavoro dei pubblicitari, con le loro tecniche raffinate che agiscono subliminalmente per far credere che uno prodotto "si è dimostrato", è "oggettivamente", è "testato come il migliore" e così via. Ma siccome si dimentica, le credenze sono ricostruire continuamente
per ripetizione. Vi è poi l‟autorità di provenienza e il numero di chi ci crede, ciò per i neuroni-specchio di cui ci siamo occupati al §1.7. Qualcosa che ha destato i sospetti della ragione può farsi strada tramite la psiche per finire nell‟inconscio dove "funzionerà" nell‟inconsapevolezza del soggetto. Ma torniamo a Wolpert, che dal capitolo 7 del libro (Falsita) sviluppa un‟analisi è più coerente, uscendo dalle pastoie del binomio confusivo convinzione-credenza. Si legge: « Noi esseri umani vogliamo una storia coerente degli eventi della nostra vita, una spiegazione plausibile e fin troppo spesso ne inventiamo una in accordo con le nostre altre credenze.» La credenza irrazionale è "razionalizzata". In questo caso spesso gli psichiatri parlano di confabulazione, elaborazione affabulatoria di dati e fatti per renderli psichicamente coerenti. La fede secondo religione è molto importante ed è fisiologica; credere nell‟esistenza di Dio non è meno fisiologico che dubitarne.Quando Wolpert afferma che la religione «è uno dei mezzi principali per dare significato e valore alla vita quotidiana.»
970 ha perfettamente ragione, poiché essa essendo la sua funzione primaria "dà significato al mondo e a noi in esso". Tale mistificante significazione ontologica è l‟aspetto più rilevante del pensiero religioso e "funziona"! Il conferire significato a ciò che non ne ha (l‟esistere del cosmo e nostro) è funzione altamente produttiva e confezionare una weltanschauung omeostatica. Da un punto di vista più spiccatamente neurofisiologico abbiamo visto al § 9.2 che per Edelman la coscienza di ordine superiore (secondaria) è responsabile di molti sviamenti cognitivi poiché è ricca di invenzioni che "aggiustano" in modo opportunistico, omeostatico, il modo di percepirsi in rapporto al mondo. Orbene, è proprio la visione del mondo, la weltanschauung, che la nostra psiche costruisce spesso ad hoc, prescindendo totalmente da novità ontologiche recate dal progresso scientifico.Per quanto concerne la nascita dell‟universo in cui stiamo, il monoteismo lo vede creato dalla Volontà di Dio nei termini esposti dal libro della
Genesi. Il panteismo invece, teorizza un divino Uno-Tutto intelligente, eterno e deterministico, un Dio-Necessità. Ontologicamente parlando, quindi, il Dio-Volontà e il Dio-Necessità implicano weltanschauungen "chiuse", aprioristiche. In Più grande del cielo Edelman nota: «Un aspetto delle operazioni del cervello umano cosciente che colpisce in modo particolare è il bisogno di integrazione, di un quadro unitario, di costruzione e dichiusura.»
971 Egli deriva epistemicamente tale esigenza di fabbricare un "quadro unitario" coerente e "chiuso" come estensione di fenomeni percettivi dove l‟illusione prende il posto della realtà:971
G.M.Edelman, Più grande del cielo, cit., p.112.972
Ivi, pp.112-113.973
Ivi, p.113974 Ibidem.
Tale esigenza si manifesta nella nostra mancanza di consapevolezza del punto cieco, in varie illusioni ottiche, uditive e somatosensoriali e, nel modo più impressionante, nelle sindromi neuropsicologiche. Il paziente affetto da anosognosia ed eminattenzione spaziale che nega di avere il braccio e la mano sinistra paralizzati, il paziente somatoparafrenico che attribuisce a un‟ altra persona la propria mano sinistra insensibile e paralizzata, o il paziente affetto dalla sindrome della mano aliena non sono individui psicotici anche se, per certi versi, nessuno super la prova di veridicità.
972In sostanza:
perché il cervello altera i dati percezionali? La spiegazione: «Quali che siano le condizioni di salute, il cervello cosciente integrerà quello che può esser integrato e si opporrà a una visione frammentaria della "realtà".» 973 Se sostituiamo i termini posti con dei quasi-sinonimi, integrato con coerente e frammentario con incoerente, ne deriva integrare ed eliminare frammentarietà significa dare coerenza e intelligibilità a qualcosa di incoerente e inintelligibile. Quando la psiche compie tale operazione espunge la realtà in quanto incoerente e ne confeziona una ad hoc, falsa, ma coerente.Ma torniamo alle "creazioni" che la nostra psiche è in grado di produrre per omeostatizzarsi opportunamente:
Sono convinto che questi fenomeni riflettano la necessità da parte dei circuiti rientranti globali di formare cicli chiusi con qualunque area e mappa cerebrale che sia ancora da integrare. Manipolando i segnali del mondo e del corpo, si possono produrre illusioni anche nei soggetti normali. Come abbiamo già visto, credo che le illusioni riflettano i cambiamenti degli schemi di dominanza fra mappe rientranti interattive. La lezione da imparare è che il nostro corpo, il nostro cervello e la nostra coscienza non si sono evoluti per generare un quadro scientifico del mondo. Al contrario, un adattamento sufficiente all‟econicchia è ciò che consente di non perdere la battaglia, anche in presenza di emozioni e fantasie che per una descrizione precisa da una prospettiva in terza persona sarebbero irrilevanti o inaccessibili.
974Edelman conferma ciò che noi sosteniamo da almeno un quindicennio, ovvero la dominanza della psiche sul formarsi di convinzioni forti e profonde, unificate poi in una precisa
weltanschauung. La credenza è sempre vincente sulla conoscenza, perché la prima gratifica e rassicura, la seconda confonde e turba, la prima ti dà la convinzione "di sapere", la seconda "di ignorare".10.3 La psiche domina la mente
Dal momento che la psiche è il costituente di gran lunga più vasto e determinate per la mente, potremmo concluderne che la mente è psiche più "qualcos‟altro" di scarsa importanza? Lo potremmo se giudicassimo l‟uomo solo dal punto di vista biologico, poiché, evolutivamente, è fuori discussione che la psiche sia stata largamente e che la sua potenzia sia risultata utile in quanto forte dal punto di vista ecologico-adattativo. Se dunque giudicassimo solo per
quantità d‟influenza e dominio potremmo porre l‟equazione: cervello = mente = psiche. Se invece valutiamo il lavoro mentale in ragione delle qualità non avremo difficoltà ad ammettere che, per quanto deboli, le altre organizzazioni siano importanti. Dunque del mentale la psiche è "quasi tutto" ma accanto ad essa c‟è qualcos‟altro di non-irrilevante, per la precisione l‟intelletto un certo peso ce l‟ha da molti millenni, non così per ragione e idema, arrivati molto tardi.La psiche è la maxiorganizzazione mentale che ha ereditato l‟aspetto più rilevante di quella funzione che genericamente negli animali diversi dall‟uomo è chiamato
istinto, quella reattiva e conservativa, che rende possibile omeostasi come stato mentale ideale, connesso all‟omeostasigenerale delle funzioni corporee. In assenza di omeostasi psichica l‟individuo si trova più indifeso e soprattutto "esistenzialmente solo" nell‟affrontare la vita e nel costruirsi un orizzonte esistenziale. È in questo senso che la psiche è il correlato naturale del pensiero religioso, nel quale trova la propria dimensione compiuta insieme a gratificazione, sicurezza e speranza. Boncinelli arriva a un concetto di psiche che è molto simile al nostro allorché osserva: «Se la mente può essere considerata in gran parte confinata al cervello, non ha senso pensare la stessa cosa per la psiche in senso lato, che possiamo invece vedere come distribuita in tutto il nostro corpo.»
975 Orbene, è la stessa cosa che diciamo noi appena si tenga conto delle espressioni «in gran parte» e «in senso lato». Che una psiche lata concerna il corpo è sicuro975
E.Boncinelli, Il cervello, la mente e l’anima, cit., p.256.976
E.Boncinelli, Il male, cit., pp.38-39.977
D.Linden, La mente casuale, cit., p.l88.978
Ivi, p.189.La psiche è reattiva soprattutto, ma anche appetitiva e creativa, e abbastanza spesso in conflitto con le altre tre funzioni, tutte attive. Afferma Boncinelli:
Come si vede è una questione di definizione, ma a noi uomini piace molto considerarci privi di istinti e c‟è chi una tale affermazione ce la ripete ogni giorno, in maggiore o minore buona fede. […] Io non credo che siamo privi di istinti, penso solo che lo strapotere della nostra corteccia cerebrale la porti assai di frequente a negoziare con questo o quell‟istinto, con il risultato che spesso essi non sembrano nemmeno comparire.
976Parrebbe che la ragione stia in alto, nella corteccia, e gli istinti in basso, nel cervelletto nei gangli basali e nel sistema limbico. Può aver ragione ma è un tipo di distinzione che dice poco. Vedere un conflitto con ciò che sta in alto (più recente) e ciò che sta in basso (più antico) ci pare semplicistico Per la
mente plurintegrata la psiche ha strapotere sull‟intera mente e le altre funzioni possono sì contrastarla, ma con successi scarsi. Che poi ci siano persone (probabilmente lo stesso Boncinelli) con intelletto e specialmente ragione capaci di riportare più spesso della media delle vittorie razionali-intellettuali sulla psiche, è possibile. Noi continuiamo a pensare che la maggior parte delle persone sia dominata dalla psiche per quanto essa sia integrata con le altre funzioni e non "in un altro posto", non esiste una psiche "isolata" di cui sia possibile cogliere il cosa e il dove, ma solo il come essa presumibilmente operi nell‟economia generale della mente.Da un punto di vista funzionale la
psiche, lo abbiamo visto, è opponibile alla ragione con la quale immaginiamo conflitti di cui non abbiamo quasi mai percezione, a parte stati di nervosismo e malessere che ci colgono in occasione di decisioni contrastate. Ciò però non significa affatto che non ci sia rapporto, anzi, l‟una e l‟altra non possano agire sinergicamente; ne è esempio la sempre possibile razionalizzazione psicogena di una credenza del tutto irragionevole, allorché la psiche opera una vera e propria sottomissione della ragione. Questo può accadere o nel caso di certe patologie, o per denutrizione, o per assunzione di sostanze psicoattive come alcol e droghe.La psiche è superdotata di fantasia visiva e narrativa, l‟aspetto che più volte abbiamo rilevato, difendere la sua omeostasi, potremmo chiamarla
affabulazione omeogena. David Linden ci ricorda che i soggetti che hanno subito la rescissone del corpo calloso (split-brain) non vogliono ammettere di avere una visione scissa e osserva: «La capacità della corteccia sinistra [sede del linguaggio] di costruire narrazioni è stata osservata in maniera distinta in più di 100 pazienti split-brain in situazioni molto diverse.» 977 inoltre: «In tutte le persone, non solo quelle che hanno subito operazioni di split-brain, l‟azione della corteccia sinistra si rivela durante i sogni narrativi.» Costruire narrazioni ad hoc è un tipico modo della psiche per proteggersi e l‟"evidente metafisico" (spesso logicamente "deducibile" e "dimostrabile") va tenuto distinto dall‟"evidente scientifico" (spesso non deducibile e quasi mai dimostrabile!). La funzione affabulatoria «non può essere disattivata, neppure durante il sonno.» 978 e in certe persone è vivissima e perlopiù inconsapevole. Secondo noi la psiche affabula usando elementi che "hanno già a priori approvazione".Linden parla di mente in generale ma anch‟egli localizza nell‟emisfero sinistro la funzione affabulatoria e afferma:
Le relazioni stabilite tra diverse percezioni e idee per la creazione di una narrazione coerente che viola l‟esperienza diurna e le categorie cognitive di tutti i giorni è una funzione della corteccia sinistra, alla base sia dei sogni della creazione e della diffusione sociale del pensiero religioso.
979979
Ivi, pp.190-191.980
Ivi, p.191.981 Ibidem.
982
Ibidem.983
Ibidem.Egli vede nel pensiero religioso un paradigma dell‟affabulazione, noi siamo più propensi a pensare che l‟affabulazione concerna tutto ciò che non fa riferimento alla
datità scientifica. Non c‟è solo la religione basata sull‟affabulazione ma molto altro, tra cui le superstizioni, l‟astrologia e persino l‟erboristica. Il lavoro affabulatorio è perlopiù inconsapevole: «La funzione opera in modo inconscio. Non siamo consapevoli delle storie costruite dalla corteccia sinistra durante lo stato di veglia. Non facciamo caso a ciò che succede dietro il sipario.» 980Sul fronte onirico però può accadere (nel sonno REM) che l‟invenzione vada molto oltre ciò che crea l‟affabulazione della veglia:
Nei sogni narrativi, però, viviamo di continuo la violazione della logica convenzionale. I sogni ci regalano esperienze soprannaturali, che ci permettono di concepire sistemi e storie non regolate dalle categorie convenzionali dello stato di veglia e da orizzonti di attesa in cui vige la più assoluta causalità. Così, il processo inconscio della creazione narrativa si fa evidente nelle nostre menti coscienti. 981
Secondo Linden, dunque, ciò che avviene nell‟inconsapevolezza onirica troverebbe poi nella veglia un corrispettivo cosciente che si fa "consapevolmente creduto". Prosegue:
Si può ipotizzare che la capacità della corteccia sinistra di creare narrazioni funzioni in due modi per la diffusione del pensiero religioso: in maniera inconscia, per la creazione di passaggi logici alla base di pensieri soprannaturali (che violano categorie, attese e causalità) e in maniera conscia, attraverso il confronto di sogni, per dare vita a un modello di pensiero soprannaturale. 982
La fenomenologia religiosa troverebbe rinforzo in una componente onirica tradotta nella veglia in un "modello razionalizzato" che si avvale anche di "rinforzi emotivi":
In una prospettiva del genere non risulterebbe casuale il fatto che le pratiche rituali di culture diverse comprendono spesso sogni, sostanze allucinogene, stati di trance, danze, meditazioni e musiche. Tutti questi elementi, sollevandoci dallo stato di coscienza vigile, forniscono esperienze soprannaturali di tipo onirico, guidate dalla corteccia sinistra, e rafforzano dunque l‟impulso religioso.
983Il
rinforzo emotivo è uno degli ingredienti più importanti del fenomeno religioso in generale, più spiccato nelle religioni primitive e meno in quelle più evolute ma sempre presente. Le pratiche religiose avvengono infatti perlopiù in locali chiusi e raccolti, a luce diffusa, con architetture evocanti lo spazio infinito, decorati in vario modo, grafico (Islam ed Ebraismo) o figurato (Cristianesimo). Molto potente come rinforzo emotivo è poi la musica e difficile anche per noi atei non commuoversi se lo spazio di una chiesa è riempito dal suono di un organo sulle note della musica di Bach o di Händel. Ma la sensibilità musicale non è relativa all‟emisfero sinistro bensì al destro, come lo è la sensibilità pittorica; dunque concentrare sul fattore affabulatorio (imputabile all‟emisfero sinistro) l‟eziologia del fenomeno religioso corre il rischio di portarci fuori strada. Occorre pensare che anche le formule di invocazione, i mantra in Oriente o le preghiera in Occidente, trovano la loro maggior efficacia nel ritmo musicale piuttosto che nei contenuti verbali dell‟invocazione.La religiosità è fenomeno della
psiche e questa è da considerarsi ubiquitaria; si andrebbe fuori strada se si pensasse che l‟emisfero destro sia escluso dal fenomeno. Accade piuttosto che, aseconda delle persone, alcune siano più sensibili alla
verbalizzazione del soprannaturale, altre alla visualizzazione, altre alla fonazione. Quel che è importante è che sia possibile un carattere collettivo dell‟esperienza del sacro, sì da legare insieme le emotività individuali in un sentimento comune. Buon esempio sono certe affascinanti cantate luterane e i song afro-americani, poiché sulle onde della musica si hanno vere e proprie forme di trance, senza bisogno di allucinogeni o altro. La musica non una droga ma è un agente psicattivo come può esserlo la pittura, il teatro, il cinema. In realtà il sacro, pur avendo un lato intimo, si estrinseca specialmente nel formare comunità, in un "sentire insieme" e "appartenere insieme" a qualcosa di eccelso e sublime che tutti domina o include. Il senso del sacro trova rispondenza nel "clima sacro" messo in comune, che come un ectoplasma nasce con suoni e immagini e cavalca la fantasia per portarci nel "fuori" della materialità.Linden pone l‟accento specialmente sul sentimento religioso come «fenomeno individuale», che certamente è presente in alcune religioni ma non nella maggior parte. La religiosità individuale slegata dalla socialità è rara e Kirkegaard ne è stato esempio, ma molti sono i mistici che si realizzano nel sacro i solitudine, a Oriente come ad Occidente. È però indubitabile che la maggior parte dei credenti si sente a suo agio in mezzo ad altri credenti piuttosto che solo. Una considerazione interessante:
Piuttosto, sto sottolineando che, anche se a livello individuale la religione è una questione di fede personale, influenzata da fattori socioculturali, il nostro corredo ereditario comune, così come si riflette nella struttura e nelle funzioni del cervello, ci dispone – in quanto specie - al pensiero religioso, nello stesso tempo in cui ci predispone ad altri aspetti universali sovraculturali, come la monogamia, il linguaggio e la musica.
984984 Ibidem.
985
G.Vallortigara, La causa prima?, in: Girotto-Pievani-Vallortigara, Nati per credere, Torino, Codice 2008, p.66.Ciò che Linden chiama predisposizione al pensiero religioso è predisposizione alla credenza. Lo ribadiamo: "costitutivamente" l‟uomo non ha alcun bisogno di "conoscere" ma un gran bisogno di "credere". La conoscenza richiede continue conferme osservative e sperimentali, la credenza una volta instaurata richiede solo "conferme di credenza". Ripetersi che Dio c‟è e farne un mantra ripetuto ogni giorno più volte "concretizza" Dio e lo rende reale, mettendo tra parentesi il mondo e le sue denotazioni o vedendolo come regno del male. Il mondo per il credente può ad un certo punto diventare soltanto un coacervo di precarie o ingannevoli apparenze demoniche che attentano alla sua fede.
La forza delle favole, come ogni genitore sa, non sta affatto nella coerenza con la realtà che il bambino vive quotidianamente, ma nella coerenza con i suoi desideri. Il bambino pretende il "tutto possibile" che la sua psiche gli offre in forma affabulatoria. È in un mondo spalancato alla fantasia che il bambino realizza al meglio il suo senso di onnipotenza, l‟idea di poter fare qualsiasi cosa e poter fare "di" qualsiasi cosa ciò vuole. Per lui il cavallino a dondolo è un vero cavallo e una qualsiasi scatola può diventare una vera automobile. Quando Linden afferma che il nostro «corredo ereditario comune» ci predispone alla credenza (siccome questa si origina sempre da qualche tipo di affabulazione, endogena od esogena) significa che noi possediamo una funzione mentale
ad hoc per credere "contro" il conoscere. C‟è una diffusa tendenza, abbastanza ipocrita, di minimizzare l‟importanza della credenza. In realtà, mentre ci sono evidenze sicure che la credenza ci sia utile, non ce ne sono per la conoscenza. Ma, attenzione! Stiamo parlando di "utilità esistenziali" non di "valori cognitivi", questi obbediscono alla cultura, quelle all‟esistenza senza turbamenti.Un libro del 2008 firmato da tre autori (un neuroscienziato, uno psicologo e un filosofo della scienza) porta il titolo significativo di
Nati per credere. Il neuroscienziato Giorgio Vallortigara in un capitolo dal titolo La causa prima? riprende la tesi di Wolpert secondo la quale il credere nascerebbe dalla tendenza umana a trovare sempre una causa per qualsiasi cosa. Ne conclude: «La relazione causa-effetto è la madre di tutte le credenze.» 985 Ciò è vero solo in parte: sicuramente la credenza nasce dal "volere" una causa, ma non certo nel "cercare una causa". Il credente vuole unacausa per l‟esistenza del mondo, il ricercatore scientifico di fronte a un certo fenomeno si chiede quale possa essere la causa reale. Un conto è "inventarsi" una causa, altro conto è "scoprirla". Ma bisogna anche stare attenti a mai confondere la
Causa Prima con le cause seconde, e non è tanto la relazione causa-effetto a dominare la nostra psiche, ma piuttosto il modo di pensare l‟origine delle cause in una Volontà o in una Necessità. Come vedremo più avanti, per la mentalità prelogica dove la ragione è sottomessa e la psiche strabordante, le credenze sotterrano le conoscenze e il caso non esiste, perché ogni fatto deve avere una causa "precisa" e " determinata".Più convincente Vallortigara quando nel successivo
Animato, troppo animato afferma: «La mente umana si è evoluta, per selezione naturale, per pensare in termini di obiettivi e di intenzioni. Ciò perché è altamente adattivo farlo.» 986 Il termine adattivo in termini evoluzionistici può essere sostituito con "opportuno + funzionale + appropriato + conveniente" o molto più semplicemente con "utile". Ma questa utilità non è certamente quella razionale e analitica, e non è neppure l‟utilità del pensiero sintetico che "estrae" il succo di una situazione per guidare i propri pensieri e le proprie azioni. No, questo tipo di utilità è semplicemente omeostatica e difensiva-conservativa. Il Nostro aggiunge più avanti: «Le credenze sovrannaturalistiche perciò non debbono esser considerate sinonimo di immaturità mentale, bensì il sottoprodotto di una mente che si è evoluta per pensare in termini di obiettivi e intenzioni.» 987986
G.Vallortigara, Animato, troppo animato, in: Girotto-Pievani-Vallortigara, Nati per credere,, p.91.987
Ivi, p.97.988
L.Levy-Bruhl, La mentalità primitiva, Torino, Einaudi 1966, p.29.989
Ivi, pp.45-46.Orbene, è certamente plausibile che la mente dell‟uomo, tra molte altre cose, si sia evoluta per dare obbiettivi e intenzioni al proprio esistere, ma non ci pare che ciò abbia molto a che fare con la credenza, o quanto meno che ne sia fattore primario. Né abbiamo alcun elemento per dire che quando l‟
homo sapiens comparve si desse obiettivi e intenti. Quel che invece è certo che oggi, tra noi, sono molte le persone che parrebbero non avere affatto obiettivi e intenti, ma che vivono la loro esistenza in base a pregiudizi e superstizioni. A questo proposito non possiamo che tornare all‟analisi che nel lontano 1922 Lucien Lévy-Bruhl ne La mentalità primitiva (con qualche accusa di razzismo da parte degli antropologi strutturalisti) aveva fatto del pensiero arcaico, mistico e pre-logico, ancora riscontrabile tra fine Ottocento e inizio Novecento in alcune aree del pianeta. La sua analisi è profonda quanto aderente alla realtà umana quando la ragione è sovrastata dalla psiche. La mentalità che potremmo chiamare "psicocratica" è dominata dalle preconnessioni mistiche:Per questa mentalità, in linea generale, il caso non esiste, e non può esistere. Non che essa sia persuasa del determinismo rigoroso dei fenomeni; tutt‟altro, non avendo la più pallida idea di questo determinismo, resta indifferente alla connessione causale, e a ogni evento che la colpisce, attribuisce un‟origine mistica. Dato che le forze occulte sono sempre sentite come presenti, più un evento ci sembra fortuito, più sarà significativo per la mentalità primitiva. Non c‟è bisogno di spiegarlo: esso si spiega da sé, è una rivelazione. Anzi, il più delle volte, serve a spiegare altre cose, almeno nella forma in cui questa mentalità si dà pensiero di trovare spiegazioni. Ma può essere necessario interpretarlo, quando una preconnessione definitiva non vi ha già provveduto
988.E più oltre:
Preconnessioni, che non hanno meno forza del nostro bisogno di collegare ogni fenomeno alle sue cause, stabiliscono, per la mentalità primitiva, senza possibile esitazione, il passaggio immediato da una data percezione sensibile a una forza invisibile. Per dir meglio, non è neppure un passaggio. Questo termine conviene alle nostre operazioni discorsive; non esprime esattamente il modo di attività della mentalità primitiva, che assomiglia piuttosto a un‟apprensione diretta o a un‟intuizione. Al momento stesso in cui percepisce quel che è dato ai suoi sensi, il primitivo si rappresenta la forza mistica che vi si manifesta
989.Vediamo ora come si presenta la causalità nel pensiero psicocratico:
Per la mentalità prelogica, la connessione causale si presenta sotto due forme, del resto vicine. A volte una preconnessione definita è imposta dalle rappresentazioni collettive […] Oppure il fatto che appare è riferito in modo generico a una causa mistica […] In un caso come nell‟altro, la connessione tra la causa e l‟effetto è immediata
990.990
Ivi p.78.991
G.Vallortigara, La causa prima?, in: Girotto-Pievani-Vallortigara, Nati per credere, cit., p.79992
G.Vallortigara, Animato, troppo animato, in: Girotto-Pievani-Vallortigara, cit., p.97.993
P.Boyer, E l’uomo creò gli dei, Bologna, Odoya 2010, p.357.994
Ivi, pp.358-372.995
Ivi, p.373.E quale il suo senso antropologico:
Si vede ora la ragione profonda che rende la mentalità primitiva indifferente alla ricerca delle cause seconde. È abituata a un tipo di causalità che nasconde, per così dire, il concatenamento di queste cause. Mentre queste costituiscono nessi e complessi che si svolgono nel tempo e nello spazio, le cause mistiche verso le quali si rivolge quasi sempre la mentalità primitiva, essendo extraspaziali e anche talvolta extratemporali, escludono l‟idea stessa di questi nessi e di questi complessi. La loro azione non può essere che immediata.
991L‟uso dell‟aggettivo
primitivo non ci piace e gli preferiamo arcaico, ma rende il senso di come può vedere la realtà una mente prima del pensiero razionalistico, la quale, per i più vari motivi ma innanzitutto per cultura, non dà alla ragione alcuna importanza e quindi non la coltiva.Torniamo però a Vallortigara, convinto che la credenza irrazionale sia un frutto evolutivo e in quanto tale quasi invincibile, poiché le credenze sovrannaturalistiche affonderebbero le loro radici in meccanismi ineludibili dei nostri
normali processi cognitivi. 992 I meccanismi della credenza sono da considerarsi fisiologici e assolutamente normali, ma non possiamo neppure affermare che i processi cognitivi dell‟uomo moderno siano gli stessi di quello di 50.000 anni fa, e tuttavia è quasi certo che il nostro cervello non è cambiato molto negli ultimi 50.000 anni. I tempi dell‟evoluzione, a meno di mutazioni traumatiche, per un mammifero superiore non si possono contare in decine di migliaia d‟anni, ma in milioni d‟anni e tutt‟al più in centinaia di migliaia d‟anni per certe, diciamo, "rifiniture". Ma qui non si parla di rifiniture, qui si dice in sostanza che noi non potremmo fare a meno di credere al sovrannaturale perché ci sono "meccanismi cognitivi" che ad essi ci portano. Ciò è privo di senso, a meno che non si dica che ogni convinzione, come il fatto che la Terra giri intorno al Sole, sia una credenza, mentre la credenza è stata per migliaia di anni il suo contrario.Dire che le mente, o un emisfero o una certa area del cervello fanno nascere le credenze ci pare una grossa sciocchezza, a far nascere la credenza è una "funzione", o meglio un‟organizzazione funzionale: la
psiche. Non scomporre la mente nelle sue differenti funzioni è, secondo noi, un errore di metodo, questa tendenza però persiste e genera spiegazioni generiche o del tutto improprie. L‟antropologo Pascal Boyer ha studiato a lungo la credenza religiosa e ne conclude che intravvederla nelle persone ingenue (per esempio i bambini) è segno di superficialità 993. Siamo perfettamente d‟accordo, non è affatto l‟ingenuità a produrre la credenza religiosa. Egli sostiene inoltre che la credenza religiosa non è qualcosa di "speciale" ma rientra nelle nostre normali procedure di inferenza cognitiva, e che anche i giudizi su chi crede e perché crede sono alla fine delle credenze 994. Sostiene inoltre che la contrapposizione religione/scienza non è utile, in quanto «non ci sono prove che in astratto esista una cosa come la religione. Esistono rappresentazioni mentali elaborate dalla gente, molti atti di comunicazione che le rendono più o meno plausibili e molte inferenze prodotte in molti contesti diversi.» 995In pratica Boyer fa sfumare la credenza in un concetto vago, che però può concretizzarsi nel rapporto interpersonale:
I concetti religiosi, come ho già affermato in precedenza, attivano le risorse di sistemi mentali che ci sarebbero comunque, religione o meno. Ecco perché la religione è una cosa
probabile. Date le disposizioni del cervello umano, il fatto che viviamo in gruppo, il nostro modo di comunicare con gli altri e di produrre inferenze è molto probabile che inogni gruppo umano sarà possibile ritrovare rappresentazioni religiose nella forma fin qui descritta, i cui dettagli di superficie sono caratteristici di ogni gruppo particolare. 996
996
Ivi, p.374.997
Ivi, pp.375-376.998
Ivi, p.376999
Ch. De Duve, Genetica del peccato originale, Milano, RaffaelloCortina 2010, p.174.La nostra impressione è che depotenziando il concetto di credenza a mera rappresentazione, ed evocando come unico concetto chiarificatore quello di
inferenza, si eluda il problema. Boyer vede l‟insorgere della credenza religiosa nel pensiero umano come un fatto evolutivo recente, scrivendo: «È probabile che la religione così come la conosciamo abbia fatto la sua comparsa con la mente moderna. Per comodità, si fa risalire la comparsa delle culture di tipo moderno alla "esplosione" simbolica verificatasi tra i 50.000 e i 10.000 anni prima della nostra era.» 997 Ciò è plausibile, sono stati rinvenuti manufatti riferibili a 50.000 anni fa che già presentano caratteri di simbolizzazione sacra e probabili rinvii a credenze di una vita oltre la morte. Questa l‟interpretazione del Nostro:Quest‟improvvisa esplosione di creatività e di diversità è stata senza dubbio determinata da un cambiamento dell‟attività mentale. Per questo motivo si è tentati di concepire l‟ominizzazione moderna come una sorta di processo
liberatorio per mezzo del quale la mente si sbarazzò di vincoli imposti dall‟evoluzione per diventare più flessibile, più capace di innovazione, in una parola più aperta. Molti scenari sull‟evoluzione assegnano un posto d‟onore a questa svolta cognitiva, interpretata come una nuova capacità di riferimento simbolico e una neo acquisita flessibilità nelle rappresentazioni disaccoppiate. 998Giudichiamo plausibile questa tesi perché potrebbe essere stato grosso modo all‟epoca indicata da Boyer che l‟
homo sapiens, superati i primi centomila anni di precarietà di sopravivenza, difficoltà disagi, spostamenti, emigrazioni ecc., si sia trovato con un cervello modificato rispetto al momento della speciazione. La corteccia potrebbe aver subito mutamenti che avrebbero portato alla comparsa della psiche. Era iniziata l‟era della psicocrazia nella mente umana e sarebbe durata un bel po‟.La psicocrazia, basata sui simboli e sulle spiegazioni causali omeostatizzanti, può anche aver generato la pulsione a pensare "ci sia una causa
determinata per tutto". Determinismo integrale che parte dal presupposto aprioristico che nulla è "per caso". L‟idea di peccato è probabilmente nata con la psicocrazia, poiché con esso si dava una spiegazione "determinata" del male come una "tara" derivata da una colpa. Per De Duve tale il colpevole di tale colpa non è altri che la selezione naturale e scrive in Genetica del peccato originale:Essi [i nostri avi] immaginarono così, per spiegare questa tara ereditaria in termini di nozioni che erano loro familiari, il mito stupefacente del peccato originale, collocato nel contesto nostalgico di una paradiso perduto. E, per non abbandonarsi alla disperazione, inventarono l‟idea del riscatto, o meglio dell‟atto di redenzione che sarebbe venuto a salvare l‟umanità dalla sua caduta. Questo mito ispira ancora oggi le credenze, le speranze e i comportamenti di buona parte dell‟umanità.
99910.4 Il sonno e il sogno
Il dormire e il sognare sono il primo uno stato e il secondo un‟esperienza dove il fisiologico si sovrappone al mentale. Solo dal 1953 possiamo dire di sapere come si dorme e quando durante il dormire si sogna, in quali modi e con quali fasi. Il dormire ha funzioni importantissime che vanno ben aldilà del mero riposo, serve sia per ripristinare il tono delle funzioni mentali, sia per memorizzare, sia per migliorare le connessioni, le mappe neurali, i sistemi d‟intervento. Molto più controverso è il sognare, poiché non si è ancora capito bene perché si sogni, a meno di ammettere,
come si crede in molte tradizioni religiose, che il sognare metta in contatto col soprannaturale in quanto
fuori-di-sé simile al trance, render anche una serie di servizi di tipo rivelativo o predittivo. Un‟altra precisazione preliminare importante è che quando dormiamo non siamo coscienti di noi stessi, ma quando sogniamo sappiamo sempre chi siamo anche se con poca o molta distorsione. Durante il sonno il sé e l‟io dormono col corpo, quando sogniamo il sé o io sono protagonisti del sogno, anche se con caratteristiche e comportamenti differenti dalla propriocezione e coscienza della veglia.Per cercare di capire un po‟ meglio questa materia complessa e controversa seguiremo ciò che afferma un esperto del sonno e del sogno come Owen Flanagan, il quale con
Dreaming Souls del 2000 ha segnato un pietra miliare nell‟interpretazione neurofisiologia del sognare. La domanda di fondo da cui prende le mosse è: «A che cosa servono i sogni?». Ad essa sin dall‟antichità si sono date molte e differenti risposte di carattere sacrale o esoterico, e non sono pochi gli antropologi che attribuiscono all‟esperienza del sogno la nascita del concetto di anima. Contrariamente a ciò che si pensava un tempo «I sogni avvengono sia durante il sonno Rem che durante quello Nrem [Non-Rem]» ma con delle differenze, infatti: «I sogni Nrem sono più simili a dei pensieri e sono meno immaginifici dei sogni Rem» ma soprattutto le aree della corteccia attivate nel sogno Rem sono le stesse che durante la veglia sovrintendono alle esperienze visuali 1000. Un sogno coinvolge tre aspetti del nostro esistere sognando: a) il farne esperienza; b) il ricordarlo e c) il narrarlo.1000
O.Flanagan, Anime che sognano, Roma, Editori Riiuniti 2000, p.351001
Ivi, pp.58-59.1002
Ivi, p.61.1003
Ivi, p.69.Tutti i mammiferi dal più al meno sognano e alcuni assai più dell‟
homo sapiens, ma noi abbiamo investito il sognare di significati divinatori e sovrannaturali, rivelatori di accadimenti lontani o futuri, di messaggi del divino, di rapporti diretti con esso, di sue investiture e così via. Il sogni del sonno Rem sono spesso allucinatori, mentre per quelli del NonRem sono più legato al vissuto: «Così come i sogni Rem condividono delle proprietà con i pensieri psicotici, i sogni Nrem esprimono spesso delle qualità ossessive – la preoccupazione dove sia l‟agenda degli appunti […] ma che nel sogno assume la forma della paura di averla lasciata nel ristorante dove abbiamo appena pranzato» 1001 Evoluzionisticamente il problema è se se il sognare sia adattativo, cioè se l‟evoluzione l‟abbia favorito, Flanagan lo pensa non-adattativo:Quest‟errore trova origine nel pensare che ogni capacità che noi possediamo si debba configurare come una forma di adattamento o che debba svolgere un qualche ruolo evolutivo. Tale peccato concettuale viene chiamato "panadattamentismo". Poiché io non credo nel panadattamentismo, non penso di commettere un errore nel porre la domanda a che cosa servono i sogni, se a qualcosa servono? Molte capacità di cui siamo in possesso non svolgono alcuna funzione adattativa e non sono state selezionate a questo scopo. Il calcolo, la fisica dei quanti, il giocare a bocce o a bridge sono prestazioni che siamo in grado di assolvere, ma non sono, di certo, forme di adattamento all‟ambiente. Con tutta probabilità, queste capacità non incrementano né impoveriscono l‟adattabilità genetico/complessiva.
1002L‟atteggiamento che non riconosce al sogno alcun ruolo biologico è però minoritario e si scontra con quello maggioritario rappresentato da coloro che vedono il sogno come "funzionale". I sogni per qualcuno fornirebbero addirittura una "più alta conoscenza", ovviamente non scientifica ma metafisica. Come vedremo quest‟opinione va a sfociare nella produzione di quella forma "di conoscenza" estatica e consapevole, anzi volontaria e pilotata, che porta il nome di
sogno lucido e che nelle varie mistiche può assumere il nome di ascesi, illuminazione, ecc. Nota Flanagan: «Agli dèi questo tipo di conoscenza potrebbe anche interessare molto, ma è difficile immaginare un motivo evolutivo per cui questa conoscenza possa risultare importante.» 1003 In realtà, per quanto il sonno appaia fisiologicamente come "causa" del sogno, si può dormire benissimo e l‟attività onirica mancare:Ponendo la questione in modo leggermente differente, possiamo dire che nonostante il sonno sia tipicamente responsabile dell‟attività onirica, tale attività non è affatto necessaria perché esso svolga la sua funzione. Questa tesi generale è supportata dall‟esistenza di un centinaio di pazienti, con diverse varietà di problemi al sistema nervoso centrale, che dormono ma che non sognano, i quali, in virtù del fatto di dormire in modo assolutamente normale, non rivelano alcun problema a svolgere in modo soddisfacente le proprie funzioni durante la vita attiva.
10041004
Ivi, p.81.1005
Ivi, p.109.1006
Ivi, p.110.Dunque, ai fini funzionali, è importante il dormire e non il sognare, ma per il sonno dobbiamo sapere che cosa avviene nella veglia, quando: 1°, siamo consapevoli di essere svegli e di ciò che accade a noi e all‟intorno; 2°, percepiamo il nostro corpo, ovvero abbiamo
propriocezione, in relazione allo spazio circostante; 3°, riceviamo informazioni sia dal nostro corpo sia dal fuori di esso; 4°, siamo consapevoli di percepire e di memorizzare ciò che stiamo vivendo, ovvero ne abbiamo coscienza. Che cosa avviene invece durante il sonno? A. non abbiamo propriocezione, anzi: possiamo lievitare, volare, trovarci in un istante qui e in un altro là, ecc.; B. non viviamo la realtà che ci concerne, ma un film dove siamo protagonisti e spettatori, il quale è più o meno svincolato dalla nostra esistenza "di veglia"; C. essendo immobili tutto ciò che esperiamo è mentale. La relazione esterno/interno della veglia nel sogno diventa un interno/interno cortocircuitato.Lo studio del sonno rivela che durante esso c‟è un flusso di onde di origine elettrochimica registrabili con l‟encefalogramma (Eeg). Le più alte frequenze si hanno nella veglia agitata quali
onde gamma, dai 42 ai 30 hertz, mentre durante la veglia normale le onde beta viaggiano da 30 a 14 herz. Durante una veglia molto rilassata, nel passaggio dalla veglia al sonno o nel suo inverso si hanno onde alfa da 14 a 8 herz e quest‟attività cerebrale è anche quella registrabile nei monaci Zen durante la meditazione. Gli stadi 1° e 2° del sonno Rem hanno onde theta dagli 8 ai 4 herz, mentre nel sonno Nrem profondo (3° e 4°) si hanno le onde delta, che partono dai 4 herz e calano sino agli 0,5 herz. Ciò che se ne deduce è che il nostro cervello è sede di un‟attività elettrica (oltre che chimica) continuativa e che, grosso modo, il consumo di energia da parte del cervello può essere considerato proporzionale alla frequenza delle onde. Ciò permette di capire perché gli animali che vanno in letargo possono non cibarsi per mesi, poiché il sonno profondo comporta un consumo d‟energie bassissimo.Il tracciato durante il sonno Rem è simile a quello della
veglia rilassata o del pre-sonno, ma il comportamento del soggetto molto differente. L‟attività mentale del REM è così bizzarra che uno studioso del sonno come Allan Hobson ha parlato (Dreaming As Delirium: How the Brain Goes Out of Its Mind, MIT Press 2000) di delirio psicotico. L‟opinione di Flanagan (che non ritiene dirimenti le frequenze) è la seguente: «Gli Eeg sono una semplice misura dell‟attività totale del cervello, in particolar modo dell‟attività neurochimica. È la neurochimica che differenzia, largamente ma non esclusivamente, il pensiero nella fase Rem da quello nella fase di veglia.» 1005 Hobson e Robert Stickgolg (Dreaming, A Neurocognitive Approach, Academic Press 1994), utilizzando oltre all‟Ecg anche l‟Eog (elettrooculogramma) e l‟Emg (elettromiogramma), hanno schematizzato in una tabella la veglia, il sonno Nrem e il sonno Rem in riferimento a tre parametri: 1°, sensazione-percezione, 2°, tipo di pensiero, 3°, movimento corporeo. Nella veglia c‟è a) coscienza vivida e generata dall‟esterno, b) pensiero logico e progressivo, c) agire continuo e volontario. Nel sonno NonRem invece: a) debole o assente, b) logico e perseverativo, c) episodico e involontario. Diversamente nel Rem: a) vivida generata dall‟interno, b) illogico e bizzarro, c) comandato dalla mente ma inibito 1006.Ci ricorda Flanagan che per corroborare con sempre maggiori elementi l‟indagine sul sonno negli ultimi anni si è fatto ricorso alla magnetoencefalografia (Meg), alla risonanza magnetica funzionale per immagini (fMri) e alla tomografia ad emissione di positroni (Pet), che hanno permesso di definire le aree di attivazione nelle varie fasi:
Cosa ancor più importante, mentre le registrazioni Emg rivelano che il sonno Nrem è caratterizzato da molti movimenti continui e da riflessi intatti, durante i periodi Rem si perde il tono muscolare e la capacità di movimento (contrazione dei muscoli facciali a parte) viene meno, come anche i normali riflessi della veglia. Durante i periodi Rem, l‟attività psichica risulta diretta in gran parte da processi interni, laddove invece, quando siamo svegli, una buona parte dei nostri pensieri ricade sotto il controllo degli stimoli esterni. Inoltre, la Pet mostra che l‟attività limbica è intensa mentre l‟attività del prosencefalo è scarsa, sia durante il sonno Rem che durante la fase Nrem, se confrontate con il funzionamento degli stessi organi durante la veglia. In termini fenomenologici, le componenti affettive sono attivate in misura maggiore durante i sogni rispetto alle fasi in cui sono sotto il nostro controllo esecutivo. Questo rapporto invece si inverte in qualche misura durante la veglia.
10071007
Ivi, p.111.1008
Ivi, p.116.1009
Ivi, p.117.1010
Ivi, p.120.1011
Ivi, p.121.Dal punto di vista neurochimico i livelli delle due ammine serotonina e norepinefrina (o noradrenalina) si abbassano notevolmente durante il sonno, mentre si alza di molto quello dell‟acetilcolina. Questi tre neurotrasmettitori sono in gioco sia nella veglia che nel sonno ma in quella:
Gli stimoli esterni sono la principale fonte di imput, e le ammine, come la serotonina e la norepinefrina, svolgono un effetto di relativo controllo sull‟acetilcolina nel modulare capacità come l‟attenzione, l‟apprendimento, la memoria e il ragionamento.
1008Abbiamo conferma che il funzionamento del cervello si basa sulla chimica, rappresentata da un pluralismo di tipologie molecolari che rendono i modesti fenomeni elettrici (ma su base chimico-inica) solo integratori della polifunzionalità mentale. Si affacciano due domande: 1
a, perché il sogno sospende l‟influenza dagli stimoli esterni e le attività motorie? 2a, perché il sonno Nrem e il Rem sono così diversi e che ruolo assume il ciclo bioritmico? Alla prima domanda Flanagan risponde che: «il sonno in generale è controllato da un orologio nel nucleo suprachiasmatico dell‟ipotalamo. […] Questo orologio è attivo durante il sonno Nrem» 1009 Ma: «C‟è un secondo orologio nel ponte di Varolio (il tronco encefalico pontino) che avvia il sonno Rem e l‟attività mentale che l‟accompagna. Durante il Rem dei segnali pulsanti si originano nel tronco encefalico e raggiungono il nucleo genicolato laterale del talamo.»Il sonno Nrem è essenzialmente riposante e rilassante e i sogni che emergono in esso legati alla quotidianità; il Rem è invece allucinatorio e paralizzante. Essere svegliati durante il sonno Nrem non è particolarmente penoso, lo è invece molto durante il Rem. Chiarisce il Nostro:
Da un punto di vista motivazionale, il sonno Nrem (preoccuparsi e continuare a ripensare all‟incontro della prossima settimana con il capoufficio, ricordare più o meno coerentemente un pomeriggio in piscina, chiedersi ansiosamente come vostro figlio se la cavi in algebra e così via) tipicamente non comporta pensieri che di norma, soprattutto se la stanchezza ha preso piede, vi farebbero alzare dal letto e attuare qualcosa per risolverli. Il fatto è che, durante il sonno Nrem, noi siamo ancora in grado di alzarci. Il nostro corpo ce lo permette. Questa è la ragione per cui durante il sonno Nrem, si verificano fenomeni di sonnambulismo, il parlare nel sonno, i digrignare i denti e i terrori notturni (questi ultimi sono differenti dai tipi di incubi che avvengono durante il sonno Rem) se e quando si verificano.
1010Emerge che durante il sonno Nrem restiamo ancorati alla realtà della veglia e che durante il Rem invece ci sganciamo dalla realtà ed entriamo in un mondo romanzesco e allucinato:
L‟attività Rem presenta molte azioni interessanti da cui lasciarsi coinvolgere o da cui fuggire. Fortunatamente, a colui che sogna sembra proprio di realmente interpretare il dramma che sogna, in modo tale che la paralisi del corpo caratteristica del sonno Rem non produce frustrazioni. Inoltre vi sono individui con lesioni al tronco encefalico in cui non è presente la tipica paralisi della fase Rem. Essi si alzano nel cuore della notte e fanno cose pericolose.
1011Siccome nella fase Rem si è nell‟allucinazione, il brusco passaggio alla veglia di un tronco-leso attiva il corpo ma lo lascia nell‟allucinazione.
Evolutivamente il sonno Nrem è più antico di quello Rem e solo mammiferi molto evoluti (elefanti, cani, gatti, topi, ecc.) fanno anche il secondo. La vita di un gattino di una settimana è occupata per ben il 90% da sonno Rem, un neonato di
homo sapiens ne ha il 50%, che scende al 33% a tre mesi e al 25% nella pubertà e la diminuzione prosegue con l‟età 1012. Il sonno Nrem ha finalità funzionali ben documentate: ripara la pelle e altri tessuti lesi, attiva la sintesi delle proteine nella corteccia e nella retina, riassesta il sistema endocrino, ripristina i livelli di cortisolo, l‟adrenalina ricostituisce i suoi livelli standard, si produce melatonina, ecc. E tuttavia, nello stesso tempo, il consumo di energia è molto ridotto 1013. Il sonno Rem è molto importante subito dopo la nascita, perché aiuta a costruire e rafforzare le connessioni cerebrali; in seguito questo ruolo si attenua. Ma perché nel tronco encefalico la serotonina e la norepinefrina sono inattive durante il sonno Rem mentre c‟è alta produzione di acetilcolina? Non è chiaro, tuttavia:1012
Ivi, pp.123-1241013
Ivi, pp.125-127.1014
Ivi, p.1281015
Ivi, p.147-149.1016
Ivi, p.1581017
Ivi, p.1661018
Ivi, pp.166-169,Un‟ipotesi credibile è che la norepinefrina sia fondamentale per il buon funzionamento dei sottosistemi corticali frontali e posteriori. A dire il vero ci sono buone prove che sia la norepinefrina che la serotonina siano coinvolte nell‟apprendimento, nella memoria, nei processi di conservazione dell‟attenzione cognitiva (come anche nella termoregolazione); ed è stato mostrato come la dopamina giochi un ruolo essenziale nell‟apprendimento, almeno nelle lumache di mare. Durante la veglia la serotonina lavora alacremente, come fa la norepinefrina. I neuroni aminergici che liberano queste sostanze neurochimiche attenuano la loro attività durante il sonno Nrem, e si fermano del tutto durante il sonno Rem. Questo spiega perché la memoria dei sogni risulti così povera.
1014Torniamo al: «A che cosa servono i sogni?». Flanagan coinvolge il pensiero evoluzionistico di Stephen Gould, Richard Lewontin ed Elisabeth Vrba e la tesi dell‟
exattamento. Esso nasce dalla metafora dei pennacchi d’arco trasferiti dall‟architettura alla biologia quali "completamenti murari inutili ai fini statici" (riempiono un buco) ma utilizzati come superfici da decorare. Inutile per l‟architettura il pennacchio diventa importante sede luogo di rappresentazione pittorica. Il superfluo, dunque, exattato per altro. E frutti di exattamento sono infatti le ali (da termoregolatrici a motorie) mentre il color rosso del sangue e il rumore del battito cardiaco restano pennacchi d’arco biologici non-exattati e privi di funzione. 1015.Anche leggere e scrivere non sono
adattamenti biologici, però su essi si fonda la cultura, che non serve alla vita in quanto tale. Probabile che il sognare sia inutile, ma nella storia delle religioni e nel pensiero è importantissimo:La mia tesi, posta nei termini dell‟attuale dibattito, è che il sonno e i cicli del sonno negli esseri umani hanno funzioni evolutive proprie e che, pertanto, rappresentano degli adattamenti. Ma i sogni non possiedono delle funzioni evolutive di questo genere e, quindi, non sono degli adattamenti.
1016Sognare è biologicamente inutile e neppure la chiamata in causa delle cosiddette
onde Pgo (così chiamate perché nascono nei ponti e si irradiano dapprima al corpo genicolato e poi alla corteccia occipitale) sono significative, per quanto «implicate causalmente del dosaggio neurochimico delle sostanze aminiche (serotonina, norepinefrina, etc.) e nell‟assegnazione dell‟acetilcolina alla funzione di stabilizzazione delle conoscenze che sono state apprese.» 1017 Il Nostro mette a confronto due tesi opposte, la prima è quella "funzionale" di Allan Hobson e di Michel Jouvet, la seconda quella "igienica" di Francis Crick e Graeme Michison 1018. I primi due sostengono che (almeno in parte) «noi abbiamo dei sogni che vertono su delle cose che meritano di esser ricordate.»1019; i secondi che «i sogni hanno quello specifico contenuto perché esso è degno di essere dimenticato.» 1020
1019
Ivi, p.169.1020
Ivi, p.1701021
Ivi, pp.176-178.1022
Ivi, p.181.1023
Ivi, pp.218-219.1024
Ivi, pp.219-220Flanagan precisare che il fatto che i sogni siano solo
pennacchi d’arco del sonno non vuol dire che siano "spazzatura", possono funzionare extra-biologicamente come espressioni del sé 1021. Il sé non è fisso, come se avesse anima, ma neppure è fenomeno corporeo:I difetti di entrambe le teorie, quella dell‟anima e quella della continuità corporea, possono essere curati con la stessa medicina. Né l‟anima né la sola continuità corporea contribuiscono a creare l‟identità. L‟identità personale richiede un cervello attivo e propriamente funzionante in un corpo vivente dotato di continuità fisica. Un intelletto ben funzionante può svolgere la funzione di mantenimento di una certa dose di continuità e concatenazione, ovvero di quelle connessioni mnemoniche, di quel senso di "medesimezza" personale [
sameness] necessari per essere una persona. Un cervello attivo danneggiato, distrutto dall‟Alzheimer, dell‟alcol o d un trauma, può, a un certo punto, perdere la capacità di poter dare dimora a una persona, di dare un sostegno al sé personale. Avere un intelletto ben funzionante è la condizione necessaria per aver un‟identità, per essere una persona. 1022Aggiungiamo che occorre rendersi conto che il
sé, l‟io e l‟idema, che noi teniamo distinti hanno una loro realtà comunque subordinata allo stato di buona salute e integrità del nostro cervello. In altre parole, quella mente che esprime individualità è più difficile che lo faccia in un corpo malato..Nella stravaganza del sogno il Nostro coglie tre aspetti: l‟
incongruenza, l‟incertezza e la discontinuità. La prima è rappresentata da sfasamenti e asimmetrie; la seconda da indefinizione di persone e situazioni; la terza dalla stranezza dei luoghi, degli accadimenti e dei comportamenti. Egli pensa che i sogni siano privi di significati:Mentre il cervello è impegnato nei suoi compiti di ricostituzione (la riparazione cellulare, il rifornimento di adrenalina e di cortisolo, la reintegrazione degli ormoni gonadotropici
et similia) può attivare la mente nei modi più casuali, producendo sogni Nrem che risultano più bizzarri di quelli che coinvolgono il sistematico riverbero di contenuti mentali già presenti nella nostra mente. La corteccia cerebrale cerca di mettere le redini a questi pensieri e fa del proprio meglio per attribuirgli una forma sensata di qualche genere. 1023Mentre il dormire esegue i suoi compiti di ricostituzione dei circuiti neurali e di fissazione delle informazioni (e fors‟anche di una loro "pulizia") il sognare si estrinseca come assemblaggio casuale di elementi vaganti anarchicamente. Pensiamo di poter dire che quando Flanagan parla di «corteccia cerebrale» alluda alla funzione che la caratterizza, la
ragione, ma il sogno resta una situazione in cui la psiche"dirige il traffico". Se la ragione non è assente è comunque ipotonica.La ragione fa poco nel sogno, ma può fare moltissimo nella sua ricostruzione, Flanagan richiama un
sé con cui il sogno potrebbe confrontarsi:L‟idea è che il modello del sé personale pre-esistente lavori in accordo con la propensione della corteccia cerebrale a fornire un senso agli
imput che riceve. Durante il sonno l‟imput è generato quasi del tutto internamente, il che implica l‟attivazione delle reti che contengono sia i singoli pensieri ("domani ho un esame") sia le più estese strutture di tipo narrativo. I nostri cervelli non immagazzinano i ricordi in singoli neuroni ma in strutture reticolari (da cui l‟espressione "reti neurali"). Quando il nodo di una rete riceve un segnale di sollecitazione l‟intera rete viene attivata. 1024La tesi è verosimile e la segue un esempio efficace:
Supponiamo che venga attivata l‟immagine di una casa sul mare. Con ogni probabilità verranno attivate anche una serie di associazioni e ricordi (scene di spiaggia, ricordi di parenti o di conoscenti con cui si è trascorso del tempo al mare, partite di pallone sulla spiaggia, molluschi fritti). Dal momento che i centri gerarchicamente superiori del cervello sono meno attivi, e quindi meno vigili per mantenere i pensieri sul binario giusto rispetto a quanto lo siano durante lo stato di
veglia, le associazioni che ne derivano possono essere in qualche modo stravaganti, ma non completamente prive di senso. 1025
1025
Ivi, p.220.1026
Ivi, p.222.1027
Ivi, pp.222-2231028
Ivi, p.223.I flanaganiani «centri gerarchicamente superiori» dicono poco, ma se noi li chiamiamo
intelletto e ragione capiamo di che cosa parla.La stravaganza nel sogno
Nrem è contenuta, non nel Rem. Il Nostro descrive un suo sogno in cui cavalcava con una zia Mame (abitualmente in spiaggia con la sua famiglia) gli Anelli di Saturno. L‟origine potrebbe essere stata in una "partita di pallone sulla sabbia" evocante "cose rotonde", da cui zia Mame con le rotondità degli Anelli di Saturno. In ciò c‟è poco di razionale ma anche di intuitivo, dunque ragione e intelletto non lavorano durante i sogni? Forse non si disattivano completamente, ma sono comunque ipotonici. Ma che cos‟è un "sé che sogna"? E se resta attivo, i sogni possono modificarlo? Afferma Flanagan:I sogni riflettono il progetto della creazione del sé personale e ne partecipano. Questo si verifica per diversi motivi: i sogni sono meno sensibili al mondo esterno di quanto lo sia il pensiero nello stato di veglia, così come risultano meno affidabili nella coordinazione delle emozioni e nella mappatura della realtà. 1026
Il
sé potrebbe costruirsi addirittura inconsapevolmente e fuori del controllo delle funzioni più evolute. Noi pensiamo che la psiche domini la veglia ma ancora di più il sonno. Il Nostro:Il rapporto tra il segnale e il rumore di fondo risulta essere molto più alto nell‟attività onirica che in stato di veglia, il che significa che la corteccia cerebrale deve lavorare con uno sforzo maggiore e, con ogni probabilità, con minori prospettive di successo ad imbrigliare gli imput endogeni caratterizzati da loro tipico aspetto caotico. I sogni esprimono a volte cose di una certa importanza a proposito di noi stessi. Ma non sempre. […] Ma sicuramente, e questo è il punto più importate, il pensiero (nello stato di veglia, Rem e Nrem) costituisce spesso una forma espressiva della propria identità personale, e questo è vero anche quando ciò che viene pensato risulta prevalentemente privo di senso
1027Si potrebbe dire "un colpo al cerchio e uno alla botte" e alla fine "molta vaghezza". Afferma più avanti che «Le neuroscienze ci permettono di giungere sin qui.»
1028Se non si passa alla differenziazione e qualificazione delle funzioni mentali si cavalca una vaghezza che rischia di farsi inconsistenza. Che senso ha ipotizzare un
modello del sé sempre attivo anche nel sonno se non lo si correla all‟opposizione funzionale ragione/psiche? Anche la coscienza secondaria è molto debole durante il sonno, ma i criteri della veglia non spariscono, semmai si appannano, ed è improbabile che nel sogno possiamo trasformarci in ladri o assassini. Quale che sia lo stato allucinatorio creato dal sogno il discrimine tra buono/cattivo, vantaggio/danno, virtuoso/riprovevole resta attivo.Il giudizio circa le dicotomie sopra accennate è difficile vederlo come "interno" al
modello del sé, ma piuttosto alla plurintegrazione di funzioni differenti che possono essere molto conflittuali nella veglia, ma certamente molto meno nel sogno. Dunque anche i nostri giudizi su ciò che sogniamo, se si vogliono evitare vaghezza e confusione, vanno specificati in riferimento a funzioni mentali differenti. Un conto è infatti il giudizio che possiamo esprimere mentre sogniamo circa l‟incongruenza, l‟incertezza e la discontinuità (che non percepiamo quasi per nulla), altro conto il giudizio sulla correttezza o no di un comportamento, sull‟opportunità o no di un accadimento, sul vantaggio o no che ci può derivare. Flanagan si limita a considerare capacità giudicanti attenuate durante il sogni che concernono solo l‟incongruenza, l‟incertezza e la discontinuità. Che importanza può avere nella costruzione del sé? L‟incongruenza, l‟incertezza e la discontinuità non sono modalità del sé, ma modalità dell‟esperire la realtà della veglia o la meta-realtà del sogno. Ciò rischia di evocare un concetto metafisico o esoterico del sé; per esempio che cosa sia il sé dell’estasi, il sé dell‟allucinazione o quello del cosiddetto sogno lucido.Resta il fatto che il
sé percepito nella veglia è cognitivamente significante e i sogni non lo sono, come non lo sono le allucinazioni le estasi e tutti gli stati mentali alterati per patologie, per denutrizione, per assunzione di psicoattivi o per pratiche mistiche. Su ciò pare consentire anche Flanagan:La maggior parte dei sogni non hanno alcun significato profondo, né un profondo significato sessuale o aggressivo, né un profondo significato spirituale [evidente l‟allusione a Freud, Adler e Jung]. I sogni, a volte, non significano proprio un bel niente e certamente non hanno alcun significato specifico. In effetti a volte non si può neppure rintracciare un nucleo tematico e, se lo si trova, non può reggere nel caos interno in cui si dischiudono i sogni. Comunque per interessanti ragioni psicologiche i sogni, a volte e forse spesso, sono espressioni del sé. A volte esprimono desideri, speranze, paure, angosce tenute sotto controllo e a distanza durante il giorno.
10291029
Ivi, p.259.1030
M.Godwin, Il sogno lucido, Milano, Corbaccio 1999, p.5.1031
Ivi, p.12.Non v‟è alcun dubbio che desideri, speranze e paure possano entrare nel sogno, ma sono inconsci, mentre normalmente noi siamo dominati da desideri, speranze e paure consci. Se possiamo essere d‟accordo che il sé si forma "anche " attraverso il sogno (così com‟è vero che noi siamo fatti anche d‟inconscio) resta il fatto che è attraverso la coscienza che si forma un
sé e non attraverso l‟incoscienza. La coscienza serve alla vita e caratterizza i nostri pensieri e i nostri atti, l‟inconscio serve solo in parte e non concerne il sé.Ora due parole sul cosiddetto
sogno lucido, espressione coniata dallo psichiatra Frederik Willem van Eeden (1860-1932), il quale per primo parlò di esso come "sognare sapendo di sognare" sull‟onda dei resoconti degli stati estatici dei santoni orientali e dalla lettura del mistico Jakob Böhme (1574-1624). Il sogno lucido non è fenomeno naturale ma esito di procedure mirate a conseguire questo stato allucinatorio col quale si vive una situazione para-onirica, o meglio la si "visualizza" potendola pilotare. Il sognatore lucido è in poche parole colui che si gira un film mentre se lo proietta e di cui è protagonista, regista, operatore, sceneggiatore, scenografo, operatore, attore, spettatore. L‟inglese Malcolm Godwin ha trascorso venti anni in India per imparare a produrre sogno lucido, coltivando questa pratica e scrivendo: «La realtà vivida e animata del sogno lucido costringe chiunque ne faccia esperienza a una radicale revisione della realtà percepita durante la veglia.» 1030 Col sogno lucido la realtà della veglia è "revisionata"!Orbene, "revisionare" la realtà significa correggerla, ma il sogno lucido è con ogni evidenza uno stato estatico, o più genericamente uno SMA (
stato mentale alterato), quindi la realtà vissuta dai sognatori lucidi è un "fuori-di-sé", un‟ek-stasis. Il produrre il fuori di sé del sogno lucido è un vero potere di "creare", visualizzandola, una realtà alternativa a piacere. Se noi facciamo mente locale a ciò che abbiamo visto al § 3.3 con Ian Robertson non faremo fatica ad accorgerci che egli e Godwin parlano della stessa cosa da due prospettive differenti: più dall‟esterno il primo, più dall‟interno il secondo. Leggiamo:Nel sogno lucido il sognatore è in grado di controllare sia i protagonisti che l‟argomento del sogno. L‟esperienza spesso si accompagna a un‟euforica sensazione di potere, di piacere e intensificazione delle facoltà. Il sogno lucido resta un fenomeno relativamente raro, legato in qualche modo a un‟inclinazione naturale, a un dono particolare. Certo, ci sono persone che sembrano nate per questo tipo di esperienza, ma usando attenzione, pazienza e tenacia, quasi tutti potranno viverla mentre dormono e sono tecnicamente immersi in un sogno. Potete imparar a controllare i vostri sogni, dirigendoli e creandoli a piacimento, ricavandone intuizioni profonde e risultati miracolosi.
1031I risultati miracolosi sappiamo quali siano, la lievitazione, l‟ubiquità, la visione del divino. Qui però, rispetto a ciò che vedremo più avanti c‟è una volontarietà e una consapevolezza che mancano nelle isterie e negli stati estatici involontari. Il sogno è una tecnica che gli sciamani praticano da millenni e della quale in terra indiana se n‟è fatta una
scienza del trascendente. Nota Godwin:Di fatto sembra aver costituito il nucleo di ogni pratica sciamanica e mistica fin dagli albori della coscienza. Grazie al sogno lucido o conscio, gli sciamani o viaggiatori tra i mondi visitano le regioni dello spirito allo scopo di ottenere per se stessi e per le loro genti il potere di guarigione e l‟intuizione profonda.
10321032
Ivi, p.131033
C.Tamagnone, Ateismo filosofico nel mondo antico, Firenze, Clinamen 2005, p.33.1034
R.M.Bell, Santa anoressia, Bari, Laterza 1987, p.30.Di quale «inclinazione-dono naturale» si tratti lo vedremo nella prossima sezione, ma per lo sciamano il sogno lucido è una cosa seria, molto seria, poiché sono in gioco le sorti della tribù, di persone reali delle quali è responsabile. Nel caso del sogno lucido di cui è esperto Godwin si tratta invece perlopiù, come abbiamo visto sopra, di ottenere «un‟euforica sensazione di potere, di piacere e intensificazione delle facoltà». Invece «Sognando, lo sciamano o lo stregone corrono dei veri e propri pericoli.» come aveva visto Ernesto De Martino nel suo
Il mondo magico del 1948, di cui avevamo dato conto nel §1.1 (Teorie sul fenomeno religioso) di Ateismo filosofico nel mondo antico (2005). Scrivevamo:Secondo De Martino l‟uomo che vive nel mondo dominato dalla magia è protagonista di un perpetuo dramma storico, dove si trova sempre sul filo del rasoio della perdita di sé e della sua riconquista. Lo sciamano, che attraverso la
trance si mette in contatto con lo spirito per conto della comunità e mette in gioco se stesso, è una sorta di "Cristo magico", che si offre come vittima per la salvezza degli altri. […] Dunque lo stregone, evocando la divinità, conduce un gioco in cui rischia di perdere tutto e nello stesso di guadagnare tutto a favore della comunità. La sua è un‟operazione sostanzialmente caotica assai rischiosa, ma il premio è far emergere il "sacro" che porta l‟ordine. Quando il "profano" invade col suo disordine e la sua casualità il mondo ogni uomo rischia di perdere la sua anima, ma lo stregone mette in atto la sua operazione salvifica e insieme con le anime di coloro che avvertono il rischio e a lui ricorrono recupera il mondo. 1033Qui c‟è dramma esistenziale, mentre la possibilità che ci offre Godwin è
fabbricazione del divino a scopi ludici. È proprio il caso di dire: "Non c‟è più religione!"10.5 Psicosi, isterie ed esperienze estatiche e mistiche
Con tutto il rispetto per coloro che pensano che la santità sia un dono di Dio o la meta di un lungo percorso di sacrificio e preghiera, non possiamo esimerci dal notare che ci sono fondati sospetti che gli stati mentali che spesso la esprimono siano o frutto di malfunzionamento del cervello o di distorsioni della
psiche. Tra le cause del malfunzionamento c‟è sicuramente la malnutrizione cronica, patita o voluta che sia. Tutte le correnti religiose di ispirazione mistica hanno tra le loro regole i digiuni, ma questi, se saltuari, non producono alcun danno e anzi sono benefici. Il digiuno sistematico invece può avere effetti devastanti sul cervello e produrre di allucinazioni, come rivela la storiografia su frangenti drammatici nella storia di popoli, gruppi e persone singole. Un conto però è patire la fame, altro è non cibarsi volontariamente. L‟anoressia protratta nel tempo produce una progressiva degenerazione del funzionamento del cervello e il soggetto può diventare schiavo di un mondo allucinato prodotto da una psiche debordante, con una iper-fantasia patologica e stati mentali alterati (SMA).Il libro dello storico Rudolph Bell dal titolo
Holy Anorexia uscito nel 1985, ha per oggetto l‟anoressia delle mistiche italiane dal Medioevo alla Controriforma. In prefazione: «Non intendo dimostrare, ma soltanto suggerire che l‟esistenza di questa realtà storica che chiamo "santa anoressia" può indicare la necessità di riesaminare certi moderni approcci alla malattia e in particolare di non tenere meno conto dell‟eziologia che della terapia.» 1034 Sicuramente c‟è sottovalutazione clinica dei fenomeni estatici e opposizione ideologica a produrre indagine medica,da un punto di vista fisiologico la mancanza d‟appetito sembra connessa al cattivo funzionamento dell‟ipotalamo, sicché l‟anoressia è malattia gravissima che porta alla morte dal 10% al 20% dei soggetti colpiti, soprattutto donne
1035. E tuttavia, oltre a questioni di moda, entra evidentemente in gioco qualche forma di "appagamento psichico" che si evidenza nei mistici anoressici.1035
Ivi, p.4.1036
Ivi, p.66.1037
Epistolario di Santa Caterina, a cura di E.Dupré Theseider, Roma, Tipografia del Senato 1940, Lettera n° 92. Citato in: Bell, Holy Anorexia, Chicago, Press Univ. 1985.1038
Ibidem.1039
Ivi, p.70.1040
Ivi, p.71.1041 Ibidem.
Testimonianze storiche mostrano il chiaro legame tra denutrizione ed esperienza estatica, ma per quanto ciò riguardi soprattutto le religioni orientali, per il momento solo in Occidente s‟è fatta qualche timida indagine. Secondo Bell la relazione anoressia-estasi è chiara per antropologi e psicologi che definiscono l‟anoressica «una ragazza apparentemente ubbidente e sottomessa (ma che si sente ribelle) che si rivolta contro il mondo circostante nello sforzo disperato di far riconoscere la sua personalità.»
1036 L‟anoressica vuol essere "differente" e lo fa rifiutando l‟atto più elementare, il nutrirsi, in una forma di ribellione auto-distruttiva. Nel passato la donna era sottomessa e poteva vedere nella vita claustrale, soprattutto se scelta, un modo di emanciparsi dalle mansioni tradizionali della donna. Ciò, associato ad esperienze straordinarie e gratificanti, oltre ad attirare l‟attenzione su di sé, può spiegare una parte importante del fenomeno mistico, almeno nell‟Occidente cristiano.Il caso più noto di santa anoressica è quello di Santa Caterina da Siena (1347-1380), morta a 33 anni, che scriveva:
Dilettissimo e carissimo padre in Cristo dolce Gesù […] So‟ certa che non vi muove se no el zelo dell‟onor di Dio e della salute mia, temendo voi l‟assedio e le illusioni delle dimonia. Di questo timore, padre, che voi avete, singularmente nell‟atto del mangiare io non me ne meraviglio, ch‟io vi prometto che, non tanto che ne temiate voi, ma io stessa triemo, „er timore dello „nganno delle dimonia. […] Ma io mi rivolgo poi e apogiomi all‟alboro della santissima croce di Cristo crocifisso, e ine mi voglio conficare; e non dubito che, s‟io starò confitta e chiavellata con lui per amore e con profonda umiltà, che le dimonia non potranno contra me, non per mia virtù, ma per la virtù di Cristo crocifisso. Mandastimi dicendo che singolarmente io pregassi Dio ch‟io mangiassi. E io vi dico, padre mio, e dicovelo nel cospetto di Dio, che in tutti quanti e‟ modi ch‟io ò potuto tenere, sempre mi so‟ sforzata, una volta o due el dì, di prendere el cibo; e ò pregato continovamente e prego Dio e pregarò che mi dia gratia, che in questo atto del mangiare io viva come l‟altre creature, s‟egli è sua volontà, però che la mia ci è.
1037Caterina è consapevole di essere malata e desidera guarire, ma evidentemente non ci riesce e si rivolge a Gesù («Gesù dolce, Gesù amore»
1038 ) affinché l‟aiuti, ignorando che l‟inappetenza è solo l‟effetto più evidente della sua malattia.Il caso di Santa Veronica Giuliani (1660-1727) è meno noto, ma interessante perché ella guarirà e dopo i quarant‟anni tornerà a cibarsi regolarmente, trovando equilibrio mentale e acquistando saggezza e buon senso. Le sorelle maggiori riferirono che sin da neonata ella a volte «con dolcezza ma con ostinazione rifiutava il latte del seno»
1039, cosa assai poco credibile. La madre, donna religiosissima, dichiarò che ciò accadeva soltanto di mercoledì, venerdì o sabato, i giorni del digiuno cristiani. A trent‟anni la santa scrive un autobiografia (in totale ne scriverà cinque) dove afferma che piccola era affascinata dalle sofferenze religiose e che già a tre anni le venne "desiderio di patire" per santificarsi. Aveva posto la mano in un coccio rovente «col pensiero di volere abbruciare come facevano quei santi martiri», ma senza sentire dolore: «perché stavo fuori di me pel contento che avevo» 1040. In una seconda autobiografia scritta a quarantun anni racconta invece che il dolore fu atroce, ma che resistette dicendosi: «Se mi riesce, con questa mano, voglio anch‟io abbruciare per amore del Signore.» 1041Nota Bell: «L‟equazione dolore/soffrire = piacere/amore si sarebbe ripetuta durante la sua infanzia e poi in proporzioni maggiori in convento.» Significativamente allucinato il seguente episodio: «Mi cominciai a spogliare. Feci tanto che cavei il bustino che avevo e dicevo "Mio Gesù, lasciate codeste poppe. Venite a pigliare il latte qui da me". E gli porgevo la mammella. Esso si staccò da quelle della Vergine e si attaccò alle mie.»
1042 Abbiamo visto che da bambina era attratta dal martirio, ma costruiva anche altarini in giro per la casa abbinando a ciò comportamenti ribelli e violenti. A nove anni in vista della prima comunione, sentendosene indegna, chiese ed ottenne dal confessore un cilicio e un flagello per prepararsi allo sposalizio con Gesù e più tardi dirà: «Mio Gesù, ora sono tutta vostra e voi tutto mio!» A 17 anni entra in convento destando sconcerto tra le consorelle per le bizzarrie, sarà sospettata di avere rapporti sessuali col confessore, in realtà è solo anoressica, iperattività e suscettibile 1043. Il suo digiunare è visto come "fortezza d‟animo" ed ella lo perseguirà per cinque anni restando normalmente attiva.1042
Ivi, p.721043
Ivi, pp.82-83.1044
Ivi, p.88.1045
Ivi, p.89.1046 Ibidem.
1047
Ivi, p.98.1048
Ivi, p.283.1049 Ibidem.
Una testimonianza dice che masticasse tutto il giorno cinque semi d‟arancio in ricordo delle cinque piaghe di Cristo
1044, ma altre dicono che era stata scoperta in cucina «dove mangiava tutto ciò che c‟era» 1045, rivelando poi quel ripetitivo «mangiare smodato/vomito tipico dell‟anoressia acuta.» 1046 Ma ad un certo momento smise di usare strumenti di auto-tortura e poco a poco tornò ad alimentarsi, da anziana divenne badessa del convento e si distinse per ragionevolezza nel dissuadere le monache giovani dall‟auto-punizione. Osserva Bell:Solo dopo un decennio di sforzi per capire se stessa, e soprattutto grazie all‟effetto terapeutico dello scrivere le sue autobiografie, vinse le sue ossessioni con l‟immagine maschile dominante del Cristo crocifisso e acquetò le sue intime passioni. Realizzò tutto ciò riadattandosi (regredendo) al sistema compensatorio più controllato dell‟amore/sacrificio che la madre le aveva insegnato e che era accuratamente scandito dalle regole del suo severo ordine.
1047Dobbiamo cercare di capire come possano verificarsi gli SMA e quali funzioni colpiscano. In generale essi, cause o effetti che siano, corrispondono ad alterazioni della mente in generale ma la psiche ne è protagonista, ipertonica ed allucinata patisce un„accendersi della fantasia ben oltre i limiti fisiologici (e spesso benefici). La coscienza potrebbe non soffrirne ma la memoria certamente.
Al § 3.4 nel trattare della fantasia come prodotto psichico abbiamo visto con Ian Robertson che essa può essere potenziata sino a farle produrre allucinazioni ed estasi durante le quali "si vedono realmente" cose e fatti inesistenti. Ripartiamo di lì per sottolineare che gli SMA hanno molto spesso la capacità di "rivelare" quell‟iper-realtà che è il
divino per mezzo di una iper-fantasia. Se un soggetto esperimenta «dissoluzione del corpo nello spazio circostante, che sfocia da un lato nella sensazione dell‟unità col mondo, dall‟altro in quella del dissolversi di un aspetto del sé, quello corporeo» 1048, siamo in uno SMA. Analisi condotte con la tomografia ad emissione di positroni (PET) hanno rivelato che gli SMA portano a una riduzione dell‟attività del lobo parietale dell‟emisfero destro:Ebbene, si tratta proprio della regione cerebrale in cui è conservata la "mappa" del nostro corpo. Infatti, quando essa è danneggiata, si può soffrire di strane alterazioni delle sensazioni corporee, al punto di percepire arti in eccesso o distorsioni di parte delle membra. Quindi certi tipi di meditazione sembrano in grado di modificare le sensazioni somatiche fino a dare l‟impressione di una perdita temporanea del confine tra corpo e mondo esterno. Una sensazione "reale" nel senso che la regione cerebrale che contiene le informazioni sul confine corpo-mondo esterno è come stordita dalla meditazione.
1049Noi preferiremmo chiamare "effetto psichico" ciò che Robertson chiama "sensazione reale" ma la sostanzia non cambia. Di fatto perdere la propriocezione significa perdere lo spazio e il tempo reali entrando in una dimensione extracorporea dove ogni prodigio diventa possibile.
Tali prodigi dal Novecento hanno cominciato ad esser studiati, scoprendo che una delle principali ragioni del distacco della realtà propriopercezionale e contestuale è nell‟insufficiente irrorazione sanguigna del cervello. I già citati neurofisiologi Aamodt e Wang in
Il tuo cervello scrivono:Tra le esperienze mistiche riferite più di frequente ci sono la percezione e sensazione uditiva di una figura, la visione di un‟immagine, la visione di luce (che talvolta promana da una persona) e la paura: è curioso, perché fenomeni molto simili vengono riferiti da una categoria che in generale non è considerata incline al misticismo, quella degli scalatori. Allora il fenomeno riguarda le montagne?
10501050
S.Aamodt – S.Wang, Il tuo cervello, cit., p.248.1051
R.Bell, Santa anoressia, Roma-Bari, Laterza 1987, p.X.1052
Ivi, pp.248-249.1053
V.Andreoli, Follia e santità, Milano, Rizzoli 2010, p.23.1054
Ivi, pp.24-25.Come si sa in quota l‟aria è più leggera perché povera d‟ossigeno poiché questo pesa più dell‟azoto, ma il fenomeno può avvenire anche a livello del mare. I Nostri:
Probabilmente la carenza d‟ossigeno interferisce con l‟attività delle strutture neurali all‟interno e nei pressi dei lobi temporale e parietale della corteccia. Queste regioni cerebrali presiedono all‟elaborazione delle immagini e dei volti e agli eventi emotivi (un caso estremo di disfunzionalità è una crisi epilettica). Le crisi a livello del lobo temporale spesso danno origine a intense esperienze mistiche, tra cui la percezione della presenza di Dio, la sensazione di essere in paradiso e la visione di luce; esse avvengono con maggior facilità in condizioni che innalzano le endorfine, come una forte tensione e anche l‟esercizio derivante dalle scalare le montagne di certo è fonte di stress.
1051Vi è quindi sinergia tra scarsa ossigenazione e stress o forte emozione, ma l‟estasi è fenomeno endogeno, infatti:
A dire il vero, di norma le visioni non sono associate alle montagne, ma anche ad altri territori remoti come i deserti, in cui le condizioni ambientali sono estreme. Si ritiene che siano imputabili a crisi di questo tipo le visioni religiose di Santa Teresa d‟Avila e di Santa Teresa di Lisieux; sempre a crisi analoghe potrebbe essere dovuta la conversione di persone che prima non credevano, inclusi l‟apostolo Paolo sulla via di Damasco e Joseph Smith, fondatore della Chiesa dei Santi dell‟Ultimo Giorno.
1052Il problema dal punto di vista eziologico è aperto, pare comunque sicuro che le visualizzazioni, le lievitazioni, le estasi e tutto l‟armamentario del prodigioso siano imputabili a psiche sovreccitata e non a rapporto col divino.
Un decano delle psichiatria, Vittorino Andreoli, che ha studiato a fondo il rapporto tra le malattie psichiche e l‟estasi, scrive:
Credo d‟altronde che la santità possa esser compatibile con la follia così come sono compatibili con essa le più alte espressioni dell‟umanità, della poesia, della pittura, della creatività in genere. Ammettere una compatibilità non significa comunque affermare che bisogna esser folli per essere santi, Ritengo che uno psichiatra sia legittimato ad occuparsi della santità in primo luogo in quanto scienziato; in secondo luogo, tenuto conto del significato umano e antropologico della follia che non deve essere negato né, tanto meno banalizzato.
1053L‟approccio al problema parte dall‟isteria, che Andreoli vede come "primo quadro della prospettiva" (anche nei riferimenti storici Caterina da Siena e Teresa d‟Avila) e aggiunge: «L‟isteria potrebbe essere definita una malattia del sacro; non per nulla, per molti secoli, è stata confusa con l‟epilessia»
1054. Poi precisa:Malattia del sacro: perché la caratteristica principale dell‟isterico è quella della concettualizzazione, dell‟astrazione, che stanno all‟origine di una tendenza a valutare mondi distinti da quello che fisicamente lo circonda. […] L‟isterico, come si è detto, ha una grande capacità di astrarsi dal mondo fisico fino a distaccarsi, dividersi, a dissociarsi: percepirlo senza viverlo, sentirne la presenza ma lontana.
10551055
Ivi, p.251056 Ibidem.
1057
Ivi, p.261058
Ivi, p.27.L‟isteria è paradigmatica degli SMA, anche perché chi ne è colpito è persona da punto di vista corporeo sostanzialmente sana; resta a vedere se l‟elemento fortemente esibizionista dell‟isterico sia tipico solo di questo disturbo.
Andreoli sottolinea che l‟isterico, nel suo cercare di attrarre l‟attenzione su di se e sulla sua straordinarietà, organizza un vero e proprio spettacolo:
Per richiamare l‟attenzione realizza il più bello, il più espressivo teatro mai prodotto: riesce a contorcersi, ad assumere posizioni che sono al di fuori di ogni possibilità statica, riesce persino a usare un linguaggio del tutto insolito, di un‟espressività inconfondibile, ricchissimo. Per richiamare l‟attenzione può persino distruggersi, affermando che sta morendo, arrivando a ridurre il proprio corpo a non esistere: l‟isteria è anche anoressia.
1056Dunque l‟isteria altera il naturale bisogno di nutrirsi. Il termine isteria è però oggi in disuso, sostituito da due suoi aspetti che gli psichiatri chiamano
reazione dissociativa e reazione di conversione. La prima, come indica l‟aggettivo, si manifesta come "dissociazione dal mondo reale" e il malato:Sa dunque rinunciare al mondo, se ne sa distaccare, per dimostrare che non ha molto a che fare con il corpo, ma piuttosto con i sentimenti; non con il corpo ma con l‟anima. Lo dimostra con un‟eccezionale capacità di sopportare il dolore, ancora una volta come se non avesse corpo: è la famosa anestesia dell‟isterico.
1057Insomma, l‟isterico ha molte caratteristiche per esser affascinante e carismatico, è possibile che numerosi taumaturghi storici, noti per le loro facoltà straordinarie quanto per il loro istrionismo, potesse essere affetti da questo disturbo. Quanto segue lo conferma:
Ecco perché tra le malattie della nosografia psichiatrica appare la più eterea, quella che più si distacca dalla logica del reale; il rapporto di realtà diviene rapporto di sentimenti, relazioni staccate dal mondo concreto e inventate. Tipica è la sublimazione, il bisogno estremo di una vita di affetti che possiamo chiamare "vita interiore". Si tratta, per lo più, di persone molto intelligenti, dando a questo termine un significato che si riferisce anche alla capacità immaginativa, fantastica, la capacità di andar oltre tutto ciò che è mondo concreto, il mondo attorno a noi. E c‟è una grande determinazione; non si accettano compromessi, sono persone estremamente direttive, quasi non potessero venire meno a nessun costo a una loro visione esistenziale.
1058Il passo è chiarissimo ma richiede qualche commento. Iniziamo a considerare la frase: «il rapporto di realtà diviene rapporto di sentimenti, relazioni staccate dal mondo concreto e inventate.» Non crediamo che lo scrivente intenda qui affermare che l‟isterico mostri "eccesso di sentimenti" bensì di "iper-sentimenti" di tipo alterato, altrimenti dovremmo concludere che i sentimenti siano qualcosa di anormale. Analogamente per «bisogno estremo di una vita di affetti che possiamo chiamare "vita interiore"», poiché l‟affettività anche se manifestata intensamente, e ancor più l‟interiorità, non sono patologiche. L‟isterico ha una iper-affettività dovuta al suo "scorporeizzarsi" per concentrare tute le sue energie vitali sull‟incorporeo emozionale che la tradizione religiosa chiama "interiore". Infine: si tratta di persone «estremamente direttive», cioè molto determinate, che sanno-quel-che-vogliono e che cercano di imporlo agli altri.
Però il patologico per il pensiero religioso può essere l‟eccezionale, lo straordinario, il super-umano che va al divino. Poiché il corpo è svalutato (per quanto l‟isterico manifesti tutto
"corporeamente") alla dissociazione da esso s‟associa la conversione reattiva. La
reazione di conversione che accompagna la reazione di dissociazione si manifesta come segue:Poiché non importa nulla del corpo, ecco la "reazione di conversione": la capacità di buttare sul corpo ogni difetto, fino a renderlo inanimato nella classica "paralisi", che vuol dire non riuscire più a muovere gli arti, non riuscire nemmeno ad aprire la bocca per nutrirsi, a muovere la lingua per comunicare. Sono quadri apparentemente di estrema gravità, eppure vissuti con la ben nota
belle indifférence, come se ciò che accade al corpo fosse del tutto irrilevante, anzi, non accadesse affatto. 10591059 Ibidem.
1060
Ivi, p.28.1061
Ivi, p.311062
Ivi, p.34.1063
Ivi, pp.36-39.Raggiunta l‟estasi non solo l‟ammalato la vive come un privilegio (l‟annullamento del corpo!) ma chi ne assiste può avere veramente l‟impressione della
straordinarietà ultra-umana di tale "indifferenza al corpo e al mondo". La storia di tutte le religioni, specialmente orientali, è costellata di agiografie di grandi santi dotati di tale straordinarietà ultra-umana. Nota Andreoli:Il corpo non è più solo il "carcere" di Platone; con il Cristianesimo diventa l‟ostacolo da vincere per potersi liberare e ricongiungesi con Dio; di qui il desiderio di questa liberazione dal corpo come premessa al raggiungimento di un premio eterno. […] Insomma bisogna lottare con il proprio corpo, far sì che muoia, perché la morte corporale significa la vita dell‟anima.
1060Per quanto il Nostro, come europeo, tenda a richiamarsi al Cristianesimo, in realtà è soprattutto nelle religioni orientali (oltre che nel sufismo islamico) che l‟estasi è perseguita e valorizzata. Essa permea anche buona parte del Buddhismo (una religione formalmente senza-dio) nelle sue espressioni mistiche, che sono assai numerose e spesso legate alla castità, alle mortificazioni del corpo e al digiuno. C‟è però una differenza non da poco tra il misticismo cristiano e quello orientale: nel primo è una facoltà riconosciuta a persone straordinarie, nel secondo è frutto di un "metodo" definito, con le sue procedure, i suoi stadi, le sue tecniche.
Un altro aspetto non trascurabile di tale
straordinarietà ultra-umana è che essa non sempre si verifica nell‟eremitaggio solitario o nel convento, ma può "socializzarsi". In questo caso è facile che da essa ci si aspetti "irradiazione benefica" su chi non riesce a sperimentarla. Ancora:La santità, in effetti, potrebbe esser studiata non solo analizzando il santo, ma anche analizzando le persone che gli si relazionano, perché da una parte c‟è chi la fa, dall‟altra c‟è chi la chiede. Insomma c‟è un incontro tra il santo e i suoi fedeli che ricevono grazie e quindi, a loro volta, ne confermano la santità.
1061Il santo "emana" energia immateriale che può investire chi lo circonda o chi, specificamente, gli fa richieste mirate. Nel suo saggio Andreoli analizza una decina di casi di santità isterica, comprendendo i più noti come Santa Caterina e Santa Maria Goretti, ma noi ci limiteremo a considerare quello di Santa Gemma Galgani (1878-1903), donna sfortunata che ha sofferto l‟indicibile e che a 21 anni aveva già le stimmate che il medico Pietro Pfanner nel 1899 constata come "incrostazioni di sangue sul palmo delle mani"
1062. Dopo quattro anni Gemma morirà ed il periodo 1899-1903 è proprio quello in cui matura il processo di santificazione e il manifestarsi della straordinarietà ultra-umana. Anch‟ella, come Santa Veronica Giuliani, scrive di sé, lasciando un‟Autobiografia, un Diario e delle Lettere. Su tali basi viene redatta una raccolta di resoconti di Estasi (ben 141), in molti casi trascrizioni dirette di suoi racconti da parte di una devota testimone e protettrice di nome Cecilia Giannini. Gemma ha rapporti estatici sia con Gesù, sia con la Madonna e sia con proprio angelo custode 1063.Il primo segno della straordinarietà si ha nel 1885 in occasione della prima comunione e Gemma narra nell‟
Autobiografia di questo dialogo con Gesù: «Me la vuoi dare la mamma? Sì – risposi – mase prendete anche me. No – mi ripeté la solita voce - dammela volentieri la mamma tua. Tu per ora devi rimanere col babbo. Te la condurrò in cielo, sai? Me la dai volentieri? Fui costretta a rispondere di sì.» La madre effettivamente morirà poco più d‟un anno dopo
1064, poi morirà un fratello sedicenne nel 1894; dopo di che il padre, farmacista del paese, fallirà perdendo tutto e morendo poi nello stesso anno lasciando i figli orfani e affidati a zie. Le disgrazie fisiche di Gemma iniziano nel 1896 con un carie ossea a rischio di cancrena e amputazione, le viene praticato un raschiamento d‟osso, operazione dolorosissima ed eseguita senza anestesia a cura di tre chirurghi. La cosa straordinaria è che ella non emise un solo lamento tra l‟ammirazione dei presenti 1065. Ma sarà la diagnosi di isteria la causa di massima sofferenza, poiché vieta l‟entrata in convento.1064
Ivi, p.41.1065
Ivi, p.43.1066
Ivi, p.451067
Ivi, p.491068 Ibidem.
1069
Ivi, p.51Scrive nell‟
Autobiografia: «Gesù mi mandò un male a un piede […] venne il medico. Tutto a un tratto cominciai a divenire curva e ad avere forti dolori alle reni.» Ma qui sorge il problema di farsi visitare: «Il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo […] e più che ho potuto ho custodito il mio corpo.» Una sera però (era ospite d‟una zia) «all‟improvviso venne il medico di casa, con forza mi visitò, e mi trovò un ascesso nel corpo che temette cosa grave perché credeva che comunicasse con le reni.» Inefficaci le medicine, sostiene lei, stava sempre peggio ed era costretta a tenere il letto. Fa venire il confessore e fa «la confessione generale», successivamente viene sottoposta ad altre cure e terapie senza esito ed in seguito arriva un‟otite purulenta con perforazione del timpano. È operata e anche in questo caso senza un lamento; dichiarerà il chirurgo: «Mi pareva di operare sopra un cadavere». Successivamente «un dolore insopportabile al capo» è diagnosticato come un tumore. Poi il miracolo! Durante una novena, una sera: «sento una mano posarsi sopra la fronte; sentii cominciare un Pater Ave e Gloria per nove volte di seguito. Io appena rispondevo perché ero sfinita dal male. Quella medesima voce mi domandò: "vuoi guarire? Sì –Tu guarirai, prega con fede il Cuor di Gesù.» A fine novena «ero guarita». Il chirurgo che l‟aveva operata all‟orecchio affermò: «in tutta la mia lunghissima carriera […] non ho mai trovato un caso simile di guarigione così rapida.» 1066Però Santa Gemma Galgani era anche affetta da tisi e sarà questa a portarla alla morte a 25 anni. Attorno alla santa orbitano secondo Andreoli tre tipi di personaggi: i membri della famiglia, gli extrafamiliari a lei cari (persone che l‟aiutano, medici e religiosi, ma specialmente il passionista Padre Germano) e delle "presenze spirituali". Con esse dialoga, specialmente Gesù, più defilati la Madonna e il Demonio, poi l‟Angelo Custode: «L‟Angelo custode non cessa di vigilarmi e darmi savi consigli. Più volte al giorno mi si fa vedere e mi parla […] Ogni sera non manca di benedirmi e anche di castigarmi e di sgridarmi.»
1067. L‟Angelo non solo l‟aiuta nel rapporto con Gesù e a difendersi dal Demonio, ma la cura: «Dopo che ebbi mangiato non mi sentivo niente bene; allora lui mi porse una tazzina di caffè sì buono che guarii subito e poi mi fece anche un pò riposare.» E ancora: «L‟Angelo dette a bevermi alcune gocce di un liquido bianco in un bicchierino dorato, dicendomi che era la medicina colla quale il medico del Paradiso guariva i suoi infermi.» 1068 Ha rapporti anche con altri angeli che le fanno piccoli servizi compresi quelli di recapitare lettere, cosa confermata dalla sua benefattrice signora Cecilia e da Padre Germano, mistico egli stesso e molto sintonico con Gemma. 1069.Andreoli si diffonde ulteriormente su altre "presenze spirituali" con cui dialoga Gemma, tra cui un Confratel Gabriele non ben identificato e la beata Maria Teresa del Bambin Gesù. Passa poi all‟analisi:
Tra i fatti ordinari, oltre alla sequenza di malattie clinicamente diagnosticate e trattate, si individua chiaramente un periodo di anoressia di cui sono ben evidenti i segni clinici: difficoltà a ingerire cibo, vomito frequente susseguente l‟ingestione di minime quantità di alimenti, perdita di peso e indebolimento progressivo, fino al punto di non riuscire
neppure a reggersi in piedi. Il quadro clinico è abbondantemente documentato negli scritti autografi (
Lettere, in particolare) sia nelle osservazioni riportate da chi le è vicino. 10701070
Ivi, pp.55-56.1071
Ivi, p.56.1072
Ibidem.1073 Ibidem.
1074
Ivi, p.571075
Ivi, p.63.1076
Ivi, p.64.1077
Ivi, p.65.1078 Ibidem.
La sindrome anoressica appare in un quadro di sofferenza terribile e le allucinazioni portano sollievo. Padre Germano scrive nel 1900 alla signora Cecilia: « Riguardo al poco mangiare, non le faccia meraviglia. Vedrà ancora di più; vedrà Gemma che non mangerà più affatto e vivrà della sola comunione quotidiana, senza che la salute ne risenta.»
1071 Il frate è convinto che l‟ostia contenente il Corpo di Cristo la terrà in vita. Ma la signora Cecilia si preoccupa e scrive: «Le estasi sono continue, non mangia più quasi nulla, soffre continuamente.» 1072Alla fine Padre Germano si rende conto che se non mangia morirà e le "ordina" di farlo. Gemma nel 1902 dopo averne parlato con Gesù scrive: «Stamane con Gesù abbiamo fatto il patto del cibo … il gusto non lo sentirò più, ma il cibo Gesù me lo fa ritenere, ma pochissimo; perché se mangio assai, lo rigetto; se mangio poco, no.»
1073 E poi c‟è l‟auto-tortura, "certe cosette" di cui parla con Padre Germano: «presi una fune […] l‟empii tutta di chiodi e poi la misi tanto strinta che alcuni mi entrarono dentro […] il mio corpo si risente ma saprò io farlo stare zitto» 1074 Una mattina si sveglia in estasi e scrive una lettera al Monsignor Volpi (scettico sulle sue stimmate) perché venga a trovarla: «venga solo, altrimenti Gesù non è contento e non farà veder niente …» 1075 Ma egli porta con sé il dottor Pfammer e quando i due arrivano Gemma ha le stimmate su dorsi e palmi delle mani, il medico pulisce le ferite: la pelle è integra. Confida: «Gli isterici hanno bisogno di far sangue e se lo procurano da sé con una spilla o un ago o qualche altra cosa.» 1076 Andreoli nota relativamente alla reazione di conversione:Alcune ricerche, in particolare quelle condotte con la tecnica del biofeedback, hanno infatti dimostrato la possibilità di un controllo delle proprie funzioni anche vegetative con conversioni "parcellari", relative ad esempio al lume dei vasi [e quindi all‟irrorazione sanguigna]. L‟intensa capacità di concentrazione, il desiderio (in questo caso di identificarsi con la figura di Gesù), potrebbero pertanto, attraverso tali vie, produrre una vera e propria lesione, una "piaga", in grado di richiudersi o riaprirsi con il modificarsi della situazione emotiva.
1077Questo è il caso più frequente di comparsa delle stimmate, ma si verifica anche per
reazione dissociativa:Questa può tradursi in uno "sdoppiamento" della personalità, per cui l‟isterica compie azioni di cui lei stessa non ha consapevolezza, e di cui ritrova gli effetti quando esce da quel particolare stato. Così può provocarsi lesioni che poi negherà di essersi procurata. Ho io stesso avuto l‟opportunità di osservare il caso di una paziente che trovava nel cuscino degli oggetti strani (piume d‟uccello disposte a uovo, pezzi di carbone) e li interpretava come segni di una presenza demoniaca per cui chiedeva continuamente esorcismi. Era lei stessa invece a produrre, con grande abilità, trovandosi in una condizione di sdoppiamento, questi reperti, che poi rinveniva, restandone profondamente turbata, quando recuperava l‟abituale stato di coscienza.
1078Un tempo si pensava che l‟isterico fosse un mentitore e un dissimulatore, oggi si sa che negli stati alterati fa cose che non riconosce come sue negli stati normali.
La componente erotica del misticismo, come già in Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d‟Avila, c‟è anche in Santa Gemma Galgani. Pochi esempi dalle
Estasi e dalle Lettere:Gesù mi stringe troppo e mi fa male […] Dopo la Comunione mi sentii tutta la bocca piena di Sangue. Com‟era buono! […] Gesù ti sento […] Che vuoi o Gesù? Che il mio amore sia invariabile? Lo metterò ogni giorno con la tua carne. […] Gesù voglio che tu mi mostri che mi vuoi bene. Ma mi ami Gesù? […] Ti vo‟ tanto bene, Gesù, e ti do la vita. […] Ti amo perché sei l‟unico degno d‟essere amato da me […] Sì, lo vedo Gesù che mi ama e sembra di me innamorato. […] Quante volte me lo dimanda […] Gemma non mi vuoi più? […] bramo te solo. […] O Gesù, ti ci diverti volentieri con Gemma[…] Fammi tua, Gesù, tutta tua; crocifiggimi un‟altra volta. […] lo abbraccio, è mio, tutto mio. […] Quanto sei bello, o Gesù. […]Gesù mi ha alzata, mi ha presa in braccio. Che momenti! […]quando le mie labbra si avvicineranno alle tue per baciarti, fammi sentire il tuo fiele. [...] Ora conosco quanto è soave il tuo possesso. […] non permettere che io mi stanchi agli amplessi del tuo amore. […] Eccomi a te, o Gesù .. O Dio! … di più, di più Gesù […] O santo amore, accendimi. Altro da te non vo‟. […] Gesù mi fa felice, mi fa sempre godere. […] Godo, Gesù … godo, Gesù. Così vorrei starmene in eterno.
10791079
Ivi, pp.68-80.1080
L.Wolpert, Sei cose impossibili prima di colazione, p.981081
Ivi, p.100.Naturalmente la psiche alterata non è foriera solo di queste situazioni dolorose, ma di norma, al contrario, di sensazioni molto più sane e migliorative dell‟umore, connettendosi molto spesso a stati corporei piacevoli. Resta il fatto che ciò che abbiamo letto non è certamente riferibile né all‟intelletto, né alla ragione e né all‟idema, ma alla psiche.
Lewis Wolpert cita il caso del poeta Allen Ginsberg, noto assuntore di droghe per stimolare la propria fantasia, che un giorno mentre leggeva un libro di William Blake udì la voce di lui che gli parlava e contemporaneamente «ebbe l‟impressione che il suo corpo fluttuasse nell‟aria e si convinse di esser nato per aver l‟esperienza di questo spirito universale.»
1080 Ed è ancora Wolpert a ricordarci che esiste una condizione mentale nota come logica della trance, che attiva «La capacità di accettare nello stesso tempo due insiemi totalmente contraddittori di informazioni.» 1081. Queste esaltazioni psichiche possono essere estremamente piacevoli e intriganti, purtroppo il prezzo da pagare può essere alto. Molto meglio tenere la psiche tranquilla e omeostatizzata con una bella weltanschauung religiosa ottimistica e appagante, senza rischiare rapporti diretti con Dio prima del tempo assai pericolosi.XI. Le organizzazioni minori
11.1 Introduzione
Quelle che abbiamo chiamato organizzazioni "minori" devono l‟aggettivo alla loro minor importanza nella nostra economia mentale, basata su sostrutture, arricchita di infrastrutture e poi dominata dalla psiche. Nel contempo queste organizzazioni minori nel linguaggio corrente sono considerate funzioni "superiori" per il fatto d‟essere evidenti perlopiù nell‟uomo, considerato animale "superiore". In realtà ciò che esse fanno è realmente di importanza "minore", e le operazioni sia della
ragione che dell‟idema non sono affatto necessarie, ma in larga parte superflue. Torniamo per un momento alla neocorteccia, quel sottile mantello in sei strati (neopallium) che ricopre il corpo cerebrale profondo con le sue varie componenti. A partire dal più interno i sei strati sono chiamati: multiforme, piramidale interno, granulare interno, piramidale esterno, granulare esterno, plessiforme e le differenze dei nomi stanno anche ad indicare delle differenze di composizione. Ragione e idema potrebbero essere più correttamente chiamate ulteriori, poiché apparse più tardi nel processo di ominazione.Ricordiamo che il flusso delle informazioni cerebrali complesse non è unidirezionale ma multidirezionale e per percorsi iterativi di
avanti-indietro con andamenti anche circolari. Ci sono poi continui feedback sia positivi che negativi che nell‟insieme danno luogo a quei processi che non solo generano flussi di pensieri, emozioni e sentimenti, ma che costruiscono per concrezione mappe strutturali che sono continuamente rielaborate e rimodulate. Steven Rose ci ricorda che, esclusa la neocorteccia, i rettili già posseggono (sia pure in forma rudimentale) tutte le altre parti che caratterizzano il nostro cervello. Ci fornisce anche un dato interessante sul rapporto tra il volume di neocorteccia e ippocampo nei ricci di mare (3:2) e nelle scimmie (30:1). Le parti profonde del nostro cervello non sono aumentate molto di dimensione rispetto ad animali molto primitivi, mentre c‟è stato aumento abnorme di ciò li fascia. Nota Rose:È la neocorteccia stratificata a essere esclusiva dei mammiferi, e il modo in cui essa è succeduta al talamo nell‟espletamento delle sue funzioni può essere esibito mappando le connessioni tra la neocorteccia e il talamo, tutte terminanti in specifici strati di neuroni corticali; ciascuna regione del talamo risulta associata a un‟opportuna area neocorticale. […] Da un punto di vista funzionale, quindi, la neocorteccia deve avere ampiamente a che fare con l‟analisi più sofisticata dell‟informazione, che negli anfibi viene gestita esclusivamente dal talamo.
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S.Rose, Il cervello del ventunesimo secolo, cit., p.59.1083
E.Boncinelli, Mi ritorno in mente, cit., p.226.Rose coglie giustamente il fatto che la neocorteccia, lo strato più superficiale e a ridosso della calotta cranica, è implicata dalle funzioni più "sofisticate" ma non dice di più. Boncinelli si sofferma invece nel già citato
Mi ritorno in mente del 2010 sulla differenza tra l‟intuire e il ragionare (diremmo noi tra intelletto e ragione), scrivendo:Si è giunti così a una visione della mente che distingue l‟intuizione dal ragionamento e la ricerca si è concentrata sugli errori dell‟intuizione, che sono stati studiati sia per il loro interesse intrinseco e sia per il lo valore come indicatori diagnostici dei meccanismi cognitivi. La distinzione tra intuizione e ragionamento è stato un tema di forte interesse in questi decenni. Soprattutto nel tentativo di organizzare i risultati apparentemente contraddittori negli studi dei giudizi in condizioni di incertezza e di stress, sono state chiamate in causa le differenze tra due modelli di pensiero o due tipi di processi cognitivi che sono stati chiamati rispettivamente Sistema 1 e Sistema 2.
1083È il caso di dire:
meglio tardi che mai! Ci si è finalmente accorti che assimilare l‟intelletto (Sistema 1) alla ragione (Sistema 2) è un‟improprietà gnoseologica, poiché si tratta di due funzioni molto differenti. Però vediamo come il Nostro specifica il sistema1-intelletto e il sistema 2-ragione:Le operazioni del sistema 1, o Sistema euristico – più simile al sistema percettivo vero e proprio – , sono rapide, automatiche, non costose in termini di sforzo, associative e difficili d controllare e modificare. Le operazioni del Sistema 2, o Sistema analitico – con le caratteristiche di un sistema ponderato –, sono più lente, costose in termini di sforzo e deliberatamente controllate; sono anche relativamente flessibili e potenzialmente governate da regole.
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Ibidem.1085
Ivi, p.227.1086 Ibidem.
Boncinelli ci dà una spiegazione di ciò che chiama Sistema 2 che corrisponde all‟istinto piuttosto che all‟intelletto, come si fa infatti a ridurre ciò che lui chiama Sistema (intellettivo) 2 a qualcosa di automatico e incontrollabile? Se così fosse il Sistema 2 non sarebbe integrato col Sistema1. Il conflitto della
ragione è sempre possibile è con la psiche, non con l‟intelletto; la psiche d‟altra parte più che intuire il reale se lo inventa di sana pianta, essendo reattiva, appetitiva e creativa, non intuitiva. In altre parole, la psiche non ha alcun diretto rapporto con la realtà, ma se ne costruisce sempre una ad hoc per fini omeostatici. Il Nostro sta confondendo l‟intuizione intellettuale dell‟uomo con l‟istinto degli altri animali.Non è difficile capirne la ragione poco dopo, quando, dopo aver ribadito che il Sistema 1 "costa poco" e il sistema 2 "costa molto", egli aggiunge:
In sintesi il Sistema 1 è veloce, parallelo, automatico, privo di sforzo e difficile da modificare, mentre il Sistema 2 è lento, seriale, controllato, faticoso e governato da regole, e al contempo flessibile. In tempi recenti sembra che qualcosa sia emerso anche per quanto riguarda i correlati neurali dei due sistemi. Come c‟era da aspettarsi, le funzioni del Sistema 1 correlano con diverse arre del sistema limbico – in particolare l‟amigdala, l‟insula e lo striato – mentre il Sistema 2 riguarda prevalentemente la corteccia prefrontale, le cui operazioni sono probabilmente seriali, lente, consce e altamente controllabili.
1085Il Nostro confonde il Sistema 1 con l‟istinto animale e la psiche con l‟intelletto. Se così fosse noi ci troveremmo di fronte a una mente costituita da due sistemi cognitivi separati: uno irrazionale e uno razionale. Quella che parrebbe una soluzione a tutte le domande che pone il concetto di mente si esaurirebbe in una dicotomia poco plausibile, se non altro per il fatto che se due sistemi cognitivi (l‟1 e il 2) fossero separati, ci vorrebbe poi un qualche
homunculus che li riunisse. Egli però ne fa una questione temporale e gerarchizzata e ci dice che la cognizione data dal Sistema 1 è immediata, ma che poi noi mettiamo in campo il Sistema 2 e che sarebbe questo «ad avere l‟ultima parola.» 1086. Non ci pare modello credibile anche perché; quale infra-funzione decide se utilizzare di volta in volta il Sistema 1 o il Sistema 2? Dovremmo pensare che il Sistema 2 è quella "sala di comando" che le neuroscienze del „900 hanno definitivamente cassato? In realtà la ragione (il Sistema 2) non segue processualmente l‟intelletto (Sistema 1) poiché sono funzioni del tutto indipendenti l‟una dall‟altra anche se integrate e coniugabili.11.2 L’intelletto: l’intuito e l’invenzione
L‟intelletto è un‟organizzazione mentale che, come abbiamo già visto, è un esito evolutivo della parte attiva e intuitiva dell‟istinto animale. Oggi va molto di moda un tipo di psico-biologia evoluzionistica tutta tesa a definire il
come l‟intelligenza umana si sarebbe formata deterministicamente e strutturalmente. A molti questo evidentemente piace, poiché pare spiegare perché l‟homo technologicus, avendo ancora il cervello dell‟homo sapiens primitivo, avrebbe difficoltà a destreggiarsi coi problemi che la contemporaneità pone. In realtà il problema non sta tanto nella qualità delle informazioni ma semmai nella quantità: dal fatto di esserne oggi bombardati!. Non siamo affatto d‟accordo con chi sostiene che numerose parti del nostro cervello "funzionino ancora" come 150.000 anni fa con eventuali piccoli "rimaneggiamenti corticali".Potranno essere uguali dal punto di vista
strutturale ma molto differenti da quello funzionale. Queste parti più antiche (come il cervelletto, l‟amigdala e l‟ippocampo) funzionano differentemente perché si sono lungamente integrate con nuove funzioni che venivano via via apparendo o quanto meno si trasformavano e si implementavano. È solo da 30.000 anni circa che possiamo considerare la macchina cervello ormai come la nostra e i suoi prodotti molto simili.Le difficoltà esistenziali dell‟uomo contemporaneo nascono secondo noi da due fattori principali. Il primo: oggi lo scibile è diventato talmente vasto che per una mente è possibile occuparsene in piccola parte, "ritagliandosela" Il secondo: il bombardamento informazionale a cui siamo oggi sottoposti è dannoso per la mente in quanto produce stress pur essendo in minima parte utile, ma spesso anche mistificante, confusionale, artatamente pilotato a fini commerciali. L‟informazione è perlopiù strumentale e spesso falsa. Tale falsità, per quanto si cerchi di non porvi attenzione, pesa, affatica, mutila le funzioni mentali nella captazione delle informazioni veramente utili, per selezionare le false, razionalizzare utilizzi ed eliminazioni. Tutto ciò interferisce sui circuiti cognitivi, sulle interazioni tra le funzioni, sulle loro connessioni, sui rientri, sulla rielaborazione delle mappe.
Il concetto di intelligenza è spesso sovrapposto erroneamente a quello di intelletto, poiché la prima è qualcosa di molto complesso mentre l‟intelletto è definibile. Boncinelli in
Come nascono le idee sostiene che la vera intelligenza non si manifesta tanto nel problem solving (tipico della ragione) quanto nel problem finding (tipico dell‟intelletto):Il creativo, invece, riesce a riformulare il problema inusuali, giungendo a fornire risposte che a volte appaiono tangenziali rispetto al problema posto, ma che pure possiedono un loro carattere innovativo, e si rivelano un‟utilità, sul piano della risoluzione dei problemi, spesso maggiore di quella posseduta da risposte, anche estremamente elaborate e "intelligenti", offerte seguendo le linee di approcci tradizionali.
10871087
E.Boncinelli, Come nascono le idee, cit., p.100.1088
J.Piaget-B.Inholder, Le operazioni intellettuali e il loro sviluppo, in: L’intelligenza, Torino, Einaudi 1976, p.219.1089
Ivi, p.220.1090
Ivi, p.223.Approssimativamente egli ci dice che l‟evidenziare i problemi sarebbe più intelligente che risolverli. Ci pare un‟affermazione poco produttiva. In realtà l‟intuizione intellettiva e l‟analisi razionale, per quanto la prima preceda evolutivamente la seconda, sono sempre andate a braccetto. L‟affermazione è però corretta nel sottolineare che di fronte alle difficoltà la razionalità talvolta è inefficace se non c‟è intuizione (
problem finding). C‟è però un evidenza più importante, quella che la scoperta è frutto dell‟intelletto e quasi mai della ragione ed anche Einstein ha scoperto il rapporto tra massa ed energia (E = mc2) non con la razionalità ma con l‟intuizione, come egli stesso ha più volte ribadito.In un saggio a quattro mani che Jean Piaget ha scritto con Bärbal Inhelder, all‟interno del poderoso
L’intelligenza (1965), dal titolo Le operazioni intellettuali e il loro sviluppo si leggono alcune considerazioni interessanti. Per esempio quella che dopo i sette anni incomincia ad affacciarsi una vera e propria attività intellettuale, ma ancora priva di elementi logico-razionali perché di tipo puramente intuitivo persino negli aspetti analitici delle serie e delle classi di concetti e oggetti. L‟intelletto infantile procede infatti per "raggruppamenti" con una ragione in via di formazione. Non v‟è logica nel modo in cui il bambino risolve i problemi, perché le seriazioni e le classificazioni avvengono in maniera spontanea e intuitiva per raggruppamento e non per analisi, in base a somiglianza e non combinazione logica 1088. I raggruppamenti sono perlopiù additivi ma possono essere anche moltiplicativi e in questo caso «vertono su più di una classificazione o più di una seriazione per volta.» 1089 La nozione di numero nasce nella testa del bambino non solo attraverso la nominazione ma anche per constatazioni di eguaglianze/diseguaglianze 1090. Se è così, secondo noi la ragione è già all‟opera. Infatti ciò non emerge da un‟intuizione indipendente «ma si costruisce operatoriamente partendo da un livello di non-conservazione e nello stesso modo nonchéalle stesse età dei raggruppamenti di classi e di relazioni.»
1091 Un approccio sostanzialmente insiemistico ai problemi della matematica.1091
Ivi, p.226.1092
Ivi, p.230.1093
Ivi, pp.232-233.1094
Ivi, p.235.1095
Ivi, p.237.1096
Ivi, pp.237-238.1097
D.Mainardi, Nella mente degli animali, Milano, Cairo 2006, p.24.Se si chiede a dei bambini di costruire una torre con dischetti disuguali su tavoli a più livelli essi mostrano, sostiene Piaget, una forma di «misurazione spontanea» (noi diciamo "intuitiva") che consiste: 1°, nel frazionare il continuo; 2°, nel dare ordine spaziale; 3°, nel tentativo di costituire un‟unità
1092. Le operazioni infantili che includono il senso del tempo si estrinsecano invece in: A. seriare gli accadimenti secondo successione; B. suddivisione di intervalli e incastro dei minori nei maggiori; C. scelta di un intervallo minimo da usare come unità di misura 1093. Per quanto concerne la percezione del movimento e la velocità con cui un oggetto supera un altro, si tratta di una facoltà che il bambino incomincia ad acquisire verso gli otto anni ma perfeziona verso i dieci e che consiste nell‟intuire la diminuzione e l‟aumento progressivi degli intervalli. 1094 Il bambino impara a conoscere il mondo con processi intellettivi-intuizionali e non razionali-calcolanti. Accompagna ciò con un grosso limite: non capisce la causalità fisica. Otto perle bianche e otto rosse in un cert‟ordine se mescolate devono poi "tornare all‟ordine iniziale". 1095L‟esperimento delle perle con bambini di sette anni dimostra l‟esistenza di un principio infantile secondo il quale un‟alterazione dello stato iniziale che porti disordine è sempre reversibile all‟ordine e ciò implica la
psiche. Soltanto a partire dagli otto-nove anni essi ammettono un‟impossibilità di ripristino dell‟ordine iniziale nei tempi brevi, ma pensano ancora che a forza di smuoverle l‟ordine iniziale ritornerà. 1096 Il bambino ignora o rifiuta il caso e vede una causalità assoluta, dove gli esiti casuali sono un "disordine provvisorio" sempre reversibile all‟ordine. Questo atteggiamento è molto significativo per indicare come la mente umana, in una fase formativa in cui è ancora poco sviluppata la ragione e solo l‟intelletto è all‟opera come conoscitore "per intuito", la psiche non trova alcun contrasto nel "pretendere" che le cose siano e stiano per necessità e che il caso non possa esistere. In molte persone adulte pare che sotto questo punto di vista dall‟infanzia non sia cambiato nulla.Per comprendere su quali basi operative funzioni l‟intelletto è opportuno riferirci agli animali, anche perché il loro
intelletto, comunemente chiamato istinto, è abbastanza potente ma poco raffinato. L‟intelletto è certamente un evoluzione dell‟istinto animale intuitivo, ma il grande salto di qualità lo fa nel momento in cui gli si affianca, nel corso dell‟evoluzione, la ragione. Con l‟attività razionale l‟intelletto si deve modulare in maniera nuova e differente per riuscire a coniugare il suo carattere basilare, la prontezza, con quello che caratterizza la ragione, la lentezza. Seguiamo per qualche istante l‟etologo Danilo Mainardi, che ci evidenzia il problema banalissimo di un moscone entrato in una stanza, che continuerà a sbattere contro il vetro senza capire come uscirne, mentre il gatto lo fa immediatamente e trova subito la soluzione di problemi ben più difficili:Sembra una cosa da niente [capire che per uscire occorre "tornare indietro"], eppure non tutti gli animali ci riescono. Il fatto è che per farlo occorre una mente, metaforicamente raffigurabile come una palestra localizzata nel cervello. Uno spazio cioè dove è possibile fabbricarsi una mappa col percorso. Chiaro che poi, ma solo poi, sarà possibile utilizzarla nella realtà vera. La palestra, ma potete anche chiamarla, come molti fanno, teatro mentale, in fin dei conti, serve esattamente a questo: immaginare quello che poi, se sarà il caso, si farà.
1097L‟istinto ha intuizione spazio-temporale-causale, ma la modellizzazione delle informazioni raccolte e uno "scenario" che simula la realtà è qualcosa di più che un puro intuire. Il possedere una mappa mentale del "come se" permette, prontamente, di cogliere le coordinate situazionali ed agire di conseguenza in maniera quasi inconscia e automatica. Ovviamente la modellizzazione che fa un
animale più evoluto è differente da quella d‟un animale meno evoluto. I modelli mentali dei gatti e dei topi sono stupefacenti, ma l‟
intelletto del primate homo sapiens è (proprio perché si integra con la ragione) capace di produrre modelli molto più vasti e dettagliati. Anche se i gatti e i topi nei labirinti se la cavano egregiamente, ci saranno sempre tipi di labirinto che li metteranno in crisi mentre l‟uomo ne uscirebbe facilmente. Aggiunge più avanti Mainardi: «In definitiva risulta evidente come possedere una palestra (o teatro) mentale rappresenti la condizione indispensabile per disporre di quel mondo parallelo dove il cervello può giocare, sperimentare, fabbricare immagini ed eventi.» 10981098
Ivi, p.29Sull‟
intelletto non c‟è molto altro da dire perché nel corso dell‟esposizione già ne abbiamo richiamato le caratteristiche funzionali più volte. Va ricordato che evolutivamente la sua comparsa come organizzazione mentale compiuta precede il comparire della ragione e dell‟idema, ma ciò anche ontogeneticamente. Appena un bambino esce dal grembo materno il numero dei suoi neuroni è già quasi quello definitivo, eppure non c‟è ancora neppure traccia di infrastrutture operanti, ma c‟è solo una psiche che dirige i suoi movimenti, i suoi sorrisi e i suoi pianti. Ma già nella prima infanzia essa è organizzata funzionalmente, mentre l‟intelletto si definisce un po‟ più tardi. Tracce di ragione sono impensabili prima dei 7-8 anni e dell‟idema ancora più tardi. Dunque nella fase iniziale dello sviluppo della mente dell‟homo sapiens, grosso modo tra i 3 e i 10 anni, l‟intelletto è l‟unica organizzazione cognitiva in attività, ma largamente sottomessa alla psiche. La sottomissione viene meno quando la ragione incomincia a promuovere processi analitici e computazioni più complessi, assumendo l‟intelletto come suo "battistrada". È solo a questo punto che può formarsi un alleanza integrata intelletto-ragione che può competere con la psiche nel pilotare poco o più sovente l‟esistenza dell‟individuo.11.3 La ragione: l’analisi, il calcolo e l’astrazione
La
ragione è l‟organizzazione funzionale che sovrintende alle operazioni computazionali, logiche e analitiche ed a quelle che a queste si coniugano o ne derivano. Come matrice della razionalità, essa, nel mondo occidentale, è diventata un feticcio della riflessione filosofica sempre alimentato da nuovi assertori sia pure con alti e bassi. È risultata per molto tempo, giustamente, la massima aspirazione ed espressione del filosofare, ma la sua feticizzazione ha nuociuto molto alla conoscenza ogni volta che ha assunto i caratteri di una logica "pura". In realtà la ragione è piuttosto debole anche in coloro che si definiscono o sono giudicati razionali, non esiste infatti azione razionale che non sia intrisa di emozione, quindi di psiche. Vi è persino chi sostiene che le sole persone veramente razionali e capaci di agire con precisione e tempismo, senza emozionarsi e senza il tormento del dubbio, sono soltanto gli psicopatici. Ne è convinto Jonah Lehrer, un neuro scienziato-scrittore con un passato di ricercatore in biochimica cerebrale nel laboratorio di Eric Kandel alla Columbia University.Egli cita il caso di un sadico pluriomicida di nome John Gacy Jr., arrestato nel 1978 e giustiziato nel 1994; a suo carico 33 omicidi di giovani torturati, sodomizzati, uccisi e poi sotterrati in casa o in giardino. Sposato con una donna piuttosto ricca, due figli, persona molto stimata in loco; insospettabile la sua pederastia fino al 1968, quando è portato in tribunale da un ragazzo per violenza. Vince la causa perché si dimostra che il ragazzo si prostituisce, ma la sua reputazione è compromessa, non si sospetta però che sia un serial killer fino a dieci anni dopo, nel 1978. Un adolescenza di ragazzo intelligente ma con poca voglia di studiare, gioviale, attivo boy scout e facile alle amicizie. A 11 anni aveva preso un colpo in testa con la formazione di un grumo di sangue che sarà scoperto cinque anni dopo e rimosso; prima dell‟operazione aveva sofferto di
blackout mentali e problemi di vista. Bravo ragazzo prima e brav‟uomo poi, dotato per gli affari, amante delle feste rustiche, generoso, benefattore della comunità, clown volontario negli ospedali per intrattenere i bambini malati, eletto uomo dell‟anno dalla camera di commercio della sua città. Veniamo al giudizio di Lehrer:
John Wayne Gacy era uno psicopatico. […] A prima vista sembra strano pensare agli psicopatici come a dei decision-maker. […] Ma ogni volta che Gacy assassinava un ragazzo, ammazzandolo senza il minimo senso di disagio, stava prendendo una decisione. […] Nella maggior parte dei test psicologici gli psicopatici appaiono perfettamente normali. La loro memoria di lavoro non è danneggiata, usano il linguaggio normalmente e non hanno una soglia dell‟attenzione limitata. Anzi, molti studi hanno riscontrato che gli psicopatici possiedono un quoziente d‟intelligenza e una capacità di ragionamento superiori alla media. La loro logica è impeccabile. Ma quest‟intelligenza intatta cela un disturbo devastante: gli psicopatici sono pericolosi perché il loro cervello emotivo è danneggiato. Pensate a Gacy. Secondo lo psichiatra nominato dal tribunale egli sembrava incapace di provare rimpianto, tristezza o gioia. Non perdeva mai le staffe né si arrabbiava più di tanto.
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J.Lehrer, Come decidiamo, cit., pp.140-141.1100
Ivi, p.81L‟associazione della razionalità pura con la psicopatia è un po‟ forzata, e tuttavia se si pensa ad altri serial killer o a personaggi come Adolf Hitler pare plausibile.
Sbaglieremmo comunque se pensassimo che non sia possibile l‟impiego della
ragione in senso positivo quando si riesca a liberarla da fattori emotivi. C‟è una caso che ha fatto epoca di cui è stato protagonista nel 1949 un pompiere americano di nome Wag Dodge, il quale, con un azione assolutamente contro intuitiva, ha dato fuoco per salvarsi dal fuoco. Appiccare fiamme per salvarsi dalle fiamme richiede un uso della pura ragione che è paradigmatico. Come ha fatto Dodge a non fuggire davanti alla barriera di fuoco che gli stava arrivando addosso, soffocare il panico, fermarsi a pensare un attimo, e poi decidere il da farsi? Ce ne dà conto il Nostro:Dodge sentì dietro di sé il calore. Guardò alle sue spalle e vide che il fuoco era a meno di cinquanta metri e stava guadagnando terreno. Fu allora che Dodge capì che non sarebbero mai riusciti a guadagnare distacco dall‟incendio. La collina era troppo ripida e le fiamme troppo veloci. […] Accese un fiammifero e diede fuoco al terreno davanti a sé. Guardò le fiamme allontanarsi, su per le pareti del canyon. Poi Dodge si mise al centro di quelle ceneri, così che una sottile barriera di terra bruciata lo circondasse. Si distese sulla brace ancora ardente. Si bagnò il fazzoletto con l‟acqua della borraccia e cercò di inalare il poco ossigeno rimasto vicino al terreno. Dopo alcuni minuti di terrore si rialzò dalle ceneri praticamente senza un graffio. Tredici pompieri persero la vita nell‟incendio di Mann Gulch.
1100La
ragione in quell‟uomo aveva vinto la psiche che nei suoi colleghi aveva prevalso gettandoli nel panico di una fuga mortale, ma probabilmente aiutata dall‟intelletto che le ha dato le coordinate spaziale e temporali "all‟istante". Se si è in balia della psiche di solito si fa una sola cosa: scappare! Dodge non era scappato, si era guardato intorno con l‟intelletto, aveva riflettuto rapidamente con la ragione e aveva escogitato un espediente semplicissimo che è poi diventato materia di studio delle tecniche antincendio: bruciare tutto ciò che c‟è, consumare l‟ossigeno e lasciare cenere. Quando le fiamme arrivano lì si spengono! I suoi colleghi (solo altri due si salvarono trovando riparo tra le rocce) erano andati irrimediabilmente soggetti al perceptual narrowing (restringimento percettivo) per il quale l‟ambiente era diventato una cosa sola: fuoco, nient‟altro.La selezione naturale ha progettato il cervello animale per percepire il pericolo attraverso la paura, essa è la preziosa sentinella della sopravvivenza. È noto che davanti a un grosso predatore, sia esso un leone o un orso, l‟unica cosa da fare è stare immobili, il predatore è selezionato filogeneticamente per rincorrere e afferrare oggetti viventi in movimento, non fermi. Come si può battere il restringimento percettivo? Solo con la
ragione. La razionalità non è altro che "valutare" le alternative operative e comportamentali, il difficile è farlo se la psiche incalza. Ma per farlo ci vuole tempo e se tempo non ce n‟è ci vuole un grande controllo delle pulsioni psichiche "al panico" per riuscire a "valutare". Conclude Lehrer:La tragedia di Mann Gulch ci impartisce un‟importante lezione sulla mente. Dodge sopravvisse all‟incendio perché riuscì a ricacciare indietro le sue emozioni. Quando capì che la paura aveva esaurito la sua utilità – gli aveva detto di correre ma non c‟era un posto dove andare – Dodge riuscì a resistere ai suoi impulsi primari. A quel punto si rivolse alla sua mente cosciente, che è capace solo del pensiero deliberato e creativo. Mentre le emozioni automatiche si concentrano sulle variabili più immediate, il cervello razionale è in grado di espandere la lista delle possibilità. […] E così Dodge smise di correre. Se voleva sopravvivere al fuoco doveva pensare.
11011101
Ivi, pp.83-841102
Ivi, p.89Questo nostro trattare separatamente le organizzazione ha un difetto, non dà infatti conto di ciò su cui si basa la nostra tesi sul mentale, la
plurintegrazione. Infatti nel caso di Dodge è probabile che sia stato molto importante l‟intelletto, fautore della capacità di intuire ciò che non è immediatamente evidente e di aprire orizzonti cognitivi che la ragione traduce in progetti. Probabilmente ragione e intelletto hanno anche fruito dell‟aiuto della memoria, che avrà fatto ricordare a Dodge qualche episodio pregresso in cui aveva constatato che il fuoco si ferma quando non c‟è più niente da bruciare o non trova ossigeno.Si hanno buoni motivi sperimentali per pensare che il pensiero razionale abbia la sua fonte di produzione nella corteccia prefrontale, ma sarebbe un errore pensarla lì, poiché le
organizzazioni sono configurazioni integrantesi con altre, non aree cerebrali o loro porzioni. È soltanto l‟interazione tra configurazioni funzionali che legittima l‟uso dell‟aggettivo mentale, essendo gli studi sulle reazioni agli stimoli e sui comportamenti stereotipi appartenenti invece alla categoria del cerebrale. Sino a quando non si uscirà da questa confusione linguistica gli studi sulla mente continueranno a produrre topolini che spariscono immediatamente nella pancia di un "gattone cerebrale", lo si nomini come si vuole. In quanto alla ragione occorre chiarire un problema importante che è il seguente: l’uomo riesce ad esercitare la ragione da sola? E se no, come e con che cosa la si deve coniugare per renderla operativa e produttiva di decisioni razionali? Dobbiamo sempre tenere presente che per l‟avvio di una qualsiasi configurazione mentale che produca decisioni c‟è sempre bisogno di un movente volontario espresso dall‟attivazione della volontà. Metaforicamente è essa che preme il grilletto per l‟attivazione dell‟attenzione.Per rispondere al quesito sopra posto ci aiuta ancora Lehrer col suo studio sulla
decisione. In un esperimento sono poste agli esaminandi due alternative di scelta esattamente equivalenti, ma in un caso si sottolinea ciò che si guadagna e nell‟altro ciò che si perde. Presentare come alternative diverse opzioni vincere/perdere del tutto equivalenti permette di capire come la psiche funziona e come possa mettere in scacco la ragione: le false alternative producono sicuri framing effects (effetti di presentazione) come derivati della loss aversion. Che la nostra psiche non-ami-perdere lo sapevamo già, ora ne abbiamo una conferma: su 50 dollari di partenza nelle due presentazioni se ne mantengono 20 e se ne perdono 30, identicamente. Quando però si presenta la variante per guadagnare 20 dollari essa è scelta dal 42%, quando si presenta quella per evitare la perdita di 30 dollari la sceglie il 62%. È la stessa ragione per cui al supermercato si è più propensi a comprare carne all‟85% di polpa di quella al 15% di grasso.I ricercatori poi scoprirono che associando la prova con la lettura del cervello dei pazienti attraverso la fMRI, quelli che avevano optato per evitare la perdita di 30 dollari rivelavano un‟importante attivazione dell‟amigdala. Dunque questa regione del cervello si rivela sensibile alla negatività
1102, ma evidentemente non tutti ne subiscono l‟effetto dominante, e tuttavia non è che quando prevale la ragione sulla psiche l‟amigdala sia meno attiva. Vi sono quindi persone dominate dalla psiche e altre (poche) che talvolta o spesso la riducono con la ragione. Fin qui il saggio è interessante e utile, ma quando tenta di "fisiologizzarsi" alla Damasio lo è molto meno:Con grande sorpresa degli scienziati, era l‟attività della corteccia prefrontale e non dell‟amigdala a prevedere al meglio le decisioni dei soggetti sperimentali. Quando l‟attività nella corteccia prefrontale era maggiore, il soggetto era più
capace di resistere al framing effect. Riusciva a trascendere suoi sentimenti irrazionali e capire che le due descrizioni si equivalevano. 1103
1103
Ivi. pp.89-901104
Ivi, p.97.1105Ibidem
1106
J.Lehrer, Come decidiamo, cit., p.129.1107
E.Boncinelli, Io sono, tu sei, cit., p.135La decisione razionale si accompagna a maggior attivazione della corteccia prefrontale rispetto all‟amigdala, cioè la ragione prevale sulla psiche, ma non è l‟irrorazione sanguigna a dirci il "perché"!
Il lavoro di Lehrer diventa ingenuo quando afferma che gli esseri umani non sono «burattini del sistema limbico», facendo pensare che possano esistere "eroi del lobo prefrontale". Se ciò fosse, il mentale sarebbe chiaro e definito e la "prevalenza" dell‟irrorazione sanguigna in certe aree più che in altre rivelerebbe come funziona la mente. Aggiunge: «Se il cervello emotivo vi sta portando verso una decisione sbagliata, potete seguire di servire il vostro cervello razionale. Potete usare la corteccia prefrontale per ignorare l‟amigdala.»
1104 È esattamente ciò che hanno sostenuto i Platone, i Cartesio e gli Husserl, su esso costruendo sistemi velleitari, di pura fantasia, volti alla realizzazione del "razionale" e della "virtù" e il Nostro ci parla addirittura di «controllo esecutivo» e del "potere" 1105 della corteccia prefrontale. Una grande corteccia prefrontale ce l‟abbiamo noi e il gorilla no, quindi fa la differenza, ma qui si allude al fatto che sarebbe una "centrale di comando". Più avanti il Nostro sostiene che la razionalità è facilmente depotenziabile:La storia del pensiero occidentale trabocca talmente di peana alle virtù della razionalità, che la gente rifiuta di considerarne appieno i limiti. La corteccia prefrontale, si è scoperto, è facile da raggirare. Basta qualche cifra in più o una paletta per caramelle un po‟ più grande e quest‟area cerebrale comincia a prender decisioni irrazionali.
1106Se «quest‟area cerebrale comincia a prendere decisioni irrazionali» ciò significa una cosa sola, che non è specifica della ragione ma può configurarsi anche come psiche. Inoltre: che le differenti funzioni sono definibili e le loro aree di attivazione no, pe la semplice ragione che c‟è plurintegrazione e non "definizione".
La
ragione è una facoltà preziosissima che ha raggiunto, verosimilmente negli ultimi trenta-quarantamila anni d‟evoluzione dell‟homo sapiens, livelli importanti, ma è molto dubbio che possa lavorare da sola e né, se ciò fosse, ne trarremmo vantaggi significativi. La ragione ha forti limiti perché evidentemente l‟evoluzione ha premiato la psiche. Scrive Boncinelli:Il fatto che la nostra mente individuale non sia in tutto per tutto razionale non è necessariamente un male. Funzionare per schemi mentali approssimativi e non perfettamente logici può avere la sua convenienza. Nell‟affrontare certi problemi troppo complessi e che richiederebbero una lunghissima catena di ragionamenti logici, procedere per schemi euristici, anche se non perfettamente razionali, può costituire un vantaggio, se non altro nel render più spedito il processo decisionale […] Talora la prontezza può risultare un fattore critico e anche qui la prontezza non è sempre compatibile con l‟esattezza.
1107L‟evoluzione ha favorito una "razionalità debole" perché una "razionalità forte" non sarebbe utile per la sua lentezza. A differenza dei computer la nostra mente analizza in modo lentissimo, in compenso intuisce rapidamente con l‟
intelletto, ciò non toglie che nel chiuso del proprio studio un matematico possa affrontare un equazione sfruttando al meglio la razionalità, ma la prontezza intuizionale è facoltà dell‟intelletto. È probabile che nei problem solving l‟intelletto sia spesso più produttivo bypassando la ragione per arrivare a soluzioni magari imperfette, ma in tempo utile! L‟importante non è la perfezione (arriva sempre troppo tardi!) ma che un‟idea "funzioni passabilmente", anche perché il perfetto è troppo spesso nemico del buono.Sembra abbastanza frequente che psicopatie gravi si coniughino con una ragione dominante, con conseguenze talora terribili. Nel momento in cui la coscienza risulti alterata (com‟è nelle
psicopatie), l‟ asservimento a una ragione astratta, quindi malata, può essere devastante. Uno psicopatico razionalista è molto più pericoloso di un vero pazzo, in quanto il tasso criminogeno, trattandosi di persone spesso affascinanti e carismatiche, è direttamente proporzionale al potere che esercitano. Un pazzo tipico come lo schizofrenico fa solo del male a se stesso e raramente ad altri, lo psicopatico razionalista è in grado di asservire a sé migliaia o persino milioni di menti deboli o manipolabili. Il caso di Hitler dal 1933 al 1944 ne è caso storico esemplare: uno psicopatico carismatico che ha indotto il popolo a farsi complice dei suoi sogni criminali.
11.4 Monorazionalità, razionalità integrata, ragionevolezza
Pochi concetti sono tanto abusati e citati a sproposito come quello di
razionalità. Ciò deriva principalmente dal fatto che la cultura occidentale ha privilegiato sin dalle origini l‟esercizio della ragione sulle altre organizzazioni. Ma è anche uno dei più fraintesi, nel senso che spesso si guarda ad essa come fosse una facoltà potente ed univoca, quella che chiameremo la monorazionalità. Questa è facoltà del tutto astratta, totalitaria e persino metafisica, salvo realizzarsi forse negli psicopatici e in alcuni autistici. Altro errore è vederla come qualcosa che si possa esercitare "a comando" o "a volontà", oppure che caratterizzi il "nostro" cervello, cosa della quale ce ne dichiariamo persino "consapevoli e certi". Orbene, ciò è in gran parte falso. Abbastanza ridicoli e patetici incipit assertivi del tipo: Io che sono una razionalista ... e quel che segue. La via migliore per essere razionali è rendersi conto di quante volte siamo irrazionali, a cominciare da quando si sentiamo felici o tristi per delle banalità, godiamo a un complimento, ci commuoviamo, ci arrabbiamo, ecc. Comportamenti che ci paiono "calcolati" a volte sono nient‟altro che stereotipi razionalistici adottati irrazionalmente.Come è illusorio pensare di agire con razionalità assoluta così è illusorio farne del tutto a meno, per esempio con comportamenti puramente edonistici o puramente mistici. Sull‟importanza del ruolo della ragione nel pensiero e nella condotta umana sarebbe ozioso insistere. Vediamone piuttosto le differenze con la
ragione artificiale, quella dei computer, di cui la società moderna non può più far a meno. L‟introduzione degli elaboratori elettronici ha determinato una vera e propria mutazione antropologica e una straordinaria implementazione della ricerca scientifica come di tutte le forme di controllo di sistemi operativi complessi e delicati. La ragione artificiale è una utilissima protesi della ragione biologica perché la solleva dai compiti più astratti e più ripetitivi. Si potrebbe addirittura pensare che sollevandoci da essi, rende possibile diventare più umani, più sensibili al non-astratto, alle bellezze della natura e dell‟arte. In realtà vi sono molte persone plagiate dalla ragione artificiale quando si fa gioco "che gioca" l‟intelligenza dell‟uomo rendendola prima passiva e poi atrofica.La ragione artificiale resta comunque una grande opportunità di risparmiare fatica e tempo alla mente umana in numerosi compiti e con risultati molto migliori. I grandi risultati ottenuti e ottenibili sono perora sono tutti con i calcolatori
seriali, non sappiamo quanto valga la pena costruire i paralleli, almeno dal punto di vista pratico. Dal punto di vista euristico invece la ricerca deve proseguire, ma senza tentazioni ideologiche di appaiare il parallelismo informatico a quello biologico, anche perché questo è chimico, va a zucchero e a dirla tutta, funzionalisticamente, è come una bicicletta rispetto a una Ferrari. C‟è un‟altra ragione dell‟inconfrontabilità ed è la plurintegrazione, è essa che rende più debole perché la mette sotto scacco da parte delle emozioni e dei sentimenti. Se questo non c‟è e la ragione riesce ad essere pura e astratta in qualche individuo, è probabile che si tratti di uno psicopatico.Quella umana è dunque, di per sé,
ragione sporca ed è persino pericoloso purificarla, col rischio di fare automi alla Frankenstein, il lavoro pulito facciamolo fare a quella dei computer e teniamoci caro il lavoro sporco della nostra, imperfetta, labile e debole. Il perseguimento di qualsiasi forma diragione pura in un cervello biologico è tanto velleitario quanto stupido, si tratterebbe di una
monorazionalità univoca, non integrata, e se qualcuno la conseguisse ci sarebbe da starne lontani.11.5 L’idema, nucleo dell’individualità e della sensibilità
La prima cosa da dire circa l‟
idema è la sua assoluta inutilità. Il sé e l‟io determinati dalla psiche hanno una loro precisa ragione d‟essere biologica ed evoluzionistica, l‟idema no. Le emozioni prodotte dalla psiche hanno l‟importantissima funzione di favorire o inibire un‟azione, di colorare un pensiero di una certa "tonalità", di caratterizzare l‟azione, di darne modalità attuative, persino fini. Le abmozioni idemali fanno l‟opposto, allontanano dall‟azione utile, talvolta la inibiscono. D‟altra parte l‟idema, come peraltro lo è anche la ragione, sono funzioni mentali apparse tardissimo nell‟evoluzione degli homo, ma la ragione se non altro concorre al vivere quotidiano per miglioralo, renderlo più efficiente, tenere a bada le pretese della psiche, simbolizza, analizza e calcola. Nulla di paragonabile per l‟idema, tutto ciò che l‟idema sa fare è produrre e fruire bellezza, creatività, generosità, compassione, contemplazione, ma sappiamo bene quanto opinabili siano e quanto siano inutili dal punto di vista biologico. L‟idema dunque "lavora per il superfluo"e le abmozioni sono comparse nelle menti umane per uno scherzo del caso o per exattamento di qualche "scarto".Abbiamo attribuito all‟idema, oltre che la funzione di generare sentimenti estetici e gnoretici, anche e soprattutto quella di produrne di etici, dunque essa è il costituente principale di ciò che potremmo chiamare la
mente esistenziale, un tipo di atteggiamento mentale, rapsodico o abbastanza costante, di tipo non-quantitativo ma esclusivamente qualitativo. Ma ciò che dev‟esser ben chiaro è che le abmozioni, per quanto riguardino qualcosa di immateriale che abbiamo chiamato aiteria, se provocano piacere lo fanno attraverso gli stessi meccanismi di ogni altro piacere, attivando sinapsi dopaminergiche. Non solo, se nell‟abmozione c‟è piacere è probabile che ad essa si associ anche un piacere psichico se non addirittura un piacere corporeo. Abbiamo a fare con un effetto di trascinamento dall‟abmozionale all‟emozionale, o se si vuole dall‟idemale allo psichico; ma è un processo unidirezionale, perché l‟abmozione può sempre produrre anche emozione, ma questa è molto più difficile che porti all‟abmozione. L‟idema, evolutivamente recentissima e biologicamente inutile: lavora per "un suo mondo".Per capire che cosa faccia l‟idema dobbiamo rammentare che essa ha la specificità di lavorare con l‟aiteria anche se non esclusivamente. D‟altra parte essa è fatta di materia e con essa è omogenea e con l‟aiteria ha un rapporto soltanto percettivo ed elaborativo. Va però precisato che come è improprio parlare di
materia, che in quanto tale non esiste, ciò vale anche per l‟aiteria, nome insiemale per indicare l‟insieme degli aiteri. L‟abbiamo teorizzata quasi vent‟anni fa come espressione insiemale di una realtà extra-fisica costituita da aiteri, che a loro volta sono il frutto rielaborativo di supposti pneumi come aiterie-basi 1108, paragonabili alle particelle elementari per la materia. Dunque esistono soltanto solo aiteri, però li sostituiremo specsso discorsivament col loro insiemale aiteria.1108
C.Tamagnone, Necessità e libertà, cit., p.63 e pp.269-270.Nel proporre il
pluralismo ontologico, di cui abbiamo trattato in Necessità e libertà e poi in Dal nulla al divenire della pluralità abbiamo formulato l‟ipotesi che la realtà non sia unica bensì plurale e che, all‟interno di tale pluralità di reali ignoti ce ne sia uno (l‟aiteria appunto) che è diventato accessibile alla mente dell‟homo sapiens grazie a una funzione molto recente (concretizzatasi forse intorno ai 30.000 anni fa) che abbiamo chiamato idema. Questa permette agli uomini delle esperienze concernenti una realtà irriducibile alla materia che è l‟aiteria, esse danno luogo quindi a una dualità esperienziale (materiale e aiteriale) di cui abbiamo dato conto formulando nel 1997 il dualismo antropico reale come sua espressione teorica. Va però ribadito che per quanto l‟idema abbia accesso all‟aiteria essa è interamente materiale, formata da materialissimi neuroni, dendriti esinapsi. L‟aiteria nella nostra
weltanschauung, specificamene atea, accompagna, o meglio sta al margine, della materia, la inerisce ed è coestesa con essa. Materia ed aiteria sono coestesi e immanenti, ma reciprocamente irriducibili.La materia è il
reale fisico che ci fonda e ci costituisce, l‟aiteria ci permette di vivere esperienze extrafisiche che, per quanto inutili biologicamente, qualificano l‟uomo nel suo esser tale e si manifestano negli affetti e in sentimenti di varia natura (estetica, etica, gnoretici, dhianasica). Tale tipo di esperienze aiteriali hanno per fautrice funzione che l‟evoluzione ci ha regalato per puro caso, nel senso che mutazioni dendritiche, ma più probabilmente sinaptiche, hanno configurato questa funzione nuova, presto organizzatasi, per captare ed elaborare frammenti di aiteria. Per dare un‟idea di quale possa essere il rapporto ontologico materia/aiteria abbiamo proposto la metafora della schiuma. Si pensi a una qualsiasi schiuma (panna montata, maionese, polistirolo e poliuretano espansi ecc.) dove la sostanza liquida o solidificata condivide lo spazio occupato con l‟aria che l‟avvolge e la penetra senza avere alcun rapporto fisico né chimico con essa. Metaforicamente la sostanza solida o liquida che supporta la schiuma è la materia e l‟aria che l‟avvolge e la penetra l‟aiteria.Per formulare un „altra idea più vicina alla nostra
esistenzialità pensate alla vostra stanza. Ci sono muri, mobili, oggetti della più varia natura, aria, luce, rumore e infine, in rappresentanza del biota, voi e una miriade di minuscoli insetti e di esseri viventi sempre più piccoli e invisibili che sono batteri e virus. Ma vi sono anche miliardi di miliardi di ancor più piccoli e ancora meno visibili particelle elementari che sono fotoni, elettroni, neutrini, quark, i costituenti-base di tutto ciò che è materia, comprese le nostre menti. È allora questo il tutto che c‟è nella mia stanza? Da un punto di vista razionale nulla contrasta a quest'ipotesi, poiché il nostro senso generale del mondo e l'insieme delle nostre facoltà di approccio alla realtà ci rivelano che ciò che esperiamo è fatto da fotoni, elettroni, neutrini e quark. Risponde a logica pensare che affetti e sentimenti siano fatti di tali particelle elementari? Orbene, la materia anche nella forma più evoluta delle quasi immateriali sinapsi secondo noi non costituisce "il tutto" della realtà, per la semplice ragione che, se così fosse, alcuni aspetti essenziali del nostro esistere diverrebbero illusori. Ma è credibile che i sentimenti siano fatti di fotoni, elettroni, neutrini o quark?A noi "non" pare ragionevole pensare che uno stato d‟animo sia riducibile alle stesse particelle che formano cervelli e corpi, muri e mobili, aria, luce, caldo o freddo, "assolutamente" le stesse sia nel vostro cervello sia in quel sassolino che prendete a calci. Quali processi di assemblaggio e trasformazione della materia potrebbero mai determinare un sentimento, quando esso sarebbe dal punto di vista dei costituenti elementari esattamente identico a un pezzo di ferro o di piombo? Ci pare legittimo supporre che nello stesso spazio della stanza in cui scrivete e leggete, quando pensate al fiore sul davanzale
non per quel che è ma per quel che vi dà e ogni altro sentimento che vi investa che tutto sia fatto con fotoni, elettroni, neutrini e quark. La bellezza di quel fiore, che non è il fiore come funzione sessuale della pianta a cui appartiene, noi pensiamo non sia materiale, ma appartenente ad un "altra" realtà.Tale realtà "altra", la bellezza del fiore che la vostra
idema percepisce (ma che non è il fiore in-sé ma gli aiteri che gli stanno al margine), non potrebbe essere costituita da una moltitudine altrettanto sterminata di particelle immateriali differenti da quelle della materia? Per capire di che cosa parliamo dobbiamo introdurre il concetto di effettualità aiteriale. Dell‟aiteria ognuno di noi percepisce probabilmente soltanto "qualcosa", ma questo qualcosa produce effetti "reali" ma irriducibili alla materia, infatti non hanno spazio, tempo, moto, sostanza. Per chiarire che l‟aiteria non è un parto di fantasia, ma una semplice constatazione di ciò che noi e voi esperiamo chiaramente come gli affetti e i sentimenti (e non credo che siate disposti a definirli "irreali"!) abbiamo formulato tre argomenti, certamente non esaustivi ma quanto meno indicativi dei modi in cui è possibile spiegare perché l‟aiteria è reale e non immaginaria. Con essi non intendiamo convincere nessuno ma soltanto "proporre" un punto di vista ontologico.Il primo argomento l‟abbiamo chiamato
logico (ma niente affatto sotto forme di logica formale!) perché concerne l'irriducibilità delle esperienze idemali (le abmozioni) alla materia. Ne abbiamodato un preliminare nella
metafora della schiuma, che sottolinea la totale estraneità ed anzi la radicale contrapposizione al concetto di spirito quale origine e causa della materia. La differenza relazionale tra la materia e lo spirito e tra la materia e l‟aiteria è abissale, poiché lo spirito è ontologicamente il creatore (origine-causa) della materia, mentre l‟aiteria sta ontologicamente "accanto" alla materia, o come ci piace dire al margine di essa. L‟aiteria è marginale rispetto alla materia e la materia le è supporto, non esistono infatti cose o persone che non siano "materiali" per quanti aiteri percepiscano con l‟idema. Sullo sfondo di un ipotetico pluralismo ontologico (ipotetico perché inverificabile) e con l‟aiteria che tra tutti i possibili reali extra-fisici è l‟unica a noi accessibile, abbiamo formulato un dualismo esperienziale antropico espresso teoricamente come dualismo antropico reale. All‟interno dell‟ipotesi di un pluralismo ontologico vi è, realissimo, quel pluralismo onto-fisico che impropriamente chiamiamo materia.Veniamo al pratico, ci sono momenti della nostra vita durante i quali noi viviamo delle esperienze i cui effetti mentali sfuggono ad ogni indagine scientifica. La loro natura, proprio da un punto di vista scientifico, è così effimera e inconsistente che, passate le circostanze in cui si sono verificati, quegli effetti sembrano scomparire nel nulla, lasciando di sé soltanto una traccia mnemonica più o meno marcata. Essi sono come sospensioni o accelerazioni del flusso vitale, che alterano per un istante dell‟esistenza le normali modalità d‟esistere e di sentirsi esistere per poi scomparire, restituendo quella metaforica "luce" materiale che rende riconoscibile la quotidiana realtà, le leggi di causa/effetto, la certezza dei fatti e dei corpi, la percezione dell‟«io penso», la consapevolezza del nostro corpo e del resto del mondo. Se non che, mentre noi sappiamo esattamente ciò che costituisce la realtà della materia, che in ogni suo dettaglio possiamo definire e calcolare, che cosa sappiamo dell‟abmozione che proviamo durante l'ascolto di una certa musica in un dato istante?
Noi verifichiamo un‟
effettualità che, per le ragioni sopra poste, non pensiamo né causata da qualche tipo di materia (come i neurotrasmettitori o gli spike che corrono negli assoni) e né riducibile ad essa. Per capirci, secondo noi è l‟aiteria che stimola "in un certo modo" i circuiti neurali dell‟idema e non questi che producono quella e quindi, se la nostra tesi è corretta, l‟aiteria per quanto inconoscibile è reale dal punto di vista effettuale. Non soltanto, tale effettualità in qualche misura è persino ripetibile, può addirittura essere comune ad altre persone con le quali siamo in compagnia ma con individualità totalmente differenti. Una musica è fatta sì di suoni, ma non sono i suoni a fare la musica, così come un dipinto è fatto di colori ma i colori non fanno pittura, così come la poesia è fatta di parole ma le parole non fanno poesia. In un lieder di Schubert sono materiali i suoni del pianoforte che accompagna chi canta e materiali quelli che escono dalla gola di questi, eppure c‟è dell’altro senza il quale quel lieder "non esisterebbe".Dal momento che Schubert è stramorto, vuol dire che esiste una realtà immateriale che si "attualizza", qui ed ora, per mezzo di materie producenti suoni che il creatore ha legato quali
supporti materiali al prodotto aiteriale che ha creato, riproducibile e replicabile in migliaia di esemplari anche tecnologici. Il prodotto aiteriale di Schubert è uno, ma si può attualizzare nel tempo e nello spazio in un numero di esecuzioni nelle quali ulteriore aiterialità la daranno gli interpreti. Quell'effetto si verifica nel nostro cervello del quale sono note strutture e meccanismi, ma non la sostanza e i modi con cui lavora l‟idema, per quanto sia tale sostanza e sia i modi con cui è percepita ed elaborata siano "immanenti" alla materia fisica seppure ad essa irriducibili. In altre parole, abbiamo una funzione mentale, l„idema, capace di sottrarsi alle leggi della materia (che pure la costituisce) per accedere ad "altro": un altro che è inconoscibile ma parte integrante della realtà umana e che si offre soltanto alla sensibilità intuitiva dell‟idema.Il secondo
argomento lo abbiamo chiamato etico. Consideriamo la quotidianità: al di là del senso di soddisfazione o d‟insoddisfazione per come "ci vanno le cose" siamo continuamente colpiti dall'iniquità che pervade il mondo. Iniquità non tanto generata dalla malvagità dell'uomo, ma interna e strutturale alla vita e all‟evoluzione del biota: teatro di ferocia e crudeltà sulla terraferma, nel mare e nel cielo, poiché l'energia vitale si produce nutrendosi a spese di altri. Né la prospettiva muta se noi pensiamo ad accadimenti naturali come terremoti, alluvioni e siccità che hanno conseguenze perverse proprio sull'esistenza dei più deboli e indifesi. Guardando un pò più da vicino ciò chesiamo, ci accorgiamo che il patrimonio genetico determina doti quanto handicap, spesso determinanti per successo o sconfitta, ma senza meriti e senza colpe. Se la rettitudine talvolta è premiata lo è in incerto e relativo anche nelle società più democratiche, più spesso la prepotenza, la furbizia e la frode (com‟è tra le bestie) la vincono a favore di individui o gruppi secondo logiche che il nostro senso della giustizia aborre. Le disgrazie o le fortune colpiscono l'umanità alla cieca in modo "immorale" e ciò fa dire a qualcuno che se Dio ci fosse sarebbe un sadico perverso.
La rivolta morale che si scatena in noi di fronte all'iniqua e casuale distribuzione di premi e castighi pone problemi che devono trovare risposte esaustive che non siano consolatorie o ideologiche. I quesiti sono due: 1°, perché il mondo è un teatro di iniquità? 2°, perché la nostra coscienza si ribella a tale iniquità? Al primo pensiamo di aver risposto esaurientemente sia in
Dal nulla al divenire della pluralità (2008) e sia in Dio non esiste (2010). Al secondo rispondiamo postulando che, percependo noi qualcosa che non è materia e fuori della sua fenomenica, abbiamo esigenze interiori che la materia non soddisfa né potrebbe mai soddisfare. Queste esigenze interiori sono senso etico. C'è di più; la realtà non è soltanto iniqua in termini etici, è anche fortemente contraddittoria in termini gnoseologici. Aldilà delle leggi fisiche e del caso anche il mondo umano si presenta incoerente e iniquo. Perché mai la mente dell‟uomo dovrebbe percepire come iniquo ciò che non lo è? Se la sua mente si evoluta per cogliere al meglio la realtà del mondo perché mai dovrebbe cogliere negatività dove non c‟è? All‟asserto che questo mondo «è il migliore dei mondi possibili» in quanto creato da Dio che è giusto e buono, la nostra sensibilità etica si ribella.Se il mondo reale e "naturale" è iniquo e perverso, l‟aspirare a uno differente da parte di un animale particolare (che pensa e sente) è dunque "innaturale". E innaturale è il sentimento umano della
pietà, assurdo rispetto alla logica del vivente, della selezione e del prevalere del più adatto. Da dove proviene l‟istanza etica che alimenta i nostri sentimenti affettivi, solidaristici o pietosi? Essi sono fuori da logiche simbiotiche o collaborative, che restano e sempre irrimediabilmente "egoistiche" anche quando non appaiono tali, di cui sono esempio le cure materne e parentali. Non c‟è alcuna giustificazione biologica né razionale nel mantenere in vita un handicappato grave o una persona anziana e malata: però lo facciamo e non per ricevere riconoscenza. Gli affetti umani, in se stessi, non c‟entrano con la materia vivente, che si evolve positivamente proprio "ignorando" l‟etica umana, che è "degenerazione" dell‟evoluzione. Il branco degli elefanti abbandona il vecchio ammalato come peso intollerabile, l‟aquilotto più forte ammazza l‟altro perché i suoi genitori non potrebbero procurare cibo ad entrambi, il cuculo appena nato butta giù dal nido i legittimi abitanti che si schiacciano al suolo. Centinaia di altri esempi di "immoralità" sono possibili, piaccia o non piaccia, questa è la natura "vera", non quella "poetizzata".Orbene, l‟assurdità e la ripugnanza della logica del vivente ci spinge, sentimentalmente, a trasgredire le sue leggi in nome di istanze molto differenti, che molti pensano "divine" e che invece noi, molto più semplicemente, pensiamo "aiteriali". Noi tendiamo coi nostri sentimenti etici a trasgredire le leggi della natura andando (a causa della percezione dell‟aiteria da parte dell‟idema) " fuori" della
ragione biologica. Ciò va a conferma del fatto che abbiamo un rapporto con una realtà "altra" dalla materia, realtà che si rivela coinvolgendoci in un‟etica biologicamente assurda e negativa, estranea a una materia vivente reale che però è incompatibile col nostro senso della giustizia, della pietà, della solidarietà. In natura chi è debole o soffre significa che è non-adatto e la selezione lo elimina, noi facciamo il contrario! La nostra sensibilità etica (aiteriale) è in netto contrasto con le leggi della natura e l‟idema è "fuori" della natura. Se i nostri sentimenti sono oppositivi alla natura vuol dire che l‟idema è "negativa" ai fini evolutivi.Se l‟idema è reale e non illusoria, ciò significa che essa potrebbe "teoricamente" non andare soggetto alle leggi del
vivente, o per lo meno tendere a liberarsene, promuovendo comportamenti difformi e incoerenti. Le contraddittorietà della storia passata e recente delle società umane sembrano confermare l'esistenza di qualcosa in noi che "inquina" i meccanismi del mondo materiale, regolato dalla fisica e dalla ragione biologica evolutiva. Questo "qualcosa" è sconosciuto, ma intuito e, del tutto inconciliabile con le ragioni evolutive e conservative del biota, che sono nemiche dell‟etica. Che cosa pensare di quel magnifico campione dell‟evoluzione felina che è il leonemaschio se dopo aver ammazzato il rivale non ammazzasse anche tutti i suoi figli? Se venisse preso dalla pietà che ne sarebbe della sua discendenza e di converso della selezione? Che dire delle leonesse se non diventassero subito feconde per sostituire i figli avuti dal capo di prima con altri del vincente di adesso, ma si soffermassero a piangere i loro piccoli trucidati dal maschio con cui stanno per accoppiarsi?
Fin'ora le risposte all‟iniquità e alla contraddittorietà del nostro mondo sono state di tre specie: "razionale", "elusiva" e "trascendente". La prima, affermatasi nell'Ottocento col
positivismo evoluzionistico, nega ogni tipo di realtà extrafisica che ci possa concernere e postula la nientificazione di ogni individualità vivente a favore della specie o della vita nella sua globalità. La logica della vita pretende infatti adattamento e in caso di penuria alimentare competizione e lotta per la sopravvivenza del migliore. Lo sviluppo e il miglioramento di una specie significa che essa è vincente rispetto ad altre perdenti (in quanto forte), mentre la decadenza e l'estinzione sono l'esito della debolezza, sessuale, somatica o caratteriale. In definitiva, il "bene" biologico si identifica con l'inarrestabile affermazione del più forte o del più adatto; il "male" con ciò che la compromette, che è inefficiente o debole.La
risposta elusiva è delle filosofie spiritualistiche orientali (Buddhismo, Taoismo, ecc.) che postulano un processo di elevazione dell'individualità verso la Totalità. L‟io, schiavo del desiderio e del dolore, è ciò che bisogna soffocare. La risposta trascendente è quella espressa dal monoteismo (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam) per il quale le disgrazie e le sofferenze sono da Dio consentite affinché sia messa alla prova la fede degli uomini ed Egli possa decidere chi è da premiare e chi è da punire post mortem. Risposta di grande efficacia poiché garantisce un vero e proprio sistema di risarcimento dell‟iniquità e della sofferenza, anche se differito. La risposta razionale è disumana, la risposta elusiva è fuga" da sé e dal mondo, la risposta trascendente nella sua meravigliosa arbitrarietà è "divinamente" e "provvidenzialmente" consolatoria, foriera di speranza in un avvenire in cui Dio ci renderà giustizia.. La prima insulta il sentimento, la seconda insulta la nostra individualità, la terza insulta la ragione.A fronte dell‟implausibilità e dell‟inconciliabilità di tali risposte, il porre l‟esistenza dell‟aiteria e d‟una funzione mentale che la percepisce e la elabora offre una risposta che non può che avvalorare la prima ma nello stesso tempo prendere atto che essa è ripugnate. La ripugnanza che sentiamo non può esser certamente della ragione, dell‟intelletto o della psiche: solo la innaturale idema, ponendosi fuori del materiale, sfugge alla fisicità implacabile ed indifferente. L'idema, accogliendo
aiteria ed elaborandola, genera una specie di "spirito individuale" (o idioaiterio) che "potrebbe" (forse) sussistere anche dopo la nientificazione. L'idioaiterio però non potrebbe avere natura e caratteri dell'idema quale "formatrice", essa è funzione extraintellettiva che sente l‟aiteria e si fa attraverso essa trasformando. Un "farsi" che è nello stesso tempo un "formare" qualcosa di differente-da-sé. L‟idema è materia, il suo prodotto (l‟idioaiterio) non lo è.Vediamo l‟
argomento osservazionale-percettivo. Ogni aspetto della realtà materiale (fenomeno od oggetto) è inosservabile ed impercepibile "congiuntamente e contemporaneamente" da un punto di vista fisico-strutturale e da uno affettivo-estetico. Se noi osserviamo un fiore dal punto di vista del botanico non possiamo farlo contemporaneamente da quello del pittore. Questo non significa che il pittore non possa essere uno studioso di botanica e che il botanico non possa essere un pittore, ma semplicemente che l‟approccio dell‟osservatore all‟osservato nel "qui ed ora" o è scientifico oppure è estetico. L‟attenzione può essere indotta dalla ragione o dall‟idema, ma non da entrambe contemporaneamente, e l‟intenzione-attenzione permette di considerare i percepibili "una alla volta". La realtà osservabile-percepibile va riferita a due ambiti di realtà, poiché l‟essere consapevoli dell‟ecosistema che accoglie il fiore, della struttura chimica a base della materia che lo forma, dei pigmenti che lo colorano, dei profumi, delle forme di petali antere e pistilli in funzione della riproduzione, confliggono col sentimento estetico, completamente estraneo, anzi distraente. E viceversa, se un fiore viene colto nella sua bellezza (o per i ricordi che evoca) le considerazioni di tipo fisico o biologico sono estranee, distorcenti lo stato d‟animo estetico. Ci sono due blocchicognitivi ed entrambi
reali, informazioni fisiche, chimiche e biologiche da un lato, contemplative dall‟altro.La "dualità" dell‟approccio alla
realtà riguarda ogni aspetto del mondo visibile, udibile, tattile, pensabile o sognabile. Sia che si consideri l‟acqua del mare o i raggi solari al tramonto, la terra sotto i nostri piedi o gli insetti che ci abitano, il cielo di giorno o di notte, sempre ci comportiamo come osservatori tendenzialmente "estetico-affettivi" oppure "scientifico-pragmatici". Con gli esseri umani è difficile dire quando la simpatia nasca dalla stima o dall‟attrazione sessuale o dal carisma, ed all‟opposto l‟antipatia dal timore di riceverne danno o dalla repulsione fisica. Però, possiamo sempre individuare due sfere di percezione molto differenti, che concernono separatamente gli elementi fisici-strutturali e quelli affettivi. Un medico, abituato a giudicare la salute dei suoi pazienti dallo stato della cute o dal colore della congiuntiva oculare, se coglie "da medico" aspetti negativi sul volto della propria madre sarà solo separatamente che "da figlio" tradurrà in sentimento ciò che ha percepito. O avverrà il contrario e l‟iniziale percezione della sofferenza della persona amata (e l‟impulso a porvi rimedio) lo spingerà all‟osservazione clinica, da terapeuta, per decidere il da farsi per risolvere il problema.Il fatto che uno studioso di ragni o di vermi arrivi ad amarli talmente da trovarli bellissimi (contrariamente o ciò che ne pensa il profano) è corollario dell‟argomento osservativo-percezionale; poiché la bellezza o la bruttezza come l‟amore o la deprecazione non sono fenomeni oggettivi ma della sensibilità idemale. Ma quando l‟entomologo considera analiticamente i suoi oggetti prescinde dalla simpatia e dall‟affetto. Qualunque sia la ragione dell‟approccio a un pezzo di realtà vi sono sempre due blocchi di informazioni-sensazioni separati all‟origine e l‟utilità e l‟utilizzabilità sono incompatibili con amore e repulsione. L‟ammirazione di un subacqueo per l‟eleganza con cui nuota uno squalo non si coniuga col terrore quando avverte la minaccia, così come la tentazione di un meteorologo di star fermo mentre il ciclone arriva per coglierne la terrificante bellezza è estranea alla razionalità che lo indurrebbe a ripararsi. Sia il subacqueo che il meteorologo sono sul filo del rasoio dell‟esperienza materiale e di quella aiteriale, il sovrapporsi delle due può sottoporli a
stress dissociativo; in ogni caso, o agiscono secondo ragione o secondo idema. Lo stress della dicotomia materiale/aiteriale sarà comparso ad un certo punto dell‟evoluzione dell‟homo sapiens ed è possibile che l‟idema ci abbia biologicamente danneggiati. L‟accesso dell‟homo sapiens alla percezione idemale dell‟aiteria ho portato con sé situazioni e stati d‟animo impensabili prima di quel momento. Se l‟attuale struttura dell‟idema fosse comparsa all‟improvviso avrebbe avuto effetti devastanti sulla conservazione della specie, essa invece ha potuto svilupparsi in presenza di altre funzioni con cui ha imparato a convivere.L‟
aiteria sfugge ai due aspetti salienti della materia, la necessità delle sue leggi fisiche (irruzioni del caso a parte) e la quantità d‟energia (i quanti) che ne determinano le differenziazioni. Dunque si caratterizza per libertà e qualità, come dimostrano fenomeni aiteriali come gli affetti, i sentimenti del bello e del buono, della scoperta, della contemplazione della natura "aiteriata". In relazione a ciò dobbiamo pensarla come qualcosa che presenta dei caratteri, i quali potrebbero essere in teoria anche numerosi, ma di essi la nostra idema ne riconosce solo cinque che indichiamo come categorie analogiche esperienziali dell‟idema. Esse sono l‟estetica, l‟etica, la gnòresi, la cairéa e la dhianasi, che vediamo relative a cinque caratteri dell‟aiteria che indicheremo semplicemente con α, β, γ, δ ed ε. L‟aggettivo "analogiche" nasce dalla considerazione che noi (non conoscendo nulla dell‟aiteria ma soltanto intuendone l‟esistenza) possiamo tutt‟al più cogliere certi aspetti extrafisici della nostra esperienza riconducibili a "nostre" categorie esperienziali e ritenerli analoghi a più o meno corrispondenti caratteri aiteriali. Noi, in quanto materia, siamo in grado di formarci soltanto un "immagine materiale" dell‟aiteria e nulla più, le categorie analogiche sono solo una lettura antropica di possibili caratteri aiterialiLe nostre esperienze idemali, metaforicamente, riflettono (come può fare uno specchio) ciò che potrebbe essere l‟
aiteria. In realtà, soltanto una parte delle esperienze idemali sono facilmente riferibili a delle categorie e spesso si ha a che fare con "fluttuazioni di senso" Non abbiamo nessuna pretesa di riflettere la realtà dell‟aiteria, usiamo soltanto indicazioni comprensibili in riferimentoall‟esperienza comune. La prima categoria analogica dell‟aiteria la vediamo nell‟
estetica, col significato che essa ha assunto dalla metà del Settecento in poi come riferita all‟ambito del bello, sia naturale che artistico. L'etica concerne le condotte e i costumi, ma più specificamente gli aspetti positivi dell'azione individuale nei confronti del prossimo, della comunità di appartenenza, della società in genere, delle istituzioni, degli animali, dell'ambiente, ecc. Per quanto riguarda la terza categoria (la gnòresi) l‟abbiamo coniata col prefisso "gn" col quale inizia il termine greco "conoscenza" (gnosis) seguito da"òrexis" (che vuol dire: desiderio, brama). Tale parola composta allude a un agire non "per" o "in vista di ", ma per puro amore del conoscere in quanto tale, quindi senza "fini" pratici. La quarta categoria (la cairéa) la deriviamo dalla forma verbale greca "kairô" (che significa: mi rallegro, gioisco, sono contento, ecc.). Di primo acchito parrebbe superflua poiché anche altre categorie sono foriere di gioia, ma la cairéa si presenta come una disposizione all‟allegria e alla giocosità che non è "interna" ma si irradia tutt‟intorno. È molto rara e si coglie nei bambini e nelle persone semplici, ma può interessare anche animali capaci di irradiare contentezza e giocosità. La dhianasi infine (carattere ε) si riferisce a esperienze di tipo simpatetico nei confronti della natura in genere o di suoi aspetti.Le
categorie analogiche ci danno un quadro dei campi esistenziali in cui si realizzano gli incontri dell‟uomo con l‟aiteria e durante i quali si verificano le abmozioni. Campi ai quali si accede sia in modo casuale o spontaneo e sia in modo sistematico e volontaristico; ma accedervi non significa necessariamente esperire l‟aiterialità. Le abmozioni sono esperienze rare, non è sufficiente accostarsi ad un‟opera d‟arte con attenzione e concentrazione per sperimentare l‟estetica, ad una persona bisognosa di aiuto per esperire l‟etica, ad un bell‟albero con intenti botanici per entrare in gnòresi o dhianasi e così via. Una persona anziana che fin dall‟adolescenza è stata cultrice appassionata e sensibile della pittura rinascimentale ci ha confessato di non avere mai provato "niente" davanti alla Gioconda al Louvre, visto più volte, e di essersi commossa la prima volta a 15 anni e poi altre volte solo di fronte a buone riproduzioni in quadricromia. Perché una riproduzione abmoziona e un originale no? A causa dell‟affollamento e del brusìo che c‟è sempre in quella sala, a cui s‟aggiunge il trepestio. Forse per enfatizzazioni banalizzanti o per quell‟atmosfera kitsch che ne circonda la fama. O per il vetro che lo protegge? Forse per tutte queste cose messe insieme. Resta il fatto che una persona abmozionalmente sensibile ed esperta abbia sempre provato un "niente" di fronte a uno dei dipinti più affascinanti di tutti i tempi.Per provare
abmozioni non servono (o almeno non bastano) cultura e sensibilità combinate con le migliori intenzioni, probabilmente è il puro caso a determinare se quel giorno, a quella certa ora e in quel certo posto una persona vive un‟abmozione. Esse non sono esperienze che "si cercano" ma "si trovano" quando meno le si aspetta e in circostanze spesso per nulla deputate a produrle. Non solo, vi sono gradi abmozionali molto differenti, su cento volte che si ascolta un certo studio per pianoforte di Chopin o di Debussy soltanto "una certa volta" c‟è abmozione. Così come su cento volte che si guarda il volto di una persona amata ci si sente pervasi dall‟amore. Ma l‟esperienza aiteriale non riguarda neppure una "grande" musica o un grande quadro, anche una "cosa minore", un certo accordo, un certo colore, possono dare abmozione. Allo stesso modo un ragazzino sconosciuto incontrato per strada può darti un abmozione che tuo figlio non ti ha mai dato. In altre parole, le abmozioni sono esperienze privilegiate rare, senza preparazione, del tutto casuali, sempre inaspettate e con i riferimenti più imprevedibili e impensabili. Esse costituiscono sempre una sorpresa che "ti cambia", per pochi istanti, per poche ore o per la vita. Accade che dopo un intensa abmozione non ci si senta più quelli di prima, proprio perché si dischiude l‟orizzonte su una realtà diversa, fuori delle convenzioni sociali, fuori del vivere corrente.È probabile che, poiché esistono anche grandi differenze di sensibilità idemale, ci possa essere un certo grado di innata predisposizione a fare esperienze aiteriali in uno o più dei cinque campi citati. La
sensibilità intuitiva c‟è o non c‟è e può andare in una direzione o in un altra. Può accadere che un‟idema sensibile all‟etica non lo sia per nulla all‟estetica e che un grande artista sia una persona immorale. La possibilità di essere predisposti alle abmozioni non è decisiva, poiché esse sono eventi senza preparazione e senza premesse e a chiunque può capitare che dopo cento ascolti d‟una sonatadi Beethoven solo alla centunesima si provi
abmozione che magari non si proverà in successivi cento ascolti. Il rapporto dell‟idema con elementi di aiteria è difficile, raro e involontario. Un elemento aiteriale si offre sempre sotto le spoglie della materia che gli fa da supporto, oggetto d‟approccio per i nostri occhi o per le nostre orecchie. La facilità o meno con cui due persone arrivano ad amarsi e reciprocamente donarsi forse implica una simpatesi tra differenti ma sintonici idioaiteri idemali. La sensibilità intuitiva si può presumere caratteristica di certe persone o invece per niente.Di fronte a innumerevoli situazioni potenzialmente aiteriali solo alcune danno
abmozione, per ragioni casuali tra gli attori dell‟evento abmozionale può nascere simpatia o no, affetto e amore, ma sempre in modo inatteso. La simpatesi indica sintonia tra uomo e uomo, tra uomo e animale, tra uomo e pianta, tra uomo e cosa; infiniti sono gli scenari di fronte ai quali l‟al margine della materialità abmoziona. La relazione tra materia ed aiteria è stretta e l‟idema sa cogliere la seconda nella prima. La diversità (ed in qualche caso l‟opposizione) tra i due reali è relazione ma anche irriducibilità reciproca, poiché la loro estraneità è "di sostanza" non "di situazione". Il concetto di al margine concerne la compresenza e la coestensione di materia e aiteria ma in modo indeterminabile, un‟immanenza "senza contatto"poiché gli aiteri "avvolgono e penetrano" le entità materiali cui afferiscono. Ma come nascono gli aiteri e come si "attaccano" alle cose materiali? La nostra ipotesi è che le ideme elaborino aiteri e che questi avvolgano le materie che li supportano, ci sono dunque aiteri dei suoni, dei colori, delle forme, della bontà, della pietà, degli entusiasmi cognitivi, della gioia e della giocosità irradianti,Pare difficile pensare che anche altri animali abbiano l‟
idema, ma questo è tutto. Se degli osservatori esterni guardassero l‟uomo vivere come noi osserviamo vivere gli altri animali o le piante percepirebbero i nostri stati d‟animo? No! Dunque, noi che ne sappiamo degli animali al di fuori della loro fisiologia? Siamo convinti che ci sarebbero elementi coglibili da essi con qualche indicazione circa i nostri sentimenti e le nostre emozioni? «Che effetto fa essere un pipistrello?» (Nagel) , non possiamo saperlo! Restando però nel campo antropico (che è l‟unico di cui possiamo parlare) aggiungeremo che la nostra idema non soltanto percepisce l‟aiteria ma la elabora come farebbe una serie di umili utensili. L‟idema. nell‟accedere all‟aiteria la alimenta e la arricchisce formando dei nuovi aiteri che si attaccano alle cose materiali. Se siamo nel giusto la materia (sotto forma di idema) partecipa attivamente al trasformarsi e all‟arricchirsi dell‟aiteria.L‟
idema (o forse il suo idioaiterio) agisce sugli aiteri coi quali si correla modificandone le qualità anche attraverso processi di aggregazione e riconfigurazione esclusivamente qualitativa. L‟aiteria dobbiamo pensarla priva di alcun carattere dimensionale, essa è qualità mentre la materia è sempre quantità. L‟analogia con le "materie prime" dell‟arte ci è di qualche aiuto, poiché (sia che noi ci riferiamo alla musica, come alla poesia o alla pittura) ci troviamo sempre con dei materiali "primi" che vengono aggregati e condotti a una certa configurazione (o forma) il cui smembramento o riduzione rischia sempre di comprometterne l‟elemento aiteriale, non quello materiale. È infatti difficile immaginare la suddivisione o la riduzione in sottoinsiemi di una brano musicale, di un quadro o di una poesia senza rischiare di distruggere la qualità specifica che li concerne, poiché la materia «né si crea né si distrugge.». Orbene, non sappiamo assolutamente nulla di come un aiterio si crei e di come svanisca, sappiamo solo quando c‟è ne siamo abmozionati.CONCLUSIONE
Abbiamo fatto una viaggio nella mente e ora, giunti al termine, dobbiamo trarre qualche conclusione dai temi posti e da come li abbiamo sviluppati. Ci corre però l‟obbligo di ricordare che per quanto la mente biologica non abbia nullaa che fare con la mente artificiale (informatica), tuttavia, la prima si è evoluta, e ancor più lo farà nell‟avvenire, anche grazie alla seconda. Si tratta di un fatto di cui dobbiamo esser ben consapevoli e che Merlin Donald ricordava nel 1991:
Tutte le nostre forme di rappresentazione – dalla nostra antichissima base di esperienza episodica alla mimica e al linguaggio verbale fino alle più recenti capacità visuografiche – sono ora perfezionabili ed espandibili con l‟aiuto di mezzi elettronici. La mente dell‟uomo attuale è dunque una mente ibrida, una combinazione altamente plastica di tutti i precedenti elementi dell‟evoluzione cognitiva umana, permutati, combinati e ricombinati.
11091109
M.Donald, L’evoluzione della mente, cit., p.413.1110
Ibidem.Ibridati dai nostri congegni tecnologici? Probabilmente, ma nel senso che i nostri artefatti si sono trasformati in protesi molto utili, ma delle quali, almeno sul piano individuale, qualche volta sarebbe bene essere capaci di farne a meno. Scientificamente e tecnologicamente no, non possiamo più farne a meno, salvo regredire. Ancora Donald:
Noi siamo ora mitici ora teoretici, e talora balziamo indietro alle radici episodiche dell‟esperienza esaminando e ristrutturando gli effettivi ricordi episodici di eventi con l‟aiuto della magia del cinema. Altre volte, invece, scivoliamo nel nostro antico io narrativo fingendo che nulla sia cambiato. Ma tutto è cambiato. Finora la crescita della memoria esterna è stata molto più rapida dell‟espansione della memoria biologica, e non è eccessivo affermare che noi siamo indissolubilmente legati alla nostra grande invenzione, in una simbiosi cognitiva che non trova altri esempi in natura. La memoria esterna [
Sistema di Immagazzinamento Simbolico Esterno (SISE)] è il pozzo della conoscenza da cui noi attingiamo, la forza motrice della nostra incessante capacità inventiva e innovativa, la fonte di ispirazione in cui le generazioni che si succedono trovano scopo e orientamento e in cui noi custodiamo le nostre acquisizioni cognitive. 1110Tutto è cambiato con l‟avvento della tecnologia e specialmente di quella informatica e tuttavia c‟è nella nostra mente qualcosa che non sarà mai "tecnologizzabile": la nostra
idema.Qualsiasi cosa si pensi della mente umana bisogna vederla strettamente connessa al corpo ed insieme evolventi, sinergicamente, integratamente. Abbiamo sottolineato che la mente è il prodotto del cervello e questo non è altro che la parte più evoluta del sistema nervoso e questo serve innanzitutto a farci muovere. Le piante e i funghi non hanno bisogno di sistema nervoso perché traggono nutrimento, cioè energia, stando sul posto; gli animali, invece, devono andare a cercarlo o cacciarlo, quindi muoversi. Ma affinché il movimento sia utile deve essere controllato ed armonizzato e questo è compito del sistema nervoso, che però deve fare anche molto altro. Per esempio di vedere dove si va e chi si incontra, di udire chi non vediamo ma ci è vicino, di distinguere gli odori e ricordarceli in connessione con la loro provenienza, di farci distinguere i sapori, di farci respirare, di farci digerire e così via. Dunque i movimenti assumono molte modalità e si esprimono in molte funzioni, far pompare sangue al cuore, riempirsi e svuotarsi i polmoni, riempire lo stomaco e fa passare il cibo digerito nell‟intestino per essere poi assimilato e trasformato in sangue dal fegato e molto altro. Poi eliminare le scorie liquide e solide.
Tutti i movimenti che avvengono all‟esterno e all‟interno del nostro corpo sono gestiti dal cervello ed esso si è costruito, si è evoluto, si è modellato, si è implementato arrivando a svolgere, in modo sufficiente e funzionale, un‟enormità di compiti, diventando adeguato ad assicurare sussistenza e riproduttività ad ogni specie animale, dal lombrico all‟uomo. Fin quando il cervello di un animale deve pilotare solo nutrimento e riproduzione può fare a meno di una mente plurale e sofisticata; quando il suo esistere va oltre esso incomincia a produrla ed a un certo punto questa assume esistenza quasi-autonoma. Siamo abituati ad usare il termine
mente solo in riferimento all‟homo sapiens, è un errore! Sicuramente noi siamo i rappresentanti più interessanti dell‟esistenza del mentale, ma non ne abbiamo alcuna esclusiva. Anzi, l‟abbiamo ereditato da un primate comuneanche agli scimpanzé, ai gorilla e agli oranghi, prima che la storia di queste tre specie prendesse strade differenti dalla nostra. Probabilmente per chi vive sugli alberi non è necessaria una mente molto complicata, per una scimmia appiedata sì.
Abbiamo un mente straordinaria capace di ragionare ma soprattutto di sognare e di creare ipostasi. Possiamo così crearci un Dio e proiettare in Lui i nostri modelli di potenza, sapienza, perfezione, bontà giustizia, ecc. In realtà Dio, sia esso il Dio-Volontà o il Dio-Necessità, è una Mente Perfetta e se siamo capaci di crederci veramente, non importa se immanente o trascendente, ciò risolve tutti i nostri problemi esistenziali. Origine e Causa Prima ci giustificherà tutte le cause seconde, spiega gli effetti i fini, perché c‟è la malvagità e l‟ingiustizia e così via. Se non si è capaci di crederci invece nascono problemi, non perché il noncredente sia antropologicamente differente dal credente, ma perché vede perspicuamente il nonsenso di tutto ciò che gli hanno sempre raccontato dover-avere-un-senso. Una mente in sintonia con la realtà vera e non con quella inventata dai metafisici, ci mette di fronte a due aspetti della tragicità dell‟esistenza umana: il "sapere di non sapere" e il "soffrire". Scoprirsi ignoranti e fragili e di patire la
dissimmetria esistentiva (le possibilità di soffrire sono enormemente maggiori di quelle di godere) non è piacevole. Questa è la realtà impegnativa e difficile che ci induce a continuare a studiare come funziona la mente per vedere se ne possiamo fare un uso migliore di fronte all‟ignoranza e alla sofferenza.GLOSSARIO
AFFORDANCE Secondo James Gibson è la
consentibilità ambientale; "l‟offerta percettiva" che il mondo dà di sé, ciò che è "consentito" percepire ai sistemi percettivi.AITERIA La realtà extrafisica accessibile all‟idema
AMIGDALA Regione profonda del cervello e centro delle emozioni, specificamente della paura
ASSONE Prolungamento del corpo del neurone con all‟estremità le terminazioni presinaptiche
BOTTONE PRESINAPTICO Rgonfiamento del terminale assonico contenente le vescicole dei neurotrasmettitori
BOTTON-UP Processo elaborativo che parte dai dati sensoriali
CERVELLETTO È il corpo encefalico deputato alla motricità, al coordinamento e all‟apprendimento delle capacità motorie.
CICLO PERCETTIVO Secondo Ulric Neisser la percezione è un processo circolare che implica l‟attivazione di schemi anticipatori derivanti da conoscenze pregresse [incorporate in mappe secondo
la mente plurintegrata]CIRCUITO NEURALE Si dice
circuito una configurazione di neuroni di proiezione e di interneuroni costituenti un insieme funzionale motorio-sensorio. Più circuiti connessi vanno a costituire un sistema che svolge una funzione specifica, come la visione, l‟udito, l‟olfatto, la paura o un altro tipo di emozione reattiva.DEGENERAZIONE (di sviluppo) Espressione usata da Gerald Edelman per indicare il fatto che traiettorie differenti dello sviluppo possono portare allo stesso risultato morfologico.
DENDRITE Appendice che riceve il segnale a valle della sinapsi.
DISIMMETRIA ESISTENTIVA La non-equivalenza tra le possibilità di soffrire e quelle di godere
ELEUTERIA Libertà individuale umana
EXATTAMENTO Si tratta dell‟adattamento di un elemento biologico a una nuova funzione
FANTASIA Facoltà della psiche
GLIA Tessuto interneurale di mantenimento e di ripristino
IDEMA Il nucleo dell‟individualità
IMMAGINAZIONE Facoltà dll‟intelletto
IMMAGINAZIONE FANTASMATICA v FANTASIA
IMMAGINAZIONE INTELLETTUALE v IMMAGINAZIONE
INTERNEURONE Neurone ad assone corto che non trasmette informazione (non-proiettivo) ma opera modificazioni strutturali
IO L‟aspetto intimo dell‟individualità
IPPOCAMPO Piccola ma importantissima parte del cervello profondo
ISTINTO INTELLETTIVO Carattere dell‟istinto animale di tipo esplorativo
ISTINTO REATTIVO Carattere dell‟istinto animale di tipo esplorativo
LIBERO ARBITRIO v ELEUTERIA
LIMINALE Oltre la soglia che produce coscienza di un evento
MAPPA In senso molto generale una configurazione neurale stabile riguardante un certo ambito di stimoli esperienziali
NEOPALLIO Sinonimo di neocorteccia. Costituisce il 90% della corteccia dei vertebrati superiori ed è evolutivamente la più recente.
NEVROGLIA v GLIA
NUCLEO DINAMICO Nella teoria di Edelman e Tononi un aggregato di gruppi neuronali temporaneo ma fortemente attivo su tutti i circuiti
PEIRASI Dal greco
peiràs ( = tentativo), è la modalità fondamentale con la quale gli enti, ai vari livelli e nelle diverse regioni, esercitano la loro tendenza ad auto-modificare il proprio stato fisico in funzione di un miglioramento dell‟invarianza e della teleonomia strutturali proprie o del sistema di appartenenza. In altro senso essa esprime le "possibilità evolutive" esplorate e tentate in un sistema reale. La peirasi indica la totalità dei processi fisici mutazionali, sia di quelli che anno successo (creatori di epigenesi sostruttiva ed hyletica) sia di quelli abortivi o ektromatici.PERCEZIONE Un processo che implica il riferimento del percetto a uno schema percettivo preesistente "di confronto" rispetto al quale è "già incluso" oppure no. In questo caso il percetto modifica lo schema che asua volta può modificare la mappa da cui parte lo schema stesso.
POTENZIALE di PREPARAZIONE v PP
POTENZIALE di PREPARAZIONE v PP
PP Acronimo che significa
potenziale di prontezza o potenziale di preparazione ed indica la fase di elaborazione di un‟azione.RAZIONALIZZAZIONE PSICOGENA Elaborazione psichica che correda i frutti di fantasia di apparenze razionali e reali
SCHEMA Per schemi neurali intendiamo delle configurazioni di carattere transitorio, mente le mappe sono configurazioni più stabili produttrici di schemi sotto stimoli esogeni o sollecitazioni endogene.
SÉ L‟aspetto generico ed esteriore dell‟individualità
SENSAZIONE La risposta del nostro sistema percettivo di fronte a un percepito nell‟unità di tempo. La sensazione si può considerare un‟istantanea percettiva che può o meno mettere in moto un ciclo percettivo percezione.
SINAPSI La fessura attraverso la quale passa il segnale elettro-chimico
SINESTESIA La capacità di associare sensazioni appartenenti a sistemi sensori differenti. Per esempio la visualizzazione di un animale udendone il verso
SISTEMA NEURALE L‟insieme di circuiti che vanno ad attivare un a funzione definita, come il vedere, l‟udire o l‟emozionarsi.
SISTEMA LIMBICO Con tale nome si indica un gruppo di arre e corpi cerebrali protagonisti dell‟emotività
SMA v STATO MENTALE ALTERATO
SPINE DENDRITICHE Propaggini dei deindriti su cui stanno i recettori
STATO MENTALE ALTERATO (SMA) Stato della mente sotto l‟azione di sostanze psicotrope o conseguibile con tecniche estatiche
STIMOLO La causa di un processo percettivo sia esso naturale o artificiale (sperimentale). Nella realtà gli stimoli naturali non sono sempre facilmente individuabili, spesso si tratta di un insieme di co-impulsi.
SUBLIMINALE Al di sotto della soglia che produce coscienza di un evento. Inconscio
TALAMO È una sorta di
centrale dove arrivano e partono segnali che esso elabora e invia sia alla corteccia che all‟apparato motorio.TOP-DOWN Processo elaborativo guidata dalle conoscenza pregresse strutturate nelle mappe neurali e estrinsecabili in credenze, aspettative e schemi anticipatori .degli schemi anticipatori raccolte nelle mappe
VISSUTO Il flusso degli stati mentali
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Mente, cervello, intelligenza, Milano, Bompiani 1987.J.Searle,
La riscoperta della mente, Torino, Bollati Boringhieri 1992.R.J.Sternberg,
Stili di pensiero, Trento, Erickson 1998.C.Tamagnone,
Necessità e libertà, Firenze, Clinamen 2004.C.Tamagnone,
Ateismo filosofico nel mondo antico, Firenze, Clinamen 2005C.Tamagnone,
La filosofia e la teologia filosofale, Firenze, Clinamen 2007C.Tamagnone,
L’Illuminismo e la rinascita dell’ateismo filosofico, Firenze, Clinamen 2008.C.Tamagnone,
Dal nulla al divenire della pluralità, Firenze, Clinamen 2009C.Tamagnone,
Dio non esiste, Firenze, Clinamen 2010.S.E.Taylor,
Illusioni, Firenze, Giunti 1991.L.Wolpert,
Sei cose impossibili prima di colazione, Torino, Codice 2008.
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